I giovedì della signora Giulia, dalla “pre-sceneggiatura” allo sceneggiato Rai – di Davide Rosso

Anzitutto I giovedì è un romanzo, uscito per la prima volta a puntate (28), apparse tra il 2 febbraio e il 23 marzo del 1962 sul quotidiano svizzero “Corriere del Ticino”. Autore un tale Nik Inghirami, pseudonimo un po’ anglofono, un po’ italiota, dietro al quale si cela Piero Chiara, uno scrittore nato a Luino, sulla sponda lombarda del lago Maggiore.

Chiara non è ancora famoso e il suo romanzo d’appendice appare come un personale omaggio a Quel pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, autore del quale Chiara è un fervente ammiratore. Mauro Novelli, nella bella introduzione all’Oscar Mondadori parla anche di certe ascendenze chandleriane, riferendosi a The lady in the lake, dello scrittore statunitense.

Dopo l’uscita a puntate del 1962, Chiara pubblica Il piatto piange (1962), La spartizione (1964) e Il balordo (1967), tutti per Mondadori. Nel 1968, ormai conosciuto dal largo pubblico, segue il giro d’Italia per la Rai e lavora su elzeviri, recensioni, bozzetti. Il rapporto con il cinema comincia nel 1970, con Venga a prendere il caffè da noi, trasposizione di Alberto Lattuada dal romanzo La spartizione.

Sono gli anni dei grandi sceneggiati Rai, in particolare dei grandi successi degli sceneggiati gialli, dalle inchieste del commissario Maigret, al padre Brown, fino alla fortunatissima serie di Ezechiele Sheridan, tenente della omicidi creato dalle penne di Mario Casacci e Alberto Ciambricco. Chiara recupera il romanzo del 1962 (antenato dei procedural e legal thriller) pubblicato sul “Corriere del Ticino” e vende una “presceneggiatura” de I giovedì alla Rai, la quale affida il tutto ad una società di produzione di Pietro Germi. In contemporanea lo scrittore di Luino consegna alla Mondadori il testo della “presceneggiatura”, che verrà pubblicato direttamente negli Oscar Mondadori, in contemporanea con la messa in onda dello sceneggiato nell’aprile del 1970. Il testo degli Oscar del 1970, la presceneggiatura, è in realtà il testo del 1962 con alcune significative modifiche (che tra poco vedremo). Lo sceneggiato, invece, viene riscritto e adattato da Paolo Nuzzi, Ottavio Jemma e Marco Zavattini. Paolo Nuzzi fu designato alla regia, ma venne sostituito in corso di realizzazione da Massimo Scaglione, interno Rai, curatore della regia di molti programmi a partire dal 1955. Nuzzi, Jemma e Zavattini modificano ulteriormente l’intreccio giallo di Chiara consegnato alla Mondadori nell’estate del 1969, trasformando il finale aperto del romanzo. E’ probabile che sia lo stesso Chiara a sottolineare le differenze in una nota senza firma apposta nel libro Mondadori, ove si dichiaravano discordanze tra il testo televisivo e quello letterario, che voleva restaurare il carattere e le conclusioni originali della storia.

Vediamo ora la trama generale del romanzo e le varianti conosciute.

Ecco il soggetto riportato nel breve riassunto dalla quarta di copertina dell’Oscar Mondadori 2013 che uso per la consultazione:

Che fine ha fatto la signora Giulia, moglie del rispettabile avvocato Esengrini, scomparsa dalla cittadina di M. un giovedì di maggio del 1955? E perché proprio di giovedì, il giorno così speciale in cui, tutte le settimane da tre anni, prende il treno per recarsi a trovare la figlia in collegio a Milano? Rispondere a queste domande è il compito del commissario Sciancalepre, che si trova a indagare su quella che tutti in paese considerano una fuga d’amore. Frugando tra le ombre del parco di villa Esengrini, però il poliziotto inizia a sospettare che sia accaduto qualcosa di ben peggiore di un tradimento…”

Vediamo ora il paratesto del cofanetto dvd della Rai, contenente le 5 puntate trasmesse sul primo canale dal 5 al 18 aprile del 1970:

Il 26 aprile 1965, in un’anonima località lombarda, la signora Giulia, moglie del noto e stimato avvocato Esengrini, scompare nel nulla. Bella, inquieta, intrappolata in un matrimonio fallito, la donna nascondeva un segreto: un giovane amante, che incontrava tutti i giovedì a Milano. Parte da qui una lunga indagine che darà molto filo da torcere a Sciancalepre, commissario dalla simpatia tutta partenopea. Quando, un anno dopo il corpo della signora viene ritrovato nel giardino di villa Esengrini, i sospetti si addensano sull’irreprensibile marito…”.

Entrambi i riassunti rendono bene il tono generale della vicenda, costruita attorno a degli stereotipi della detection classica come la villa tenebrosa degli Esengrini, vero fulcro della storia televisiva e letteraria; oltre alla villa, teatro di crimini e sventure, abbiamo una località anonima e provinciale, posta sui colli in riva al lago Maggiore, luogo originario dello scrittore. A questi elementi bisogna aggiungere il corpo presente/assente della signora Giulia, cercata, nominata, intravista solo in fotografia, poi riapparsa sotto forma di una mummia incartapecorita, degna di un qualche mystery gotico. Vi è poi un commissario di polizia astuto e tenace, ricalcato un po’ dal Ciccio Ingravallo di Gadda e dal Maigret di Simenon. Chiara si era ispirato ad alcuni casi di cronaca nera del periodo, in particolare un evento che fece scalpore negli anni sessanta, ossia il “caso Bebawi”, che adombra soprattutto le pagine finali de i Giovedì, quando le ricostruzioni del delitto si fanno cangianti e si annullano vicendevolmente. Alla cronaca nera aveva aggiunto alcuni tratti caratteristici di tutta la sua produzione narrativa: il paesaggio provinciale, i commenti corali della gente.

Prima di esaminare i rapporti e le differenze tra lo sceneggiato e la “presceneggiatura” degli Oscar Mondadori 1970, voglio analizzare brevemente le varianti del testo.

Nella prima versione, quella uscita per il quotidiano svizzero “Corriere del Ticino”, il colpevole veniva identificato in Demetrio Foletti, il giardiniere tuttofare dell’avvocato Esengrini; il Foletti crollava durante un interrogatorio del commissario Sciancalepre e si vedeva costretto ad ammettere il delitto.

Nello sceneggiato Rai del 1970, contrariamente a quanto riporta Mauro Novelli nell’introduzione citata, il colpevole non è solo l’ambiguo giardiniere. L’avvocato Esengrini, marito della povera e infelice signora Giulia, è la vera mente dietro tutto e il povero Foletti è il suo aiutante, braccio destro anche nel crimine. Nello sceneggiato, dopo lunghe e faticose indagini, gli inquirenti riescono a inchiodare i due e a farli condannare.

Nella terza versione, ossia l’Oscar Mondadori del 1970, prima pubblicazione in volume del testo, Chiara aveva rifatto la conclusione, lasciando imprecisata l’identità dell’assassino della signora Giulia e liberi i due imputati, Esengrini e Foletti, forse complici, forse no.

Esiste una quarta versione, circolata nei primi anni ’70 ed editata nel circuito del Reader’s Digest, dove, nell’ultimo capitolo, il commissario e il giudice ricostruiscono il delitto, postulando una complicità tra l’avvocato Esengrini e il giardiniere Foletti, esattamente come nella sceneggiatura dello sceneggiato. Una settimana dopo il processo, ecco che Esengrini, vinto da strani rimorsi, convoca Demetrio Foletti e gli comunica di aver scritto una lettera nella quale si accusa del crimine e lo chiama a correo.

Queste le varianti.

Chiara considerava come definitiva quella dell’Oscar Mondadori del 1970, dove Esengrini e Foletti la facevano franca e il delitto della signora Giulia rimaneva impunito.

Analizziamo ora i rapporti tra l’Oscar Mondadori di Chiara e lo sceneggiato, entrambi del 1970.

I giovedì della signora Giulia, originale televisivo Rai in cinque puntate, trasmesso dal 5 al 18 aprile 1970.

Regia: Massimo Scaglione & Paolo Nuzzi.

Soggetto: Piero Chiara dal suo romanzo omonimo.

Sceneggiatura: paolo Nuzzi, Ottavio Jemma, Marco Zavattini.

Direttore della fotografia: Giuseppe Aquari

Musiche: Carlo Rustichelli.

Direttore di produzione: Luigi Giacosi.

Organizzatore generale: Carlo Nebiolo.

Interpreti: Caludio Gora, Tom Ponzi, Martine Brochard, Francesco Di federico, Helene Remy, Gianfranco barra, Umberto ceriani, Louis Velle, Gianni Mantesi, Andrea Petricca.

La prima puntata dello sceneggiato copre circa le prime 30 pagine del romanzo Mondadori.

Nel testo letterario Chiara apre le danze sul commissario Sciancalepre che arriva nel suo ufficio verso mezzogiorno, dopo aver assistito ad un processo per furto contro una banda di delinquenti; Sciancalepre viene presentato come un poliziotto dal fiuto particolare, non lontano da una promozione. Sciancalepre vive e lavora nella cittadina di M., località imprecisata nell’alta Lombardia, dove è commissario di pubblica sicurezza e dove sono nati i suoi due figli. Nello sceneggiato, invece, Sciancalepre, interpretato dal detective privato Tom Ponzi, è scapolo, senza moglie pacifica, grassa e bolognese. Nel processo, il gruppo di bischeri è assistito dal notissimo avvocato Esengrini, penalista superbo, vice pretore onorario, ex sindaco di M. e, ai tempi del fascio, podestà rispettato e temuto. Esengrini, parlando poco e bene, riesce ad ottenere pene irrisorie per i suoi assistiti. Nello sceneggiato, Esengrini ha un eloquio raffinato e colto, affidato alla dizione sicura di Claudio Gora, qui al suo apice interpretativo. Sia nel libro che nello sceneggiato, Sciancalepre ammira incondizionatamente il noto penalista. Esengrini viene descritto da Chiara come una figura alta, vigorosa, volto pallido e severo coi baffi un po’ all’antica e le profonde occhiaie, e una sicurezza che lo rende una figura giuridica indiscutibile ed eccelsa. Gora non è alto, per il resto rende perfettamente i caratteri del personaggio. Nel romanzo Sciancalepre torna in commissariato e trova ad aspettarlo un Esengrini preoccupato. Qui l’uomo di legge gli espone il suo problema, ossia la scomparsa della moglie, la signora Giulia, più giovane di lui di circa vent’anni (Esengrini è un uomo di sessant’anni). Subito dopo i due si recano alla villa e l’avvocato gli spiega delle visite che la signora, ogni giovedì, faceva a Milano, sia per trovare la figlia quindicenne Emilia in collegio, sia per dare un’occhiata alle vetrine in via Montenapoleone. Esengrini instilla dei sospetti nel commissario, fa presente che lui e la moglie dormono separati da tempo (“la signora Giulia non sopporta più il letto matrimoniale. Dice che per me è una succursale dello studio, perché leggo le copie dei processi fino a tardi, prendo appunti, sfoglio delle riviste giuridiche…”). Inoltre fa presente al commissario che un giovane e avvenente ingegner Fumagalli, per un breve periodo, aveva frequentato la moglie dell’avvocato. Prima di andarsene Sciancalepre sente brevemente Demetrio Foletti, il giardiniere tuttofare della villa. Nello sceneggiato, pur senza modificare il senso, il plot è costruito in modo differente, col commissario che viene convocato a villa Esengrini e apprende da un affranto, ma sempre inappuntabile, avvocato, della scomparsa della signora Giulia. Inoltre Foletti viene mostrato nell’atto di ribattere alcune citazioni dell’avvocato e appare da subito chiaro che, più che giardiniere, è una sorta di dattilografo, promosso al ruolo di consulente giuridico dell’Esengrini.

Nel secondo capitolo del libro, Sciancalepre si reca a Milano, sulle tracce della signora scomparsa. Qui va a trovare il giovane e piacente professionista, l’ingegner Fumagalli. Nello sceneggiato Fumagalli non è nel suo ufficio in un palazzo del centro, bensì al lavoro, in cantiere. L’uomo dice di non saper nulla e ammette una leggera infatuazione per la donna, infatuazione che non è mai andata oltre la devozione platonica. Sciancalepre se ne torna a M. senza aver concluso granché. Il passo successivo è dedicato da Chiara alle chiacchiere di paese, alla freddezza delle malelingue. Questi passaggi, appena accennatati, quasi impressionisti (com’è proprio della scrittura leggera di Chiara), non vengono resi nello sceneggiato, incentrato sui personaggi principali e sulla villa dell’avvocato. La moglie del giardiniere, Teresa Foletti, avvicina Sciancalepre e lo mette al corrente di un segreto: certe lettere che la signora Giulia riceveva da Milano, forse da un amante segreto. Questi passaggi vengono rispettati anche nello sceneggiato e portano a un nuovo personaggi, un vitellone e playboy di nome Luciano Barsanti. Sciancalepre scopre che, dopo la scomparsa della signora Giulia, Barsanti è andato a Roma. Passa altro tempo e la questura di Roma avvisa il commissario di sapere dove si trova Barsanti. Sciancalepre si reca da Esengrini e chiede, per agire con decisione, una querela formale. L’avvocato detta la querela (nello sceneggiato al fido Foletti) e il commissario può partire. Barsanti viene sorpreso in casa, in zona di via Agamer, con una donna, una fascinosa signora, ma non si tratta della signora Giulia. E’ chiaro che Barsanti sia un lenone. La signora se ne va offesa dall’irruzione della pubblica sicurezza (con Sciancalepre c’è anche l’agente Muscariello, che qui appare come un personaggio di sfondo, nello sceneggiato invece è la spalla del commissario ed è affidato al caratterista Gianfranco Barra); Sciancalepre fa tradurre in Questura il Barsanti, lì il ruffiano afferma di essersene andato da Milano dopo aver ricevuto una lettera minatoria dall’avvocato Esengrini, al corrente della tresca del Barsanti con la signora Giulia. Anche Barsanti afferma di non saper nulla della signora. Alla fine il commissario è costretto a diffidare l’uomo e lasciarlo libero. Nello sceneggiato, questo pezzo è assai diverso: Barsanti è solo, non in compagnia di una donna ed è meno untuoso, più borghese, perbene. Sciancalepre non fa irruzione ed è solo; aspetta l’uomo sul pianerottolo e lo vede arrivare con un sacchetto di carta con dentro della spesa. Il resto corrisponde, compresa la rivelazione della lettera e dell’avvocato Esengrini al corrente della tresca. Tornato in Lombardia, a M., Sciancalepre si reca di mattina presto e chiede spiegazioni all’Esengrini, il quale nega recisamente di conoscere Barsanti e di avergli mai spedito alcunché. Nel romanzo, a questo punto, siamo circa a pagina 30, Chiara approfondisce in mezza pagina la figura del giardiniere tuttofare, uomo sui quarant’anni, fedelissimo alla casa Esengrini, prima alla signora, poi all’avvocato, che, nelle ore libere, gli ha permesso di starsene nello studio e appassionarsi di cose legali, trascurando così il parco della villa. La villa, ecco. Palazzo Zaccagni-Lamberti, proprietà della famiglia della signora Giulia. Nello sceneggiato viene mostrato l’arrivo di Emilia dal collegio delle Orsoline. Sull’auto del padre li vediamo attraversare il mercato, sotto gli occhi di tutti. Emilia (una giovanissima e splendida Martine Brochard) piange, è affranta per la scomparsa della madre e sembra presagire qualcosa di tragico. Esengrini invece appare come sempre, un totem, un robot di legge, imperturbabile, scuro in viso, concentratissimo e compunto. La prima puntata si chiude con Sciancalepre e Muscariello in un bar per un caffè: i due scorgono l’ingegner Fumagalli su un’auto sportiva insieme alla giovane Emilia.

Fin qui, lo sceneggiato e il romanzo viaggiano su strade parallele. Dalla seconda puntata le cose si complicano un pochino. La seconda e la terza puntata occupano all’incirca i capitoli 4, 5, 6 e 7 del romanzo mondadoriano.

La seconda puntata è occupata grosso modo da Emilia e l’ingegner Fumagalli. I due si fidanzano, si sposano contro la volontà dell’avvocato Esengrini, il quale, pur di non aver nulla a che fare col genero (forse uno dei corteggiatori della signora Giulia?), abbandona la villa dove aveva vissuto con la moglie. Nello sceneggiato, dalla scomparsa di Giulia, è passato un anno, nel libro 3. Esengrini impacchetta le sue cose e si trasferisce in un appartamento nuovo. Nel romanzo il matrimonio tra Emilia e Fumagalli avviene in gran segreto, senza invitati, nello sceneggiato invece si tratta di una normale cerimonia, contornata dagli amici giovanili della coppia. Sempre nello sceneggiato si mostra una festa serale alla villa Zaccagni-Lamberti, dove gli ospiti visionano un filmino in super 8 della cerimonia nuziale. Subito dopo fa la sua comparsa un’ombra. Se ne accorge Emilia e poi anche l’ingegnere, il quale però la butta in burla per non spaventare l’ancor fragile e turbata mogliettina. Sciancalepre viene a sapere della cosa da Demetrio Foletti e si reca una sera a casa della coppia. Decide, col permesso dell’ingegnere, di appostarsi nella casa e sorprendere l’ombra che si aggira nel grande parco abbandonato della villa. Chi è l’ombra? Cosa cerca? Nel film tv questo passo si carica di mistero e fascino, con la bella fotografia di Aquari che fruga tra la fitta vegetazione che circonda la casa. L’ombra è una figura evanescente, forse proiettata dalla luna, da un frammento di nuvola. Non si riesce mai a distinguere chiaramente. Nel romanzo è l’ingegner Fumagalli ad avvisare direttamente il commissario; ad entrambi sembra di riconoscere la sagoma dell’avvocato. Che ci fa nella sua vecchia casa? Cosa cerca? A mio avviso lo sceneggiato, su questo punto, svolge meglio la scena, caricando l’episodio dell’ombra di mistero e sottile inquietudine. Nelle pagine di Chiara, la mattina successiva al primo avvistamento, il commissario e il Fumagalli si aggirano per il parco in cerca di tracce. Durante il sopralluogo Fumagalli scorge una vecchia rimessa per i cavalli e decide di trasformarla in un garage. Inizierà subito i lavori. Cala un’altra notte e il commissario decide di appostarsi per cogliere l’ombra in fragrante. Sentono un grido, confusione e il commissario scorge il visitatore notturno mentre sta per calare una grossa mazza sulla testa dell’ingegnere. Spara in aria due colpi e l’ombra si dilegua. Nel film tv nulla di tutto questo. Fumagalli, impaziente, corre incontro all’ombra, seminando Sciancalepre e Muscariello (personaggio quasi inesistente nel libro) e finisce per essere tramortito dall’ombra. A questo punto, sia nel libro che nello sceneggiato, Sciancalepre corre a casa dell’avvocato e lo trova pacifico, come sempre controllatissimo. Durante la breve visita Sciancalepre scorge una mazza nel portaombrelli ed Esengrini si compiace nel descriverne la fattura elegante. Nella versione tv si tratta di un bastone da passeggio con una testa di cane con una delle orecchie rotta. Era il bastone usato per tramortire Fumagalli? La seconda puntata televisiva si chiude sulla pioggia che cade a dirotto e rompe gli argini della grande fossa scavata dagli operai per la costruzione (nel libro di un garage) della nuova piscina nella villa.

Dalla voragine intravediamo il corpo decomposto della signora Giulia.

Capitolo 6, inizio della terza puntata.

Nel romanzo è Fumagalli che corre ad avvisare il commissario del ritrovamento.

Informano il Pretore (che in tv è affidato allo stesso Piero Chiara) e, assieme all’avvocato Esengrini, incontrato per caso sotto il portone della Pretura, si recano a villa Zaccagni-Lamberti. Nel film il corpo della signora Giulia non vien praticamente mai mostrato. Chiara, al contrario si sofferma appena, descrivendoci un corpo scheletrico affondato in una pozza di liquame. Segue il fermo dell’avvocato e l’arrivo a M. del Procuratore della Repubblica. La terza puntata, dopo il ritrovamento del cadavere, si concentra sull’Esengrini in carcere e gli interrogatori a cui è sottoposto. Il capitolo 7 è svelto, quasi una scaletta, ridotto a una serie di punti, quasi Chiara non avesse particolarmente voglia di svolgere alcuni passaggi. Esengrini avanza una serie di istanze. Chiede un confronto col Barsanti, il presunto amante romano della moglie, chiede che sia allegata agli atti una pratica denominata Molinari, contenente una busta gialla con sopra scritto ““Pezze giustificative contabilità Molinari”. Chiede una successiva istanza, affinché sia allegata agli atti la sua agenda del 1955 (nel libro), in particolare una pagina recante l’appunto “Istanza per libertà provvisoria Marchionato Alfredo”. Il Procuratore della Repubblica è esterrefatto. A cosa vuole arrivare Esengrini? L’avvocato, pacato e glaciale (qui Claudio Gora è maestro) spiega che la giustizia è un robot senza cuore né intelligenza. Esengrini dice di sapere chi è il vero assassino e vuole accumulare sul tavolo del Procuratore tutte le prove necessarie per incastrare l’assassino di sua moglie (arriva la perizia necroscopica e il perito settore conclude che la signora Giulia è stata strangolata o annegata). Nel libro Esengrini ammette di essere l’ombra che si aggira per il parco (ma non di aver aggredito il genero). Cercava prove contro l’assassino, sicuro che la moglie non avesse mai lasciato viva la villa. Esengrini, in un passo curioso e gotico, dice di esser rimasto impressionato dalla lettura di un libro intitolato Io credo nei vampiri (Chiara non si dilunga, tuttavia la citazione è intrigante, si tratta infatti di uno dei primi saggi scritti da un autore italiano – Emilio de’ Rossignoli – sull’argomento e pubblicato dalla Ferriani nel 1961, un anno prima dell’uscita de I giovedì sul Corriere del Ticino); Esengrini è convinto che il vero assassino stia giocando una difficile partita contro di lui. L’uomo di legge prosegue e racconta al Procuratore di esser riuscito a scoprire la tomba della moglie nella cisterna della villa e di aver taciuto per paura di esser accusato lui del delitto. I gioielli che la donna indossava sono spariti e la paura di Esengrini è che l’assassino possa nasconderli nel suo studio e incastrarlo. A questo punto ecco l’importanza della lettera ricevuta dal Barsanti, lettera prodotta dall’avvocato e che lui aveva negato di aver scritto, e dell’istanza di libertà provvisoria del Marchionato (stesa nei giorni in cui la signora era scomparsa e lasciata a lungo sulla scrivania nel suo studio). Sovrapponendo la lettera firmata dall’avvocato per il Marchionato e quella presunta ricevuta dal Barsanti, si nota come la seconda firma sia ricalcata in trasparenza dalla prima. Per Esengrini ecco la prova di una mano nell’ombra che trama contro di lui. Su questo colpo di scena si chiude la terza puntata e il capitolo 7.

Il capitolo 8 e i seguenti iniziano a differenziarsi sempre di più rispetto alla versione Rai. Sciancalepre ritorna alla villa Zaccagni-Lamberti ed effettua nuovi sopralluoghi. Inoltre rintraccia una serie di lettere che la signora Giulia aveva scritto al suo amante Luciano Barsanti. Una di queste, letta dal commissario e dal Procuratore, chiarisce come la vita coniugale della donna fosse ormai finita e che la stessa avesse intenzione di troncare con l’avvocato. Questi, durante successivi interrogatori, cerca di confondere maggiormente le acque e fa cadere pesanti sospetti, prima sul Barsanti, che viene puntualmente arrestato, infine sul suo giardiniere tuttofare, Demetrio Foletti, anch’esso in fermo. Esengrini, pur dal carcere, è la vera mente che muove i passi degli inquirenti e li usa come dei pupazzi. Dopo poco le accuse verso Barsanti cadono. La polizia decide di effettuare una perquisizione alla villa, per cercare i gioielli che la signora aveva la mattina della scomparsa e che non sono mai stati ritrovati; se fosse possibile collegare i gioielli con l’avvocato per lui sarebbe la fine. Qualcuno però decide di introdursi furtivamente nella villa e di nasconderci i gioielli; Sciancalepre e i suoi sono nascosti nella magione e sorprendono il misterioso visitatore: è Demetrio Foletti. Foletti viene tradotto nelle carceri e interrogato: lui sostiene la colpevolezza dell’avvocato e dice di aver ritrovato i gioielli per caso ma di non averlo detto per paura di essere accusato a sua volta. A questo punto Foletti dà una ricostruzione dei fatti esattamente speculare a quella dell’avvocato. Che fare? Chi dei due mente? Chi è il vero colpevole? Si decide di rinviare tutto in corte d’Assise. Il processo occupa alcune righe del capitolo 10, l’ultimo, lungo appena 2 pagine. Foletti ed Esengrini vengono assolti. Rimarrà il dubbio e un colpevole in libertà. Il romanzo Mondadori del 1970 si chiude con Foletti e l’Esengrini che varcano il portone del carcere e si allontanano nella via parlottando tra loro. Le loro parole si perdono nel fragore del traffico. Cosa si dicono? Erano forse complici? Il romanzo si chiude senza un colpevole alla gogna. Nello sceneggiato invece, Sciancalepre riesce ad incastrare con uno stratagemma i due e a dimostrare che Esengrini e Foletti sono complici nell’omicidio della povera signora Giulia. Pur con queste differenze, sceneggiato e romanzo rappresentano dei “testi” alternativi nel romanzo giallo del periodo, esperimenti lontani dal fragore del mondo pop dei thrilling del periodo. Sia Chiara che Scaglione affrontano la storia provinciale della signora Giulia con lentezza, si lasciano andare nel ritratto a bozze del piccolo mondo di provincia, universo chiuso, boccia di vetro non così lontana dagli stereotipi del giallo inglese della golden age.