Category Monografie

À la recherche du fantastique – di Davide Rosso

Bilancio critico di un’Italia magica, notturna, fantastica (1946 – 2014)

Nel 2016 Le Monnier Università ha editato un volume mastodontico e indispensabile per chiunque si interessi di letteratura fantastica. Si tratta di Il fantastico italiano, bilancio critico e bibliografia commentata (dal 1980 a oggi), a cura di Stefano Lazzarin, Felice Italo Beneduce, Eleonora Conti, Fabrizio Foni, Rita Fresu e Claudia Zudini (insomma un team di docenti universitari e di Liceo). Il libro (di ben 986 pagine) è una summa critica su quanto si è scritto sulla letteratura fantastica italiana, in pratica una critica della critica. Tra i tanti meriti del volume vi è quello di tracciare una lineare e chiara storia delle teorie letterarie dedicate a questo genere. Nel leggere il bel saggio introduttivo di Stefano Lazzarin (a capo del progetto) “Trentacinque anni di teoria e critica del fantastico italiano (dal 1980 a oggi)” le sorprese non mancano: anzitutto il dibattito italiano sul fantastico ha origini recenti. La data precisa è il 1970, quando viene pubblicato Introduction à la littérature fantastique di Todorov, imprescindibile contributo che rinnoverà gli studi letterari sui generi. In Italia i primi dibattiti nascono sulla scia di questo lavoro e appaiono nel 1971, ma è ancora poca roba. Lo spartiacque sono due antologie letterarie, una curata da Calvino nel 1983 per Mondadori, intitolata Racconti fantastici dell’Ottocento, l’altra del 1984 a cura di Enrico Ghidetti & Leonardo Lattarulo, il Notturno italiano della Editori Riuniti.

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Haunted Buzzati, le segrete paure di Dino Buzzati – di Davide Rosso

Buzzati fantastiqueur, pasticheur di stili, dìablerìe alla Buzzati.

Nella nostra ricerca sul fantastico nella letteratura italiana, non può mancare un approfondimento su uno scrittore così ingombrante. Autore facile? Per bambini? Trascurato? Eccessivamente rivalutato? Buzzati è stato, dagli anni ’30 fino agli inizi degli anni ’70 l’autore che più di tutti ha indagato i topoi della tradizione fantastica. I suoi racconti, oggi, possono apparire dei pezzi d’antiquariato dove il perturbante veste i panni moderni dell’Italia del dopoguerra, in particolare quella investita dal Boom economico degli anni ’50.

In questo articolo vorrei indagare il Buzzati maggiormente di genere, quello horror o fantascientifico, basandomi prevalentemente sulla sua narrativa breve, a partire dalla prima raccolta del 1942, uscita in anni – come sottolinea bene Fausto Gianfranceschi nell’introduzione agli Oscar Mondadori – tra i più ideologizzati della cultura italiana, dominati da correnti neorealiste, strutturaliste.

In molti studi critici Buzzati è stato accostato a vari scrittori di genere, in particolare si sono fatti i nomi di Hoffmann, Poe, Nodier, James, Wilde, Bierce, Kafka, insistendo su quest’ultimo.

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Italia magica & necrofila – di Davide Rosso

Bilancio critico sui “capolavori” dei “Racconti di Dracula” (e il gotico italiano)

Torniamo a occuparci della collana “I racconti di Dracula”, sorta di Weird Tales all’amatriciana.

Cogliamo l’occasione per leggere alcuni dei primi romanzi della serie (oggi difficilmente reperibili se non attraverso le sorvegliate e limitate ristampe della Dagon press di Pietro Guariello con l’aiuto filologico del collezionista Sergio Bissoli) e cerchiamo di trarre un bilancio critico di questo peculiare fantastico italiano.

Brevemente diremo che “I racconti di Dracula” uscirono nelle edicole italiane nel 1959 e continuarono fino al 1981. L’editore, la ERP, apparteneva al barone Cantarella, nobile siciliano che prima aveva iniziato a muoversi nel cinema, poi era passato al boom della narrativa popolare, in quegli anni al culmine. Cantarella non editava solo i Dracula, bensì anche molte altre collane, offrendo storie di guerra, spionaggio, rifacimenti della narrativa hard boiled americana. Gli scrittori dei Dracula erano tutti italiani, celati sotto pseudonimi anglofoni, un po’ come i registi degli spaghetti western. Molti di questi erano alle prime armi e accettavano il compenso dell’editore (circa 50 mila lire dell’epoca in contanti e non era poco per un centinaio di cartelle!) per aumentare le entrate mensili: tra di loro abbiamo un giudice, un medico, uno psichiatra, un militare di carriera, un giornalista, gente senza troppe ambizioni letterarie. Quasi tutti si vergognavano di quei romanzetti (scritti velocemente ai margini della vita lavorativa e famigliare, senza riletture o scalette e tantomeno editing particolari) e, negli anni, hanno cercato di far perdere le loro tracce. Si trattava insomma di “negri” della macchina da scrivere, mercenari pronti a tutto pur di raggranellare un po’ di quattrini e non certo di fini intellettuali animati da propositi artistici.

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Il buco nero alla fine del Continuum: letteratura e cronaca nera – di Davide Rosso

Nonostante l’età d’oro della cronaca nera (in particolare quella legata agli omicidi seriali) trovi le sue radici negli anni ’80, dopo la lunga stagione del terrorismo stragista europeo, mai come in questi ultimi anni i media sembrano aver affinato le armi di una narrazione totale (penso in particolare ad una trasmissione artefatta come Quarto Grado, ripensata esteticamente da Gianluigi Nuzzi) capace di ibridare i linguaggi e mescolare tra di loro i differenti casi criminali, fino a formare una sorta di ipertesto dell’inquietudine e della morbosità, sorta di contraltare e deriva di questa società virtuale. Chi critica la cronaca nera lo fa dicendo che i crimini (ad esempio in Italia) sono molto diminuiti negli ultimi trent’anni e che non sono certo delitti mediatici come quelli di Avetrana, di Yara o Garlasco a spostarne la percentuale. Dunque? La cronaca nera è stato un termometro politico spesso utilizzato dai vari partiti per rinfocolare paure, razzismi e pregiudizi? Certo. Eppure la cronaca, con la sua abbondanza di particolari, psicologi, criminologi, esperti forensi e set televisivi ipertecnologici sembra smarcarsi dai dati della realtà per scivolare in un monologo accattivante e seducente che si rivolge un po’ a tutti e a nessuno, a destinatari dal basso profilo culturale, agli anziani, agli emarginati, a chiunque senta il bisogno di esorcizzare con la spettacolarizzazione il proprio dolore e quello del mondo.

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Appunti per una Letteratura dell’Orrore nel XXI secolo – di Davide Rosso

Potrebbe essere caduto in un circolo di reincarnazioni e forse non è la prima volta che si ritrova al proprio capezzale. Capisce che cosa gli è successo e già sa che cosa succederà a colui che gli sta davanti, quello che non è più lui, eppure lo è. Trelkovsky ha risolto il mistero, suo e di Moscarda: “in quale preciso istante un individuo cessa di essere la persona che egli – e chiunque altro – pensa di essere?”. Risposta: nel momento in cui si rende conto di essere stato intrappolato in un paradosso di identità e che per lui non c’è via d’uscita fintanto che crede di essere qualcosa che non è. Domandatelo a qualsiasi marionetta convinta di essere una persona.”

Sono queste lucidissime considerazioni di Thomas Ligotti (contenute nella parte finale del saggio filosofico nichilista La cospirazione contro la razza umana) a guidare le brevi e sconnesse considerazioni letterarie che seguiranno. Il paradosso che ci interessa è squisitamente culturale. Pirandello, Topor, Ligotti sono alcuni autori che si sono confrontati con queste tematiche. In Ligotti la questione è limpida: quale miglior paradosso identitario se non la confusione di una marionetta che si crede umana (Pinocchio del nostro Collodi) o di un essere umano che si crede una marionetta. Quasi tutta la letteratura breve dell’autore americano è una spirale su queste tematiche. Quando un individuo cessa di essere ciò che credeva di essere?

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Approccio al problema della Maschera nella letteratura grottesca di Thomas Ligotti – di Davide Rosso

Thomas Ligotti è uno degli autori più originali del panorama letterario degli ultimi anni. Grazie all’opera meritoria di un editore come Ugo Malaguti e di un traduttore/curatore come Armando Corridore, l’opera di questo autore è stata diffusa anche in Italia.

Ligotti inizia a pubblicare racconti (arte alla quale si dedicherà in massima parte) agli inizi degli anni ’80 su riviste amatoriali, rimanendo un autore di nicchia fino a pochi anni fa.

Armando Corridore, nel saggio postfazione a I canti di un sognatore morto, scrive delle considerazioni importantissime per entrare nell’universo di questo scrittore di Detroit, refrattario e isolato. Nella sua prosa è possibile rinvenire tracce culturali molto varie, da Poe, Lovecraft, Chambers, fino a Leopardi, le dottrine esoteriche, alchemiche, i poeti simbolisti miscelati in racconti ancora (parlo dei Canti di un sognatore morto) abbastanza classici con personaggi e intrecci che via via divengono lacerti narrativi di un’introspezione velata, un incubo personale che riverbera un incubo universale, una visione onirica orientata a svelare le trame d’incubo dell’esistenza umana.

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Murder Obsession in the pornofumetto – di Davide Rosso

Avvertimento prima che cominci il concerto.
Parleremo di pornofumetti, insomma Barbieri & Cavedon, senza far troppa distinzione tra loro e altri licenziosi imitatori.
Parleremo, nello specifico, del pornofumetto dei ’70 e ’80 che ha assorbito, a modo suo, la partitura stridula del thrilling coi suoi nomi, pronomi, avverbi.
In quasi ogni collana d’allora è possibile rinvenire mani guantate infiorate d’ascia che sventrano  a passo di danza e uccidono con liturgie frenetiche e traumatiche.

Parleremo del thrilling nel pornofumetto.

Parleremo delle sue ascendenze cinefile.

Magari anche cinofile.

Parleremo ancora del mostro di Firenze.

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Robert Bloch’s Psycho World – di Davide Rosso

contiene alcuni appunti sulle differenze e le somiglianze tra lo sventratore dello Yorkshire e il mostro di Firenze, di cui appunto ricorre il giubileo 1968 – 2018

Dopo anni di ricerche nei vari mercatini delle pulci piemontesi, sono finalmente riuscito a mettere le mani sul volume della biblioteca del giallo Mondadori, Psycho 1 & 2 di Robert Bloch, con le traduzioni di Bruno Tasso e Giuseppe Lippi. Il volume è assai interessante perché contiene l’unica edizione in italiano del seguito del più famoso romanzo di Bloch. La Mondadori, specialmente nella sfortunata collana Horror curata da Giuseppe Lippi, ha sdoganato parecchio materiale di questo autore, concentrandosi particolarmente sui romanzi thriller, o psycho thriller.


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La candida morte: ecco perché il Thrilling anni ’80 resta intatto al suo posto nel “riflusso” – di Daniele Vacchino e Davide Rosso

(…)
Il thriller italico anni ’70 è un monumento centrale dell’immaginario ermetico, linguaggio penetrato nel cinema e lì rimasto, incapace di attecchire in letteratura (I racconti di Dracula copieranno su carta i sintomi del gotico italico o hammer, pochissimo – e male – il thriller).

Fu una tabula rasa che accadde nella parentesi di piombo di quel periodo, tra stragi, golpe, br, afa di lacrimogeni.

La P38 mutò in un rasoio calzato dal cadavere di una mano, ossia dal guanto surrealista della grande trasformatrice, la Morte!
(…)
Il planisfero del thriller ha pure una musica cosmica.
Morricone.
Nicolai.
Trans europa express.
Ferrio.
Orlandi.
Umiliani.
I DeAngelis.
Cipriani.
Melodie sublunari fatte di armonia e numero, tetragrammi perfetti, cerchi genesi al cui centro è nascosto un punto luminoso in cui tutto è celato e non diffonde alcuna luce.
(…)
Torniamo a casa.

Torniamo al thrilling all’italiana, ai suoi lampi surreali, al connubio di morbosità, sesso e morte.

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I desideri erotici di Christine, una esegesi – di Davide Rosso

1 – Franco e il film
Affrontare l’opera di Franco è (quasi) impossibile.
Sicuramente per le mie forze.
Inoltre c’è già chi è riuscito a farlo in modo sublime, mi riferisco a studiosi come Francesco Cesari, Robert Monell, Roberto Curti.
Tuttavia Franco è (rimane per me) un enigma.
Tra quelli che preferisco.
Per questo non posso (perlomeno tentare) di lasciare un’esilissima traccia nel web vorticante, un grumo digitale di righe che collidono, impattano, si schiantano (e accelerano, alienandosi) su qualcosa di Franco.
Lascerei stare tutto, dimenticherei l’opera labirintica, fingerei di aver davanti l’autore avanguardistico e alchemico di un’opera soltanto, la prima che vidi, la mia preferita senza dubbio.
Mi riferisco a I desideri erotici di Christine, del 1971 e distribuito anche con il titolo Una vergine tra i morti viventi.
La prima visione si è consumata su una VHS della Redemption comprata da VECo video alla Rinascente di Torino, poi la VHS italiana della Pulp; entrambe contenevano la medesima versione finita nel DVD italiano della Devil collection della enjoy movies.


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