Il salice delle Anime – di Daniele Vacchino

– Questo fatto che il corpo è mortale e si deforma e decompone senza sosta… Mentre l’anima, l’anima non lo è! Sappiamo per certo che, di notte, i vecchi fanno gli stessi sogni dei bambini e la nostra anima immortale pare sopravvivere al nostro corpo nei luoghi che l’hanno incisa come una superficie di legno scavata da un punteruolo.

Giù al paese si diceva che i poteri di Giuditta fossero figli della migrazione delle anime: nel suo corpo di adolescente doveva albergare lo spirito di una vecchia fattucchiera. Non sarebbe stato possibile, per quella esile biondina con le efelidi e i seni acerbi, conoscere tanti rituali e tanti filtri.

– Ma l’anima va alimentata, altrimenti finisce con il purgare il corpo che abita. Ci sono luoghi che sono come dei simboli, per certe anime in pena che camminano di notte per le strade di campagna attorno al paese.
Guarda là. – con l’esile mano bianca indicava qualcosa oltre la finestra – Lo vedi quel salice che si flette sul canale?

Lungo la strada che si apriva polverosa verso la campagna vi era un salice piangente su un fazzoletto d’erba.

– I morti uccisi, i suicidi, le anime rancorose e le vittime di ogni tipo di violenza non possono salire sulla scalinata che porta al paese.
Laggiù la luce li decomporrebbe e quelli, che sono fatti come un sistema di pianeti mantenuto compatto dalla forza di gravità, perderebbero lo stimolo di aggregazione delle parti che li compongono. Che, poi, a dirla tutta, non sono altro che filamenti di nebbia, tenuti in piedi da qualche straccio che quei poveracci rubano alla gente che stende i panni in giardino. Ad ogni modo, le anime di quei poverini si adunano là sotto il salice, le notti senza luna.

– E cosa vanno a fare, là al buio?

– Cosa vuoi che facciano? Si raccontano le loro storie, si confessano come poveri bambini e finiscono con il piangere tutti assieme, fino all’alba.

– Ed io dovrei andare là, sotto il salice, a piangere di notte con loro?

– No, no. – rideva come una scolaretta Giuditta – Cosa hai capito? Tu devi andarci di giorno, ad abbracciare il salice, come fanno gli orientali con le piante secolari, nella speranza di poter disporre una comunicazione tattile con il mondo vegetale, che, poi, detto tra noi, è il mondo più saggio e segreto. Tu vai là, a discutere con la pianta e magari porti qualche dono, che so, dei gingilli o dei lustrini, e li appendi ai rami dei salici, così che di notte, quando quei poveretti si radunano lì, possano avere qualche regalo. Vedrai che quelle anime lavoreranno in tuo favore, intercederanno presso le ombre per concederti un corpo adeguato, quando quello attuale andrà in disfacimento.

– Le ombre?

– Proprio così. Le anime troppo stanche, che hanno condotto una esistenza perfino troppo appagante, decidono di lasciare questa terra e, liberamente, scendono nei tombini e scompaiono da questo suolo.

– E le raffigurazioni degli inferi, le storie legate al giudizio divino? – domandai perplesso.

– Ah, no, no, sei stato ingannato. Là sotto scorre un forte vento e le anime, che dileguando nel sottosuolo perdono i contorni e diventano ombre, sono cullate dal soffio della pancia della terra, in grande pace.

– E da lì sotto non escono mai più?

Giuditta mi fissò con la sua pelle bianca come spuma e le efelidi che le carezzavano il viso come lucciole:

– Hanno rinunciato alla metempsicosi, quelle ombre fortunate.
Riemergono dal sottosuolo solamente una volta all’anno, in occasione del primo di novembre. Risalgono la corrente che le sospinge in basso, verso il centro della terra, e come farfalle fluiscono nuovamente sulla superficie del mondo. Convergono nell’aria cariche di propositi, chi pensando di andare a fare visita al figlio e chi con l’intenzione di salutare una vecchia amante. Ma poi, povere ombre, si accorgono di non poter in alcun modo instaurare una comunicazione con il mondo dei vivi e vengono scambiate da noi per delle tortore o, nel peggiore dei casi, per dei piccioni viaggiatori. Così, stanche, (il viaggio di risalita costa loro enorme fatica) finiscono con l’appollaiarsi sulle cupole delle chiese, dato che il suono delle campane desta in loro, chissà perché, un richiamo istintivo, forse perché è stato l’ultimo rumore ascoltato, nel viaggio che ha portato il loro ultimo corpo sotto terra.