Haunted Buzzati, le segrete paure di Dino Buzzati – di Davide Rosso

Buzzati fantastiqueur, pasticheur di stili, dìablerìe alla Buzzati.

Nella nostra ricerca sul fantastico nella letteratura italiana, non può mancare un approfondimento su uno scrittore così ingombrante. Autore facile? Per bambini? Trascurato? Eccessivamente rivalutato? Buzzati è stato, dagli anni ’30 fino agli inizi degli anni ’70 l’autore che più di tutti ha indagato i topoi della tradizione fantastica. I suoi racconti, oggi, possono apparire dei pezzi d’antiquariato dove il perturbante veste i panni moderni dell’Italia del dopoguerra, in particolare quella investita dal Boom economico degli anni ’50.

In questo articolo vorrei indagare il Buzzati maggiormente di genere, quello horror o fantascientifico, basandomi prevalentemente sulla sua narrativa breve, a partire dalla prima raccolta del 1942, uscita in anni – come sottolinea bene Fausto Gianfranceschi nell’introduzione agli Oscar Mondadori – tra i più ideologizzati della cultura italiana, dominati da correnti neorealiste, strutturaliste.

In molti studi critici Buzzati è stato accostato a vari scrittori di genere, in particolare si sono fatti i nomi di Hoffmann, Poe, Nodier, James, Wilde, Bierce, Kafka, insistendo su quest’ultimo.

I critici più accorti si sono concentrati poi sui primi due: Hoffmann e Poe. In particolare è Nella Giannetto a dedicare un capitolo del suo “Il sudario delle caligini” al rapporto della narrativa di Buzzati coi modelli offerti da Hoffmann e Poe. La studiosa individua nella letteratura fantastica dell’Ottocento un genere a sé che contiene una summa delle qualità fondamentali di questo genere. Tuttavia la Giannetto sottolinea come in Buzzati l’armamentario tipico di spettri, vampiri e reincarnazioni sia quasi completamente assente; Buzzati è un autore pienamente novecentesco, inserito nel contesto culturale e sociale della sua epoca, attraversata da laceranti e velocissime trasformazioni tecnologiche. Scorrendo le lettere giovanili del Buzzati adolescente al caro amico e compagno di banco Brambilla è possibile mettere in fila le scoperte e le prime letture di un ragazzo introverso, timido, benestante con un senso visionario dell’avventura interiore. Ecco allora affiorare le letture entusiaste di Melville, Maupassant, Balzac, Stevenson, Wilde, Conrad, Dickens, Gogol, Defoe, Swift, Kipling, Shakespeare, Tolstoj, Dostoevskij. Insomma un percorso comune a molte generazioni.
Buzzati, amante delle montagne e delle scalate, sceglie prevalentemente una letteratura non italiana (da cui è poco attratto, fatta l’eccezione forse per i grandi trecentisti e per il Leopardi poeta, conosciuto attraverso la madre), in particolare inglese o americana. In questo pantheon i nomi di Hoffmann e Poe tornano più volte, indicati come scoperte chiave nella sua formazione adolescenziale. A Hoffmann si accosta negli anni Venti, leggendolo forse in francese o nelle edizioni abbastanza diffuse della Sonzogno (la vicenda editoriale italiana dello scrittore tedesco è dispersa in un meandro di sigle editoriali, quasi mai filologicamente affidabili; oggi, con la collana Hoffmanniana a cura di Matteo Galli per L’Orma editrice la situazione è radicalmente mutata): in questo autore troverà un elemento che tornerà spesso nella narrativa buzzatiana, al punto da divenire uno dei suoi elementi costitutivi e riconoscitivi: l’antitesi tra ragione e fantasia, tra sogno e realtà, tra illusione e verità. Anche l’invasività del mistero, il suo inserirsi a poco a poco tra i veli del reale fino a stravolgerlo, è un tema molto presente nei racconti di Hoffmann e dell’autore di Belluno. Di Poe, già assai diffuso e tradotto anche negli anni Venti, Buzzati possedeva nella sua piccola biblioteca milanese[1] un volume curato da Federico Oliviero nel 1912.
Dell’autore americano Buzzati conserva, oltre a certe tematiche narrative, alcune tecniche narrative. Comunemente Buzzati è considerato uno scrittore poco dotato: non un prosatore poetico o ricercato, tuttavia la lingua utilizzata nei racconti, pur non ricercando uno stile particolare e utilizzando un vocabolario semplice, è chiara, alla ricerca di un periodo breve, ben scolpito, costituito da una principale seguita da coordinate o subordinate (in particolare completive e relative). Buzzati fa ampio uso di trattini e parentesi, oltre ad avere un uso della punteggiatura (in particolare le virgole) singolare. Il suo lessico è costruito sul quotidiano, anche se è possibile risentire certi echi di Dante, Pascoli (altro borghese stregato, a cui si rimanda per l’ampio uso delle onomatopee, frequenti anche in Buzzati) e Leopardi. A livello retorico (seguo sempre le indicazioni della Giannetto) le figure usate con una certa insistenza sono quelle dell’iperbato, la ripetizione, l’onomatopea, la metafora, il paragone, segno di un interesse per una prosa all’apparenza semplice, purtuttavia contrassegnata da una ecolalia di fondo, una tensione alla ripetizione ossessiva di certe tematiche e figure, lezione questa non lontana da certi racconti di Poe. Sempre all’autore americano è legato da un bellissimo racconto intitolato “La città personale” rilettura intertestuale del Poe poeta.

Ma torniamo al Buzzati narratore fantastico.

Che tipo di fantastico è quello buzzatiano?

Quali sono le paure da lui indagate?

Ancora una volta è Nella Giannetto a rispondere, distinguendo – nel capitolo V del “Sudario delle caligini” – in paure private, collettive e di classe.

Le paure private sono la matrice dalla quale scaturisce il Buzzati narratore adulto. Paure infantili[2], incubi notturni, piccole manie, insicurezze, indecisione, sensibilità ed emotività, il tutto acuito dall’atmosfera protettiva del nido domestico alto borghese, che gli garantì un’infanzia felice e solida. Le paure private nascono proprio da questa predisposizione d’animo al fantasticare, da piccoli traumi (la morte prematura del padre nel 1920 che lascerà in lui una serie di presentimenti durevoli) e dalle letture di quei Poe, Hoffmann e Maupassant di cui il giovane autore sarà ghiotto. Le segrete paure di Dino Buzzati sono preservate quasi sempre dalla tentazione del macabro o dalle brusche impennate della paraletteratura (penso alle coloriture di sesso e violenza, o al semplice delirio dei vari “Racconti di Dracula”), rimangono su un livello quasi onirico, ossia hanno l’andamento piano di certi sogni quieti. I suoi presentimenti hanno un sapore primordiale, archetipico e collettivo, insomma universale: la paura della notte che viene, la morte vista come un viandante che si muove nella notte, che cammina nei campi e si avvicina a noi, la morte sotto forma di messaggeri, segnali premonitori, brividi notturni (e qui torna di prepotenza Pascoli con moltissime delle sue poesie). Anche la persecuzione (da parte di agenti fantastici o reali) è una delle paure più calcate da Buzzati. Altra è la paura per la tirannide (Buzzati inizia a lavorare al Corriere della Sera come giornalista nel 1928, nel pieno del potere fascista), di un governo che proibisce inspiegabilmente qualcosa. Nelle paure collettive Buzzati legge le ansie della sua epoca tecnologizzata (lo abbiamo detto, gli anni ’50, gli anni ’60 in particolare), a partire dalla paura per la fine del mondo, ovviamente per cause nucleari (tematica affine a vastissima letteratura fantascientifica del periodo); la paura apocalittica (“All’idrogeno”) si intreccia col folclore e trova in Buzzati soluzioni originalissime e leopardiane (“L’incantesimo della natura”). Buzzati si concentra anche sulle masse, sulle folle, sulla paura di eventi catastrofici e sulla reazione di un gruppo di persone (“Qualcosa era successo” in questo senso è esemplare, ma anche “La fine del mondo”, sorta di anticipazione del film di De Sica “Il giudizio Universale”). Fra le paure tipiche del tempo inizia a scorgersi un interesse per l’alienazione, il logorio della vita moderna (“I sorpassi”, “Teddy boys”, “Il logorio”, “Viaggio agli inferni del secolo”, in particolare la sezione VII intitolata “Belve al volante”, sorta di anticipazione del King di “Christine” e della fascinazione morbosa per il feticcio dell’automobile). In questi racconti degli anni ’60 trova spazio in particolar modo l’interesse per la tecnologia e gli sviluppi imprevisti della scienza, tematiche ampiamente sfruttate dalla fantascienza del periodo (“L’elefantiasi”, sorta di doppio gemellare col romanzo della Urania “Lebbra antiplastica”), oppure basterebbe ricordare il quarto romanzo di Buzzati, quel “Grande ritratto” ingiustamente considerato minore, ottimo scrigno di intuizioni fantascientifiche non lontane dagli stimoli visivi del successivo sceneggiato televisivo “A…come Andromeda” di Cottafavi del 1972). La paura di classe, per come la intende la Giannetto si riferisce alla classe alto borghese a cui apparteneva Buzzati, spaventato dalla gente volgare, dal chiasso, dalla violenza delle metropoli e dall’odio per il comunismo[3] (su questo basterebbe il racconto “Paura alla scala”).

In Buzzati dunque rivive una precisa tradizione del fantastico, assimilata ed aggiornata al secondo novecento, attraverso meccanismi di dissimulazione o di evidenti richiami, ma anche di inconsapevolezza. Stefano Lazzarin (nel fondamentale “Il Buzzati ‘secondo’ saggio sui fattori di letterarietà nell’opera buzzatiana” 2008) sottolinea infatti come il racconto “I topi” si iscriva perfettamente nei topoi del fantastico novecentesco, basti pensare ai “Ratti nei muri” di Lovecraft[4], ma si potrebbe pensare oggi anche a Stephen King. L’autore di Belluno riesce, nei suoi brevi raccontini, a coniugare e far rivivere una tradizione fantastica che affonda le sue radici nel folclore ma è capace, in ultima analisi, a calarsi nel presente, a costruire una cornice realistica di partenza che, nel corso della novella finirà per sgretolarsi e cedere sotto i colpi e le insistenze del mistero, di un mistero metafisico e surreale appena a un passo da noi.

Negli ultimi anni Buzzati spinge maggiormente sull’intertestualità, ibridando la sua prosa coi disegni. Oggi, grazie ad una mostra curata da Mariateresa Ferrari, è possibile ricostruire il laboratorio del “Poema a Fumetti”, opera narrativa stratificata uscita nel 1969 e poi scomparsa dagli scaffali per molti anni. Basterebbe sfogliare il bellissimo catalogo edito da Mazzotta e intitolato “Buzzati 1969: il laboratorio di ‘Poema a fumetti’ nel 2002 per rendersi conto della ricerca di nuove strade e tecniche intraprese da Buzzati negli ultimi anni di vita. Buzzati immagina un viaggio nell’oltretomba analogo a quello già intrapreso nel racconto “Viaggio agli inferni del secolo”, una rilettura pop e surrealista del mito di Orfeo in una Milano underground. Nel “Poema a Fumetti” confluisce tutta l’arte del Buzzati scrittore e pittore, in una continua elaborazione di stimoli visivi e letterari. Lo scrittore riprende molti soggetti da quadri precedenti, da tematiche di certi suoi racconti, oppure si appropria a piene mani di riviste erotiche dell’epoca, il tutto frullato da una sensibilità che risente fortemente delle influenze pittoriche di Warhol, Ernst, Dalì, Delvaux, Lichtenstein, Rackam. A questi nomi bisogna aggiungere quello di Fellini, da cui riprende certi spunti ed idee per la sceneggiatura del G. Mastorna. Insomma il “Poema a Fumetti” è un cantiere sterminato di materiale visivo e narrativo, elaborato e ripensato da Buzzati. Ne esce un libro inclassificabile (per l’epoca): non un fumetto, non un romanzo, non un libro d’arte, o forse tutte queste cose assieme. La tecnica di Buzzati è semplice e modernissima allo stesso tempo: praticamente tutte le tavole sono ricavate da delle fotografie e realizzate tramite ricalco su velina. Buzzati delinea delle sagome e poi le rielabora, rimuovendo o aggiungendo dettagli, unificando (in una sorta di collage dadaista) più figure su una tavola. Citazione, ricalco, copie di un grande déjà vu in chiave moderna di un immaginario collettivo stratificato e disarmonico, che unisce i fumetti neri dell’epoca, i fotoromanzi, le riviste erotiche con la cultura alta dei vari Bellmer, Savinio, Montale e l’amato Diabolik, di cui, proprio nell’anno della realizzazione del libro esce il film scoppiettante e coloratissimo di Mario Bava. Il sesso e l’eros surreale, come nel romanzo “Un amore”, predominano su tutto e spaziano in un cocktail di citazioni a volte coltissime (come quella del fotoracconto sperimentale pubblicato nel 1964 da Le terrain vague e intitolato “Un honnête homme”, realizzato da Ado Kyrou). Anche l’ultimo lavoro di Buzzati, “I miracoli di Val Morel[5]” sarà un riepilogo e un rilancio della sua opera. Immaginari ex voto dipinti abbinati ad un breve testo narrativo che ne spiega il senso, il tutto incorniciato da un racconto che oggi si potrebbe definire un mockumentary. Nella Val Morel immaginata da Buzzati avviene di tutto e la sua fantasia sembra scatenarsi per un’ultima volta. In particolare la Val Morel sembra il set ideale per uno di quei film di fantascienza in cui la natura tutta si rivolta contro l’uomo: le tavole e i testi infatti sono un campionario surreale di gatti giganti, formiche sadiche, lupi, porcospini diabolici, teste parlanti di rinoceronti e nubi di bisce, il tutto condito da citazioni e riletture dei vecchi amori letterari, in particolare quello per la casa degli Usher. Una cronaca terrestre di miracoli eretici e fantasiosi a cui non mancano punte fantascientifiche e surreali, con marziani, dischi volanti e una santa Rita che svolazza nei cieli e li respinge tutti. La Val Morel è insomma una summa apocalittica della fantasia buzzatiana, un’ennesima rilettura e riscittura di quanto la letteratura fantastica dell’autore aveva elaborato fin dai suoi esordi negli anni ’30.

Con questo articolo spero di aver pagato pegno all’uomo che, quasi quarant’anni fa, mi ha spinto nel labirinto inesauribile della lettura…

 

[1] Sulla biblioteca personale dell’autore conosco uno studio di V. Baggio pubblicato sul numero I degli Studi buzzatiani del 1996 che resoconta un inventario (completo al 50%) della biblioteca di Buzzati nella sua abitazione milanese. Scorrendo l’elenco interessantissimo si trova ampia conferma di quanto detto sopra: pochissima letteratura italiana, interessi per il surrealismo francese (Breton in particolare), Beckett, Caillois e la sua Anthologie du fantastique, Camus, Kafka, Poe, Melville, un volume in francese di racconti di Lovecraft del 1969, un po’ di de Sade. Buzzati, contrariamente a quello che ci si poteva aspettare, non amava riempirsi la casa di libri. La sua raccolta è semplice e funzionale. Molti libri, probabilmente, gli erano passati per le mani, di altri se ne era liberato.

[2] L’infanzia nell’universo buzzatiano ha aspetti contrastanti: può significare una visione del mondo aperta e curiosa, una ricerca del meraviglioso e del magico nel reale, un andare oltre i limiti della realtà imposta dagli adulti; uno psichismo infantile animistico e magico che via via si perde nell’uomo adulto, per definizione infelice e disilluso. Tuttavia la narrativa di Buzzati è percorsa anche da figure dell’infanzia affatto rassicuranti, piccoli tiranni, creature furbe e malvagie (“L’uovo”, “Il bambino tiranno”), oppure torme irrequiete e vocianti di bambini seminudi, rudimentali strumenti di violenza in una folla inferocita (“Non aspettavano altro”). E’ presente anche un terzo livello dell’infanzia, quella del bambino che deve farsi adulto e superare le prove della maturità (“Il sacrilegio” racconto dal quale pare Fellini abbia tratto l’ispirazione per il suo film – mai fatto – del G. Mastorna, sceneggiato proprio da Buzzati). Questo aspetto dell’infanzia potrebbe farci pensare anche ad un altro autore, americano, per certi versi non lontano da Buzzati: mi riferisco a Ray Bradbury affine per gusti e formazione letteraria, oltre che per un atteggiamento poco cerebrale e apparentemente casuale del proprio inconscio creativo. Entrambi minimizzano e rifuggono da spiegazioni complicate o semiotiche della propria opera. Inoltre molti dei loro racconti presentano forti somiglianze tematiche, oltre a riutilizzare i medesimi topoi del fantastico (mi riferisco alla visione della fanciullezza e dell’adolescenza, alla rilettura di certi racconti di Poe, o a comuni descrizioni di società distopiche e totalitarie; ad esempio il racconto buzzatiano “Il mago” potrebbe benissimo essere un Farenheit 451, o ancora le distopie de “I vecchi terribili” e “I vantaggi del progresso”). Certo Bradbury è maggiormente concentrato sulle piccole comunità rurali americane e non condivide il pessimismo di fondo dell’autore italiano, tuttavia sarebbe stato interessante sapere se Buzzati conosceva qualcosa dei racconti di Bradbury, già tradotto da Mondadori in italiano fin dalla metà degli anni ’50.

[3] Un ritratto a tutto tondo dell’uomo Buzzati è contenuto nell’importantissima intervista fatta da Yves Panafieu pochi mesi prima della morte dello scrittore, pubblicata un’unica volta da Mondadori nel 1973 e poi sparita per sempre dagli scaffali. Sorte curiosa per l’unico libro in cui è possibile ascoltare la viva voce di uno scrittore che, a differenza di Calvino e molti altri, ha amato pochissimo parlare di sé e del suo lavoro. Panafieu ha molti meriti, tra cui quello di aver impostato le venti ore di registrazione al magnetofono (l’intervista avviene a Belluno, in un periodo che oscilla dal 14 luglio al 6 di settembre del 1971 e Buzzati morirà a Milano il 28 gennaio del 1972) come un lungo colloquio psico-esistenziale, alla ricerca di quelle leve biografiche che hanno promosso nell’uomo adulto lo scrittore fantastico. Nello scorrere il bel volume cartonato (la reperibilità è difficilissima e se ne trovano solo poche copie a prezzi vertiginosi) la voce di Buzzati ci viene restituita con una forza inedita e sconcertante. L’uomo, pur conservando un signorile contegno, si mette a nudo come non mai, parlando di sesso, politica e società senza infingimenti o ipocrisie. Ne esce un Buzzati molto meno consolatorio o fantasticante, lontano dall’immagine consolante del narratore per bambini; un pessimismo appassionato (acuito certo dalla consapevolezza della fine imminente per un tumore al pancreas, lo stesso che aveva spacciato il padre nel 1920) e sincero sembrano avvicinarlo a figure odierne come Ligotti – che non a caso, tra i pochissimi italiani cita espressamente Leopardi e Buzzati tra le sue influenze. Buzzati discorre con Panafieu di tutto, regalandoci dichiarazioni che da allora in poi verranno riprese da qualunque studioso buzzatiano. L’amore per Poe, Hoffmann, la letteratura straniera, il disinteresse per quella italiana, soprattutto quella del novecento. La passione adolescenziale per l’egittologia, prima vera molla verso il fantastico. La scoperta della pittura di Rackham, dei surrealisti, in particolare Delvaux. Nelle sue parole è possibile rintracciare il germe di antichi racconti o lo spunto per altri che non verranno mai scritti, come la paura per i mendicanti, l’ossessione funebre per il telefono e una personale visione della fine del mondo, coincidente con la sua morte. Buzzati, in un decennio fortemente ideologizzato, espone un’idea radicalmente critica del comunismo e forse per questo il libro è sparito dagli scaffali. L’uomo Buzzati è un borghese, un conservatore, lontano da qualunque utopia o visione di un’umanità nuova “Non esiste. L’umanità futura non esiste. Non esisterà”. Fondamentali anche le considerazioni sul tempo (vero protagonista della narrativa buzzatiana) come distruttore di esseri, macinatore di uomini e le considerazioni sul fantastico: “Nella letteratura italiana non c’è niente di fantastico”, “E se consideriamo la letteratura, allora sono le cose che non esistono, immaginate dall’uomo a scopo poetico. Ecco. Questa è la definizione che darei”.

[4] Sarebbe affascinante pensare a un legame tra Buzzati e Lovecraft, miei eroi adolescenziali. Buzzati l’ho scoperto prestissimo, alle elementari, assieme a Calvino e Rodari, quindi praticamente le prime cose che ho letto in vita mia. Lovecraft è di poco successivo e risale all’uscita dei volumi curati da G. Lippi per la Mondadori usciti alla fine degli anni ’80 e nei primi ’90. Comunque l’unico rapporto esistente tra Buzzati e Lovecraft è la presenza di quel volume dell’autore americano presente nella biblioteca dell’autore milanese.  Buzzati possedeva una ri-edizione del 1969 di un libro uscito il 1956 editato dall’editore Denoёl intitolato Par delà le mur du sommeil, tradotto dall’americano da J. Papy e contenente i racconti Oltre il muro del sonno, I ratti nei muri, la cosa sulla soglia, il caso di Charles Dexter Ward e L’abitatore del buio. I rapporti sembrano finire qui. Tuttavia, scorrendo uno degli studi lovecraftiani della Dagon Press, in particolare il numero 12 bis dell’autunno 2012, è possibile accorgersi come entrambi gli scrittori fantastici avessero l’abitudine di infittire i loro carteggi con moltissimi disegni, che spesso accompagnavano i racconti, illustrandone parti o personaggi. Lovecraft, ad esempio, cercò (con una mano certo meno felice rispetto a quella di Buzzati che, oltre ad essere un fine scrittore, era anche un valente e originalissimo pittore) di illustrare la brughiera devastata di The shadow out of time, o ancora i numerosi autoritratti umoristici dispersi nel mare magnum di lettere, le illustrazioni per la Shunned House e ancora le raffigurazioni precise dell’idolo Cthulhu, insomma un bisogno di utilizzare anche le immagini per costruire racconti moderni, ibridi narrativi che prendono i loro spunti dal cinema, dalla letteratura, dal fumetto. Buzzati, in questo senso, saprà portare il suo laboratorio a livelli di intertestualità e sperimentazione assai elevati, basti pensare al Poema a fumetti del 1969, prima vera graphic novel della letteratura italiana!

[5] Nella bella edizione uscita per Mondadori, Lorenzo Viganò, nella documentata postfazione, ricostruisce la storia editoriale del testo; all’inizio i dipinti erano stati realizzati per una mostra d’arte inaugurata nel settembre del 1970, poi ne era stato tratto un catalogo stampato in bianco e nero dall’editore Naviglio a Milano. Da questo Garzanti decide di ricavare un fuori collana da mandare in libreria nel novembre del 1971. Il libro Garzanti presenta numerose differenze rispetto al catalogo della Naviglio: il formato è differente, una prefazione, le tavole a colori (che aumentano rispetto all’edizione precedente) e soprattutto la comparsa dei brevi raccontini che le accompagnano. Anche questa edizione Garzanti scomparirà presto dal mercato (sorte comune toccata al Buzzati più irrequieto, quello del Poema e anche dell’autoritratto fatto da Panafieu), salvo ricomparire brevemente nel 1983 per i tipi delle Grandi Edizioni Italiane con titolo cambiato, altro formato e nuova grafica. Anche questo libro però è una meteora e bisognerà aspettare la recente e filologicamente corretta edizione uscita per Mondadori nel 2012 e attualmente ancora in commercio.