Hai rovinato tutto – di Andrea C.

Si appoggiò al lavandino, sospirando. Non lo trovava un lavoro piacevole, non in quel momento. Le guance ed il collo gli dolevano e continuare a passarci sopra la mano non aiutava di certo. Anche il resto del corpo era malconcio e gli faceva male, ma i vestiti lo avrebbero coperto per bene.
Alzò il volto e si osservò al di là del vetro.
«Perciò adesso che si fa?»
Aveva qualche vaga idea.
«Certo, qualche idea. Io lo so cosa vorresti. Spargi bene a sinistra, si vede ancora. La tua sinistra tesoro. E’ solo che non puoi prendere e fare i bagagli così di colpo. Non sei abbastanza sveglio per sopravvivere di stenti. E poi, lui ti troverebbe.»
Riccardo si passò il fondotinta sullo zigomo sinistro, cercando di spargerlo e creare un effetto il più realistico possibile.
«Ti consiglio di rifletterci. La vita comporta delle scelte Riki. La tua vita non la sua.»
Osservò la sua immagine nel grosso specchio appeso alla parete del bagno. Si tranquillizzò, guardando attraverso quel riflesso.

«Non puoi continuare così. Il bagno non è la tua casa, né la tua vita. Datti una raddrizzata! Muovi il culo ed agisci. Sai di che parlo.»
Lo sapeva. Si pettinò i capelli, ignorando il groppo in gola, il fastidio alla pancia.
«Non ti dico certo che sarà facile. E’ una prova amore, una prova della tua forza di volontà. Io posso aiutarti, ma solo se me lo permetti.»
Si asciugò una lacrima, prima che potesse scendere e rovinare il trucco. Era troppo perfetto per essere cancellato in quell’istante.
«Riccardo, vai. Aspettare non ti porterà da nessuna parte.»
Sorrise alla sua immagine nello specchio e questa ricambiò, appoggiando una mano al vetro.
«So che non vuoi vedermi, che ti fa male. Non è colpa tua. Non sarai un mostro, almeno ai miei occhi.»
Si sporse oltre il lavandino e baciò l’immagine di sé stesso.
«Ti amo Riccardo.»
«Ti amo Sofia.»
Si sistemò la camicia. Impugnò il coltello e lo nascose nel retro dei pantaloni, sul lato.
«Non ti sporcare troppo.»
Uscì dal bagno, chiudendosi lentamente la porta alle spalle.
«Allora, hai finito?» la voce di suo padre giunse piatta dal salotto.
«Si, arrivo.»
Camminò fino al piccolo stanzino illuminato solamente dalla luce del sole.
«Sei molto bravo sai, Ric?» sentenziò l’uomo di mezza età, con un tono più conciliante e caloroso
«Sarà il privilegio di essere una checca: sei un genio nei trucchi e cancelli perfettamente i lividi.»
«Non sono una checca. Una ragazza ce l’avevo.» rispose lui calmo, sedendosi sul divano accanto all’uomo che lo aveva cresciuto.
«No, è un modo di dire figliolo. Tu sei solo un debole.» suo padre gli cinse affettuosamente le spalle, come aveva sempre fatto: lo faceva soffrire, lo picchiava, ma alla fine era sempre pronto a rassicurarlo col suo abbraccio affettuoso. Chissà per quanto sarebbero potuti andare avanti così.
L’immagine di Sofia, nuda e ricoperta di sangue, attraversò i suoi occhi. Lentamente scese con la mano, quella opposta all’uomo vicino a lui, verso il coltello. Un dolore immenso lo penetrò come un trapano partendo dall’inguine, dove suo padre lo aveva appena colpito con un pugno. Si piegò in due, sentendo il fiato venir meno. Scivolò giù dal divano.
«Se vuoi pugnalare qualcuno alle spalle devi assicurarti di non essere visto. Lo vedi che non sei capace figliolo? Sofi è stata un eccezione: era una ragazzina, debole e spaventata. E si fidava di te.»
gli carezzò la testa, mentre lui si stringeva là sotto.
Riccardo rivide la ragazza che aveva amato ed amava tutt’ora. Il suo sorriso mesto soprattutto lo aveva sempre colpito. Non gli era importato del fisico e nemmeno del suo rapporto con gli altri: era il sorriso con cui Sofia affrontava queste cose, era questo che lui amava. Quel sorriso era svanito sul suo cadavere e lui ormai non riusciva più a figurarselo. Era la cosa che lo faceva più soffrire.
«Passerà, Ric. Non fare troppe storie e staremo di nuovo tranquilli.» mentre parlava, suo padre sfiorò il nerbo di bue appoggiato al bracciolo del divano.
«Rimetti a posto il coltello o usalo per cucinare qualcosa. Non fare cazzate.»
Riccardo rimase inginocchiato, ma estrasse il coltello dai pantaloni. Una stoccata lo colpì in faccia, con tanta forza da farlo sbilanciare e cadere di lato.
«Lo vedi? Ora devi rifare tutto. Sinceramente non capisco il perché di tutta questa rabbia. Non l’ho uccisa io Ric: sei stato tu. Sii responsabile per ciò che hai fatto.»
Lo sapeva questo. Lei piangeva e lo aveva pregato di aiutarla. Si dimenava come una bestia moribonda. Lui aveva posto un termine alla cosa, con quello stesso coltello. No, non era stato suo padre ad ucciderla: l’aveva semplicemente stuprata e lasciata in fin di vita, in quello stesso salotto.
Ne avevano pulito insieme le macchie di sangue ed avevano bruciato il corpo in un posto isolato, per poi buttarne le ceneri nel bosco.
Si alzò in piedi, tremando. Puntò il coltello verso suo padre. Un secondo colpo, sugli stinchi questa volta… Barcollò ma non si mosse. Un altro, sul braccio che stringeva il coltello. Lo fece sobbalzare, ma poi tornò al suo posto.
«Sul serio Ric? Allora ci divertiamo.» l’uomo sul divano sorrise, senza alcuna reticenza leggibile nello sguardo.
Riccardo annuì e sibilò: «Aiutami, per favore.»
Suo padre fece per sferzarlo ancora ma il nerbo di bue gli volò via dalla mano. L’arto stesso si piegò innaturalmente fino a toccare il braccio, come se fosse stato colpito da un martello. L’uomo mugolò semplicemente, mentre il suo corpo veniva risospinto con forza verso lo schienale. Il ragazzo lo osservò agitarsi, gustandosi la sua impotenza.
«Voglio farlo io. Per favore.» suo padre guardava in avanti ma non verso di lui. Fortunato! Egli poteva vedere ciò che al figlio non era nemmeno permesso d’immaginare.
Riccardo si chinò, sporgendosi verso di lui. Riempì i polmoni con molta calma. Piantò il coltello, innanzitutto sui genitali del padre. Poi, quando fu soddisfatto delle sue grida e dei piagnucolii, infilò la lama all’altezza dell’intestino e la fece viaggiare fino allo stomaco e fermandosi solo perché le costole gli impedivano di proseguire. Lo fissò negli occhi, in silenzio, incurante delle interiora che scivolavano fuori, sfiorandogli la mano e schizzando sui suoi vestiti. All’ultimo ebbe la forza di
sorridere, osservando la vita lasciare gli occhi dell’uomo.
Estrasse il coltello e lo ripulì sulla federa del divano.
Avrebbe dovuto lavarsi di nuovo e strofinare i vestiti per decenni.
«Usa l’acqua fredda, tesoro.»
«Lo so»
Una mano, che lui non poté vedere, gli sfiorò i capelli.
«Mi lascerai Sofia, vero? Presto o tardi non riuscirò più a sentirti.»
«C’è tempo.»
Riccardo cominciò a piangere.
«Sono proprio un debole…»
«Questo lo sapevo già. Non importa: ti perdono.»
La vide, inginocchiata accanto a lui, bellissima col suo sorriso sulle labbra. Guardò i suoi vestiti con disappunto e lo baciò brevemente, ma con dolcezza. Gli sussurrò all’orecchio qualcosa…
Era solo.