L’inghiottitoio – di Davide Rosso

Camminavo nella città medievale avvolta dalla nebbia, vedevo le stradine rimpicciolirsi davanti a me e le piazze aprirsi su pozzi e olmi pietrificati dal tempo. Sotto i palazzi settecenteschi del centro i radi passanti si ammassavano per scrutare i manichini oltre le vetrine luccicanti, oppure per riscaldarsi vicino al tripode fumante delle caldarroste. Era la sera dei morti e da qualche parte i campanari suonavano per commemorare i defunti, sgranocchiando castagne lessate e dando potenti strappi di corda. Con la mia candida giubba attillata, camminavo in una strada senza strepiti, più intima e tortuosa dei ghetti ebraici. I lampioni a gas erano accesi e proiettavano sotto i portici superbe figure del nostro passato, ombre carnevalesche lastricate di pupille morte e capricci malati. A un tratto fui attratto dalle reclàme di una vetrina che non avevo mai veduto prima. Pareva un ammasso confuso di libri, briciole di pagine ingiallite come schiuma luminosa su pozzanghere d’inchiostro. Attirato dall’idea di trovare qualche curiosità, mi sottrassi alla lucerna della strada ed entrai in quell’antro semibuio, appena schiarito da un cespuglio di candele accese su catafalchi di libri impilati ovunque come trappole pronte a scattare. Oltre la pupilla fosforescente della cera, intravidi una figurina che pareva uscita da qualche stampa del passato: era un omino di gesso, vecchissimo e macilento, magro e quasi senza denti, con le guance cadenti, gli occhi infossati nel cranio e pochi capelli argentati simili a lunghe bave di ragno. L’omino vestiva un giacchettino a coda e pantaloni sdruciti. Parve ridestarsi da un sonno lunghissimo e indecifrabile dentro al quale aveva consumato l’intera notte dell’esistenza. Non disse nulla e io non lo infastidii con frasi di circostanza, desideroso di vagabondare tra la carne sparpagliata di quei volumi, su cui nessuno pareva essersi mai soffermato.
L’intera bottega era sommersa dalla polvere, irradiazione arcana ed essenza cristallina di molti manoscritti infittiti di simboli ipnotici, fiori serpentini e soli neri su testi stralunati e alchemici. Qua e là campeggiavano dei piccoli manichini, morti mascherati, trincerati in quelle cataste di vecchiume e solitudine. Tuttavia il mio occhio fu catturato da un oggetto che affiorava come una bocca piena di cenere dalle cataste: si trattava di un armadio di legno, la cui parte superiore era munita d’una specie di oculare fotografico. Ricordavo di aver già visto qualcosa di simile, in qualche museo, o sfogliando vecchie riviste cinematografiche. Sapevo che sotto quell’oculare si muovevano degli ingranaggi automatici e che la caduta d’una moneta all’interno di un apposito salvadanaio avrebbe dovuto azionare il nastro fotografico riposto nelle interiora di celluloide della macchina. Invece mi bastò posare l’occhio sulla lente e la scena cambiò repentinamente. Non mi curai più dell’anziano manichino dietro al bancone. Anche il negozio e i libri scomparvero, lasciando spazio a un’altra realtà. Pareva d’esser stati risucchiati in una regione ignota, un orizzonte infranto in cui l’occhio registrava cascate perforate di pellicola, uno sfarfallare iperbolico di amuleti, talismani e segni allo stato puro che non riproducevano nulla se non la lucente lacrima dei loro sibili angoscianti. Dopo un nero coagulante e gorgonico, la pellicola proiettò sulla mia retina delle fiamme di un astro incandescente, spire luminose che risalivano dentate dai cieli neri di un lacero cervello cerebrale, disegnando sui bordi sfuocati dell’immagine un oscuro fremito di gelo polarizzato. Poi tutto cambiò ancora, assumendo una linfa granulosa, risucchiò le fiamme e il buio, formando nuove scene, concepite da qualche scriba pazzo. Dall’onice d’un nero profondo emersero delle forme senza suoni… vidi una piccola saletta bianco/oro piena di macchinari e degli uomini in soprabito e cappotto di traverso sul braccio. Le figure avevano cappelli e bastoni in mano e delle maschere dipinte che somigliavano ad alti pennoni ovoidali: osservavano incuriositi i macchinari allestiti per l’occasione da servitori in livrea color oro, parrucche e guanti bianchi. Attorno c’erano lanterne magiche, lucerne artificiali, macchine catottriche con grandi specchi convessi che permettevano di trasformare il volto di un uomo in quello di una marionetta semiumana. Notai anche scatole con specchi a più lenti, dentro cui si vedevano fondali dipinti con figurine di legno. Le figurine si incrociavano sullo sfondo e si animavano come dei veri passanti. C’era il burattino d’un medico che utilizzava teste di assassini e iniettava loro del sangue di cane perché non perdessero il colorito roseo. Prima trapanava il cranio e ci infilava delle cannule per iniettare il sangue ossigenato, poi collegava i fili elettrici sulle palpebre, la fronte e la mandibola. I fili erano attaccati ad un condensatore di elettricità che animava il volto dei cadaveri, facendo loro assumere espressioni differenti: stupore, terrore, allegria. Qualcuna di quelle cose grottesche poteva persino cantare, anche se nessun suono si levava da quelle immagini d’ombra. Attorno al medico killer c’erano delle cose conservate dentro un gran numero di barattoli di vetro che galleggiavano in un plasma verdino. Le cose somigliavano a pallidi feticci dalle chiome raggrumate e intrecciate come liane e arbusti d’un grande fiume; quelle povere membra escisse rimandavano certamente ai fantasmi sessuali d’un folle assassino, qualche psicopatico travestito da signore maturo e gentile… Il mio occhio non prestò altra attenzione a quella dattilografia sotterranea di donne strangolate e asfissiate e attraversò la saletta, fino ad un corridoio con tende di velluto rosso lungo i muri. Il corridoio terminava in una seconda camera, somigliante alle precedenti, ma ancora più piccola. C’era molta penombra e tre file di seggiole. Trovai posto accanto ad un uomo alto, vestito con un abito nero di fustagno e una maschera conica: si trattava di un semplice cappuccio di pelle riempito di foglie o erba secca. Qualcosa in lui rimandava ad una condizione patologica, un’animazione sospesa e impersonale. Davanti a noi, un operatore dal tronco decapitato sistemava tentacoli di pellicola sopra un proiettore simile ad un grosso ragno nero. Intanto, in un angolino, un pianista con un vecchio cappello tondo e i lineamenti del viso cancellati, sedeva davanti alla tastiera. L’operatore smorzò la luce. Il pianista sgranchì le dita. Un occhio scintillante perforò l’oscurità. Il ronzio monotono del proiettore. Il tremolio delle luci. Socchiusi gli occhi. Altre immagini comparvero sul muro di fondo della sala. Traballavano come spettri in pena, bevande fresche nella memoria di solitari e maniaci. Perfette illusioni di vita. Di qualcun altro, presumibilmente. Nient’altro che finzioni. Piccole morti. Ombre nel sottosuolo delle radici dei miei nervi cranici. La scena cambiò di colpo, liquefacendo la saletta, il negozio di libri, la città. Sentivo refoli di vento crocchiare sul mio orecchio e la vista inservibile penetrava ancora nel mio cranio, in cerca di altre immagini con cui rompere la perfezione assoluta del nulla. L’inghiottitoio del buio permeava come marmo la mia mente. Sentivo, o immaginavo di farlo, il legno che mi circondava la testa, i fianchi, le gambe. Ero nudo, appena fasciato da un lenzuolo macchiato e orribile. Una massa plumbea di terra pesava sopra di me, sigillandomi nella pancia della terra, cullandomi tra incubi infernali e un terrore silenzioso e calmo, quasi uno strano stordimento, una nausea di essere ancora qualcosa. Tesi l’orecchio, o la striscia disciolta che ne rimaneva: sopra di me nessuno s’affannava col piccone per estrarmi dalla tomba e nemmeno provavo a gridare o graffiare il legno con le unghie. Nessuno sarebbe più venuto per me o per ritrovarmi un giorno nei suoi ricordi. Il mio tempo era passato, risucchiato forse da un colpo di coltello tra le spalle, o da un banale incidente domestico. Non ricordo, non serve. Il mondo nel quale ho camminato, nel quale il sole ha riscaldato il mio viso, s’è congelato nel lieve battito assassino del tempo. Nella gelida fossa sono finiti tutti quelli che conoscevo. Sono morto da così tanto che è come se non fossi mai nato. Ora tutto è pieno e grave sulla mia scatola fracassata. I grumi putrefatti del pensiero reclamano la salvezza della morte eterna. Cerco d’ingannarmi, inventare ancora frammenti di storie, le ultime, solo per distogliermi dal pensiero incessante di questo dormire eterno che tarda ad arrivare. Ecco. Dormo e sogno di nuovo, con parole che mio malgrado bussano come un sordo alla porta dei morti.

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