Category Racconti

La risposta giusta – di Gabriele Luzzini

«Sto selezionando una persona adeguata all’incarico… Lei non è il primo e pertanto non cerchi di impressionarmi. Sia solo sincero…» esordì bruscamente l’uomo in doppiopetto e dal volto malaticcio, mollemente adagiato sulla poltrona dietro la scrivania mentre si accarezzava la barba brizzolata.
Arturo Mainoni non riusciva distogliere lo sguardo dall’espressione determinata dall’uomo...

Read More

Hai rovinato tutto – di Andrea C.

Si appoggiò al lavandino, sospirando. Non lo trovava un lavoro piacevole, non in quel momento. Le guance ed il collo gli dolevano e continuare a passarci sopra la mano non aiutava di certo. Anche il resto del corpo era malconcio e gli faceva male, ma i vestiti lo avrebbero coperto per bene.
Alzò il volto e si osservò al di là del vetro.
«Perciò adesso che si fa?»
Aveva qualche vaga idea.
«Certo, qualche idea. Io lo so cosa vorresti. Spargi bene a sinistra, si vede ancora. La tua sinistra tesoro. E’ solo che non puoi prendere e fare i bagagli così di colpo. Non sei abbastanza sveglio per sopravvivere di stenti. E poi, lui ti troverebbe.»
Riccardo si passò il fondotinta sullo zigomo sinistro, cercando di spargerlo e creare un effetto il più realistico possibile.
«Ti consiglio di rifletterci. La vita comporta delle scelte Riki. La tua vita non la sua.»
Osservò la sua immagine nel grosso specchio appeso alla parete del bagno. Si tranquillizzò, guardando attraverso quel riflesso.

Read More

Manichini & sonnambuli – di Davide Rosso

Scrivo qui nel santuario e non so da dove cominciare. Scrivo di qualunque cosa pur di non far calare le palpebre sugli occhi e scivolare nel sonno, quindi comincio da questo posto, da quel che so o che mi ricordo. Del santuario se ne conservano tracce già nel 1500. Una leggenda parla di un taglialegna eretico, che, nell’abbattere con l’ascia un castagno, sentì un lamento provenire dal tronco, poi, sulla cima dell’albero, apparve una Madonna con un bimbo in grembo. L’altare maggiore della chiesa custodisce ancora l’affresco della Madonna recante sul volto di Maria le tracce dipinte del sangue uscito dalle ferite procurate dall’ascia. All’altare si accede salendo un gradino che immette nel modesto vano che racchiude il tabernacolo col legno originale del castagno dell’apparizione. Ne rimane solo un ciocco annerito, il resto se lo sono portati via, negli anni, i vari pellegrini, che ne strappavano dei frammenti come preziosa reliquia. Il tabernacolo è in un muro pieno di ex voto lasciati in cambio della guarigione, messaggi scritti sui muri, scongiuri, riti penitenziali, fino all’offerta di cibarie: un bastone appeso da uno che ha avuto la grazia di non essere più zoppo, un fiocco celeste per la nascita di un bimbo, dei rosari, la foto di una bimba col violino in mano e la dedica alla Madonna perché la faccia diventare una brava musicista così da poterci poi sfamare il resto della famiglia. Prendo degli opuscoli (opuscoli che uso per scrivere con precisione storiografica questa pagina) e due santini. Poi esco. Mi affaccio da un balconcino di terra che precipita e si dissolve sulla piana frastagliata: il paese non esiste, diviso com’è in micro frazioni spezzate dal fiume, dagli argini, dai canali. Le ombre si rincorrono tra le muraglie arabescate dei germogli, grovigli morti di gemme congelate e luce affumata che indugia tra l’ossatura degli olmi centenari e i sassi di strada, scogli per legioni di larve…

Read More

Le due sponde (Gotico Vercellese) – di Daniele Vacchino

Ero giunto a un paese remoto seguendo un percorso molto particolare, tracciato sulle indicazioni di antichi libri e disegnato assecondando le bizzarrie della mia mente. Era mia intenzione dare alle stampe un libro sui luoghi dimenticati della zona. Dare forma ai fantasmi, inseguire le figure che sopravvivono alla modernità. Il tracciato era quello battuto dal corso del fiume Sesia, un fiume sinistro, cangiante, ricco di anse e dal bacino mutevole. Ero sicuro che non solo antiche edicole e chiese allagate, ma interi paesi abbandonati avessero dimora sulle sue coste. Così, giunsi al paese di Greggio incuriosito dalla radice di quel nome, che faceva riferimento, forse, al greto, in ricordo delle alluvioni.
Greggio era cupo e abbandonato. I muri graffiati erano marci e cadenti, le imposte divelte e i cancelli corrosi dalla ruggine. La chiesa doveva essere stata smontata da predoni e le case mangiate dai topi. Fortunatamente era estate e trovai ricovero in una soffitta scalcinata e sporca. Trascorsi la prima notte nel buio completo. Da dove mi trovavo, potevo sentire il fiume scorrere, con il suo fragore di mandria. Di giorno scattavo fotografie, per delineare la planimetria del posto. Quando avevo terminato, scendevo al fiume: la golena, ampia e ferruginosa, testimoniava la capacità del corso d’acqua di modificare il territorio, di stravolgere l’equilibrio degli spazi e di decidere cosa potesse restare fuori dall’acqua e cosa dovesse essere sommerso. Mi ero persuaso che, a giudicare dalla lontananza di certe pietre, il fiume si fosse trovato nel tempo anche a un chilometro di distanza dal tracciato attuale.

Read More

L’inghiottitoio – di Davide Rosso

Camminavo nella città medievale avvolta dalla nebbia, vedevo le stradine rimpicciolirsi davanti a me e le piazze aprirsi su pozzi e olmi pietrificati dal tempo. Sotto i palazzi settecenteschi del centro i radi passanti si ammassavano per scrutare i manichini oltre le vetrine luccicanti, oppure per riscaldarsi vicino al tripode fumante delle caldarroste. Era la sera dei morti e da qualche parte i campanari suonavano per commemorare i defunti, sgranocchiando castagne lessate e dando potenti strappi di corda. Con la mia candida giubba attillata, camminavo in una strada senza strepiti, più intima e tortuosa dei ghetti ebraici. I lampioni a gas erano accesi e proiettavano sotto i portici superbe figure del nostro passato, ombre carnevalesche lastricate di pupille morte e capricci malati. A un tratto fui attratto dalle reclàme di una vetrina che non avevo mai veduto prima. Pareva un ammasso confuso di libri, briciole di pagine ingiallite come schiuma luminosa su pozzanghere d’inchiostro. Attirato dall’idea di trovare qualche curiosità, mi sottrassi alla lucerna della strada ed entrai in quell’antro semibuio, appena schiarito da un cespuglio di candele accese su catafalchi di libri impilati ovunque come trappole pronte a scattare. Oltre la pupilla fosforescente della cera, intravidi una figurina che pareva uscita da qualche stampa del passato: era un omino di gesso, vecchissimo e macilento, magro e quasi senza denti, con le guance cadenti, gli occhi infossati nel cranio e pochi capelli argentati simili a lunghe bave di ragno. L’omino vestiva un giacchettino a coda e pantaloni sdruciti. Parve ridestarsi da un sonno lunghissimo e indecifrabile dentro al quale aveva consumato l’intera notte dell’esistenza. Non disse nulla e io non lo infastidii con frasi di circostanza, desideroso di vagabondare tra la carne sparpagliata di quei volumi, su cui nessuno pareva essersi mai soffermato.

Read More

In fuga – di Alberto Donel

Ce l’aveva fatta, era evaso! Quante settimane aveva trascorso a studiare le regole di quel carcere, cercando un punto debole nella ferrea sorveglianza e il momento giusto per filare via. Adesso correva nella campagna, avvolto dalla notte novembrina, con l’unico intento di allontanarsi il più possibile dai poliziotti che forse lo stavano già braccando. Seguiva un percorso non del tutto casuale, dato che, da libero, aveva fatto delle escursioni tra i campi e le colline ubertose di quel territorio ancora immune dall’assalto dell’edilizia e del turismo di massa. L’attrazione per le bellezze della natura non lo aveva tuttavia distolto dalle sue attività truffaldine, che gli erano costate una severa condanna.
“Non mi riprenderanno! Farò in modo che perdano le mie tracce, e in gabbia non ci tornerò più!” promise a sé stesso. Dopo circa tre ore, saltellando tra gli acquitrini di una bassura, intravide in lontananza un caseggiato. Cominciava ad avvertire la stanchezza, e riposare al coperto sarebbe stato meglio che all’addiaccio.

Read More

Una settimana di festeggiamenti (Gotico vercellese) – di Daniele Vacchino

Tanti anni fa, viveva in paese un vecchio avido che aveva fatto fortuna trasportando attraverso il fiume certa merce di contrabbando. Era mal messo, zoppo e completamente sordo da un orecchio, ma tardava a rimetterci la pelle. Era inviso a tutto il paese, per via dei modi di fare spigolosi e del suo ottuso egoismo. Non aveva avuto figli; i parenti, tutta gente che tirava a campare, non vedevano l’ora di ballargli sulla tomba. Le malelingue dicevano che passasse le notti dalla maga, per scongiurare il trapasso. Nonostante la sua avversione alla morte, aveva avuto grande cura nel prepararla. Nei momenti di ottimismo, guardava al suo funerale come al primo giorno di una seconda vita. In quest’ottica, come molti compaesani abbienti, aveva provveduto ad accaparrarsi una lapide in un punto soleggiato del camposanto. Ma si era spinto oltre: nel tentativo di controllare il momento dell’ultimo saluto, in gran segreto aveva già fatto incidere sulla lapide il suo nome e fatto apporre la fotografia. Per una questione di superstizione, aveva fatto coprire la lapide incisa. Non voleva certo che la morte, invitata dalla nuova lapide, anticipasse la sua venuta! Era un vecchio spilorcio che sapeva fare i suoi conti.

Read More

Il capello di Erminia (Gotico vercellese) – di Daniele Vacchino

– Quel che mi domandi sul capello… La tua risposta risiede in un racconto della tradizione del paese. Io te lo racconto così come me l’hanno riferito i vecchi che sedevano per la strada di notte. Un velo di mistero posava in quei tempi sul ponte che porta all’isola sul fiume. I vecchi credevano che superare il ponte significasse dirigersi nel mondo infero. Al contrario di quel che potresti credere, il timore della gente non era di lasciare questo mondo, avaro di soddisfazioni; la paura riguardava la possibilità di non compiere il trapasso. Restare un’ombra muta nel mondo dei vivi. Agli occhi del morto, il ponte sul fiume appariva sottile come un lungo capello di ragazza. Era necessario conoscere una formula e recitarla: solo in quel modo il ponte sarebbe apparso per quel che era e il maleficio si sarebbe dissolto.

Read More

Neve – di Gabriele Luzzini

Boris Petrovic Smelov, soldato della gloriosa Armata Rossa, stava trascinando i suoi passi nell’immensa distesa innevata. Gli stivali, ormai logori e sfondati, non erano più in grado di proteggere i suoi piedi e avvertiva un principio di congelamento alle estremità.
L’orecchio aveva smesso di sanguinare ma non riusciva più a sentire e si muoveva disorientato.
L’imboscata dei tedeschi era stata tremenda a causa dell’esplosivo che avevano precedentemente piazzato.
Ancora si domandava perché il comdiv, il comandante di divisione, li avesse mandati là dietro precise istruzioni del politruk, il commissario politico.

Read More

Una bizzarra abitudine – di Gabriele Luzzini

Era un giorno come tutti gli altri e Clotilde de Rossi si stava accingendo ad uscire di casa.
Per il suo porsi sempre altezzosa, pur non essendo di nobile lignaggio, il macellaio della piccola cittadina di Selanette, frazione del più noto Calé, la definiva semplicemente ‘La Signora’.
Clotilde aprì la scarpiera per individuare un paio di ‘escarpin’ che si abbinassero al suo rossetto ed al suo umore. Nonostante si stesse avvicinando con rapidità agli 80 anni, ci teneva moltissimo a sentirsi perfettamente in ordine.

Individuò un paio bordeaux, tacco quadrato di 8 centimetri, e con sorprendente agilità le calzò.
Il sonno l’aveva completamente rigenerata.
Mentre usciva, si riassettò un ciuffo che, impertinente, le era sceso sopra il viso.
Si ostinava a non portare gli occhiali, nonostante il dottor Margiafossi, il suo oculista da più di trent’anni e per breve tempo anche compagno di vita, avesse diagnosticato un lieve peggioramento nel suo visus.

Read More