Il mostro di St. Augustine – di Gabriele Luzzini

Era il novembre del 1896 quando due ragazzini s’imbatterono in un enorme ammasso organico sulla spiaggia di Anastasia Island (Vicino a St. Augustine – Florida).

Noto col nome di ‘Mostro di St. Augustine’, per anni è stato considerato uno dei primi globser fornito di ampia documentazione e prove fotografiche, portandolo di fatto dal mondo delle leggende a quello della scienza.
Col termine ‘globster’ si definisce una massa organica non identificata che talvolta viene rinvenuta sul bagna-sciuga e proveniente da mare o oceano (di globster lacustri non si hanno particolari notizie).


L’ipotesi iniziale, formulata dai due giovani scopritori, riguardava la carcassa di una balena e il Dott. De Witt Webb, fondatore del ‘St. Augustine Historical Society and Institute of Science’, iniziò ad occuparsi del misterioso ritrovamento. Lo scienziato notò che la carcassa presentava numerose protuberanze simili a tentacoli e identificò i resti come appartenenti ad una gigantesca piovra, mai vista prima. Successivamente, contattò il professore di Yale Addison E. Verrill il quale dichiarò alla stampa l’avvenuta scoperta di un nuovo cefalopode: l’Octopus Giganteus Verrill.

Giunti a quel punto, l’interesse verso lo strano essere era elevatissimo e addirittura il National Museum Smithsonian decise di accogliere nelle sue raccolte un campione di tessuto con alcune fotografie che testimoniassero il ritrovamento.
Il Dott. De Witt Webb così scrisse per presentare la creatura: ’Il corpo misura 18 piedi di lunghezza e 10 piedi di larghezza … Deve pesare non meno di 5 o 6 tonnellate ed è, naturalmente, molto offensivo’. Il curatore dello Smithsonian, William Healey Dall, accettò il materiale inviatogli come acquisizione 31678: ‘Sezioni di tentacolo dal corpo dell’Octopus Giganteus Verrill’.

Successivamente, il Professor Verrill ebbe l’opportunità di esaminare la carcassa e cambiò la sua posizione iniziale, convincendosi che fosse la parte superiore della testa di un capodoglio. La sua nuova conclusione non raccolse l’attenzione iniziale e così la leggenda del mostro di St. Augustine si trascinò negli anni. Infatti, i quotidiani preferivano dare spazio all’ipotesi misteriosa e, col tempo, altri criptidi come ad esempio il ‘Blob’ della Tasmania (1960) presero il posto del ‘Mostro di St. Augustine’ nell’immaginario collettivo.
Ma talvolta emergevano nuove ipotesi e la ‘creatura’ ritornava alla ribalta, con congetture che cercavano di essere ancora più insolite e radicali come, ad esempio, quella riguardante l’origine aliena del globster.
Nel 1971, furono effettuati test comparativi con altri animali marini e i risultati suggerirono che fosse tessuto di polpo.
Nel 1986 specifici analisi riguardanti gli aminoacidi sembravano avvalorare nuovamente la teoria polpo gigantesco.
Tuttavia, nel 1995, con l’ausilio di microscopi elettronici e testi biochimici, il materiale organico rimasto fu identificato come collagene derivante da un mammifero. Infine, nel 2004 l’analisi del DNA effettuata su un campione del ‘Mostro di St. Augustine’ identificò il collagene come grasso di balena, che aveva inglobato in sé pezzi di altri animali.
Alla fine, la Scienza è giunta alla stessa conclusione dei due ragazzini che, ben più di un secolo prima, avevano rinvenuto i resti.
Forse, la ricerca di mistero che si cela nel cuore di ogni uomo è il suo più grande ostacolo sul cammino della Conoscenza. O forse no…
Del resto, sono proprio gli errori che fanno progredire la scienza stessa. Come ci ricorda Arthur Conan Doyle tramite le parole di Sherlock Holmes: “Ciò che un uomo può inventare, un altro può scoprire”.
Che incredibile corto circuito!