Il mastino di Culann, il furore dell’animo celtico – di Daniele Bello

Cu Chulain uccide il mastino di Culann

La mitologia celtica è ricca di storie avvincenti, ispirate ad un forte senso del fantastico e del soprannaturale. Purtroppo, poco è rimasto di questo immenso patrimonio poiché i Celti raramente facevano uso della scrittura per tramandare le loro epopee; inoltre, una certa avversione della civiltà classico-cristiana nei confronti della cultura celtica ha fatto sì che gran parte di questa tradizione sia andata perduta. Fortunatamente, alcuni testi medievali sono sopravvissuti all’erosione del tempo e ci consentono di avere oggi una visione, sia pur parziale, di queste leggende (molti ‘topoi’ della letteratura e della favolistica moderna sono ancora oggi permeati da elementi risalenti al folclore dei Celti). Uno dei cicli più fecondi è quello delle saghe irlandesi: oltre alle leggende legate alla storia dell’isola, particolarmente famosi sono il ‘ciclo feniano’ e il ‘ciclo dell’Ulster’; quest’ultimo è dominato dalla figura di Cú Chulainn[1], la cui epopea è tratta principalmente dal poema Táin Bó Cúailnge (XII sec. d.C.)[2].

1.

La nascita di Setanta

Esiste un’isola, che i moderni chiamano Irlanda ma che gli antichi invocavano con il nome di Eriu o Erin, che per secoli mantenne la propria indipendenza dal resto d’Europa e in cui vennero mantenute il carattere, le tradizioni [3] e le memorie ancestrali degli antichi Celti; in questa terra, baciata dall’amore per la musica e per le favole, visse un tempo un eroe chiamato Cú Chulainn, della cui forza e del cui coraggio nessuno osò mai dubitare.

Le antiche province dell’Irlanda

A quell’epoca l’Irlanda era divisa in cinque provincie (Leinster, Münster, Connaught, Ulster e Meath[4]), ciascuna delle quali era governata da un proprio re: gli irlandesi riconoscevano tuttavia una autorità superiore ad uno di questi sovrani, cui spettava il titolo di Ard Rig (re supremo); in genere tale onore spettava ad un rampollo della dinastia del Meath o dell’Ulster[5].

Le saghe irlandesi di cui Cú Chulainn è protagonista sono ambientate nella regione dell’Ulster, in un’epoca imprecisata che comunque precede di alcuni secoli l’era cristiana; a quel tempo regnava dalla sua dimora di Emain Macha l’Ard Rig Conchobar, noto anche come Conor Mac Nessa.

Questi era diventato sovrano grazie all’astuzia della madre Ness che aveva acconsentito a farsi sposare da re Fergus, purchè quest’ultimo cedesse a Conchobar il trono per un anno.

Il re acconsentì: il governo del figliastro, tuttavia, fu talmente saggio e prospero che alla fine dell’anno il popolo acclamò Conchobar come sovrano e Fergus, che in realtà amava più i combattimenti e la caccia che i doveri derivanti dal trono, acconsentì a mettersi da parte.

Durante il regno di Conchobar avvennero alcuni fatti straordinari: narrano infatti i bardi dell’epoca che un giorno la bella Deichtine (Dectera), sorella ed auriga del sovrano, avesse accompagnato il fratello ed il suo seguito in una battuta di caccia.

Poiché era giunto l’imbrunire e la neve impediva agli Ulaid di proseguire, essi trovarono rifugio presso una casa nella piana di Brug; durante la notte, l’anfitrione annunciò che sua moglie stava per partorire; Deichtine aiutò la donna e di lì a poco nacque un bel maschietto.

La mattina dopo, gli Ulaid si svegliarono nella piana: la casa ed i suoi abitanti erano scomparsi, tranne il neonato; Deichtine decise così di adottarlo, ma il piccolo ben presto si ammalò e morì.

Sconvolta dalla disperazione, ella proruppe in un pianto disperato, per cui una delle sue ancelle le porse una bevanda in una coppa di rame per lenire il dolore: una minuscola creatura le scivolò in bocca mentre beveva. Quella notte, il dio Lùg apparve in sogno a Deichtine e le rivelò che era lui il misterioso padrone della casa nella piana di Brug e che quella notte le aveva messo un figlio nel grembo. Al suo risveglio, Deichtine scoprì di essere effettivamente in attesa di un figlio.

Tale gravidanza era tuttavia fonte di pettegolezzi tra i nobili degli Ulaid, alcuni dei quali malignavano che Conchobar fosse solito coricarsi con la sorella; umiliata dalle dicerie, Deichtine disse di aver abortito; tempo dopo, la sorella del sovrano si unì in matrimonio con il nobile Soailte e si presentò a lui “vergine ed intatta”. Da questa unione legittima nacque un figlio, cui venne dato il nome di Sétanta. Nessuno, tuttavia, fu mai in grado di stabilire chi fosse il vero padre del bambino, per cui in seguito si disse che era stato concepito tre volte: egli venne allevato in casa del poeta Amergin e di sua moglie Findchaem (sorella di Deichtine e di Conchobar), che gli fece da balia[6].

 

2.

Il mastino di Culann

Ancora bambino, Setanta chiese alla madre di unirsi alla banda di giovani che venivano istruiti alla corte di Emain Macha: diventati adulti, essi andavano a costituire l’ordine del Ramo Rosso, i guerrieri scelti del sovrano.

Nonostante i timori di Deichtine, il piccolo si mise in cammino e giunse ad Emain, dove si unì ai ragazzi senza chiedere – come era tradizione – la loro protezione; i giovani irlandesi presero tale atteggiamento come una sfida e lo attaccarono; Setanta venne così posseduto per la prima volta dal rìastrad[7], una esplosione di rabbia che lo rendeva invincibile, e riuscì a sconfiggerli tutti quanti da solo. La rissa venne sedata solo con l’intervento di re Conchobar, ma il piccolo guerriero pretese che fossero gli altri ragazzi a mettersi sotto la sua protezione.

Una volta ammesso alla corte del re degli Ulaid, il giovane Setanta si rese famoso per un episodio che gli valse il nome che avrebbe portato per sempre: Culann il fabbro, infatti, invitò re Conchobar ad un banchetto; prima di andare il re si fermò al campo di gioco per osservare i ragazzi giocare a hurling[8]. Impressionato dalla prestazione del nipote, egli lo invitò a seguirlo al convito; il giovane promise così di raggiungerlo al termine della partita.

Conchobar raggiunse così la dimora di Culann ma dimenticò di riferire dell’imminente arrivo di Setanta; il fabbro così non mise la catena al suo feroce cane da guardia e lo lasciò libero.

Quando Setanta giunse al banchetto, venne aggredito dall’enorme bestia; il giovane si difese a mani nude, afferrò il cane alla gola con una mano e al dorso con l’altra, quindi lo sbattè contro un menhir sino a quando l’animale non giacque esanime.

Gli Ulaid, avendo udito il rumore di una lotta feroce, accorsero solo per constatare il decesso del cane da guardia; Culann era disperato per la morte del fedele animale, ma Setanta promise di risarcirlo, allevando un cucciolo del cane sino a renderlo in grado di fare il guardiano; sino ad allora, il giovane avrebbe preso il posto dell’animale a guardia della casa del fabbro. Il druido Cathbad sentenziò allora che da quel momento il nome del ragazzo sarebbe stato Cú Chulainn (il “mastino di Culann”).

 

3.

Rìastrad

Poiché un giorno Cú Chulainn aveva udito Cathbad dire che chiunque avesse imbracciato le armi entro il tramonto avrebbe avuto gloria eterna, egli pretese dal re di essere insignito di tale onore. Nessuna delle armi che gli vennero date, tuttavia, erano adatte alla sua forza, tranne quelle dello stesso sovrano. I druidi profetizzarono che alla vita gloriosa dell’eroe si sarebbe accompagnata una morte precoce.

Ben presto Cú Chulainn cominciò a conquistarsi la fama di un guerriero forte e coraggioso: nel pieno del combattimento, egli era spesso posseduto dal rìastrad, che lo trasformava in una creatura spaventosa e multiforme, come non se n’erano mai viste:

Dalla testa ai piedi ogni suo organo si agitava come un albero in un’alluvione o un ramo nella corrente.

            Il suo corpo eseguiva una furiosa giravolta nella sua pelle, tanto che piedi e gambe si giravano all’indietro, portando davanti talloni e polpacci; le tempie finivano sulla nuca; un occhio sprofondava nel cranio, mentre l’altro cadeva fuori dalla sua orbita penzolante.

            La sua bocca si distorceva sino a toccare le orecchie e la sua faccia si ritirava dalle mascelle sino a scoprire la gola: dalle fauci colava tanta schiuma che pareva la lana di una pecora di tre anni.

            I polmoni e il fegato sembravano voler uscire dalla bocca attraverso la gola, mentre i capelli si facevano contorti e spinosi come un ginepraio e si allargavano come la chioma di un albero[9].

La furia di Cú Chulainn

In questa forma mostruosa, egli terrorizzò molti guerrieri nemici, alcuni dei quali caddero morti alla sola vista di Cú Chulainn in preda al parossismo.

L’unico modo per interrompere la frenesia guerriera dell’eroe venne scoperto dalla nobile Mugain, che una volta guidò fuori dalla città le donne di Emain con i seni scoperti: a quel punto Cú Chulainn aveva distolto lo sguardo, turbato, e gli uomini dell’Ulster riuscirono a gettarlo in una botte di acqua fredda, che esplose a causa del calore del corpo del guerriero; quindi, l’eroe venne gettato in una seconda tinozza d’acqua e infine in una terza, sino a quando egli non riprese finalmente il suo aspetto normale.

 

4.

La conquista di Emer

Per il giovane Cú Chulainn venne quindi il tempo di prendere moglie: egli si invaghì di Emer, figlia di Forgall; poiché la famiglia di lei non gradiva questa unione, al figlio di Deichtine venne richiesto (prima di unirsi in matrimonio) di compiere altre gesta eroiche e, a tale scopo, di andare nella terra di Alba (in Scozia) per essere addestrato dalla famosa donna-guerriero Scáthach; Forgall sperava in tal modo che il giovane rimanesse ucciso durante il duro addestramento; Cú Chulainn accettò la sfida, ma nel frattempo la famiglia di Emer offrì la figlia in sposa a Lugaid, un re del Munster.

Scáthach insegnò al giovame guerriero tutte le arti del combattimento e l’uso della Gái Bulga, una terribile lancia piena di punte che poteva essere estratta dal corpo della vittima solo lacerandone la carne. In questo periodo, il suo compagno di addestramento era Ferdiad, che divenne in breve il suo migliore amico nonchè fratello adottivo.

Durante questo periodo Scáthach affrontò in battaglia la sua nemica e rivale Aife; il prode Cú Chulainn si gettò nella mischia e affrontò la donna guerriera in un duello senza esclusione di colpi; alla fine, facendo uso sia della forza che dell’astuzia, il figlio di Deichtine ebbe la meglio ed Aife si arrese; Cú Chulainn le risparmiò la vita a condizione che ella stipulasse una pace duratura con Scáthach. Aife acconsentì e divenne anche, per un certo periodo, l’amante del “mastino di Culann”.

Quando Cú Chulainn lasciò la terra di Alba, Aife aspettava un figlio da lui: il guerriero si accomiatò dalla donna donandole un anello, raccomandandole che suo figlio doveva chiamarsi Conlai e che avrebbe potuto recarsi presso Emain Macha quando fosse divenuto grande abbastanza da riuscire ad infilare il monile. Cú Chulainn disse anche che suo figlio non avrebbe dovuto mai rivelare il proprio nome ad alcuno[10], mai cedere il passo, mai rifiutare uno scontro…

Il mastino di Culann tornò in Irlanda, dove però gli venne ancora una volta rifiutata la mano di Emer; allora Cú Chulainn cinse d’assedio la fortezza di Forgall e, con soli tre colpi, uccise ben ventiquattro uomini; lo stesso Forgall perì nell’assedio, precipitando dai suoi bastioni; Emer venne così conquistata e divenne l’amata moglie del guerriero irlandese sino a quando questi non morì.

Anni dopo, Conlai venne in Irlanda alla ricerca del padre e raggiunse gli Ulaid presso una spiaggia: i guerrieri del Ramo Rosso gli chiesero chi fosse, ma questi rifiutò di dire il prorio nome.

Gli uomini dell’Ulster, offesi da tanta insolenza, lo sfidarono a duello, ma Conlai tenne testa ad uno ad uno a tutti i guerrieri che lo sfidarono.

A quel punto, a salvare l’onore degli Ulaid dovette intervenire Cú Chulainn, che al termine di un combattimento serrato riuscì ad avere ragione del ragazzo facendo uso della Gái Bulga. Troppo tardi, il figlio di Deichtine scoprì di aver colpito mortalmente il suo erede; il senso dell’onore e l’orgoglio dei guerrieri irlandesi avevano costretto padre e figlio ad una lotta all’ultimo sangue.

Poco prima di spirare, Conlai chiede di poter conoscere il nome di tutti i guerrieri del Ramo Rosso, che si avvicinarono a lui rendendogli omaggio; per il figlio di Cú Chulainn venne preparata una tomba con tutti gli onori ed eretta una stele

 

5.

La parte del campione

L’assegnazione della “parte del campione” era un rituale assai noto nella cultura celtica; in occasione di solenni banchetti, l’onore di tagliare la carne arrostita e di tenere per sé le parti più pregiate era riservato a quello che veniva riconosciuto essere il migliore tra i guerrieri.

La tradizione, apparentemente innocua, poteva tuttavia diventare estremamente pericolosa se a partecipare al banchetto erano clan differenti, a volte divisi tra di loro da antiche inimicizie o rivalità. In tali casi, ciascuno dei guerrieri più valorosi reclamava per sé l’onore di poter tagliare la carne, sostenuto dagli uomini del suo seguito: non di rado, dalle vanterie e dalle schermaglie si passava direttamente alle vie di fatto e il banchetto degenerava in una feroce rissa.

Tra il popolo degli Ulaid, vi erano tre eroi (Cù Chulainn, Conall Cernach e Lòegaire Bùadach) in grado di aspirare alla parte del campione.

Un giorno il vecchio Bricriu dalla Lingua Velenosa incitò i tre guerrieri a competere tra di loro per stabilire, una volta per tutte, a chi toccasse la portata migliore nei banchetti.

Vennero così organizzate delle prove di forza e coraggio fra i tre eroi per decidere chi fosse il migliore, ma nessuna di esse risultò decisiva; il re Conchobar cominciava a preoccuparsi, perché gli animi si stavano scaldando un po’ troppo per i suoi gusti e gli Ulaid non potevano permettersi il lusso di perdere uno dei loro tre guerrieri più valorosi per una faida intestina.

Alla fine toccò a Cù Roì mac Dàire, un terribile e spaventoso gigante nativo del Münster, risolvere la situazione.

Cù Roì fece visita alla corte degli Ulaid travestito da villano: “Aveva un aspetto pauroso e terribile; portava sulla pelle un indumento di cuoio ed era avvolto in un mantello scuro… ognuno dei suoi occhi gialli era grande quanto un paiolo per cuocere un bue”.

Brandendo un enorme scure, il gigante sfidò ciascuno dei tre eroi a decapitarlo, ma ad una condizione: chiunque avesse osato tagliargli la testa, in caso di fallimento si sarebbe sottoposto allo stesso trattamento il giorno dopo.

Lòegaire il Vittorioso prese allora in mano la scure del gigante (che mise tranquillamente la testa sul ceppo) e vibrò un terribile colpo. La testa di Cù Roì rotolò sino ai piedi del focolare.

Grande fu la meraviglia quando il gigante si rialzò, anche se decapitato: raccolse la testa e la scure e, pur grondante di sangue, lasciò la dimora degli Ulaid.

La sera seguente Cù Roì tornò a reclamare il suo diritto di mozzare la testa di Lòegaire, che tuttavia non si fece vedere. Allora il gigante legò al medesimo patto Conall il Trionfatore, il quale riuscì a staccare di netto la testa del suo avversario; ancora una volta, tuttavia, Cú Roì raccolse tranquillamente la sua testa e se ne andò senza problemi. Anche Conall, al pari di Lòegaire, non tenne fede alla parola data e non si presentò al banchetto degli Ulaid la sera dopo.

Cú Roì cominciò allora a schernire Cú Chulainn, sfidandolo a compiere quello che i suoi rivali non erano riusciti a portare a termine; preso dall’ira, il guerriero irlandese si avventò sul gigante e gli assestò un colpo che sembrava fatale; la testa andò a sbattere contro le travi del tetto della dimora degli Ulaid e cadde a terra; Cú Chulainn diede un ulteriore colpo di scure alla testa e la fece in pezzi. Nonostante questo, ancora una volta il terribile mostro travestito da villano riuscì a rialzarsi…

La sera dopo, tutti i guerrieri erano assai rattristati e avevano già cominciato ad intonare il lamento funebre per Cú Chulainn; questi rispettò la parola data e si presentò al banchetto per offrire il collo all’ascia del gigante.

Cù Roì alzò la scure e si preparò a vibrare il colpo mortale; il sibilo dell’arma affilata era simile allo stormire degli alberi di una foresta in una notte di vento.

Il gigante abbassò quindi la scure sul collo del coraggioso guerriero, ma con la lama rivolta verso l’alto; quindi esclamò: “Alzati, Cú Chulainn! Tra tutti i guerrieri dell’Ulaid e di Eriu nessuno ti è pari per coraggio, abilità e onore. Tu sei il primo eroe dell’Irlanda e nessuno potrà contenderti la parte del campione”. Da quel giorno, la fama del grande Cú Chulainn non venne mai più messa in discussione e fu celebrata da tutti i bardi dell’isola[11].

 

6.

La razzia del bestiame di Cuailnge (Cooley)

L’impresa più famosa di Cú Chulainn fu la difesa dell’Ulster dall’invasione dell’esercito del Connacht, narrata nel poema “Táin Bó Cúailnge”.

A quell’epoca, infatti, il re Conchobar aveva subito la defezione di molti guerrieri del Ramo Rosso, che non avevano perdonato al sovrano la sua crudeltà nei confronti della bella Derdriu e dei figli di Uisliu.

Tempo addietro, il re dell’Ulster si era invaghito di una nobile fanciulla, di nome Derdriu, ma la bella giovinetta (pur promessa al sovrano) era stata preda di una passione irrefrenabile nei confronti di Noisiu, figlio di Uisliu, ed era fuggita con lui.

Il re Conchobar aveva finto di aver perdonato la sgarbo di Derdriu e Noisiu e li convocò presso la sua corte per riconciliarsi con loro; poi, con l’inganno, il sovrano dell’Ulster ordinò il massacro di tutti i figli di Uisliu e del loro seguito; la bella Derdriu, piuttosto che sottostare all’umiliazione di divenire sposa di Conchobar, preferì suicidarsi.

Parte dei guerrieri del Ramo Rosso, tra cui Fergus, non poterono tollerare una così grave violazione dei doveri dell’ospitalità e preferirono mettersi al servizio di Medb e Ailill, signori del Connacht.

I due sovrani della provincia nord-occidentale del-l’Irlanda, galvanizzati dall’indebolimento del nemico, organizzarono l’invasione dell’Ulster per depredare il magnifico Toro Bruno della regione di Cúailnge (Cooler).

Gli Ulaid non riuscirono a fronteggiare le forze dell’invasore perché vittime di una maledizione, per la quale è opportuno spendere qualche parola in più.

Dopo la fondazione di Emain Macha, infatti, un ricco contadino dell’Ulster si era vantato presso il sovrano che sua moglie Macha era in grado di correre più veloce dei cavalli del re. Sdegnato, il re degli Ulaid volle mettere alla prova in una gara di corsa la giovane donna; ella chiese di essere esonerata da una tale sfida, poiché era sul punto di partorire ma il re e tutta la folla, nella loro selvaggia brama di divertimento, non vollero sentire ragioni.

Macha si cimentò nella corsa contro i cavalli e riuscì a vincere, ma nel tagliare il traguardo lanciò un grido lacerante e partorì due gemelli. Ella lanciò quindi una maledizione: nei momenti di maggior bisogno, tutti i guerrieri dell’Ulaid avrebbero sofferto dei dolori del parto per cinque giorni e quattro notti.

Quando l’esercito del Connacht invase il territorio dell’Ulster, tutti i guerrieri del Ramo Rosso tranne Cú Chulainn erano inabili a causa della maledizione di Macha. Toccò quindi al più grande guerriero degli Ulaid fronteggiare da solo l’avanzata dell’esercito nemico, già euforico  per i primi successi ottenuti e per il bottino delle scorrerie.

Cú Chulainn, per nulla turbato all’idea di dover fronteggiare l’armata del Connacht, sradicò una quercia, vi incise sopra in alfabeto ogam[12] una iscrizione e la lasciò in segno di sfida sulla cima di una pietra infissa sul terreno: “Nessuno oltrepassi questo punto finchè un uomo non riuscirà a scagliare questa pastoia con una mano”[13].

L’esercito invasore aggirò l’ostacolo e continuò ad avanzare; il figlio di Deichtine allora attese gli uomini che erano stati inviati in avanscoperta dal nemico e li uccise in un agguato; egli pose quindi le loro teste mozzate sulle quattro punte di un tronco, che venne conficcato come monito nel mezzo di un torrente.

Dopo aver fiaccato in questo modo il morale delle truppe del Connacht, Cú Chulainn fece strage dei nemici nel corso di varie imboscate; centinaia di guerrieri vennero uccisi dalla terribile fionda del mastino di Culann.

I condottieri del Connacht invocarono il diritto a sfidare ogni giorno a duello Cú Chulainn; per giorni e giorni, il campione degli Ulaid sfidò ogni volta a singolar tenzone un guerriero nemico presso un guado, abbattendo uno dopo l’altro i duellanti del Connacht.

Nel corso di queste sfide, si avvicinò all’eroe irlandese una bellissima fanciulla, che gli si offrì, venendo però respinta: la donna altri non era che la dea Morrigan che, furiosa per essere stata rifiutata, attaccò a più riprese Cú Chulainn sotto forma di vari animali durante i suoi duelli.

Dopo un combattimento particolarmente duro Cú Chulainn giacque ferito e solo l’intervento del dio Lùg, che si rivelò all’eroe come suo padre, riuscì a salvarlo dalla morte. Il mastino di Culann si risvegliò da un sonno ristoratore, che aveva lenito le sue ferite, solo per scoprire che i ragazzi dell’Ulaid (immuni dalla maledizione di Macha in quanto ancora imberbi) avevano attaccato le truppe nemiche, venendone massacrati. Cú Chulainn ebbe una nuova crisi ríastrad, la più terribile, e attaccò l’esercito del Connacht, uccidendo centinaia di nemici.

Medb e Ailill inviarono quindi il nobile Fergus ad affrontare Cú Chulainn; questi accettò di cedere il passo al vecchio compagno d’armi, ma solo con l’impegno da parte dello stesso Fergus di ricambiare a sua volta il favore all’occasione successiva.

Cú Chulainn non potè esimersi invece dall’affrontare Ferdiad, suo migliore amico e fratello adottivo, in un duello estenuante che durò ben tre giorni e che si risolse solo quando il campione degli Ulaid fece ricorso alla lancia Gái Bulga.

Finalmente gli uomini dell’Ulster si destarono dal loro torpore magico e si prepararono quindi al contrattacco. Nella battaglia finale, Cú Chulainn stette inizialmente in disparte, guarendo le sue ferite, finché non vide avanzare Fergus, che brandiva la sua spada invincibile, la mitica Caladbolg. Il mastino di Culann entrò allora nella mischia ed affrontò Fergus, chiedendogli di mantenere la parola data e di abbandonare il terreno.

Le forze del Connacht furono infine costrette a ritirarsi, con pochi uomini supersiti e con un magro bottino, tra cui il toro Donn Cùailnge (che era stato il motivo scatenante della invasione dell’Ulster): per ironia della sorte, il mitico animale, una volta condotto nella parte nord-occidentale dell’isola, venne preso da un moto di rabbia e tornò nella sua provincia di origine, dove – dopo aver massacrato donne e fanciulli – il cuore gli scoppiò nel petto come una noce.

Nel panico della ritirata, Cú Chulainn penetrò lo sbarramento avversario ed arrivò a catturare la regina Medb, risparmiandole la vita e concedendole la libertà solo perché riteneva pur sempre indegno uccidere una donna.

 

7.

La morte di Cú Chulainn

Dopo la razzia del bestiame di Cuailnge, gli Ulaid si vendicarono contro il Connacht e i suoi alleati e attaccarono a più riprese i re delle quattro provincie; poiché Cú Chulainn era sempre in prima fila negli scontri, questi si attirò l’odio di molti.

La regina del Connacht Medb cospirò con Lugaid, figlio di Cú Roí e principe del Mumu, per liberarsi una volta per tutte del mastino di Culann.

Il destino di Cú Chulainn venne segnato nel momento in cui egli violò i suoi geisa, i divieti i sacrali per lui stabiliti: al guerriero degli Ulaid era infatti inibito di mangiare carne di cane, ma nel contempo egli era tenuto ad accettare sempre la sacra ospitalità che gli veniva data. Quando a Cú Chulainn venne offerto da una vecchia megera un pasto a base proprio di carne di cane, egli non potè esimersi dal violare un geis, rimanendo così indebolito ed esposto al pericolo mortale.

Lugaid fabbricò tre lance magiche ed aveva profetizzato che sotto i colpi di ognuna sarebbe caduto un re: con la prima egli uccise Làeg, fedele amico di Cú Chulainn e da molti considerato il re degli aurighi; con la seconda uccise il destriero del figlio di Deichtine, il migliore di tutti i cavalli. Con la terza, infine, venne colpito a morte il mastino di Culann.

Lugaid, per sfregio, tagliò la testa del nemico ucciso, ma così facendo la mano di Cú Chulainn si aprì, la sua spada cadde e tagliò la mano del figlio di Cú Roí.

Fu Conall Cernach a vendicare la morte dell’amico guerriero, affrontando ed uccidendo Lugaid in duello.

Il corpo del campione degli Ulaid venne quindi portato ad Emain Macha, dove venne pianto dalle sue genti. Ma nessun canto fu così straziante e commovente come quello della moglie Emer.

 

            Si spezzi questo cuore che l’ha amato,

            non dimentichi l’orecchio la sua voce,

            versi sangue l’occhio che lo ha ammirato,

            il mondo finirà nel dolore ora che lui è morto.

            Mai più ci incontreremo un altro giorno,

                                        Grigio, Grigio di Macha!

 

Finiscono così le gesta del mastino di Culann, protagonista assoluto del ‘Ciclo dell’Ulster’. Il ‘Ciclo feniano’ è invece dominato dalla figura di Finn Mac Cool, che ad un valore ed un coraggio senza pari univa anche la saggezza del salmone della sapienza: durante la giovinezza, infatti, egli era stato addestrato dal poeta e druido Finn Èces, che dopo sette anni era riuscito a catturare un pesce miracoloso e chiese quindi a Finn Mac Cool di arrostirlo (chi ne avesse mangiato per primo, avrebbe avuto accesso ad un sapere senza pari); durante la cottura, il guerriero si scottò il pollice ed istintivamente si portò il dito alla bocca, ereditando in questo modo i poteri del salmone. Da allora, Finn acquisì la conoscenza suprema: gli bastava mordicchiarsi il pollice per comprendere tutto.

Finn Mac Cool divenne il capo dei ‘Fianna’, una compagnia di guerrieri seminomadi che scorrazzavano in Irlanda, insofferenti delle autorità; egli contribuì a dare ai ‘feniani’ un rigoroso codice d’onore e li unì in un un patto di fedeltà assoluta al Re Supremo dell’isola.

Finn Mac Cool fu anche il padre del famoso guerriero e poeta Oisin (“Piccolo cervo”), che venne celebrato in epoca romantica da James Macpherson: i suoi ‘Canti di Ossian’ costituirono una delle letture fondamentali per la sensibilità poetica del XIX secolo[14].

 


[1]    La pronuncia esatta è: “Cù Cùlin” (ku:’xʊlɪnʲ); la seconda “u” è intermedia tra la o e la u (come la oo inglese di good).

[2]   Per approfondimenti si rimanda alla lettura di: AGRATI-MAGINI, La saga irlandese di Cu Chulainn, Milano, Mondadori 1982; AGRATI-MAGINI, Saghe e racconti dell’antica Irlanda, Milano Mondadori, 1993; ROLLESTON, I miti celtici, Milano, Longanesi, 1994; LLYWELYN, I guerrieri del Ramo Rosso, Milano, TEA, 2005; GIANSANTI-MASCHIO, Agenzia senta tempo. Viaggio irreale nell’Irlanda celtica, Verona, QuiEdit, 2010, pp. 183-202.

[3]    Particolarmente affascinante era il calendario celtico, che si basava su un computo complesso, regolato sia dal ciclo solare che da quello lunare. Il ciclo solare scandiva l’anno in due periodi, segnate dalla festa di Samain e di Beltain (o Beltene); queste due fasi principali erano ulteriormente divise in due parti uguali, segnate dalle festività minori di Lugnasad e Imbolc. Nella festa di Samain (il primo novembre) aveva inizio la parte oscura dell’anno: le porte degli inferi si aprivano e gli spiriti dei morti tornavano a vagare nel mondo terreno. Il primo maggio incominciava invece la parte luminosa dell’anno, con la festa di Beltene che significava “fuoco di Bel”. Il primo agosto era la volta della festa di Lugnasad in cui si festeggiava la mietitura e il nuovo raccolto, celebrando la fertilità della terra, dedicata al dio Lùg. Il primo febbraio si celebrava invece Imbolc (letteralmente”latte di pecora”) che era una festa di purificazione e rinascita, in cui si celebrava la Dea Madre e si festeggiava la nascita degli agnelli. Durante la celebrazione il latte veniva versato copiosamente sulla terra a simboleggiare la fertilità.

[4]   Nell’ortografia classica, le provincie vengono denominate rispettivamente Laigin, Mùmu, Connacht, Ulaid e Mìde).

[5]    Il nome della provincia deriva dagli Ulaid, gli antichi abitanti della regione a nord-est dell’Irlanda. Noti anche come Scoti, alcuni di essi migrarono nel nord della Gran Bretagna diventandone l’elite dominante e dando il nome all’intera regione (chiamata, da allora, Scozia).

[6]   Nell’antica Irlanda, era costume che un rampollo di una schiatta nobile venisse allevato presso un’altra famiglia (in genere, di lignaggio più alto); ciò creava un legame tra il fanciullo e la famiglia adottiva di importanza quasi pari a quella della famiglia biologica.

[7]    Letteralmente: “l’atto di contorcersi, distorsione” (Dictionary of the Irish Language, Compact Edition, Royal Irish Aca-demy, Dublin, 1990, p. 507); viene trascritto anche come riastartha. Per questo è tradotto come “furia” o “spasmo torcente”.

[8]   Sport nazionale irlandese, simile all’hockey su prato.

[9]   Citazione tratta da: STANDING JAMES O’GRADY, History of Ireland: Critical and Philosophical, Londra, 1881.

[10]         Nell’antica Irlanda rivelare il proprio nome era un segno di deferenza.

[11]    Racconti senza tempo, Vol. III, pp. 63-68.

[12] Primitivo sistema di scrittura, sviluppato in Irlanda nei primi secoli dell’era cristiana e utilizzato per iscrizioni commemora-tive o tombali. E’ costituito da una serie di linee incise sui due lati di uno spigolo di pietra o di una assicella di legno (GIANSANTI-MASCHIO, op. cit., pag. 339).

[13] GIANSANTI-MASCHIO, op. cit., pp. 183-195; Cú Chulainn aveva così imposto un geis, vale a dire un vincolo o proibizione: la sua violazione, nella tradizione irlandese, comportava gravi conseguenze come la perdita dell’onore o addirittura la morte. Le geisa si presentavano di volta in volta come regole sociali legate al rango della persona ovvero interdizioni imposte da druidi, poeti satirici o altri soggetti dotati di poteri magici.

[14]    Per approfondimenti, si rimanda alla lettura di: AGRATI-MAGINI, Saghe e racconti dell’antica Irlanda, Milano Mondadori, 1993; ROLLESTON, I miti celtici, Milano, Longanesi, 1994; LLYWELYN, Finn Mac Cool, Milano, Nord, 1995; GIANSANTI-MASCHIO, Agenzia senta tempo. Viaggio irreale nell’Irlanda celtica, Verona, QuiEdit, 2010, pp. 203-246.

 

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