L’ARCHETIPO – di Daniele Bello

Parte I

i.

Quando l’alba salutò il sorgere di un nuovo giorno, Torwyn si destò ed iniziò a prepararsi una frugale colazione; la radura in cui aveva organizzato il suo bivacco lo aveva protetto dal vento e dal freddo e così, nonostante la notte passata all’addiaccio, il giovane guerriero si sentiva ritemprato e riposato.Il giovane guerriero delle Terre dell’Ovest, tuttavia, non aveva dimenticato lo scopo della sua presenza nelle Lande Desolate: doveva a tutti i costi raggiungere ed uccidere l’Orco che da troppi anni, ormai, faceva scorrerie nei borghi e nei villaggi, provocando morte, distruzione e disperazione. Di fronte al Potestà delle Marche di Confine, egli aveva giurato di porre fine alle stragi e di non avere pace sino a quando la minaccia del nemico non fosse stata debellata. Torwyn preparò la sua sacca da viaggio e sellò il cavallo; non poteva permettersi di perdere tempo: le tracce che stava seguendo indicavano che l’Orco stava fuggendo verso Est, dove si sarebbe potuto nascondere facilmente in mezzo alla tundra e svernare; salvo poi riprendere le sue scorrerie allo sbocciare della primavera. Il tempo stringeva e il guerriero non poteva permettersi di fallire.

ii.

Torwyn proseguiva imperterrito nel suo inseguimento, senza risparmiare le forze; l’Orco aveva sì e no qualche ora di vantaggio rispetto a lui. Di tanto in tanto, il guerriero era così assorto e concentrato nel seguire le tracce della creatura da dimenticare il motivo per il quale si era messo in marcia: faceva fatica a ricordare i lineamenti e le fattezze del mostro che stava braccando; a volte, non rammentava neppure dove e quando l’Orco aveva compiuto l’ultima delle sue nefandezze. In questi momenti di totale annebbiamento, dovuti molto probabilmente alla  fatica e agli stenti per quella lunga caccia, Torwyn sentiva una voce interiore che gli sussurrava parole di conforto e lo spingeva ad andare avanti.
“Devi raggiungere quell’Orco ed ucciderlo. È questo lo scopo ultimo della tua missione. Devi farcela a tutti i costi!”. Quando il guerriero udiva quel mormorio, si rincuorava: era la prova evidente che gli Dei stavano dalla sua parte e che intendevano in questo modo dare un segno della loro protezione e della loro benevolenza. Torwyn guardò la linea dell’orizzonte: davanti a lui si estendevano i contorni dei Monti Cerulei; un luogo ideale per gli agguati e i duelli all’ultimo sangue. I raggi del sole, in prossimità dell’ora del tramonto, donavano a tutto il paesaggio circostante una luce dorata, dai riflessi vermigli e ramati. Rinfrancato da quella splendida visione, il guerriero proseguì la sua marcia.

iii.

Torwyn era ormai vicino ad agguantare l’Orco: le tracce che aveva identificato erano troppo fresche per lasciare dubbi, al riguardo. Dopo aver passato il valico che separava le Lande Desolate dal Regno della Tundra, il guerriero si ritrovò in una sconfinata pianura, percorsa da acquitrini mefitici e avvolta da una coltre di caligine oscura. Per giorni e giorni, Torwyn si era fatto largo in mezzo a quel paesaggio sterile e desolato, alla ricerca di indizi che rivelassero la presenza del nemico; alla fine, aveva trovato i resti di un bivacco le cui braci ardevano ancora, sia pur debolmente; l’inconfondibile fetore orchesco lo avevano persuaso che la creatura non poteva essere troppo lontana.
La lunga giornata era quasi giunta al termine e le tenebre stavano ormai avviluppando tutto il panorama circostante; ciò nonostante, il guerriero gettò il cuore oltre l’ostacolo e, pur stremato dalla fatica, accelerò l’andatura. Non poteva permettersi di perdere il contatto con il suo avversario, di lasciarlo allontanare un’altra volta; era un’occasione unica, quella che gli si presentava: e andava sfruttata. Torwyn fissò la volta celeste: aveva imparato ad orientarsi con le stelle sin da quando era un bambino; nonostante la nebbia, riuscì ad intuire la direzione dei punti cardinali e mosse i suoi passi verso levante. Una cupa sensazione di inquietudine si impadronì di lui: non era mai stato così vicino alla meta e sapere di dover affrontare a breve uno scontro forse mortale
lo rendeva inquieto.

iv.

Ad un certo punto, Torwyn lo vide; al di là della sottile cortina brumosa, poteva scorgere i lineamenti di quell’essere mostruoso: aveva un aspetto vagamente umanoide, ma la sua pelle era grigia e la sua altezza raggiungeva i cinque cubiti; camminava in modo scomposto, come se zoppicasse, e brandiva una clava rozzamente intagliata.
La voce interiore che aveva accompagnato il guerriero durante la sua ricerca si fece sentire di nuovo: “Eccolo. È davanti a te. Uccidilo, allora. È il nostro momento”. Torwyn indugiò per un attimo. “Perché devo ucciderlo?”, disse a se stesso. “Come, perché? Ma perché è sempre stato così. Da millenni il Bene combatte contro il Male, in una lotta senza quartiere. È un archetipo, è un dogma: non devi neppure pensare di metterlo in discussione. Ora tu rappresenti il Bene e devi compiere il tuo dovere: uccidi quel mostro! Senza esitare!”.
Il guerriero sguainò la spada ed emise il suo micidiale urlo di guerra. L’Orco, avendo compreso di essere stato raggiunto e scovato, reagì rabbiosamente: impugnò la sua mazza e fece risuonare un grido, nella sua lingua cacofonica e gutturale. I due antagonisti si combatterono l’un l’altro con rabbia e violenza, senza esclusione di colpi: ognuno dei contendenti sapeva che la battaglia si sarebbe risolta solo con la morte dell’uno o dell’altro.
L’Orco poteva contare sulla forza dei suoi muscoli e sulla potenza dei suoi attacchi; Torwyn, invece, puntava più sulla sua destrezza e sull’abilità nell’uso della spada. Due stili di vita, due modi di combattere, due forze contrapposte si stavano affrontando tra di loro: e nessuno poteva sapere chi avrebbe prevalso. Di tanto in tanto, qualcuno dei colpi scagliati dall’Orco o dal guerriero andava a segno: dopo alcuni giri di clessidra, il sangue sgorgava copiosamente ed aveva già bagnato tutta la piana circostante.
Quando le forze ed il vigore cominciarono a venir meno, Torwyn cominciò a temere seriamente per la sua vita: l’Orco sembrava invincibile e le sue energie inesauribili. Fu proprio nel momento di maggiore disperazione che il guerriero trovò le risorse per sopravvivere: quando il mostro caricò con tutte le sue forze per sferrare l’ultimo micidiale attacco, il giovane riuscì a schivarlo gettandosi alla propria destra, proprio nel punto in cui il terreno era più sdrucciolevole.
L’Orco si girò di scatto per completare l’assalto, ma scivolò rovinosamente, caracollando a terra. Torwyn non perse tempo: afferrata la sua lama a mo’ di mannaia, egli si avventò sul mostro decapitandolo con un unico colpo fatale: la testa rotolò sino ad un acquitrino, che si tinse di cupe tinte rosso scarlatto.

Parte II

Avere ucciso la creatura cui aveva dato la caccia per mesi e mesi non lasciò a Torwyn quella sensazione di ebbrezza e quel senso di vittoria che si era aspettato; al contrario, un senso di vuoto si impadronì dell’animo del valoroso guerriero, come se aver dedicato tanto tempo a raggiungere una meta lo avesse lasciato completamente privo di stimoli e di emozioni, una volta raggiunto il suo obiettivo.
“E adesso?”, mormorò tra sé Torwyn. “Adesso la tua missione è finalmente compiuta. Sei stato un grande”, mormorò la sua voce interiore. Il guerriero sospirò: “Che cosa devo fare, ora?”. “Come sarebbe a dire? Il nemico è stato sconfitto, l’avventura è finita. Non c’è più niente da fare, ora”. “In che senso? Forse che nell’eterna lotta tra il Bene e il Male non è più richiesto il mio apporto?”. “Ma sì. Certo che sì. Ma ora dobbiamo tesaurizzare ciò abbiamo ottenuto oggi”. “Sarebbe a dire?”. “Ad occhio e croce direi… qualche migliaio di punti esperienza e il passaggio al livello successivo”. “Di che vai parlando?”. “Sto parlando di ‘Legend of Legend’, il gioco di ruolo più popolare degli ultimi anni. Tu sei il mio personaggio: Torwyn il guerriero; e io, modestamente, sono il tuo role-player”. “Ma come…? Vorresti dirmi che tutto questo è stato solo un gioco di ruolo?” “Ma certo! Cosa credevi?” “Io pensavo di essere uno dei protagonisti nella lotta del Bene contro il Male, non una semplice pedina in mano ad un fanciullo che gioca spostando i dadi”. “Questa sì che è buona. Beh, senti… adesso devo andare. Mi aspettano gli amici per una birra. Ci vediamo presto”. “Presto? Presto quando?” “Che domande. Quando potrò giocare un’altra partita… adesso però scusami, ma rischio di fare tardi. Rimetto le mappe, i dadi e le schede dei personaggi nella scatola. Riprendiamo il discorso la prossima volta”. “Tutti quegli sforzi, quelle peripezie, quei rischi; la mia vita a repentaglio… e tutto questo per cosa? Per un banale gioco? Non è giusto… non è semplicemente giusto”. Torwyn stava per argomentare ancora; ma il suo Role-player richiuse la scatola con noncuranza e il buio si avvolse attorno al giovane guerriero, facendolo sprofondare nell’oblio… almeno sino alla prossima avventura.

Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi:
il regno di un fanciullo

Eraclito (Framm. B52)

Daniele Bello – Scheda dell’Autore