Intervista a Enrico Luceri, giallista e autore di thriller

(Intervista raccolta da Daniele Vacchino)

Enrico Luceri è un nome noto per gli appassionati del giallo e del thriller. Vincitore del Premio Tedeschi e firma di spicco del Giallo Mondadori. L’intervista che faremo sarà una faccenda per appassionati del genere giallo, un incontro a tutto tondo con un grande appassionato del genere.

Enrico, partiamo dalle origini: come sei diventato scrittore di gialli?
Si dice che chi scrive storie di genere scopra l’aspetto più oscuro e imprevedibile della propria personalità. Sono d’accordo. Anche se io sono un’eccezione. In me convivono due personalità: quella, diciamo così, provata e il giallista. La prima è introversa. solitaria, taciturna, scettica e diffidente, ha poche certezze, ed è costretta dalla coscienza e dal senso del dovere a impegnarsi per ciò che le costa fatica. Il giallista invece è sicuro di sé, socievole, fiducioso, disponibile al dialogo e agli incontri, e pratica volentieri la sua attività preferita: scrivere storie di mistero e suspense. Un movente valido per diventare giallista.

Parlaci delle prime pubblicazioni e delle prime difficoltà incontrate.
Ho iniziato nella seconda metà degli anni ’90 partecipando a concorsi e pubblicando racconti su antologie di autori vari. L’unica difficoltà è stata quella di confrontarmi con un ambiente che in massima parte detestava il giallo classico e ostacolava chi lo praticava. Allora, e talvolta anche oggi. Per mia fortuna, la maggioranza dei lettori di gialli preferisce quello classico, così sono riuscito a consolidare il mio piccolo spazio. Con tenacia, impegno, pazienza, e soprattutto senza che le difficoltà cambiassero il mio carattere, che mi impone rispetto per le opinioni altrui, soprattutto quelle più distinte e distanti dalle mie.

Ed ora un balzo in avanti: il Premio Tedeschi e le pubblicazioni per Mondadori. Riguardando indietro, cosa è cambiato e cosa è rimasto identico?
Ho letto il mio primo Giallo Mondadori (“La morte fa l’autostop”, di James Hadley Chase) nell’estate del 1970. Avevo dieci anni, forse sono stato un lettore precoce di romanzi per adulti. Una delle poche certezze della mia personalità privata, perché la sua lettura anticipa di decenni la mia carriera di giallista, è proprio questa collana storica, che colleziono dunque da poco meno di cinquant’anni. Quando il romanzo “Il mio volto è uno specchio” ha vinto il premio Alberto Tedeschi (nel 2008, editor l’indimenticabile e rimpianto . amico Sergio “Alan” Altieri) ho provato la sensazione di Alice quando attraversa lo specchio (non a caso!) ed entra in un mondo che non può che essere felice. Perché siamo noi a decidere cosa avviene in questo mondo, ovvero tutto ciò che desideriamo ed è estraneo ai miserabili compromessi della realtà che ci è dato vivere.

Veniamo ai modelli: a quali scrittori del giallo ti ispiri? Quali sono i tuoi libri gialli preferiti?
Il mio modello di giallista è Agatha Christie. Devo precisare il senso di questa risposta, per evitare di passare per megalomane. Intendo scrivere gialli autentici, quelli della tradizione del genere narrativo ma adeguati ai tempi attuali come ambientazione, atmosfera, tecnica di creazione della suspense, psicologie dei personaggi, moventi dei delitti e situazioni. In altre parole, per me il giallo è un fine e non un mezzo per raccontare una storia. Soprattutto apprezzo della Christie la modestia, la coerenza, la discrezione, la sobrietà e l’assenza di critica verso il lavoro altrui. Sono valori che sento intimamente anche miei e che cerco di praticare ogni giorno.
I miei romanzi di genere preferiti sono “La sposa in nero” di Woolrich, “Charlie Chan e il cammello nero” di Biggers, e “La parola alla difesa” della Christie.

Nei tuoi libri si nota una forte attenzione, un amore, per il cinema thrilling nostrano. Amore e conoscenza confermate dalla guida Il cinema dallo schermo che sanguina. Quali sono state le pellicole degli anni d’oro che ti sono rimaste più impresse? Quali tra quelle pellicole hanno segnato maggiormente i tuoi lavori?
Le mie trame sono influenzate dalla parte prevalente dei film thrilling di Dario Argento, in particolare per la tecnica di creazione della suspense (fatte salve le differenze fra narrativa letteraria e cinematografica), le atmosfere e il movente nascosto in un trauma lontano nel tempo. Ho trovato ispirazione anche in opere di altri registi, sia di film che sceneggiati televisivi, che hanno rappresentato un incentivo a intuizioni che poi ho piegato alle esigenze delle mie storie, che sono comunque sempre personali. Fra queste opere, un ruolo determinante è ricoperto da quelle di genere scritte o diretto da Pupi Avati, per la sua capacità di calare lo spettatore in situazioni dove la paura sconfina spesso nel terrore e a volte nel delirio.

E delle pellicole degli ultimi quindici anni quali prediligi?
Per trama, interpretazioni e suspense mi sono piaciuti “Paura” dei Manetti Bros, “Canepazzo” di David Petrucci e “La notte del mio primo amore” di Alessandro Pambianco.

Per restare sul tema, il tuo Le strade di sera è un forte omaggio a “La casa dalle finestre che ridono”. A parer mio, è anche il tuo libro più riuscito. È un thriller con forti venature gotiche che trasporta il lettore in un paese appartato, dove antiche credenze si mescolano a una nuova scia di sangue. Un libro che fa paura. Pensi anche tu sia uno dei tuoi lavori migliori? Lo riscrivessi adesso cambieresti qualcosa?
Proprio così, è un’indagine svolta in un piccolo paese, all’interno di una comunità chiusa e sospettosa, dove sopravvivono leggende di una tradizione rurale arcaica (la “fola contadina” della suora scappata dal convento che rapiva le bambine per un irrisolto istinto materno). Un ambiente adatto costruire la tensione necessaria, che deve crescere all’evolversi della vicenda. Ma in fondo volevo fare un’altra inchiesta, molto più intima e imbarazzante: quella su un’emozione infantile che a volta sopravvive anche negli adulti, e in questo caso può diventare dolorosa in maniera così intollerabile da condurre a reazioni violente e imprevedibili. L’emozione di temere l’abbandono. Che chi o coloro che amiamo non contraccambino il nostro sentimento e ci rifiutino e abbandonino. Un sentimento che non è gelosia ma il terrore di subire l’ingiustizia più crudele: essere lasciati da chi si ama, perché ci preferisce un altro/a. Se dovessi riscrivere questo romanzo, non cambierei una virgola.

Anche “Buio come una cantina chiusa” risente non poco delle atmosfere del thrilling italiano su celluloide. Nel leggerlo, mi ha fatto spesso pensare a “Quattro mosche di velluto grigio”. Ti sei ispirato al capolavoro di Argento? Quali sono state le altre fonti di ispirazione del testo?
L’ispirazione che hai citato è quella di partenza, perché nell’evoluzione del romanzo i ruoli fra vittima e persecutore si ribaltano più di una volta. Comunque mi fa piacere poter parlare di questo film, che è il primo di Dario Argento che vidi al cinema, negli anni ’70, e poiché per me il thrilling è amore, il primo non si scorda mai! In questo romanzo, come in quello della domanda precedente, volevo esplorare un’altra emozione infantile che sopravvive in un adulto: quella di fallire nel tentativo di essere amato dal proprio padre. Una consapevolezza che sanguina come una ferita, una delusione inaccettabile, una lacerazione insopportabile. Un’amputazione affettiva, un irrigidimento reciproco che la personalità privata ha vissuto davvero diversi anni prima di ispirare il giallista, il quale poi scrisse il romanzo. Solo da pochi anni la stessa personalità privata ha trovato finalmente un equilibrio con questo ingombrante passato, ed è riuscita a perdonare sia pure in ritardo le colpe altrui e a pentirsi delle proprie.

Al contrario, nei tuoi libri si sente poco l’influsso di un certo filone del giallo italiano. Mi riferisco in particolar modo a Fruttero e Lucentini, ma anche al Chiara degli enigmi giudiziari. E’ una visione corretta la mia? Che parere hai su questi autori?
Sono autori di romanzi molto belli che amo davvero, come “La donna della domenica” e “I giovedì della signora Giulia”, ma hanno legittimamente usato la struttura narrativa del giallo per raccontare tutt’altre storie. Nel primo caso, i segreti inconfessabili della buona borghesia imprenditoriali torinese, e nel secondo l’ambiente di una tranquilla località di provincia, a tratti ozioso e in fondo inoffensivo, dove invece si annida un sorprendente spirito criminale. Un espediente escogitato anche da Sciascia (“Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”) e dallo stesso Eco con “Il nome della rosa”. Opere indimenticabili ma non sono gialli e quindi mi influenzano marginalmente.

“Il mio volto è uno specchio” e “Le colpe dei figli” trattano il tema della vendetta personale e del rancore. Ci presenti questi due lavori, spiegandoci la genesi che li ha generati e delineando le differenze?
Ci sono storie in cui il movente dei delitti è ancora più importante dell’identità di chi li ha commessi. Si tratta infatti di un movente per così dire empatico, che stabilisce un legame fra l’assassino e i lettori, i quali finiscono per comprendere, se non proprio giustificare, i crimini del primo. Viene voglia di saperne di più su questo movente empatico, e allora conduciamo a nostra volta un’indagine per nulla ortodossa per chiarirlo.
Una gara, un concorso, una competizione. Un certo numero di concorrenti, una giuria, un solo vincitore che raccoglie il premio. Se tutto avvenisse secondo le regole dell’onestà, dovrebbe prevalere il migliore, invece a volte questo non avviene. Ci sono concorrenti che non ammettono la superiorità di un avversario, e decidono di toglierlo di mezzo e sottrargli il premio che gli spetterebbe. Uno sgambetto davanti al traguardo, una gara truccata a favore di qualcuno (e quindi a danno di un altro), le regole del gioco stravolte, le carte del mazzo truccate. Una partita falsata. In altre parole, aver subito almeno una volta nella vita un grave torto.
Nella realtà molto spesso bisogna rassegnarsi, in un romanzo giallo è diverso. La vittima di un imbroglio, di un inganno, di quel torto inaccettabile, può farsi giustizia da sé. Non lo sa, ma in realtà sta facendo una cosa diversa: si vendica.
Quanti lettori hanno desiderato di fare giustizia (ovvero di vendicarsi) di una grave torto? Tanti, penso, ma non hanno potuto farlo, perché erano più deboli, o per le regole della convivenza civile. Allora vedono nell’assassino di un romanzo giallo chi ha avuto il coraggio di infrangerle, quelle regole, e dare una lezione a un truffatore. In qualche modo, ha vendicato anche loro.
Questo è il movente empatico dell’assassino. Un giocatore truffato al quale non resta che rovesciare il tavolo, svelare le carte truccate e uccidere il baro. Anzi, giustiziarlo.

Sulla tua pagina Facebook, ricca di spunti e di suggestioni per ogni amante del genere, hai alcuni mesi fa scritto che nella tua vita hai composto oltre cento storie di genere. Confidaci il trucco: cosa ti spinge a ideare nuove storie? Quali nuovi traguardi letterari ti stimolano?
Qui risponde la personalità privata: il giallista non esisterebbe senza di me. Perché io possiedo qualcosa senza la quale il mio coinquilino in Enrico Luceri semplicemente non saprebbe cosa scrivere. Appartiene a me quell’elemento che al netto delle risposte precedenti rappresenta la radice dell’ispirazione del giallista, anzi la sua motivazione a scrivere. Anzi, la sua necessità di scrivere. Io possiedo un complesso di persecuzione. Vedo complotti ai miei danni orditi di nemici del giallo classico, torti subiti e ingiustizie mai sanate. Sembra stravagante, ma è vero. Il giallista deve scrivere queste storie, dove le colpe sono finalmente espiate e le vittime trovano giustizia, per calmare il dolore del complesso di persecuzione. Creare un universo narrativo dove la giustizia funziona (in un giallo, s’intende!) è un balsamo per calmare le fitte della persecuzione vera o presunta. Ovviamente, come personalità privata, mi guardo bene dal curare questo complesso di persecuzione con i metodi canonici, o rischierei di guarire, ponendo fine alla carriera del giallista. Mi accontento di tenere questo complesso sotto controllo, e di verificare che il giallista non esageri a punire i colpevoli!

“Dietro questo sipario” e “La voce del buio” (scritto con Antonio Tentori) sono due romanzi thriller pubblicati nel 2017, due opere che sono un omaggio al cinema argentiano. Ci presenti queste ultime fatiche? Quali ispirazioni hai tratto dal cinema degli anni andati?
“Dietro questo sipario” è un romanzo sull’illusione come aspetto inevitabile di un giallo autentico. Un giallo è anche e non solo un gioco di prestigio in cui lo scrittore/illusionista sfida il lettore/spettatore a trovare il trucco con cui viene confuso nella ricerca dell’assassino, gli indizi seminati nella storia. L’indagine si compone di un tassello posato sul mosaico, un pezzo alla volta, e l’errore imperdonabile sarebbe quello di voler intuire frettolosamente l’immagine raffigurata, poiché solo all’ultima pagina apparirà chiara. Come in ogni giallo. La manipolazione degli elementi per creare l’enigma e l’atmosfera che genera la suspense rappresentano la fusione fra le consuete ispirazioni cinematografiche argentiane e quelle letterarie tipiche della Christie.
“La voce del buio” è una storia secca, coinvolgente, piena di ritmo e azione, dove l’abilità e l’esperienza di sceneggiatore dell’amico e collega Antonio Tentori contribuiscono a rendere ogni capitolo come la sequenza di un film, alternando indagine e riflessione a dinamismo e suspense. Si tratta di una storia, attuale, razionale, dove le fragilità e le inquietudini sono occultate da apparenze di ineccepibile equilibrio e disinvoltura. L’ennesimo gioco di prestigio si cui si fonda un giallo canonico. E la cinematografia di Dario Argento, della quale il romanzo è un deliberato omaggio.

Chi ti conosce sa che il tuo amore per il giallo è sconfinato. Vedi tra gli scrittori più giovani qualcuno che possegga il talento necessario per partorire qualche ottima prova nel genere a noi caro?
Vedo potenzialità in chi privilegia la sostanza sulla forma, cioè la solidità di una trama e la sua aderenza ai canoni del genere rispetto allo stile. Quando incontro un giovane autore così, come mi è capitato con te, sono lieto se posso essergli utile contribuendo con la mia esperienza e un po’ di mestiere ad affinare gli ingranaggi del giallo, gli elementi che come meccanismi di un orologio a carica ne garantiscono il funzionamento e la tenuta. Mi piace chi sa “asciugare” le proprie storie dal colore fine a se stesso, chi sa lavorare per sottrazione e sacrifica tutto ciò che non è funzionale alla trama di genere. Una manualità di scrittura che si raggiunge anche leggendo molto, opere italiane e straniere, cercando di conoscere la fantasia altrui come mezzo per valutare la nostra.

Sempre a proposito della tua passione per il giallo, che idea ti sei fatto delle serie tv contemporanee, mi riferisco soprattutto ad alcuni prodotti molto apprezzati dal pubblico come “True detective”?
Conciliare l’ impiego della personalità privata (dipendente di una società d’ingegneria privata) con l’attività del giallista, e quello di ambedue con la famiglia, costa molto tempo, così vedo poco la televisione. Comunque, rispetto sempre il successo, perché è la combinazione di impegno, fatica e tenacia. Vale anche per le serie televisive di maggior ascolto, che sanno catturare l’attenzione e la fedeltà degli spettatori. Se mi capita, ma è raro, le vedo anche io, e ne apprezzo ritmo e tensione.

Ancora dalla tua pagina Facebook, apprendiamo che il 2018 sarà un anno ancor più prospero per te. Verranno pubblicati diversi tuoi scritti. Ce li puoi presentare?
Nell’immediato, il romanzo “L’ora più buia della notte”, in edicola a dicembre per Il Giallo Mondadori. seguire in libreria il saggio “Giallo Pulp” per le edizioni Profondo rosso, scritto a quattro mani con il Maestro Luigi Cozzi, uno dei registi che ammiro di più. A febbraio 2018, ancora in libreria l’antologia di cinque miei racconti intitolata “Tre indizi fanno una prova”, che inaugura la mia collaborazione con l’editore Antonio Pagliai e il curatore della collana Andrea Gamannossi. Una pubblicazione su cui tutti e tre contiamo molto. A giugno, il consueto appuntamento in libreria con la collana Comma#21 di Damster, diretta dalla’amico e collega Fabio Mundadori, con il romanzo “La donna di cenere”, firmato da me e Marzia Musneci. Sono contento di pubblicare questa storia con una collega così brava e competente. Pubblicherò anche l’ebook “Enigmi gialli”, con altri cinque racconti per chi ama il mistery classico. Nel 2019 il commissario Buonocore del romanzo “Le colpe dei figli” tornerà in una nuova indagine nel Giallo Mondadori dal titolo “Le notti della luna rossa”. E poi ho già completato i soggetti di tre romanzi che prima o poi scriverò, e arriveranno ai miei lettori. È una promessa, e io sono abituato a mantenerle. Parola di giallista.