De Gothia: Il sentiero non battuto (1994) – Attraverso gli anelli di 12 scuri (2004) – di Davide Rosso

– I fotoromanzi porno del mostro di Firenze e altri fantasmi del desiderio –

De Gothia (alias Stefano Galastri) era un medico (è deceduto da poco) e nel 1994 dattiloscrisse un documento intitolato Il sentiero non battuto. Lo scritto fu inviato con poca fortuna a qualche avvocato e a qualche giornalista. L’idea di base a quello scritto venne ripresa da Giuseppe Alessandri ne La leggenda del vampa, edito nel 1995 e poi da Nino Filastò nel suo monumentale Storie delle merende infami (2005). De Gothia rivide il testo nel 2004, ribattendolo a computer, eliminando una parte delle immagini a corredo del testo battuto a macchina e inserendo una serie di documenti in più nella parte finale. Il titolo cambiò in qualcosa di assai ermetico e oscuro, Attraverso gli anelli di dodici scuri. Bene. Torniamo all’inizio, alla versione battuta a macchina e visionata da pochi. Il sentiero non battuto.
Di cosa parlava questo De Gothia? Il testo anonimo, dattiloscritto, accompagnato da una serie di immagini prese da locandine e fotogrammi di film, è inviato in particolare a un giornalista del Giorno, pregandolo di prenderne visione a patto di non rivelare il nome dell’autore.
Dunque l’opera di De Gothia si ammanta di mistero, rimane inedita, non pubblicata, poco diffusa. Al centro dell’indagine l’operato del mostro di Firenze dal 1981, anno dell’attentato al Papa, del matrimonio di Carlo d’Inghilterra, del dramma di Vermicino e delle emittenti private, anzi delle micro-emittenti private, inzeppate di film spazzatura, spots demenziali e anteprime cinematografiche dell’Anica-flash programmate a tamburo battente. Il cinema di genere italiano, in quel 1981, è agonizzante. Fulci è appena diventato il padrino del gore e fa in tempo a girare la sua opera in nero. Bava è già morto, Argento prepara la sua ultima opera significativa e Lamberto Bava gira dei piccoli gioielli thrilling che verranno inghiottiti nel buio per moltissimi anni. De Gothia incentra il suo lavoro non tanto su qualche inutile e pallosa indagine criminologica, bensì su questo mondo filmico, su quegli ultimi anni selvaggi di visioni fuori dal coro. In particolare accende la nostra attenzione su una pellicola americana, appena uscita in quell’anno: Maniac, un horror schizo-paranoide diretto dallo specialista William Lustig. De Gothia compie un grande sforzo per riannodare i fili della memoria sul trailer dello slasher americano, incentrato sulla famigerata scena del ponte di Verrazzano (da noi si chiamava così anche un commissario interpretato da Luc Merenda), anche conosciuta come la scena dei ragazzi della discoteca. Nella sequenza in esame si vede una coppietta appartata in un coupé nei pressi del ponte. Da noi, in Italy, avevamo visto qualcosa di simile nel proto-slasher di Sergio Martino I corpi presentano tracce di violenza carnale, dove un assassino seriale ammazzava una coppietta che amoreggiava in auto, esibendo – già nel 1973, quando ancora il mostro non esisteva ufficialmente e prima di quel famigerato delitto del 1974 su cui torneremo presto – sinistre analogie con quello che sarebbe avvenuto poco dopo nella realtà. Nel film americano improvvisamente lei si accorge di un uomo che li spia. Il ragazzo fa per riaccendere l’auto, ma il maniaco emerge dalle nebbie dell’Upper Bay, balza sul cofano e spara verso i due con un fucile da caccia. Giugno 1981. De Gothia ci dice che le tv private della Toscana continuano a replicare il trailer con questa scena. La sera del 6 giugno 1981 il mostro (di Firenze) massacra Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio. Nei cinema Maniac non era uscito, però era possibile vedere in programmazione nella provincia di Firenze film come Black cat di Fulci, L’aldilà, Cannibal Ferox, Le notti di Salem, tutti in date che oscillano tra il 2 maggio e il fatidico 6 giugno del 1981. La tesi di De Gothia, alla base del suo affascinate scritto, è che la serie omicidiaria 1981 – 1985 sia stata scatenata dalla visione del film Maniac o dalle parti presentate nel trailer dell’Anica-flash, cancellando quella latenza misteriosissima che separava il delitto del 1981 da quello del 1974. Per De Gothia le analogie col film del 1980 sono elevate. Il manico del film americano si chiama Frank Zito (interpretato dal bravo caratterista Joe Spinell) e uccide ragazze scalpandole con un affilatissimo “cutter” (arma bianca molto usata nel thriller degli anni ’80, in particolare da Lamberto Bava nel suo La casa con le scale nel buio, altra piccola gemma impregnata dalla cappa di morte di quegli anni). Gli scalpi vengono poi conservati e infissi sulla testa di un manichino. Anche gli abiti delle ragazze vengono portati via e usati per abbellire i manichini. Ecco in sequenza i delitti del mostro filmico: una coppia che campeggia all’aperto (la ragazza viene sgozzata, il ragazzo strangolato); una giovane prostituta, strozzata e scalpata; la coppia della discoteca uccisa a fucilate; una nurse trafitta con una baionetta nella toilette della metropolitana; una fotomodella bionda seviziata con un coltello. Maniac è ovviamente impotente, è uno schizofrenico paranoide con allucinazioni uditive che riguardano i suoi manichini e la figura della madre morta. Il film arriva nelle sale nell’ottobre del 1981 e il 22 ottobre c’è proprio il secondo omicidio di quell’anno ed è l’unica volta in cui l’omicida uccide per 2 volte nel medesimo anno, come per rispondere, ci spiega De Gothia, alle recenti stimolazioni della pellicola americana: Maniac asporta dei feticci dalle sue vittime femminili, esattamente come farà il mostro di Firenze, operando una novità sostanziale rispetto al delitto matrice del 1974 e in coincidenza con l’uscita dei film in Italia. Altre coincidenze di quel 1981 tra il film e il delitto di Roveta e Calenzano (i due sobborghi fiorentini): le coppiette in auto, di notte, in un posto isolato, la discoteca da cui esce una delle due coppie, esattamente come nella pellicola, la sopravvivenza, per pochi istanti, della ragazza rispetto al fidanzato, subito neutralizzato dal mostro. Il 22 ottobre è l’ultimo giorno di programmazione del film al cinema teatro Nazionale di Firenze; l’ultimo spettacolo inizia alle 22.30 e la scena del ponte di Verrazzano accade al 26° minuto. Intanto, alle 23 il mostro reale uccide parallelamente Stefano Baldi (somigliante col disco boy del film, interpretato dal famoso truccatore Tom Savini) e Susanna Cambi. Il testo poi ci spiega nel dettaglio come funzionava allora la distribuzione cinematografica, elencando i distributori cittadini e le filiali nazionali di allora, cercando di ricostruire la diffusione (anche attraverso i flani, le fotobuste) e la penetrazione, non solo a Firenze, del film americano. De Gothia tenta l’impossibile, ricostruendo la vita delle bobine del film, i luoghi in cui è stato proiettato nel corso del 1981. A cosa può portare tutto questo? A dirci, semplicemente, che in quel 1981, probabilmente, il mostro è entrato in una sala cinematografica e che forse ha assistito a un film che gli ha riportato alla mente episodi accaduti prima, nel 1968 e nel 1974, a Rabatta di Sagginale, azzardando l’ipotesi affascinante di un contagio culturale del male, propagato dalle morbosità pornografiche di certi film, libri e fumetti (la stagione dei porno fumetti sadici di Barbieri & Cavedon era ancora in pieno svolgimento; per tutti gli anni ’70, questi due editori hanno riempito le edicole con piccoli albetti impregnati di sesso necrofilo, stupri, violenze al corpo femminile, sessi straziati e altro ancora). Il delitto del 1974, acutamente secondo De Gothia, si colloca a metà tra il delitto senza piacere del 1968 e quelli gelidi del 1981 – 85. Nel 1974 il mostro si accanisce su Stefania Pettini in modo anomalo, suggerendo la vendetta di un corteggiatore che non corteggiava, di uno spasimante che neppure, se non di vista, la conosceva. L’omicida, nel 1974, si pone su un piano diverso, autonomo rispetto a tutti gli altri. Si pensi alle 97 stilettate inferte post-mortem al corpo della povera Stefania, al tralcio di vite infilato nella vagina, alle 10 coltellate inferte a Pasquale Gentilcore (il fidanzato) quand’era già morto, quasi come uno sfregio postumo. Tutto ciò potrebbe suggerire che Stefania non fu scelta a caso. Tutto ciò inizia tra i 30 e i 40 anni, probabilmente perché la consapevolezza di avere davanti a sé un periodo di vita limitato fa pensare di non essere più in grado di realizzare quei sogni di una vita, dichiarati o latenti che, pertanto, si ritiene non possano compiersi mai più. Lo svanire della bellezza fisica, della giovinezza, magari della possibilità di sposarsi o di avere figli, di aver successo, che si crede di meritare nel lavoro, possono far sentire come insicura, vacillante ed esposta a mille pericoli quella posizione che fino ad allora pareva ben salda. A queste oscure minacce, a queste frustrazioni e delusioni, che, con l’avanzare dell’età, sono destino comune, una personalità paranoide può reagire con la regressione, con il rifugio nel delirio. Il testo di De Gothia si perde in una lunga digressione psichiatrica del paranoide tipo, descritto come poco flessibile, scontroso, riservato, intollerante e conscio che il minimo imprevisto lo possa far crollare. Per tale motivo ha bisogno di barriere difensive, trincee mentali con cui respingere gli altri: non pensa alle proprie mancanze, riducendo l’amore o il sesso a qualcosa di astratto, platonico, sublimato. Come mai il delitto del 1974 è così diverso? Come l’erotomania narcisistica del mostro è entrata in contatto con Stefania? Non lo sapremo mai. Forse a scuola? Al lavoro? Su un treno? Di certo, nei verbali degli interrogatori di allora non vi è nulla, non si è pervenuti a nulla di minimamente rilevante. Stefania abitava vicino a Vicchio, lavorava a Firenze. Si spostava su un autobus? Per un erotomane passivo come il mostro sarebbe stato un luogo e una situazione senza fatica, un modo per far germogliare una storia d’amore a senso unico. Forse delle avances larvate. Lunghi pedinamenti che gli permettevano di scoprire dove la ragazza si appartava col fidanzato, sempre nel medesimo campo abituale. Non è poi così improbabile. Agli atti rimane una mezza confessione della stessa Stefania ad una amica, circa un brutto incontro, su cui la giovane non avrà il tempo di approfondire, visto che verrà ammazzata poco dopo aver fatto quella confidenza. Il 14 settembre 1974, tra quei filari di viti, sulla destra del fiume Sieve, a Rabatta di Sagginale, la vita di Stefania verrà tranciata brutalmente, le braccia a croce, le gambe divaricate. Una bambola oscena. 10 anni dopo, nel 1984, sarà Pia Rontini a finire nel medesimo modo, quasi un revival nostalgico (anche qui documentati degli strani avvistamenti attorno ai ragazzi il giorno stesso della loro morte). Tornando a Stefania, alcuni anni dopo la sua morte qualcuno penetrò nel cimitero di Borgo san Lorenzo e manomise e profanò la tomba di Stefania. Forse ancora un eco di quella passione che nemmeno la furia omicida era riuscita a placare. Anche De Gothia, come altri prima di lui, ricorda una serie di delitti, parallela a quelli delle coppiette, ai danni di alcune meretrici negli anni tra il 1982 e il 1984, similmente a quanto avveniva nel film Maniac, dove Frank Zito ammazzava una prostituta. Nell’ultima parte del dattiloscritto fotocopiato, ci si concentra sul mondo dei guardoni e sulla possibilità che l’omicida riuscisse a controllare i luoghi dei delitti con l’ausilio di una strumentazione ottica particolare, ad esempio binocoli e visori notturni facilmente reperibili in quegli anni, sugli annunci pubblicitari di tante riviste pornografiche. In questo modo avrebbe potuto raggiungere e lasciare i luoghi delle mattanze senza far uso di luci, lasciando l’auto in un paese vicino. Nel finale De Gothia immagina un mostro appena 50 enne, a suo modo soddisfatto, in tregua unilaterale col mondo, interessato a tutte le vicende che continuano a tener vivo il suo ricordo, ancora al giorno d’oggi.

Passano 10 anni di silenzio, non del mostro ma di De Gothia e l’autore torna con testo, rivisto e ribattuto, con vistose aggiunte. Attraverso gli anelli di 12 scuri si presenta dunque impaginato al computer, con una nuova premessa dell’autore sui pasticci dell’indagine e una critica palese ai vecchi e nuovi cacciatori del mostro che tra loro hanno fatto altro che confondersi. L’autore si rivolge direttamente alle nuove generazioni, a coloro che hanno meno di 30 anni e che non hanno mai sentito parlare di questi delitti. Segue il testo del 1994, con la tesi per cui la visione di Maniac ha riattivato la memoria del mostro e del suo delitto sepolto, quello del 1974. Come nel testo originario, De Gothia dibatte a lungo sull’esatto contenuto del trailer, chiedendosi se era contenuta una immagine che poteva far intuire (anche a chi ancora non aveva visto la pellicola – ricordiamo che alla data del primo delitto del 1981 il film non era ancora uscito nelle sale) il metodo delle escissioni ai danni delle vittime femminili. Nel movie Maniac scalpa le vittime. Il mostro, da quel 1981 inizierà a sezionare il pube femminile. I capelli. I peli della vulva. Una analogia sinistra. Per De Gothia troppi anni lo separano dalla sua gioventù e da quel 1981, perciò gli riesce difficile ricordarsi esattamente del trailer. Per noi oggi è semplicissimo. Ebbene si, nel trailer americano della pellicola era contenuta una scena veloce in cui il cutter del pazzo si posava sulla cute, un attimo prima di iniziare la macabra escissione. Dunque il mostro poteva aver assorbito quello spezzone subliminale ed essersi ispirato per i suoi omicidi brutali? Il nuovo testo presenta una serie nutrita di approfondimenti, pieni di particolari di prima mano, inediti in buona parte dei libri pubblicati sul mostro (cosa che rende, insieme ai testi di Filastò, l’opera di de Gothia tra le più appassionanti del genere). L’autore ripassa uno a uno i delitti, perdendosi in una miriade di dettagli, talmente vividi da far pensare ad una visione in blu ray, ad una lettura in 4K. Uno riguarda il delitto del 6 giugno del 1981, quello di Scandicci e il sottobosco occulto dei guardoni. Qui De Gothia ricostruisce minuziosamente la vita di Carmela Di Nuccio e di Giovanni Foggi, le due giovani vittime. Ne scandaglia le vite, portando alla luce particolari semplici, destinati a svanire dalla mente. Tutto fino a quella sera, fino alle 23.30 di quel 6 giugno, quando la Ritmo di Giovanni imbocca via dell’Arrigo per poi finire in una strada poderale sterrata. Non c’è luna. Buio assoluto. I lontani rimbombi della discoteca Anastasia. Nomi femminili. Evocazioni lontane, ancestrali. L’assenza di luna. Occhi di luna. Ecate. Altri tulpa. Occhi di buio. Occhi di mostro. E non solo. De Gothia suggerisce la presenza dei guardoni, figure di primaria importanza nella vicenda del mostro. Quasi un coro greco scaturito dall’ombra della notte eterna. De Gothia traccia un profilo psicologico di quel mondo, comunque la presenza dei guardoni, quella notte, è una delle poche cose accertate in questa lunghissima storia di morte.

La giovane donna è completamente vestita ad eccezione delle scarpe che sono rimaste in auto. Indossa una camicetta ed un paio di blue jeans abbassati sulle cosce, che presentano un vistoso taglio, effettuato con una lama, a livello del cavallo e da qui fino alla vita, tranciando anche la cintura di cuoio. Anche le mutandine appaiono tagliate su di un fianco. Un vastissimo coagulo emorragico ricopre la regione genitale, come se l’omicida avesse infierito con un coltello sul pube del cadavere. La ragazza ha gli occhi aperti, un’espressione atterrita e la collana di perle che portava al collo è appoggiata sulla rima buccale. Le braccia sono distese sui fianchi. Non si notano né sul corpo né sul terreno segni di trascinamento. I capelli della ragazza, infatti, sono composti dietro alla testa e non distesi.”

De Gothia entra nei particolari anatomici della perizia necroscopica sui due corpi, perizia effettuata dal prof. Mauro Maurri all’istituto di medicina legale del Policlinico di Careggi. La pubectomia praticata dal mostro, per la prima volta, sul corpo di Carmela, è un’operazione assai difficile per un profano e somiglia a un tipo di asportazione vista un’infinità di volte nei film western: lo scalpo! E qui torniamo al film Maniac e all’ossessione del protagonista di scalpare delle giovani donne!

De Gothia si concentra poi sul delitto del 14 settembre 1974, avvenuto a Borgo San Lorenzo. Il luogo è un tratturo seminascosto, in una strada stretta che congiungeva Sagginale con la provinciale. Il luogo ha un nome: Le Fontanine. Un campo di granturco e filari di vite cingono il campo. Il giorno seguente Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore verranno trovati ammazzati. Lui in auto. Lei sul retro della vettura, nell’erba. Lei è supina e nuda. Gli occhi azzurri sono aperti in una espressione di terrore puro. Le gambe divaricate, le braccia a croce. Il corpo, compreso volto, mani e gambe, appare punteggiato da colpi di arma bianca. Circa 90 colpi. Un tralcio di vite è stato infisso nel lume vaginale. De Gothia analizza le indagini di allora, elencando il numero di sospettati coinvolti e poi prosciolti completamente dalle indagini. Ciò che colpisce è come, anche allora, molto tempo prima della comparsa di Pacciani & C., gli investigatori si concentrino su alcuni grulli del posto. In particolare su Guido Giovannini, perito meccanico dalla doppia vita, guardone messo in fuga a sassate o bastonato da alcune coppiette (di questo dettaglio farà tesoro Aurelio Mattei per il suo romanzo sul mostro, Coniglio il Martedì). Per qualche tempo le coppiette eviteranno la zona del delitto. Poi non accadde più nulla di brutto. L’Italia ha altro a cui pensare.

Un anno dopo il delitto un monolite apparve dalla sera alla mattina sul luogo esatto de delitto. Nessun uomo da solo avrebbe potuto portarlo sin lì. Passò ancora qualche anno finché un nuovo fatto riportò l’attenzione sui due fidanzatini trucidati. Qualcuno penetrò nottetempo nel cimitero di Borgo e manomise la sepoltura della ragazza”.

De Gothia è particolarmente attratto (e io con lui) dal delitto del 1974, per lui ammantato di troppi fatti strani. Ad esempio i vestiti dei due giovani, pantaloni e camicetta perfettamente piegati e adagiati sull’’erba a fianco dell’auto. Altri indumenti invece furono portati via e ritrovati a breve distanza dal campo (il reggiseno e le mutandine di Stefania). Che l’omicida abbia ricomposto i vestiti? E qui De Gothia torna a interrogarsi sull’influenza di film, fotoromanzi e libri sulla mente del mostro. Di mio posso dire che, nel corso di quel decennio, una forte ventata di liberalizzazione culturale aveva portato a una maggiore libertà espressiva. I fumetti neri di allora, in particolare quelli pre-porno di Barbieri & Cavedon, erano parecchio sadici, spesso incentrati su violenze e abusi sul corpo femminile. Anche il cinema giallo italiano imbocca una strada più sadica. Ho citato i film erotici e morbosi di Sergio Martino con protagonista Edwige Fenech, oppure gli assalti a una coppietta nel film I corpi presentano (1973). Altra coppietta spiata in un bosco da un sadico l’abbiamo nello splendido incipit di Spasmo di Lenzi (uscito proprio nel 1974). Un maniaco assale giovani ragazze sole, o coppiette anche in film minori (e assai morbosi) come Il vizio ha le calze nere e La polizia brancola nel buio, per non parlare delle escissioni (oculari e non pubiche) operate dal maniaco de I vizi morbosi di una governante. Il cinema thrilling di allora pare una sorta d’incubatoio di perversioni, vizi, sadismi e traumi fallici, legati all’impotenza dell’uomo, o a fantasmi sessuali della mente, non lontani da quelli che devono aver abitato il cranio del maniaco fiorentino. Se davvero Maniac nel 1981 (o il trailer del film) ha riattivato qualcosa di sepolto (il delitto del 1974), il thriller degli anni ’70 deve aver accompagnato l’educazione sadica del maniaco, preparandogli la visione dei suoi delitti futuri (e non a caso quello del ’74 è molto thrilling, senza l’esagerazione splatter, più anni ’80, dei delitti successivi).

De Gothia prosegue con la ricostruzione particolareggiata degli altri delitti, dilungandosi su quello di Montespertoli del 1982, dove a perdere la vita sono Antonella Migliorini e Paolo Mainardi. Per De Gothia questo delitto è incompleto (il mostro non riesce ad asportare alcun feticcio, l’auto, esposta alla vista, è finita con una ruota posteriore in un fosso) è la sua Stalingrado, un punto di svolta che lo porterà a cambiare strategia.

Il suo anno felice, il 1981, è solo un ricordo sbiadito: la guerra all’arma bianca diviene una guerra psicologica. Solo nel 1984 il maniaco riacquisterà parte del suo antico vigore, ma dovrà farlo nel ventre della terra, lontano dal mondo, lontano da tutti, nel buio infinito della Boschetta. Per il resto avremo attacchi a stranieri, una volta in un camper, una volta in una tenda. Niente che possa ricordare fidanzati, auto, vetri appannati, uliveti, vigne.”

In questo delitto dell’82 evidentemente deve essere, ci dice l’autore, accaduto qualcosa di imprevisto che ha fatto crollare la mentalità militare del pazzo: un malrovescio del caso che l’ha spaventato? Oppure ha a che fare col luogo, la strada per Baccaiano, dove, davanti alla piazzola dell’omicidio, sorgeva (e questo non lo riporta praticamente nessuno) un poligono di tiro assai rinomato, frequentato da poliziotti, carabinieri e magistrati? De Gothia passa poi ad analizzare le lettere anonime che avrebbero collegato il delitto del 1968 con gli altri e dibatte le ipotesi di depistaggio descritte nel romanzo di Aurelio Mattei, dove il mostro stesso, fingendosi un addetto ai lavori, sostituisce i bossoli contenuti nel fascicolo del processo con i suoi, dirottando definitivamente gli inquirenti. Ecco allora che l’autore si concentra sul delitto del 1968, definito un vero e proprio labirinto, perché su questo delitto ogni teoria finale si impantana e viene incluso o escluso dagli altri delitti, a seconda delle comodità di chi ricostruisce la vicenda. Le ultime pagine del nuovo testo ci riportano ai giorni in cui furono compiuti i delitti, sui veicoli delle coppiette, le strane coincidenze a margine dell’indagine infinita (Narducci, i mostrologi deliranti). Chiude il testo una cronologia sintetica del delirio, dal 1968 fino al marzo del 2004. Ultima nota, non certo la meno importante, riguarda la diffusione, in quegli anni, di film e riviste pornografiche, che verosimilmente hanno condizionato la nascita, il cammino e l’evoluzione del mostro di Firenze. Su questo punto, in un altro scritto reperibile on-line, De Gothia non sottovaluta un reperto terrificante, trovato sul luogo dell’omicidio ai danni dei due turisti tedeschi, nel 1983. Si tratta di una rivista porno. Pagine in bianco e nero, formato fotoromanzo con la copertina a colori messa in verticale ed alcune pagine tagliate messe circolarmente attorno, tipo megaliti di Stonhenge. Le pagine non erano strappate e neppure tagliate con forbici, ma sezionate con una lama molto affilata. Come le lettere che componevano l’indirizzo sulla busta inviata alla Procura della Repubblica. La copertina era quella di un pornoromanzo fotografico, un Golden Gay n. 5 intitolato Golden Gay ed il delitto Leroux uscito nell’agosto del 1981. Pornoromanzi, fotoromanzi. Sul finire degli anni ’70 i videoregistratori erano ancora troppo costosi e macchinosi i proiettori per super 8. Le edicole invece potevano offrire quintalate di fumetti neri molto spinti (negli ’80 collane come Storie Nere, Attualità nera, Attualità proibita, I casi della vita, A porte chiuse), pieni di eccessi e deformità d’ogni tipo. Ma è con i fotoromanzi di Supersex, editi dall’International Press, la medesima di Golden Gay, che, per la prima volta, sono facilmente reperibili sul mercato italiano atti copulatori non più suggeriti o disegnati. Sulla scia del successo di Supersex (l’attore del fotoromanzo è Gabriel Pontello) venne lanciato Golden Gay, tradotto in italiano dall’edizione francese. Quel Golden Gay era uscito nell’agosto del 1981 e la copia rinvenuta nell’83 era probabilmente un fondo di magazzino imbustato insieme alla testata principale, ossia SuperSex, di cui uscivano anche le ristampe, Supesex replay. Nel giugno fatidico del 1981 e nell’agosto, escono i numeri 57 e 59, intitolati Supersex e l’ipnosi mortale e Defilé di sangue. Defilè di sangue, con buona probabilità era il numero che accompagnava la rivista omosessuale Golden Gay. Se l’altarino, il cenotafio di sangue è stato fatto dal mostro, allora ha sfogliato quei numeri, quegli albi. Rivisti oggi i porno fotografici dell’International press sono molto meno spinti (ideologicamente) rispetto alle degenerazioni assolute dei fumetti neri. Pontello sembra un maestro di fitness intento a fare della sana ginnastica. Le fotografie, la luce, è curata, artistica. Tutto troppo raffinato per i gusti odierni, deturpati dall’antropofagia di you porn, dalle derive delle Vhs e poi dei dvd a quintalate degli anni ’90 e zero. Oggi i nostri palati sono assai diversi e le pallide fotografie di Pontello che scopa bellissime ed eteree pornostar francesi degli anni ’70 appaiono puro vintage. Oggi un qualunque 14enne può vedere mille volte di peggio. Allora però, vedere su grande formato cartaceo degli atti sessuali non era cosa da poco. Col fotoromanzo potevi conservare un ricordo concreto di quella scena, potevi fermarne l’immagine e magari ricomporla in modo personale, magari attraverso un collage casalingo appunto. Le foto di Golden Gay, sul luogo del delitto dell’83, furono tagliate con un cutter. Ricomposte in modo personale. Un sinistro cenotafio di morte. Esistono delle fotografie e spero che Longoni le trovi. Le donne bellissime di supersex vengono trapanate in modi convenzionali. Le eiaculazioni avvengono prevalentemente sulla pancia o le natiche delle modelle. E quei corpi sono disposti sulla pagina come fossero aperti, spalancati. L’ossessione principale appare, banalmente, la vulva, ancora pelosa, folta, tanto da sembrare una testa capelluta, pronta per lo scalpo di Pontello. In quelle riviste, più che le eiaculazioni in faccia, più che l’anale e altre pose, l’interesse è tutto per la vulva, mai così presente, libera di esprimersi, di mostrarsi, di liberarsi dalla stretta morsa della castrante morale dei maschi. I corpi femminili si appropriano del piacere maschile, lo ingoiano, lo fagocitano. Le modelle sono spesso sdraiate, con le braccia a croce, le gambe divaricate, in pose non dissimili da quelle imposte – post-mortem – dal mostro. Una casualità? Possibile. Ormai tutto si perde nella notte dei tempi. Anche De Gothia ci ha lasciato, regalandoci un’oscura riflessione sui nostri demoni del desiderio.