Il congresso – di DarkPhoenix

Si svegliò di soprassalto. Ancora lo stesso sogno, sempre lo stesso, ogni notte da settimane. Ogni volta era un po’ più lungo o più corto, e sembrava quasi una serie televisiva a puntate, che non si sa mai come e quando finisce.

Questa volta si era bloccato su lei, la misteriosa figura in fondo al tunnel, la cui ombra si allungava fino a lui. Scosse la testa e guardò la sveglia: era tardissimo, mancava poco più di un quarto d’ora all’inizio dell’orario di lavoro alla ditta. Probabilmente la sveglia non aveva suonato. O lui non l’aveva sentita, come al solito. Si vestì al buio e sentì la sua pancia brontolare. Non avendo tempo per la colazione, diede un’occhiata tra le bottiglie vuote di liquori disseminate per la casa alla ricerca di qualche sorso scampato alla bevuta che si faceva tutte le sere al posto della cena. Trovò mezza bottiglia di whisky e il fondo del gin. Se li scolò in fretta, abbandonò i vuoti sul pavimento e uscì. Alla ditta nessuno gli fece domande sul suo aspetto o sulle sue occhiaie. Da circa quattro mesi arrivava sempre così all’azienda, barcollante e con un abbigliamento che era tutto un programma: pantaloni del completo verde, giacca di quello blu, camicia rossa con la scritta “Honolulu baby, I want you” ed un’eloquente immagine della “Honolulu baby”, scarpe da tennis gialle. Non parlava neanche più col suo migliore amico, che cercava di farsi avanti ma veniva sempre scacciato in malo modo. Alla fine aveva capito che era inutile perdere tempo e che se voleva parlargli, doveva essere lui a iniziare una conversazione almeno un po’ intelligente, non i soliti “Mmmh…” “Grump…” e le altre cose che borbottava se uno gli faceva una domanda. All’ora di pranzo l’uomo entrò nel bar e chiese due Martini doppi, bevendoli alla sua salute. Quando li finì, la pancia iniziò a pulsargli, come al solito. Era da qualche settimana che quando beveva gli faceva male la pancia. Forse, pensava, è una reazione del mio stomaco, anche se non gli pulsava proprio lo stomaco, ma un po più su. Poi, rigirando il ghiaccio nel bicchiere, ritornò mentalmente a quella sera di quattro mesi prima, quando lei lo aveva mollato. Era stato allora che aveva iniziato a bere ed a sostituire le bottiglie di liquore al cibo normale. La sera, poi, si faceva al massimo due uova al tegamino o una pizza, se proprio aveva fame, ma mai ogni sera. Era capitato che non aveva mangiato per cinque giorni e si era ubriacato così tanto che era dovuto rimanere a casa per i due giorni rimanenti della settimana. Ed era sempre allora che aveva iniziato a fare quel sogno, che andava avanti e poi tornava indietro, quasi a sottolineare qualcosa. La campana suonò e lui tornò al suo sterile lavoro. A fine giornata uscì e coprì ciondolando i dieci minuti che lo separavano dal suo appartamento. Entrò e si guardò intorno desolato: da quanto tempo non puliva? Da quanto tempo non lavava i piatti sporchi che imperterriti s’impilavano nel lavello, quasi in segno di sfida? I vestiti abbandonati sul letto, sul pavimento, sotto i mobili: da quanto tempo non li portava in lavanderia o li piegava? Il cibo ormai era ridotto a poche scatole di corn flakes. Invece l’armadietto dei liquori era sempre quasi pieno: Gin, Rum, Vodka, Martini… Quel giorno, invece, c’erano solo cinque bottiglie e mezza: tre di Vodka, una di Gin e una e mezza di Rum. Le prese tutte e le sistemò intorno alla poltrona. Accese la tv: c’era un film strappalacrime, l’ideale col suo umore. Cominciò con la mezza bottiglia di Rum. Poi toccò al gin ed a una bottiglia di vodka. La testa gli girava, ma ormai era abituato, così finì anche l’ultima bottiglia di Rum, insieme al film. Spense la tv e prese le due bottiglie superstiti, con l’intenzione di rimetterle nell’armadietto. Barcollando come se fosse su una nave, raggiunse l’armadietto, ma cambiò idea: perché bere le due bottiglie il giorno dopo? Era un vero peccato! Erano solo due! Così si sedette per terra e, ridendo come uno stupido, stappò anche le due bottiglie di Vodka, ed in meno di cinque minuti, entrambi i vuoti avevano raggiunto gli altri sparsi nella stanza. Ancora ridendo, decise di andare a letto e fece per alzarsi, ma le gambe gli cedettero e ricadde per terra, svenendo. Come ogni notte. La strada sottile, l’esile ponte che attraversava il buio infinito. Cominciò a camminare, stranamente diritto e spedito come non riusciva più a camminare da diverso tempo, non ciondolando e non trascinandosi. Il doloretto a nord dello stomaco s’acuì, ma lui non ci fece caso. Ogni notte camminava per quel ponte, senza sapere nè perché nè dove sarebbe arrivato, e si sorprendeva a chiedersi perché non era rimasto nel suo letto, dato che non era un gran sportivo. Il ponte stava per finire. Alzò lo sguardo e vide dove terminava: c’era una fessura nel buio che sfavillava di luce; e lì, stagliata sulla soglia, c’era una figura, la cui ombra arrivava a lambirgli i piedi. Doveva sapere chi era la persona che lo guardava, perciò coprì correndo i pochi metri che lo separavano da lei e si fermò a fissarla. Non c’era dubbio. I suoi capelli, i suoi occhi, il suo viso, era quello che ricordava, che gli aveva gridato di crescere. Era lei. Le accarezzò il viso e si trovò le dita bagnate di lacrime. “Perché piangi? Ora sono qui, sono tornato, e nulla ci potrà più separare. Andiamocene da questo ponte buio”. “E’ troppo tardi, amore. Non ce l’hai fatta…” “Cosa non ho fatto?” Lei non rispose e si voltò, allontanandosi. “Ho cercato di fartelo capire… Il ponte, la luce, io che ti aspettavo… ma non hai capito, non ce l’hai fatta”. “Cosa non ho fatto? Cosa stai dicendo?” All’improvviso, con un boato, il ponte tremò e poi crollò. Lei aveva già oltrepassato la luce. “Cosa devo fare?” gridò. Poi più nulla.

Si svegliò con un dolore atroce al ventre L’alcol! Il fegato! La cirrosi! Era quello il doloretto che aveva troppo a lungo sottovalutato! E il sogno che era solo una premonizione: il tunnel era la sua disperazione, il suo crollo la morte. La luce era la sua possibilità, ma lui l’aveva buttata via. Troppo tardi… Era veramente troppo tardi? Con uno sforzo reso immane dal dolore, si trascinò fino alla scrivania dove teneva il telefono. Aveva bisogno di aiuto. Alzò la cornetta, e con le mani che gli tremavano compose il numero. 1…1…8… Una voce cordiale rispose, ma il dolore era talmente acuto che non riuscì a sentire nulla. Riuscì solo a mormorare, sull’orlo dell’incoscienza: “Via Demetrio…numero 512…piano…sesto…fate presto, per favore…” La cornetta gli scivolò di mano e lui s’accascio sul pavimento freddo. La voce continuò a gridare, dalla cornetta che penzolava: “Pronto?…Pronto!…Oddio, presto, un’ambulanCLICK…tutututututu…”

L’ambulanza arrivò dopo tre minuti dalla chiamata. Caricarono sopra l’uomo, in pessime condizione, e partirono a sirene spiegate. Vennero avvisati i parenti, che corsero subito all’ospedale. Anche lei venne avvisata, ma solo la mattina dopo. Appena ricevuta la chiamata corse anch’essa a vedere come stava. Lo avevano appena operato d’urgenza, ed era steso sul letto, bianco come le lenzuola. Lei si sedette con un nodo alla gola, sapendo di essere la causa indiretta del suo male. Rimase a vegliarlo finchè lui non si svegliò, diverse ore dopo. La guardò negli occhi arrossati e le disse: “Hai visto? Non era ancora troppo tardi. Non è mai troppo tardi…”

Il ragazzo chiuse di scatto il fascicolo che teneva aperto sul leggio. Il suo pubblico silenzioso era molto interessato. “E con questa versione romanzata del fatto accaduto al mio migliore amico, di cui non ho voluto citare il nome per una questione di privacy, spero di avervi convinto della mia tesi, e cioè che i sogni non sono solo immagini della mente, ma anche degli avvertimenti, dei messaggi di un entità superiore. Non bisognerebbe mai cadere nella trappola del sogno impossibile, poiché nulla è impossibile” “Giovanotto, quella che tu chiami dimostrazione incontestabile, è solo il racconto di un tuo amico, se mi permetti, non propriamente affidabile” prese la parola una signora anziana che sedeva su una carrozzella e che mostrava sul viso i segni di una vita triste e senza soddisfazioni. “Forse quello che ti ha raccontato era solo il suo sogno distorto, dettato dalla sua situazione di alcolista. Dammi retta, io una volta ho sognato che scoprivo l’elisir di lunga vita e che lo provavo: ma come vedi,- disse indicando la sua sedia a rotelle- ho settantatre anni e sono paralizzata per via dell’osteoporosi: se l’elisir di lunga vita che ho sognato di prendere fosse stato un segno divino, ora sarei ancora agile e scattante… Dammi retta: la tua tesi non sta in piedi” Il ragazzo abbassò lo sguardo, mentre il Congresso del Paranormale Scientifico finiva e tutti si alzavano e si salutavano con cordiali strette di mano. La sala si svuotò, ma il ragazzo rimase in piedi sul palco, con lo sguardo ancora basso. Ecco quello che succedeva ad avere ragione. Venivi deriso, preso per uno poco serio. La sua tesi era incredibile, non impossibile. A capo chino, prese il fascicolo dal titolo “Il sogno per la Vita” , lo rimise nello zaino e fissando per terra uscì dal salone.

La vecchietta in carrozzella, tornata a casa,si preparò per andare a letto. Il Congresso era stato bello, anche se quell’ultimo ragazzo l’aveva scossa. Faceva sogni simili anche lei, e anche lei da anni beveva molto, e più di una volta aveva accusato dolori alla pancia, ma causati dai farmaci che prendeva. “Ah – si disse – mi sto facendo suggestionare!” Si mise a letto e spense la luce, addormentandosi quasi subito.

La strada sottile, l’esile ponte che attraversava il buio infinito. Cominciò a spingersi la carrozzella, da sola, non con l’aiuto della sua colf argentina. Sentì un doloretto al ventre. Il ponte stava per finire. Alzò lo sguardo e vide dove terminava: c’era una fessura nel buio che sfavillava di luce; e lì, stagliata sulla soglia, c’era una figura, la cui ombra arrivava a lambirgli le ruote della carrozzella. Incuriosita, si avicinò e riconobbe suo marito, morto l’anno prima. “Sei tu! Caro, cosa c’è?” “E’ troppo tardi, tesoro, mi dispiace…” “Cosa? Troppo tardi? Perché?” Lui si voltò verso la luce, allontanandosi. Varcò la soglia e prima di sparire oltre disse: “Speravamo che al Congresso avresti capito… Invece no…Ci vediamo tra poco, cara” Il ponte tremò e poi crollò, con un boato.