Brian Boru, L’Ard-Rig di Erin – di Daniele Bello

Qualcuno sostiene che la strada verso la salvezza consiste nel placare l’aggressore, nel ricompensarlo affinchè non ci uccida. Io affermo che questo atteggiamento ci rende solo vittime passive dell’estorsione e conferisce a quei selvaggi il diritto di disprezzarci e di attaccarci nuovamente ogni qualvolta lo desiderino. Sono le vittime che dobbiamo aiutare e proteggere e di cui dobbiamo avere pietà. Difendiamo gli innocenti e distruggiamo i colpevoli”.

Discorso di Brian Boruma
Tratto da Il Leone d’Irlanda di Morgan Llywelyn

1.

Brian di Boruma era l’ultimo rampollo di una famiglia della piccola nobiltà di Kincora, un piccolo borgo del Münster, una delle cinque province in cui era divisa l’isola di Erin; egli apparteneva al clan dei Dàl gCais, altrimenti noti come Dalcassiani.

Data la sua posizione, egli non poteva certo coltivare grandi speranze di assurgere ad una posizione di prestigio, una volta raggiunta l’età adulta; arrivare a possedere una casa ed un piccolo podere era già più di quanto ci si potesse legittimamente aspettare dalla vita.

Si narra, tuttavia, che un giorno il giovane Brian stesse passeggiando sulla costa frastagliata della sua felice isola; le onde si spezzavano continuamente di fronte alla spiaggia ghiaiosa, provocando un tripudio di mulinelli d’acqua. Egli si sedette su uno scoglio e si mise a contemplare l’enorme distesa dell’oceano davanti a lui, ammirandone la vastità con sguardo fiero e orgoglioso.

“Io sarò re”, proruppe ad un certo punto il giovane e spavaldo Brian. Nessuno udì quelle parole, ma da quel giorno fu come se la vita del nobile rampollo fosse completamente cambiata: egli si sentiva in un certo qual modo consapevole di essere guidato da un fato speciale; e i fatti erano destinati a dargli ragione…

 

2.

Erano periodi bui, in quel momento, per il popolo dei Gaeli, che da secoli abitavano quell’isola circondata dall’Oceano e baciata da tutte le tonalità del verde più intenso.

Guerrieri bellicosi provenienti dall’ovest e tristemente noti con il nome di Vichinghi tormentavano i pacifici abitanti di Erin, facendo numerose scorrerie e saccheggiando templi e villaggi. Alcuni tra gli invasori erano diventati talmente superbi ed arroganti che avevano deciso di fondare delle città sulla costa dell’isola, nelle quali si erano stabiliti in modo permanente (salvo poi partire di volta in volta per fare incursioni nell’entroterra).

Molti dei sudditi di Erin mal sopportavano il giogo degli odiati oppressori, ma gli uomini d’arme non erano in grado di arginare la forza dei Vichinghi; mentre i nobili non riuscivano a trovare un accordo tra di loro per fare fronte comune…

Durante una delle incursioni degli odiati guerrieri del Nord, il giovane Brian perse gran parte della sua famiglia, orribilmente massacrata da quelle belve assetate di sangue. Per questo, egli giurò a se stesso che non avrebbe avuto pace sino a quando non fosse riuscito a liberare la sua isola da quel flagello.

Assieme ad altri giovani impavidi e sprezzanti del pericolo, Brian di Boruma organizzò una milizia di ribelli, che con azioni di disturbo e di guerriglia tormentava i Vichinghi, infliggendo spesso al nemico gravi perdite.

Fu anche per questo motivo che l’esercito regolare di Erin e la nobiltà locale ripresero coraggio ed iniziarono a concepire l’idea di poter debellare l’invasione dei terribili guerrieri del Nord facendo leva sulle proprie forze.

Quando, tuttavia, l’armata si riunì sotto il comando dei Rìg dell’isola (questo il nome dei reggitori delle cinque province dell’isola, vale a dire Leinster, Münster, Connaught, Ulster e Meath), subito i nobili cominciarono a litigare tra di loro per stabilire quale ruolo e quale posizione dovesse ricoprire ciascuno dei rampolli delle famiglie patrizie: alcuni intendevano combattere solo se avessero sfilato accanto ai sovrani, altri invece pretendevano di guidare l’ala destra dell’esercito.

I quarti di nobiltà sembravano essere l’argomento principale, se non l’unico, di taluni aristocratici, come se la posizione all’interno dello schieramento fosse l’unico elemento determinante a conferire onore e gloria; si era giunti ad un tale livello di esasperazione che alcune famiglie stavano minacciando di abbandonare l’armata e di negare il sostegno ai Rìg.

Questa situazione di stallo irritava Brian di Boruma, che fremeva per prendere le armi contro il nemico; ad un certo punto, egli decise di dare un taglio a quella sterile discussione: sguainò la spada e la brandì sopra il suo capo, gridando: “Io sono Brian di Boruma. E sono uno di voi!”.

Detto ciò, scese dal suo cavallo (rinunciando così, implicitamente, ai privilegi del suo rango) e si mise a camminare da solo in direzione del nemico; ben presto, egli vide all’orizzonte la torma dei Vichinghi, per cui decise di fermarsi un istante e di brandire nuovamente la spada, gridando di nuovo in direzione dell’armata di Erin alle sue spalle: “Io sono Brian di Boruma. Sto andando a morire, ma da uomo libero. Se lo siete anche voi, venite con me”. Detto ciò, il coraggioso guerriero diede il segnale che era solito dare ai suoi compagni di battaglia, prima di iniziare uno scontro, e continuò la sua marcia verso il nemico.

Il sole era alto nel cielo e le spada di Brian risplendeva, come le armi magiche di cui parlavano le leggende degli antichi avi; il giovane guerriero proseguiva impavido e andava incontro alla innumerevole torma dei Vichinghi: schierati in formazione di battaglia, armati sino ai denti, essi rimanevano compatti e attendevano in silenzio l’attacco dei Gaeli.

Mentre avanzava, Brian avvertiva la tensione di chi si sta preparando ad un’audace impresa, destinata probabilmente al suicidio; egli continuava imperterrito la sua marcia da solo, senza udire alcun suono dietro di lui. I Vichinghi lo aspettavano, senza mostrare alcun segno di turbamento.

Brian cominciava a provare una sensazione di inquietudine; non osava girarsi per vedere se qualcuno dei suoi compagni lo stava seguendo; ma rivoli di sudore cominciavano a scorrere lungo il suo corpo e le fitte allo stomaco tradivano una sensazione molto simile alla paura.

Il giovane rampollo di Boruma proseguiva: e via via che andava avanti, comprendeva che si stava avvicinando sempre di più alla sua morte: una morte gloriosa, certo, ma pur sempre inutile.

All’improvviso Brian avvertì qualcosa: il suono dei passi della fanteria dietro di lui, delle spade sguainate, dei bellicosi canti di guerra… e capì di non essere più solo.

Tutta l’armata di Erin aveva deciso di seguirlo, gridando a gran voce un solo nome: “Brian di Boruma! Brian di Boruma!”. L’eroe della resistenza contro i Vichinghi brandì nuovamente la spada ed incitò i suoi alla battaglia.

L’urlo dei guerrieri di Erin si faceva sempre più sonoro e inneggiava al suo condottiero: “Brian di Boruma! Brian Boru!”.

Brian sentì che in quel momento tutta Erin era con lui: quell’armata era un corpo solo ed un’unica volontà: e avrebbe obbedito al suo unico, vero condottiero.

Un solo grido dominava l’intero orizzonte… ed era il grido di un popolo che aveva scelto di rimanere libero: “Brian Boru! Brian Boru!”.

Quando i Vichinghi cozzarono le armi con l’avanguardia dell’esercito di Erin, fu subito chiaro a tutti che non era possibile avere ragione di uno schieramento così compatto e bellicoso.

E gli uomini di Brian Boru sbaragliarono gli uomini del Nord, negando loro per sempre la possibilità di poter conquistare un giorno l’isola; quella sconfitta non segnò solo la fine del sogno dei Vichinghi, ma sancì la rinascita di un popolo intero, che aveva finalmente trovato il suo capo.

“BRIAN BORU! BRIAN BORU!”

 

3.

Le numerose vittorie che Brian Boru riuscì a cogliere contro l’odiato nemico gli valsero onore e gloria, ma anche la stima e la fedeltà di molti dei guerrieri che combattevano per la libertà della loro isola.

La prematura morte del fratello maggiore Mathgamain e la strage perpetrata dai Vichinghi nei confronti di molte famiglie nobili del Münster fecero del condottiero di Boruma non solo uno degli eroi più acclamati di Erin, ma anche uno dei possibili pretendenti al trono della sua provincia.

In pochi anni egli aveva liberato buona parte del suo territorio dal giogo degli uomini del Nord ed era stato acclamato dai suoi conterranei come sovrano del Münster. Ben presto, anche i Rìg del Connaught e del Leinster prestarono formale ossequio al grande Brian, dichiarandosi suoi vassalli; in tal modo, il grande guerriero di Boruma aveva assunto il controllo di buona parte del territorio di Erin, quasi senza colpo ferire.

Si narra che, quando Brian Boru decise di affrontare il sommo Ard-Rìg Máel Sechnaill egli schierò il proprio esercito di fronte alla reggia del sovrano ma non diede battaglia; il confronto tra i due si risolse in un colloquio tra i due re, al termine del quale Brian si limitò a richiedere con decisione la corona dell’intero popolo di Erin; poiché il suo avversario volle chiedergli il motivo, l’eroe di Boruma si limito a rispondere: “Perché io sono il vero Ard-Rìg”. Nessuno seppe contraddire quell’affermazione e Brian divenne così il re supremo.

Occorre sapere che, in quell’epoca, ogni Ard-Rìg era tenuto, prima di ascendere sul trono, a salire sulla Pietra del Destino. Secondo le leggende, infatti, Erin venne colonizzata in tempi antichissimi dal popolo di Danu, altrimenti noti come Túatha Dé Danann (“le genti del dio la cui madre è Danu”). Essi giunsero nell’isola avvolti da una nube magica, sotto la guida del principe Núada, portando con loro quattro oggetti dai poteri soprannaturali.

I quattro tesori che i Túatha Dé Danann avevano portato con sé erano: la Lancia di Lug, la Spada di Núada, il Calderone del Dagda Mor e la Pietra del Destino.

La Lancia di Lúg dal lungo braccio e la Spada di Núada erano due armi invincibili e leggendarie, i cui poteri vennero tramandati di generazione in generazione; in particolare, la spada divenne nota nella tradizione gaelica come Caladbolg e spesso menzionata con il nome di Caliburn. In seguito, essa fu universalmente conosciuta come Excalibur.

Il Calderone del Dagda era un oggetto magico in grado di far rivivere i morti gettati dentro quel paiolo fatato. Inizialmente parte integrante di un rituale legato al ciclo della morte e della rinascita (e, quindi, della reincarnazione), il calderone venne in seguito assimilato ad un altro patrimonio di leggende e divenne noto come il Sacro Graal.

La Pietra del Destino, invece, venne collocata sulla collina di Tara ed utilizzata nei secoli a venire per riconoscere, tra i vari pretendenti al trono, la persona degna di essere acclamata come re supremo: essa, infatti, emetteva un grido al cospetto del legittimo sovrano.

Gli uomini di Erin raccontano che l’ultima volta nella storia in cui la pietra manifestò ai quattro venti la propria approvazione fu proprio in occasione della incoronazione di Brian Boru.

Di questo grande sovrano si narra che egli pacificò l’isola, proponendo agli stessi Vichinghi di entrare a far parte del popolo di Erin; se essi avessero accettato le leggi e i costumi dei Gaeli – rinunciando alle guerre e ai saccheggi -, l’Ard-Rìg li avrebbe accolti come suoi sudditi, con pari dignità rispetto agli altri.

Quasi tutti gli uomini del Nord accettarono di buon grado la proposta di pacificazione di Brian Boru; persino gli abitanti di Limerick – i primi Vichinghi che si ritrovarono a combattere contro il clan dei Boruma – decisero di diventare sudditi di Erin.

I soli a rifiutare la sovranità dell’Ard-Rìg furono i guerrieri della roccaforte dell’Est: essi avevano fondato una florida città, che nella lingua dei Gaeli veniva chiamata Bhaile Átha Cliath ma che i posteri conosceranno con il nome di Dublino, la futura capitale dell’isola nelle epoche a venire.

Brian Boru non gradì questo scorno e richiamò alle armi tutti i guerrieri abili per assediare la città: questa decisione non fu facile, anche perché il Rìg del Leinster Máelmorda mac Murchada appoggiò apertamente il re dei Vichinghi, Sigtrygg Barba di Seta. Lo stesso Brian, inoltre, per facilitare la riconciliazione, aveva sposato Gormflaith, madre del sovrano di Dublino.

Lo scontro tra gli uomini di Brian Boru e i Vichinghi avvenne a Clontarf e fu molto cruento: le fonti narrano che alla fine furono i guerrieri di Erin a prevalere, ma che nel corso della battaglia il sommo Ard-Rìg dell’isola trovò la morte. Egli venne così condotto a Swords per essere vegliato e poi ad Armagh per la sepoltura.

Brian sacrificò la propria vita per il bene della sua isola e dei suoi abitanti, ma riuscì a dare ai posteri un dono che sarebbe stato coltivato per generazioni e generazioni: il sogno di un popolo libero, di una nazione unita sotto un’unica bandiera.

 

The great Gaels of Ireland are the men that God made mad,

For all their wars are merry, and all their songs are sad[1].

 


[1]     G.K. CHESTERTON, The Ballad of the White Horse. Traduzione: I grandi Gaeli d’Irlanda, / gli uomini che Dio fece matti, / chè le loro guerre sono allegre / e sono tristi le loro canzoni.