Category Racconti

In fuga – di Alberto Donel

Ce l’aveva fatta, era evaso! Quante settimane aveva trascorso a studiare le regole di quel carcere, cercando un punto debole nella ferrea sorveglianza e il momento giusto per filare via. Adesso correva nella campagna, avvolto dalla notte novembrina, con l’unico intento di allontanarsi il più possibile dai poliziotti che forse lo stavano già braccando. Seguiva un percorso non del tutto casuale, dato che, da libero, aveva fatto delle escursioni tra i campi e le colline ubertose di quel territorio ancora immune dall’assalto dell’edilizia e del turismo di massa. L’attrazione per le bellezze della natura non lo aveva tuttavia distolto dalle sue attività truffaldine, che gli erano costate una severa condanna.
“Non mi riprenderanno! Farò in modo che perdano le mie tracce, e in gabbia non ci tornerò più!” promise a sé stesso. Dopo circa tre ore, saltellando tra gli acquitrini di una bassura, intravide in lontananza un caseggiato. Cominciava ad avvertire la stanchezza, e riposare al coperto sarebbe stato meglio che all’addiaccio.

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Una settimana di festeggiamenti (Gotico vercellese) – di Daniele Vacchino

Tanti anni fa, viveva in paese un vecchio avido che aveva fatto fortuna trasportando attraverso il fiume certa merce di contrabbando. Era mal messo, zoppo e completamente sordo da un orecchio, ma tardava a rimetterci la pelle. Era inviso a tutto il paese, per via dei modi di fare spigolosi e del suo ottuso egoismo. Non aveva avuto figli; i parenti, tutta gente che tirava a campare, non vedevano l’ora di ballargli sulla tomba. Le malelingue dicevano che passasse le notti dalla maga, per scongiurare il trapasso. Nonostante la sua avversione alla morte, aveva avuto grande cura nel prepararla. Nei momenti di ottimismo, guardava al suo funerale come al primo giorno di una seconda vita. In quest’ottica, come molti compaesani abbienti, aveva provveduto ad accaparrarsi una lapide in un punto soleggiato del camposanto. Ma si era spinto oltre: nel tentativo di controllare il momento dell’ultimo saluto, in gran segreto aveva già fatto incidere sulla lapide il suo nome e fatto apporre la fotografia. Per una questione di superstizione, aveva fatto coprire la lapide incisa. Non voleva certo che la morte, invitata dalla nuova lapide, anticipasse la sua venuta! Era un vecchio spilorcio che sapeva fare i suoi conti.

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Il capello di Erminia (Gotico vercellese) – di Daniele Vacchino

– Quel che mi domandi sul capello… La tua risposta risiede in un racconto della tradizione del paese. Io te lo racconto così come me l’hanno riferito i vecchi che sedevano per la strada di notte. Un velo di mistero posava in quei tempi sul ponte che porta all’isola sul fiume. I vecchi credevano che superare il ponte significasse dirigersi nel mondo infero. Al contrario di quel che potresti credere, il timore della gente non era di lasciare questo mondo, avaro di soddisfazioni; la paura riguardava la possibilità di non compiere il trapasso. Restare un’ombra muta nel mondo dei vivi. Agli occhi del morto, il ponte sul fiume appariva sottile come un lungo capello di ragazza. Era necessario conoscere una formula e recitarla: solo in quel modo il ponte sarebbe apparso per quel che era e il maleficio si sarebbe dissolto.

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Neve – di Gabriele Luzzini

Boris Petrovic Smelov, soldato della gloriosa Armata Rossa, stava trascinando i suoi passi nell’immensa distesa innevata. Gli stivali, ormai logori e sfondati, non erano più in grado di proteggere i suoi piedi e avvertiva un principio di congelamento alle estremità.
L’orecchio aveva smesso di sanguinare ma non riusciva più a sentire e si muoveva disorientato.
L’imboscata dei tedeschi era stata tremenda a causa dell’esplosivo che avevano precedentemente piazzato.
Ancora si domandava perché il comdiv, il comandante di divisione, li avesse mandati là dietro precise istruzioni del politruk, il commissario politico.

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Una bizzarra abitudine – di Gabriele Luzzini

Era un giorno come tutti gli altri e Clotilde de Rossi si stava accingendo ad uscire di casa.
Per il suo porsi sempre altezzosa, pur non essendo di nobile lignaggio, il macellaio della piccola cittadina di Selanette, frazione del più noto Calé, la definiva semplicemente ‘La Signora’.
Clotilde aprì la scarpiera per individuare un paio di ‘escarpin’ che si abbinassero al suo rossetto ed al suo umore. Nonostante si stesse avvicinando con rapidità agli 80 anni, ci teneva moltissimo a sentirsi perfettamente in ordine.

Individuò un paio bordeaux, tacco quadrato di 8 centimetri, e con sorprendente agilità le calzò.
Il sonno l’aveva completamente rigenerata.
Mentre usciva, si riassettò un ciuffo che, impertinente, le era sceso sopra il viso.
Si ostinava a non portare gli occhiali, nonostante il dottor Margiafossi, il suo oculista da più di trent’anni e per breve tempo anche compagno di vita, avesse diagnosticato un lieve peggioramento nel suo visus.

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Il cadavere che non voleva una tomba – di Davide Rosso

Personaggi principali:
DINO BARBERO professore di Storia
CARLO DECOVIC scultore, cugino del Barbero
NARRATORE amico del Barbero
QUINTINO BARBERO zio defunto del Barbero
GUGLIELMO FRAGONARD professore in pensione
ISPETTORE LANG uno degli inquirenti

La grande nevicata cominciò la sera del 23 dicembre.
I rumori del traffico si affievolirono, le tracce dei pneumatici, le orme dei passanti e tutti gli altri segni del mondo civile vennero cancellati da fiocchi bianchi che scendevano volteggiando dalla sorgente illimitata del cielo. La gente si chiedeva se avrebbe mai smesso. Io, invece, mi sentivo così stanco, da non badar più a tutto quel biancore. Desideravo solamente tornare a casa, riscaldare le mie povere ossa, assopirmi nel letto e dimenticare ogni cosa.

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La Morte contadina – di Daniele Vacchino

Senza che ce ne fossimo accorti, la notte era sopraggiunta con il suo corpo muto. Dai campi di riso salivano esili rumori, come se bambini acquattati lungo i fossi stessero bisbigliando tra loro. Vanni, il mio fraterno amico, ed io stavamo camminando sulla strada, parlando delle nostre faccende, per allontanare la calura estiva che aveva assediato la città...

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La lapide e l’orgasmo – di Monika M.

Ho sempre avuto problemi con la morte, con quel che rappresenta e di conseguenza con tutti i simboli ad essa legata ed è straordinario per me ora trovarmi sdraiata in piena notte, qui, nuda sulla lapide di un perfetto estraneo con l’ennesimo sconosciuto. L’incuria che regna in questo cimitero getta malinconia nel mio animo, tutti coloro che qui son stati sepolti paiono esser stati dimenticati, ripudiati dai loro cari e languida mi abbandono alla lapide che da molto non riceve visite, immaginando già di profanarla con i miei orgasmi. Il mantello, scosso dal vento, carezza le mie gambe nude facendomi sorridere, la sua maschera è indubbiamente più ricercata della mia tunica bianca scivolata sull’erba bagnata di brina appena dopo aver incontrato i suoi gelidi occhi neri.
Non posso certo farmene una colpa , non saper nulla dell’altro è l’unica cosa che mi eccita veramente ed esalta e rende reali nella mia mente i giochi di ruolo in cui amo esser posseduta. L’annuncio prometteva essere un’esperienza fuori dalla realtà e veduto il suo travestimento ed il luogo dell’incontro non ho difficoltà nel crederlo, persino il tocco della mia pelle sul gelido marmo mi appare onirico, irreale ed estremamente eccitante il suo bisogno di mio consenso per tutto quello che dovrò subire…

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Il grande nemico – di Daniele Bello

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Il cavaliere, armato di tutto punto, stava attraversando il cuore della Foresta Nera da diverse ore, ormai; vestiva un’armatura dalle tinte verdi e le sue armi risplendevano di una luce verde smeraldo.

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Il castello Onirico – di Monika M.

Accomodata al grande tavolo di noce scuro nella biblioteca della Castello, annoiata, si stiracchiò rumorosamente . Una pioggerellina leggera ma incessante rigava i vetri delle finestre piombate che incorniciavano il paesaggio del giardino esterno ingrigito dal mal tempo.

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