In fuga – di Alberto Donel

Ce l’aveva fatta, era evaso! Quante settimane aveva trascorso a studiare le regole di quel carcere, cercando un punto debole nella ferrea sorveglianza e il momento giusto per filare via. Adesso correva nella campagna, avvolto dalla notte novembrina, con l’unico intento di allontanarsi il più possibile dai poliziotti che forse lo stavano già braccando. Seguiva un percorso non del tutto casuale, dato che, da libero, aveva fatto delle escursioni tra i campi e le colline ubertose di quel territorio ancora immune dall’assalto dell’edilizia e del turismo di massa. L’attrazione per le bellezze della natura non lo aveva tuttavia distolto dalle sue attività truffaldine, che gli erano costate una severa condanna.
“Non mi riprenderanno! Farò in modo che perdano le mie tracce, e in gabbia non ci tornerò più!” promise a sé stesso. Dopo circa tre ore, saltellando tra gli acquitrini di una bassura, intravide in lontananza un caseggiato. Cominciava ad avvertire la stanchezza, e riposare al coperto sarebbe stato meglio che all’addiaccio.

Con estrema cautela, si avvicinò: era una casa o un luogo di ristoro dismesso, davanti ci passava una stradina, probabile diramazione di una provinciale; adesso però tra l’asfalto spaccato fiorivano le erbacce, mentre le finestre e la porta cadevano in rovina, e le sue mura esterne, calcinate dal sole, erano coperte di rampicanti. Quel tratto stradale doveva essere stato tagliato via dalla realizzazione di una nuova e più agibile arteria e ormai era un binario morto, alla mercé di insetti, lucertole e topi, che probabilmente scorrazzavano anche all’interno della costruzione; ma all’evaso un tale abbandono non dispiaceva affatto, anzi, era un rifugio ideale. Così, scansando una ragnatela che ostruiva il passaggio, entrò. I vani erano deserti, l’intonaco ridotto a chiazze sgretolate, ovunque regnava lo sfacelo. Il chiarore lunare penetrava dal varchi privi di infissi, come se qualcuno avesse desistito dall’abitarci, e il nuovo arrivato pensò divertito che non avrebbe pagato il pernottamento. In una camera c’erano un focolare e tubature per un lavandino: doveva trattarsi della cucina, e lui si sistemò là, addormentandosi quasi subito.
Trascorsero un paio d’ore, e lui continuava a russare tranquillo, quando l’aria rimbombò di un ordine risoluto: -Svegliati!- Il timore che la polizia lo avesse scovato gli fece aprire gli occhi quasi all’istante: un uomo gigantesco torreggiava su di lui. -E adesso alzati!- comandò ancora. Non gridava, però sembrava lo facesse, talmente alto era il tono della sua voce.
“Forse è un incubo” ipotizzò l’evaso, ma nel momento in cui una mano enorme lo agguantò per una gamba, sollevandolo poi a testa in giù, i suoi dubbi svanirono.
-Niente, neanche una moneta. Sei solo uno straccione- constatò il gigante dopo averlo scosso come un fantoccio, e subito allentò la presa e lo lasciò cadere.
Benché stordito dall’urto, il fuggiasco si guardò intorno stupefatto: dove prima calcinacci e polvere giacevano indisturbati, era apparso un interno di campagna, con il fuoco che ardeva nel caminetto e i bruciatori in funzione sotto una pentola, i mobili massicci del padrone di casa, e un lampadario a forma di campana che illuminava l’ambiente di una fredda luce. Di fronte all’evidenza, pensò che, senza volerlo, aveva ridestato dall’oltretomba il brutale inquilino di quella sorta di rudere.
-Visto che sei povero, ti offro la cena- gli annunciò il colosso.
-Però ti avverto: se non mangerai quello che ti darò, sarò io a mangiare te- aggiunse come niente fosse. Lui si era rialzato, e arrivava solo alla cintola dell’interlocutore. A parte le dimensioni, il mostro aveva una testa calva, lunga e ossuta, e la faccia invasa da una miriade di rughe; la sua calma pazzia contrastava con la semplicità degli abiti e l’aspetto quieto e ordinato dell’ambiente.
-Mi chiamo Orco Saggio- si presentò- e tu?
-Scappato- rispose tremando di paura.
-A tavola, Scappato! Hai avuto fortuna, perché oggi ci sono tre portate squisite!
L’ospite si arrampicò su una sedia enorme, e con i piedi penzoloni e il mento a livello del tavolo lo osservò prendere da una fumante zuppiera delle sfere simili a ceci ma incolori e gelatinose. Poi, insospettito, annusò la scodella piena di quella roba: fu investito da un disgustoso odore di grasso rancido.
-Mi scusi, signore, potrei chiederle il nome di questa leccornia? – chiese con la bocca che gli si storceva dalla nausea.
-Prima assaggia!
Scappato non osò disobbedire: mise sulla lingua una delle palline e finse di masticare emettendo mugolii di piacere.
-Buono, eh! Gli occhi dei maniaci sessuali sono sempre gustosi, e io poi li faccio in brodo di cuore sadico.
Appena seppe di che si trattava, l’ospite simulò uno starnuto e sputò il boccone sotto il tavolo, seguito da altri starnuti, finché il piatto rimase vuoto.
-Bene! Noto che la mia cucina ti piace davvero tanto: hai finito prima di me!- si compiacque l’Orco che, occupato a divorare la sua parte, non si era accorto di nulla.
-E adesso, un’altra specialità- annunciò dirigendosi ai fornelli.
Quindi tornò al tavolo con un sorriso trionfale, che mise a nudo i denti grossi e aguzzi, e un’ampia casseruola, da cui tolse il coperchio per mostrarne il contenuto all’invitato.
Quando il suo piatto fu riempito di brodaglia giallognola, Scappato si affidò di nuovo al naso e percepì un ributtante puzzo di carne avariata. “E ora che invento?” si domandò, mentre il suo sguardo passava dall’intruglio al viso truce dell’Orco.
-Be’, non mangi?!- lo incalzò quello.
-Potrei sapere, per piacere, di che è fatto? Mi incuriosisce.
Sono nasi, orecchie e dita di ladri, cotti in salsa di bile: una delizia!
L’evaso fece sforzi inauditi per sedare la rivolta del suo povero stomaco, dicendosi che non avrebbe mai potuto inghiottire una tale porcheria, così provò a prendere tempo.
-E mi svelerebbe la ricetta, che me la scrivo?
-Va bene, ma giusto perché mi sei simpatico. Innanzitutto ci vuole la materia prima: bisogna recarsi in un cimitero…
Mentre il mostro sciorinava con dovizia di particolari la preparazione di quel cibo da necrofili, qualcuno scostò la porta, e dallo stretto passaggio entrò un gattone dal pelo lungo e candido, che si avvicinò miagolando a Scappato.
“Micione bello! Tu mi salverai!” pensò.
Quando l’Orco finì di spiegare, lui lo ringraziò, poi inforcò l’orrenda sbobba e coprendosi la bocca con la sinistra finse di mangiare, mentre con destrezza buttava a terra il boccone che la bestiola, meno schizzinosa di lui, sembrò gradire molto. Così, anche il problema della seconda portata fu risolto senza conseguenze.
-Brindiamo a questa cena!- decise l’Orco, dopo essersi rimpinzato. -C’è acqua oppure spremuta: che preferisci?
Naturalmente Scappato scelse l’acqua e preso con ambo le mani il bicchierone bevve, evitando di interrogarsi sugli ingredienti della “spremuta” che con il suo repellente colore verde nero finiva in gola all’Orco.
-E ora chiudiamo in bellezza con un manicaretto piuttosto raro- gongolò il gigante, posando sul tavolo un piatto da pesce.
-Et voilà!- disse lo chef scoperchiando il vassoio- Cervello di serial killer marinato!
Stavolta il commensale non resse: saltò giù dal seggiolone, si rifugiò in un angolo e diede libero sfogo ai suoi maltrattati succhi gastrici. Stava appena riprendendo fiato, quando un’ombra altissima lo coprì.
-Fai proprio schifo, lo sai?! E sei anche irriconoscente, visto che ti ho sfamato. Toh, pulisci!- comandò l’Orco, mettendogli una scopa sotto il naso.
Lui non se lo fece ripetere: con molta lentezza eseguì l’ordine, e nel frattempo rimuginava sull’appello più commovente da rivolgere al terribile padrone di casa, un punto debole doveva averlo persino quel mostro. Cominciava ad abbozzare un discorso quando quello lo bruciò sul tempo.
-Non hai rispettato il patto fino in fondo, perciò ti mangerò- sentenziò l’Orco inappellabile. -Dato che sono sazio, ti squarterò e ti metterò in fresco. Vado a prendere l’accetta, tu non azzardarti a fuggire.
Uscito il gigante, Scappato raggiunse in un lampo la finestra ma scoprì che aveva le sbarre e così, col cuore in gola, abbandonò la cucina in punta di piedi e andò alla porta d’ingresso, e nel tentare di aprirla si accorse che era chiusa a chiave. Con le mani tra i capelli, si guardò attorno terrorizzato: il gigante stava per tornare e lui non sapeva dove nascondersi, quando il gatto, pure lui spaventato, sgusciò di fretta da uno sportello del battente. Benedicendo il felino, l’evaso, che era smilzo, si strinse più che poté e graffiandosi e lacerandosi la divisa, riuscì finalmente a varcare il pertugio.
-Torna subito qua, lurido imbroglione!- urlò l’Orco brandendo la scure appena si accorse che era fuggito.
Scappato allora corse come il vento e ancora più veloce a ogni grido tonante del suo carnefice che lo inseguiva, travolgendo ogni ostacolo che si parava davanti al suo enorme corpaccio. Attraversato l’acquitrino, si lanciò verso la campagna, e senza rallentare un solo istante, percorse chilometri, finché esausto, in un bagno di sudore, era ormai sul punto di crollare, quando al chiarore dell’alba incipiente udì abbaiare dei cani e scorse uomini muniti di torce che perlustravano i dintorni: erano i poliziotti sulle sue tracce.
“Sono salvo!” gioì in cuor suo, come sentì che l’eco della corsa pesante dell’Orco era all’improvviso cessata.
-Ehi, gente, eccomi qua! Mi arrendo!- gridò andando incontro alla polizia con le mani alte.
Poco dopo lo riportarono in prigione ma lui non se ne rammaricò affatto, al contrario: era tutto contento, perché l’Orco non sarebbe mai stato capace di penetrare nella cella di un carcere.