Il capello di Erminia (Gotico vercellese) – di Daniele Vacchino

– Quel che mi domandi sul capello… La tua risposta risiede in un racconto della tradizione del paese. Io te lo racconto così come me l’hanno riferito i vecchi che sedevano per la strada di notte. Un velo di mistero posava in quei tempi sul ponte che porta all’isola sul fiume. I vecchi credevano che superare il ponte significasse dirigersi nel mondo infero. Al contrario di quel che potresti credere, il timore della gente non era di lasciare questo mondo, avaro di soddisfazioni; la paura riguardava la possibilità di non compiere il trapasso. Restare un’ombra muta nel mondo dei vivi. Agli occhi del morto, il ponte sul fiume appariva sottile come un lungo capello di ragazza. Era necessario conoscere una formula e recitarla: solo in quel modo il ponte sarebbe apparso per quel che era e il maleficio si sarebbe dissolto.

“Quando dal cielo la luce più non cade,

diserto e oscuro, si mostra il regno di Ade,

signore delle ombre dimenticate.

Io vado cercando le orme perdute

negli abissi in cui anche il tempo sprofonda;

le voci tacciono come foglie cadute

sotto il silenzio marino dell’ultima onda.

Avvolta da una nebbia assopita,

mi si avvicina una donna velata,

che mi sfiora con la mano delicata

e mi dona l’ultimo bacio della vita”.

Un mio antico avo mi parlava dal sogno e potevo ancora sentire le sue parole quando già mi ero svegliato. Una mattina lugubre, di nebbia, e poi il rumore delle rotaie, la processione delle ombre sul binario, caracollanti fino ai portoni d’ingresso delle aziende della metropoli, luci macilenti come stracci intrisi di cloroformio.

Avevo conosciuto una ragazza in un locale. Non mi ero nemmeno accorto di lei, mi ero voltato e quella mi fissava, a distanza, con un volto lungo e occhi grandi, sornioni. Trovò il modo per avvicinarsi a me (si era fatta amica altra gente per attraversare il gorgo, per sedermi al fianco? O conosceva già tutti, era solo un gioco di seggiole e il progetto avrebbe fatto sì che di spostamento in spostamento saremmo finiti allo stesso tavolo?). Erminia era il suo nome.

Passarono alcuni mesi in cui non la rividi. Una sera, tornavo dalla stazione e camminavo per una via buia dai lampioni ostruiti dalle foglie e quella mi comparve di fronte. Mi sorrideva appena e mi invitò a casa sua per la cena.

Tornai a casa mia a notte alta e mi misi subito a riposare. La mattina successiva, in bagno, notai qualcosa che scendeva dalla cornice dello specchio: era un lungo capello scuro. Lo toccai e non ebbi dubbi: apparteneva alla ragazza.

“Un suo capello, impigliato qui, come se fosse stata a casa mia?”.

Mi affrettai a raggiungere la stazione. La nebbia si sollevava dai campi nelle campagne che attraversavo col treno e mostrava il paese dei miei avi. Rividi il ponte sul fiume. Ma era la prima volta che lo rivedevo. “Passavo da qui tutte le mattine e me ne accorgo solo ora?”.

Una sera tornai a casa dal lavoro più tardi del solito. Erminia mi aspettava alla porta di casa. Le dissi che ero convinto non conoscesse il mio indirizzo.

– Mi trovavo nei paraggi e ho chiesto in giro – mi disse alzando gli occhi.

Mi prendeva in giro? Mi baciò e mi chiese se poteva entrare. Dopo cena ci distendemmo a letto e facemmo l’amore. Subito dopo mi addormentai e presi a sognare. Un sonno spesso, accompagnato da una sensazione di nausea. Mi trovavo a casa mia e qualcuno suonava alla porta. Andai ad aprire e sul pianerottolo c’era Erminia; dietro di lei vidi una seconda ragazza, che restava silenziosa con gli occhi bassi e i capelli che le ricadevano sulla fronte. Erminia mi chiese se potevano entrare, dato che faceva molto freddo e tremava. Aveva la carnagione molto più pallida e gli occhi erano incerti. Eravamo nella sala e la ragazza che era con Erminia le stava sempre dietro, in disparte. Le guardai, come a chiedere cosa potessi fare per loro, ed Erminia non diceva parola. Mi guardava e i suoi occhi vaghi mi ferirono. Restammo in silenzio alcuni secondi ed io allora capii. Erminia comprese a sua volta che avevo capito. Portai lo sguardo sulla ragazza che fissava terra, poi nuovamente su Erminia. Non ci fu bisogno di parlare. Entrambi ora eravamo a conoscenza dell’identità dell’intrusa.