Arte

GILGAMESH

di G. Luzzini

Una lieve brezza serale produceva un sommesso stormire di fronde lungo il viale alberato che stava percorrendo Jack, a bordo della sua fedele anche se malconcia Ford del '83.
Le ruote scivolavano lente sull'asfalto mentre la meta si faceva sempre più prossima. Ancora una curva ed ecco! L'imponente "Southdown House" sembrava protendersi nell'infinito, quasi a sfiorare la pallida falce lunare che veniva periodicamente oscurata da nubi di tenebra.
Un improvviso cigolio fece trasalire Jack, assorto dal pensiero di ciò che stava per fare.
"Dannazione!- imprecò - Questi ammortizzatori…Ma dopo questa sera non avrò più problemi… Auto nuova e vita nuova…".
La Ford girò attorno alla casa vittoriana e trovò parcheggio in una via laterale, lontana dall'ingresso principale. L'uomo si accarezzò la barba ispida e si alzò dal sedile. Era giunto il momento di darsi da fare. Aprì il baule ed estrasse un pesante zaino che tintinnò leggermente quando se lo assicurò sulle spalle.
"Un furto è come un'opera d'arte…- Diceva tra sé e sé Jack - Vi sono numerosi mestieranti, che abbozzano maldestre e bizzarre improvvisazioni; poi ci sono i veri artisti, che prestano una cura ossessiva per i particolari…Quel che ottengono e però qualcosa di davvero inimitabile".
Un sorriso attraversò il volto barbuto dell'uomo, mentre calzava meglio i guanti di pelle nera. L'abbigliamento scuro lo avrebbero trasformato in una macchia indistinta nel giardino di "Southdown House".
Ripassò mentalmente i dati che aveva ottenuto dopo aver sorvegliato minuziosamente la casa. Certo, l'aveva adocchiata già da diverse settimane ma non si era verificata l'occasione giusta, il granello nell'ingranaggio che gli permettesse di compiere la sua "opera d'arte". Ma l'attesa era stata ripagata: esattamente il giorno prima, mentre Jack era in zona, il proprietario era uscito da casa con una grossa valigia ed era salito su un taxi. Probabilmente era partito per un lungo viaggio, o almeno così pensava l'uomo che ora stava scavalcando con sorprendente agilità l'alto cancello di ferro battuto.
Era certo che non ci fossero cani nel giardino della villa e sicuramente tale cosa aveva alimentato la sua spavalderia. Jack si guardò con disappunto attorno…
Il prato era incolto e selvaggio…Che si fosse sbagliato sull'effettivo contenuto della casa? Forse il proprietario di "Southdown House" era un nobile decaduto che viveva grazie ad una misera pensione od al buon cuore di qualche facoltoso parente.
No, non era possibile…Aveva raccolto informazioni piuttosto dettagliate sul signor Freeman…Era un appassionato di antichità babilonesi, che disponeva di un impressionante conto in banca e di una sottile vena di follia…Non faceva vita mondana ed i suoi rari viaggi potevano durare anche alcuni mesi. Almeno così gli aveva detto Charlie, il suo informatore al "Duncan's Pub".
Come facesse Charlie a sapere tutto su tutti era un mistero, ma in ultima analisi a Jack non interessava conoscere la fonte, aveva solo fretta di verificare che le informazioni fossero corrette.
La pallida falce lunare occhieggiava oltre le nubi dense di lacrime.
Jack armeggiò all'interno del suo capiente zaino ed estrasse una pesante torcia alogena: una volta entrato in quell'immensa casa sarebbe stata fondamentale. Preparò alcuni piccoli grimaldelli con i quali contava di aver facilmente ragione della serratura della casa.
Con agili balzi era già di fronte alla pesante porta di quercia. Pesanti rinforzi in metallo la facevano apparire inespugnabile.
"Accidenti!- sibilò con stizza Jack - Penso proprio che non sarà facile…".
Gocce di pioggia oleosa cominciarono a scendere dalla tenebrosa immensità, dapprima piuttosto rade e poi acquisendo sempre maggior consistenza.
"Dovrò sbrigarmi prima che si aprano le cateratte del cielo…Non voglio certo sguazzare in questo giardino che in breve si trasformerà in un pantano…" pensò lo scassinatore.
Sistemò la torcia in modo da rendere ben visibile la serratura e si accinse ad iniziare ciò che lui chiamava "L'opera d'arte" ma, appena sfiorò la fessura la porta cedette.
Trasalendo dalla sorpresa, Jack si lasciò sfuggire: "Non è possibile…Ha lasciato la porta aperta! Sarà un intenditore, ma quel Freeman è un vero idiota! Poteva anche mettere un cartello con scritto 'Accomodatevi'…Avrei lasciato a casa un po' di questa pesante attrezzatura!".
Guardando meglio, il ladro si accorse che, in effetti, un cartello c'era.
Divenne improvvisamente sospettoso e, osservandosi guardingo alle spalle, un pensiero gli attraversò la mente: "O Charlie mi sta combinando qualche tiro mancino…O mi stanno tendendo una trappola…Strano che però non ci sono piedipiatti in giro!".
Piedipiatti…Da dove aveva pescato un termine così antiquato…Forse da qualche stupido telefilm visto la sera prima. Sorrise per i suoi sospetti…Charlie era davvero affidabile e i poliziotti non si sarebbero certo presi la briga di tendergli un agguato.
Si trovò a dire, ad alta voce, mentre alzava lo sguardo verso il cartello: "Ci manca solo che sul cartello ci sia scritto Buon Compleanno Jack! …"
Non era propriamente un cartello bensì una targa smaltata di bianco. Con caratteri Rosso Carminio recava una scritta in caratteri cuneiformi. Sotto, in dimensioni più ridotte, si trovava la traduzione:

Dove vai Gilgamesh?
La via che tu cerchi
Non la troverai.
Quando i grandi dei crearono gli uomini,
Destinarono ad essi la morte
E riservato a se stessi la vita eterna

"Bastava scrivere 'Vietato l'Ingresso'…Comunque devo riconoscere che è davvero pittoresco e certamente teatrale. Ma con una targa del genere però mi aspettavo una serratura invincibile e soprattutto una porta sbarrata…" giudicò con ironia Jack.
Un lampo squarcio il drappo nero che lo sovrastava, rendendo il giardino alle sue spalle spettrale. Notò che alberi scheletrici sfidavano il cielo, con le loro appendici secche ed avvizzite.
Un attimo di esitazione e poi spalancò la porta…L'Opera d'Arte era appena cominciata.
Jack non sapeva esattamente cosa cercare ma era certo di trovare qualche manufatto in oro massiccio. Non era un ingordo…Avrebbe portato via solo ciò che gli avrebbe permesso di lasciare per sempre la sua rischiosa professione.
Le suole umide provocavano uno sgradevole suono nell'enorme atrio della casa.
Il fascio di luce della torcia sondava con attenzione gli anfratti della stanza, cercando un eventuale sistema d'allarme.
Era stata a causa di uno di quei diabolici aggeggi che era stato arrestato due anni prima. Aveva interrotto un sottilissimo fascio laser che aveva creato, con l'ausilio di speciali specchi, un complesso reticolato. In un attimo si era trovato circondato da due guardiani che l'avevano consegnato alla polizia. Era la villa a Miami del dottor Vladimir Valdeshtein, un eminente e certamente eccentrico chirurgo.
Il medico, quando si trovava ancora al posto di polizia per accertare ciò che era successo, gli aveva sottoposto una bizzarra proposta.
Il dottor Valdeshtein aveva manifestato ad un attonito Jack la sua ossessione nei confronti dei sistemi di sicurezza che proteggevano i tesori d'arte che conservava nella sua lussuosa villa.
Jack si era rivelato un ladro piuttosto abile ed era riuscito ad eludere buona parte della sorveglianza elettronica ed umana. Il medico temeva che qualcun altro, con un po' di fortuna, poteva impossessarsi di qualche prezioso oggetto.
Il dottor Valdeshtein fece la sua offerta: avrebbe ritirato la denuncia se Jack avesse testato l'intero sistema di sicurezza ed individuando eventuali falle.
Jack non esitò neppure un istante quando strinse vigorosamente la mano del medico accettando la proposta…
Il pomeriggio seguente Jack si era presentato con tutta la sua attrezzatura alla porta della villa che aveva tentato di espugnare il giorno prima. Lo accolse il medico, elettrizzato all'idea di avere un furfante al suo servizio.
Il ladro aveva esaminato ogni apparecchiatura di rivelazione, sotto lo sguardo attento e severo delle due guardie. Erano dei veri mastini e non gli concedevano la minima confidenza.
Individuò una piccola falla nel sistema di sicurezza, in quanto gli impulsi elettrici di un allarme scattavano con un certo ritardo.
Il dottor Valdeshtein era davvero soddisfatto per il lavoro eseguito, certo che il ladro avesse analizzato ogni cosa. Jack glielo fece credere. C'era un altro piccolo difetto, consistente in un angolo cieco dei monitor ma se lo tenne per sé…Avrebbe lasciato una possibilità ad un suo eventuale "collega".
Le strade di Jack e del medico si separarono per sempre e l'artista del furto riuscì sempre ad evitare l'arresto. Aveva fatto tesoro della sua sgradevole e bizzarra esperienza.
La mente di Jack si librava in tale volo pindarico quando l'uomo trasalì per un rumore secco.
L'avventura Valdeshtein, come era solito chiamarla, era terminata da anni: ora era nella dimora del signor Freeman…era nel cuore di "Southdown House".
Osservò una rampa di scale che sfidava il soffitto. Era quasi certo che il rumore provenisse da lì.
"Che sia già tornato?…" si angustiò Jack.
No, non era possibile…Se ne sarebbe accorto. Nessuna luce aveva tradito la presenza di qualcuno.
"Sono semplicemente solo…Forse ho i nervi a pezzi…Ma sono sicuro che qui non ci sia nessuno" ripeté più volte l'uomo, quasi per convincersi.
Si avviò con decisione verso la scala, per dimostrare la fondatezza delle sue affermazioni.
Vide un enorme statua che dominava una parete. Era un gigantesco felino con la testa di un uomo barbuto.
Ravvisò una vaga rassomiglianza con il signor Freeman e poi, dopo essersi accarezzato la barba, disse con ironia: "Gli uomini con un po' di peli sulla faccia sono tutti uguali!". Ma si accorse lui stesso che il suo umorismo era forzato; si sentiva a disagio e desiderava terminare al più presto il furto.
Improvvisamente, qualcosa di errato attraversò la sua coscienza: le dimensioni della statua erano maggiori di quelle della casa. Come era possibile?
Una goccia di sudore s'insinuò avidamente tra le rughe del suo volto mentre tentava di sfiorare una spiegazione plausibile.
"Forse il buio mi ha dato l'illusione che la casa fosse più piccola…Ho letto da qualche parte che l'oscurità rimpicciolisce le cose…O meglio, da questa sensazione…" propose a se stesso.
Cercava di dare vigore alle sue parole ma gli sembravano vuote, prive di peso…La ragione era in lacrime.
Improvvisamente, ancora quel suono, secco e rigido.
Jack tremava come un ramo in autunno e cominciò ad andare verso l'uscita. Non avrebbe compiuto nessun'opera d'arte…Avrebbe riposto i suoi pennelli…La tela era stregata.
Aveva già raggiunto l'uscio della casa quando una folata di determinazione lo scosse con vigore.
"Cosa sto combinando!- sussurrò perentorio - Non avrò intenzione di mollare ora! Posso cambiare vita, se la lucidità non mi abbandona…Mi sto lasciando suggestionare dalla mole della casa…Non c'è nulla qui, a parte la mia irragionevole paura…".
Trasse un profondo sospiro, come se l'aria fosse tabacco e la emise lentamente, con metodo.
Se non aveva raggiunto la tranquillità nel tumultuoso spirito, poco ci mancava.
Ritornò sui suoi passi e, ignorando la statua che riempiva la parete, salì gli scalini di marmo, con passi da gatto.
Passò un dito sul corrimano d'ottone e gli parve di avvertire una sottile scossa elettrica. Era indubbiamente una villa inusuale e l'atmosfera che vi albergava era indecifrabile…Non lugubre, non malsana…Semplicemente indecifrabile.
Giunto al piano superiore guardò la zona che aveva appena lasciato. Ora la statua aveva dimensioni più ragionevoli. Notò inoltre che il salone occupava tutto il piano inferiore. Non si era accorto che Alcune nicchie celavano pesanti tavole di pietra fittamente ricoperte d'incisioni e, davanti ad ognuna di esse, si trovava una grossa candela bianca.
Non si era accorto…O prima il salone era completamente vuoto…A parte il felino dal volto umano?
Non poteva permettere alle sue vane chimere di prendere ancora il sopravvento e soffocò i suoi dubbi con un sorriso così forzato da sembrare un ghigno.
Jack non sapeva perché l'istinto lo avesse condotto al primo piano. Forse perché aveva udito un rumore provenire dall'alto e voleva sincerarsi della sua natura. Avrebbe esaminato il piano inferiore più tardi, poco prima di uscire.
Al termine delle scale si trovò davanti a quattro porte, riccamente intarsiate.
Tese le orecchie cercando di captare qualche suono molesto ma non giunse nulla. Probabilmente, i rumori che aveva udito poco prima provenivano dall'esterno. Sicuramente erano le fronde di qualche albero che picchiettava contro i vetri delle finestre.
Scrupolosamente, appoggiò l'orecchio alla porta che si trovava proprio davanti a lui. Non udendo alcun suono procedette con le altre, raggiungendo l'assoluta certezza di trovarsi da solo a "SouthDown House".
Aprì la prima porta e lo scricchiolio dei cardini precedette il suo sguardo all'interno della stanza.
Era una comune stanza da letto, con un letto in mogano ed un pesante armadio che occupava una parete. Un elegante scrittoio completava l'arredamento della camera.
Jack aprì l'armadio, cercando la cassaforte. Analizzò con cura ma l'esito fu negativo. Per nulla frustrato, cominciò a sollevare i quadri alle pareti, cercando una cassetta di sicurezza.
Infine, cominciò a battere con attenzione le piastrelle, cercando di carpire un suono vuoto che denunciasse la presenza di un nascondiglio.
La stanza era così come si presentava, senza segreti da svelare e tesori da rivelare.
Solo un elemento turbava la razionalità di Jack: era tutto troppo polveroso, come se da decenni nessuno vivesse più in quella stanza. Ma il signor Freeman era partito da pochissimo tempo.
Toccò la coperta del letto e gli parve rigida, indurita dagli anni.
Deluso e perplesso, Jack si dedicò alle stanze successive.
La luce della sua torcia alogena sondava inquieta le tre porte rimanenti e Jack decise di procedere con ordine.
Si dedicò quindi alla stanza successiva. Serrò la maniglia con le dita ed avvertì il gelo del metallo; invano, tentò di ruotarla.
Ritrasse istantaneamente la mano per poi tentare con rinnovata decisione. La porta era indubbiamente chiusa a chiave.
Jack era soddisfatto. Finalmente una situazione prevedibile, che poteva amministrare con la sua esperienza.
Guardò la serratura. Era un modello piuttosto sofisticato e la sfida sarebbe stata stimolante.
"E' giunto il momento di utilizzare i pennelli!" sussurrò soddisfatto ed estrasse alcuni piccoli grimaldelli dallo zaino.
Dopo alcuni minuti di intenso impegno un sonoro scatto metallico lo avvisò della riuscita operazione.
E poi…Ancora quel rumore secco.
Jack si voltò di scatto ma non notò nulla di strano.
"Dannati alberi!" biascicò nervosamente mentre apriva la porta.
La luce della torcia raggiunse gli angoli più remoti della stanza, rivelandone le enormi dimensioni. Teche di vetro erano allineate lungo le pareti e, colpite dalla luce della lampada, mostravano numerosi oggetti che brillavano.
Un incontenibile entusiasmo avvolse Jack. L'opera si stava compiendo. Ancora qualche sapiente colpo di pennello e poi sarebbe uscito da "SouthDown House".
Verificò con attenzione che nessun sistema d'allarme tutelasse i contenitori di vetro.
Al loro interno, splendidi monili d'oro si alternavano a grosse pietre preziose. Tralasciando l'eventuale valore archeologico, il materiale esposto aveva un valore di diversi milioni di dollari.
"Il signor Freeman dev'essere davvero molto ricco…- disse Jack mentre faceva scorrere l'anta di vetro della teca più grande - Charlie mi ha dato delle ottime informazioni!".
Fece scivolare nello zaino alcuni oggetti di piccole dimensioni e numerose pietre preziose.
Si avvicinò poi ad un'altra teca e, osservandosi attorno, ebbe nuovamente una spiacevole sensazione: la stanza era innaturalmente grande, rispetto alle dimensioni della casa che aveva percepito all'esterno.
Un rumore secco destò nuovamente la sua attenzione.
Si avvicinò rapidamente all'enorme finestra che si trovava sul lato più estremo e guardò nell'oscurità. Almeno in quella zona, gli alberi erano ben distanti dalla casa.
La sua mente scivolò in oscuri baratri quando gli parve di vedere una creatura grottesca osservarlo dalla porta. Era avvolta dalla penombra ma rivelava la bassa statura, forse poco più di un metro, e gli arti superiori straordinariamente lunghi. Qualcosa gli brillava alle estremità delle dita.
Una bolla di sapone in frantumi…Uno specchio che si rompe generando mille immagini…Un prisma multicolore che riflette l'esplosione di una Super Nova.
Pensieri confusi si accumularono nei pensieri del ladro, smarriti in un labirinto di tali dimensioni da perdere la cognizione dell'infinito.
Jack strinse gli occhi. L'apparizione era svanita. La sua mente stava giocando a rimpiattino con la follia.
Non si accorse che un sottile filo di bava rappresa si trovava agli angoli della sua bocca. Era tutto così innaturale…Cercava un appiglio nella realtà ma tutto franava sotto le fragili dita del buonsenso.
Non si dedicò più alle speculative domande dovute alla casa, che pareva ampliarsi e rimpicciolirsi come se dotata di respiro. L'imperativo che echeggiava nella sua mente devastata era quello di fuggire.
Non si curò nemmeno di raccogliere gli attrezzi e lasciò lo zaino dove si trovava.
Si precipitò nella stessa direzione nella quale era apparsa la strana figura, agendo con violenza contro il suo istinto di conservazione che gli intimava di rimanere dov'era.
Era l'unica via d'uscita e poi la creatura era scomparsa.
I passi rimbombavano nel silenzio ovattato della dimora mentre cercava di raggiungere la scalinata che l'avrebbe condotto al piano inferiore.
Varcò la soglia e…si accorse che la rampa che conduceva al piano inferiore era svanita, inghiottita da un vorace pavimento. Le pareti parevano distorcersi, perdendo sostanza. Altre due porte lo attendevano…
Aprì con slancio la terza porta, per accorgersi che celava un gelido antro di tenebra. Il rumore secco che angustiava il precario equilibrio mentale di Jack si fece ancora sentire. Proveniva da quelle malsane viscere rocciose.
Lo sfortunato ladro non si domandò neppure come fosse possibile che una caverna potesse trovarsi al piano superiore di una lussuosa villa.
Fu quasi ipnotizzato da una fiammella generatasi nel nulla, in quell'assurda oscurità. Danzava leggiadra come sfiorata da carezze di vento. Era però un fuoco freddo, irrazionale.
La fiamma di ampliò e proiettò una sagoma innaturale…Lo stesso incubo che lo attendeva sulla porta era diventato un'ombra.
Jack urlò e serrò l'uscio, appoggiandosi con la schiena per opporre una certa resistenza. Se quella creatura lo avesse preso…
Il suo battito cardiaco, accelerato fino al limite, gli rimbombava nella mente e gli scuoteva il corpo ansante. Le labbra erano aride ed avvertiva una spiacevole sensazione di arsura nella gola, come se avesse inghiottito avidamente manciate di polvere.
Trattenne uno spasmo e si piegò dal dolore. Il viso era imperlato di sudore che si mescolava alle lacrime che gli rigavano le gote, come un affluente viene assorbito da un fiume impetuoso.
Cercò qualcosa con cui far giocare il suo pensiero, qualche futilità che potesse momentaneamente distrarlo e fargli raggiungere una certa lucidità.
Pensò alla sua vecchia automobile, che lo attendeva fuori come un fedele destriero.
Pensò ad una giovane donna bionda che aveva visto due sere prima al "Duncan's Pub": era davvero graziosa e forse, se fosse uscito da lì, sarebbe riuscito ad incontrarla nuovamente, chissà…
Pensò che probabilmente non sarebbe stato così brutto spegnersi in vecchiaia al sole delle Bahamas, cullato da una brezza e con lo sciabordio delle onde come sottofondo; non poteva permettersi di morire in quella dannata casa, accanto ad una squallida porta che celava il nulla.
Si alzò e caracollò verso il quarto uscio. La scala che scendeva verso il basso non era ricomparsa e Jack cominciò a pensare di essersela sognata. Ma, se non era reale, come era riuscito a salire nella zona superiore della casa?
Strinse la maniglia d'ottone dell'ultima porta e la tirò con forza eccessiva. Subito dopo che lo fece, udì un cigolio alle sue spalle ed un suono duro, quasi meccanico. Non riusciva più a sopportare quel misterioso rumore e si precipitò all'interno dell'ultima stanza.
Si trovò davanti un corridoio lunghissimo, con le pareti ricoperte da bizzarri bassorilievi.
Strizzò gli occhi perché non poteva crederci: alla fine s'intravedeva una rampa di scale che scendeva.
Affrettò i suoi passi lungo il pavimento di alabastro, illuminato dal debole chiarore di alcuni candelabri votivi alle pareti.
I delicati bassorilievi parevano muoversi ai guizzi delle tremolanti fiammelle delle candele, sembravano respirare con la casa stessa.
Mentre Jack fuggiva, una parte della sua mente, ormai smarrita al crepuscolo della ragione, era ghermita dalla perizia con cui erano stati realizzati.
Improvvisamente, ancora quel suono secco.
Jack si voltò con lentezza e vide che l'evanescente ombra che lo aveva tormentato aveva acquisito nitidezza.
Una creatura solo vagamente antropomorfa, con il corpo ricoperto da scaglie del color della notte, con una luce maligna e famelica negli occhi gialli, dalle pupille verticali.
Il muso pronunciato, nascondeva una dentatura irregolare e mostruosa.
Aprì e richiuse la mandibola squamata: I suoi denti produssero il rumore quasi metallico che ossessionava Jack.
L'uomo ruotò maldestramente su se stesso e cominciò a correre verso la scala. Lo separavano poche decine di metri.
Ebbe la sensazione che l'incubo si muovesse lentamente alle sue spalle, come se avesse voluto lasciarlo fuggire.
Improvvisamente, la scala cominciò a perdere nitidezza ed assumere il colore dell'argilla. Dopo alcuni, insignificanti secondi era diventata un bassorilievo, opaca imitazione della realtà.
Un improvviso dolore sotto la scapola destra lo ridestò dall'inebetito torpore nel quale era sprofondato dopo la metamorfosi della rampa delle scale.
Si guardò il torace e vide che artigli d'argento lo avevano trapassato da dietro. S'accascio sulle ginocchia, fardello svuotato da ogni futura angoscia. Quasi non s'accorse quando la creatura gli spiccò la testa dal busto con un colpo preciso, facendola rotolare lungo le scale del bassorilievo che avevano riacquistato la realtà…

L'uomo scese dal taxi, subito seguito dall'autista che estrasse dal bagagliaio una grossa valigia grigia. Lasciò una generosa mancia e si recò con passo deciso a "SouthDown House".
Inserì una chiave in metallo scuro nella serratura del cancello e la fece scattare.
Andò verso il pesante portone e guardò la targa bianca che ora non recava alcuna scritta. L'aprì e trascinò dentro la valigia con forza sorprendente.
Guardò l'enorme statua che distorceva le dimensioni del reale: il signor Freeman era tornato a casa.
Salì le scale velocemente, come attendendosi qualcosa che aveva intuito.
La quarta porta del piano superiore era aperta e si precipitò al suo interno.
In un angolo un demone immondo stava rosicchiando quel che appariva come un braccio umano.
Per tutto il corridoio si trovavano brandelli di carne e copiosi schizzi di sangue imbrattavano i minuziosi bassorilievi.
Il signor Freeman guardò la creatura e disse bonario: "Hai fatto un buon lavoro di sorveglianza, Rampoor! Ma, per favore, la prossima volta evita di sporcare le pareti…Inoltre, ora dovrò fare un altro viaggetto per far sparire tutto questo…Comunque, devo ammettere che sei un ottimo sistema di sicurezza…".
Con tranquillità, aprì la valigia che rivelò di essere sporca di sangue al suo interno.
Borbottò tra sé: "Quale vanità ostentano questi mortali…Non sei il primo, piccolo malfattore, che finisce qui dentro…".
Con cura ed attenzione cominciò a disporre ordinatamente i resti dello sfortunato ladro.


 

La Soglia Oscura - http://www.sogliaoscura.org
----------------------------------------------------------------------------
Parapsicologia - Ufologia - Misteri - Interviste insolite - Testimonianze
Racconti - Poesie - Immagini e molto altro ancora