Il grande nemico – di Daniele Bello

i.

Il cavaliere, armato di tutto punto, stava attraversando il cuore della Foresta Nera da diverse ore, ormai; vestiva un’armatura dalle tinte verdi e le sue armi risplendevano di una luce verde smeraldo. Nonostante il caldo afoso e l’enorme sforzo profuso, egli continuava imperterrito verso la sua meta; non era facile farsi largo in mezzo ai rovi ed ai rami appuntiti; era arduo procedere lungo il sentiero, ignorando i lamenti degli spiriti che abitavano nel bosco, cercando di ghermire l’anima degli sventurati che osavano violare quei luoghi consacrati alle tenebre. Ma Gareth, detto il Bellamano, non sarebbe mai indietreggiato di fronte alle minacce delle forze oscure, né avrebbe desistito dalla sua ricerca per debolezza o vigliaccheria; non a caso, egli portava il nome di uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda vissuti millenni addietro e voleva dimostrare a tutti i costi di essere degno di tanto onore. All’interno di quel malefico intrico di alberi, infestato – si diceva – da spettri e geni maligni, albergava il nemico che da tempo imperversava nella Contea e funestava la popolazione debole e inerme: per colpa sua le acque del fiume che attraversavano le verdi brughiere erano state avvelenate, causando la moria dei pesci e degli sventurati che avevano osato abbeverarsi; per colpa sua vapori mefitici avevano circondato case e villaggi, provocando disperazione e malattie; per colpa sua, infine, la terra non produceva più frutti e le piante si erano seccate, costringendo i contadini a patire la fame. Come il nemico fosse stato in grado di fare tutto ciò, Gareth lo ignorava; ma gli anziani del villaggio erano certi che l’origine delle loro sventure albergasse nel cuore della Foresta Nera, dove un antico avversario tramava da secoli ai danni della gente povera ed oppressa. E per il giovane cavaliere, il pensare e l’agire furono un tutt’uno: egli giurò a se stesso che non avrebbe avuto pace sino a quando non fosse riuscito a debellare quella minaccia per i suoi conterranei.

ii.

Gareth era giunto, infine, alle pendici della grande montagna che sovrastava il bosco incantato; in qualche modo sentiva che le origini del male oscuro si annidavano all’interno di quell’altura, per cui egli non esitò a percorrere il viottolo 66 che lo conduceva all’interno delle grotte sotterranee che percorrevano infinite vie all’interno di quel massiccio. Con l’aiuto di una torcia, il cavaliere avanzò nella tetra oscurità alla ricerca del nemico da abbattere: una nebbia maligna, unita ad una umidità opprimente, metteva a dura prova la resistenza del coraggioso guerriero, bardato nella sua armatura verde, ma non ne fiaccava il coraggio e l’orgoglio. All’improvviso, Gareth si trovò di fronte ad un lago di pece nera e bollente; il fetore che emanava da quell’orrido luogo non lasciava spazio a dubbi: era quella l’origine di tutti i mali della Contea. Il cavaliere riusciva a stento a respirare, ma non esitò e proseguì, nella spasmodica ricerca del nemico da abbattere. Fu questione di un istante: da quell’oceano di putridume emerse un drago scuro come l’ebano, dalle zanne e dagli artigli d’argento; la sua pelle era ricoperta di scaglie e rivestita da una melassa dall’odore nauseabondo; il suo sguardo emanava malvagità spietata ed indifferente verso le sorti delle sue vittime. Gareth scagliò con forza la lancia in direzione del mostro, ma non riuscì neppure a scalfire la massiccia corazza del drago; un attimo dopo, dalla bocca di quella tremenda creatura uscì un vortice di vapore tossico: il gas venefico saturò in un attimo l’atmosfera della grotta, rendendo arduo per il pur coraggioso cavaliere riuscire a mantenere la lucidità necessaria per affrontare lo scontro. Ciò nonostante, egli sguainò la spada e cominciò a tirare fendenti a caso, cercando di colpire il nemico. Lo scontro andò avanti per diversi giri di clessidra, che parvero eterni ad entrambi i contendenti: il drago continuava a sputare i suoi miasmi infernali, mentre Gareth roteava la sua arma e ogni tanto riusciva a mettere a segno qualche colpo. Tuttavia, ogni qualvolta il cavaliere riusciva a colpire la pelle o le scaglie del suo avversario, dall’impatto scaturivano migliaia di minuscoli frammenti di polvere che, a contatto con i terribili vapori prodotti dal drago, prendevano fuoco, rendendo l’atmosfera sempre più arroventata e irrespirabile; per quanto si sforzasse di vincere il nemico, Gareth riusciva solo a rendere l’ambiente che lo circondava ancora più infernale di come lo avesse trovato.

iii.

Il cavaliere, disperato, era ormai allo stremo delle forze e convinto di non poter più fronteggiare le armi del drago; rassegnato a soccombere di fronte ad un avversario che sembrava imbattibile, egli scagliò il suo ultimo colpo con tutta la rabbia e la forza che gli era rimasta. Il mostro, ancora una volta, non si mostrò per nulla turbato dall’attacco di un ormai scoraggiato Gareth e uscì fuori dalla polla di acqua scura per mettere fine a quello scontro: il drago aprì le fauci e si preparò a divorare la sua ennesima vittima… A quel punto avvenne quello che i saggi non avrebbero esitato a definire un portento; mentre il cavaliere tentava un’ultima disperata difesa, dal nulla si materializzò uno spiritello, che si frappose tra i due contendenti; era alto poco più di mezzo metro e fluttuava nell’aria, avvolto da una luce verde, che sembrava dotarlo di una specie di incorporeità. La piccola creatura scuoteva la testa e, con un’espressione afflitta, mormorò: “E’ inutile che tu provi a sconfiggerlo con quelle armi; così commetterai l’errore che hanno perpetuato per secoli i tuoi simili”. Gareth lo fissò con aria stupita; anche il drago, per un attimo, sembrò desistere dalla sua furia omicida. Il cavaliere, stupefatto, non riusciva a credere alle proprie orecchie e così rispose: “Chiunque tu sia, hai voglia di scherzare? Come pensi che possa uccidere questo drago, se non con le armi che ho?”. Lo spiritello abbassò il capo: “Per secoli, voi uomini avete pensato di risolvere tutti i problemi abusando delle risorse che questa terra vi ha messo a disposizione. Non capite che il mondo non vi appartiene? Come tutte le creature che lo popolano, voi l’avete ricevuto soltanto in prestito e dovrete restituirlo ai vostri figli”. Il tempo sembrava essersi paralizzato, in quel fatale e decisivo istante dell’eterno scontro tra l’eroe ed il mostro. La piccola creatura fluttuante continuò: “Guarda questa pozza di catrame. Chi pensi che l’abbia creata? Voi uomini, solo voi, che per secoli avete costruito macchine che hanno prodotto ed accumulato sporcizia. E come pensi di risolvere tutto, tu? Creando nuove polveri, che stanno prendendo fuoco rendendo l’ambiente ancora più inquinato ed insalubre. Quo usque tandem? Per quanto tempo abuserete della pazienza di tutti noi?”. Gareth non ebbe più la forza di tenere in mano la spada, che cadde a terra rumorosamente. Poi si coprì le mani e cominciò a meditare su quanto aveva dolorosamente appreso: “Non c’è dunque più alcuna speranza? Siamo condannati ad essere sommersi dal nostro sudiciume?”. Lo spiritello mormorò poche parole, prima di dissolversi nel nulla: “In fondo al vaso da cui provennero tutti mali c’è sempre lei: Elpis, la Speranza. Ricordalo”. A quel punto, tutto avvenne nell’arco di pochi istanti; il drago, ripresosi dalla sorpresa, si preparò al nuovo, decisivo attacco; Gareth, dal canto suo, ormai convinto della inutilità dei suoi sforzi, cominciò a singhiozzare disperato. Un attimo dopo, le lacrime che scendevano dalle guance di quel cavaliere così puro caddero sul terreno, dove ancora lottavano tra la vita e la morte dei piccoli fiori riarsi dalla pece nera; quel piccolo frammento di sollievo, prodotto da quella pioggia inaspettata di linfa benefica riportò i boccioli a nuova vita; il gambo di una delle corolle si innalzò nuovamente in posizione eretta, ostentando l’eterno orgoglio di colui che resiste sempre e comunque ad ogni ostacolo. In quel momento, Gareth fissò il fiore con espressione stupita ed incredula, mentre il drago emise un lancinante grido di dolore. Tanto bastò al cavaliere per riprendere in mano la spada e conficcarla nel corpo del mostro, sino all’elsa; l’eterno nemico giaceva esanime, sul terreno, vinto infine dal coraggio e dall’audacia di chi sa di agire per un fine superiore.

iv.

Il mattino successivo, quando l’aurora dalle dita rosee illuminò con giubilo l’alba di un nuovo giorno, Gareth uscì dalla tetra spelonca ed iniziò a percorrere il lungo tragitto che lo separava dalla sua Contea. Portava con sé l’orgoglio di avere sconfitto un nemico e di aver liberato l’umanità da uno spaventoso flagello; ma soprattutto, era diventato il custode di un tesoro che avrebbe dovuto condividere con tutti gli uomini in cui si sarebbe imbattuto da allora in poi. Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto, nei giorni successivi, ma era conscio di essere in possesso di una conoscenza superiore, che non poteva essere ignorata o celata: il sogno, il miraggio e la fiducia di costruire un mondo migliore per l’indomani.

He was not quite sure what to do next. But he would think of something. (CLARKE, 2001: Odissea nello Spazio)


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