Italia magica & necrofila – di Davide Rosso

Bilancio critico sui “capolavori” dei “Racconti di Dracula” (e il gotico italiano)

Torniamo a occuparci della collana “I racconti di Dracula”, sorta di Weird Tales all’amatriciana.

Cogliamo l’occasione per leggere alcuni dei primi romanzi della serie (oggi difficilmente reperibili se non attraverso le sorvegliate e limitate ristampe della Dagon press di Pietro Guariello con l’aiuto filologico del collezionista Sergio Bissoli) e cerchiamo di trarre un bilancio critico di questo peculiare fantastico italiano.

Brevemente diremo che “I racconti di Dracula” uscirono nelle edicole italiane nel 1959 e continuarono fino al 1981. L’editore, la ERP, apparteneva al barone Cantarella, nobile siciliano che prima aveva iniziato a muoversi nel cinema, poi era passato al boom della narrativa popolare, in quegli anni al culmine. Cantarella non editava solo i Dracula, bensì anche molte altre collane, offrendo storie di guerra, spionaggio, rifacimenti della narrativa hard boiled americana. Gli scrittori dei Dracula erano tutti italiani, celati sotto pseudonimi anglofoni, un po’ come i registi degli spaghetti western. Molti di questi erano alle prime armi e accettavano il compenso dell’editore (circa 50 mila lire dell’epoca in contanti e non era poco per un centinaio di cartelle!) per aumentare le entrate mensili: tra di loro abbiamo un giudice, un medico, uno psichiatra, un militare di carriera, un giornalista, gente senza troppe ambizioni letterarie. Quasi tutti si vergognavano di quei romanzetti (scritti velocemente ai margini della vita lavorativa e famigliare, senza riletture o scalette e tantomeno editing particolari) e, negli anni, hanno cercato di far perdere le loro tracce. Si trattava insomma di “negri” della macchina da scrivere, mercenari pronti a tutto pur di raggranellare un po’ di quattrini e non certo di fini intellettuali animati da propositi artistici.

La collana dei Dracula uscì sotto la spinta delle prime pellicole horror della Hammer, la casa produttrice inglese responsabile dei film con Christopher Lee e Peter Cushing. Il successo di quelle pellicole, vendute in tutto il mondo e in particolare in America – dove anche Roger Corman mise in cantiere il suo ciclo Poe-Price di rifacimenti – spinse i produttori italiani a imitare le atmosfere gotiche della casa inglese. Nel 1960 furono ben quattro le pellicole messe in cantiere dai nostri artigiani: L’amante del vampiro, Seddok, Il mulino delle donne di pietra e La maschera del demonio. Sullo schermo il gotico non fece presa come il western o il peplum e la produzione di queste pellicole scemò nel corso della seconda metà degli anni ’60, riprendendo (in forme e modi esasperati) negli anni ’70, sotto la spinta del fumetto nero e orrorifico di Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon, dove trame ed elementi del fantastico si amalgamarono con un erotismo necrofilo e sadico al limite della pornografia.

Incrociando la lettura di alcuni dei primi, introvabili “Dracula” con quelle pellicole horror che uscivano allora, ho cercato di rintracciare ascendenze o vicinanze, anche casuali e inconsce tra gli scrittori e quel cinema, arrivando anche a un bilancio (provvisorio) di quella letteratura automatica. Anche Bissoli, nel suo studio[1] su questa collana (Il mistero dei Racconti di Dracula, auto-pubblicato sul circuito di lulu.com, rivisto nel gennaio del 2013) ricorda come negli anni ’60, mentre uscivano i volumetti da edicola della ERP, sugli schermi, sfuggendo ai divieti dei genitori, dei preti e degli insegnanti, i ragazzini potevano gustarsi i gotici di Margheriti, Freda, Bava, Caiano, o i prodotti di importazione, i Corman, i film con Vincent Price, Cushing, Lee, Barbara Steele. Un’Italia pulp meravigliosa e irripetibile (dal punto di vista economico), dove gli echi macabri e fascinosi del gotico passavano da un film a un libro a un fumetto, senza dimenticare i meravigliosi poster, le locandine degli illustratori, dei cartellonisti di allora, veri maestri del pennello (ci piace ricordare alcuni nomi: Sandro Simeoni, Renato Casaro, Giuliano Nistri, Enrico De Seta, Rodolfo Gasparri). L’Italia di allora era un mondo arcano e coinvolgente, come ci ricorda la bellissima introduzione di Stefano Piselli & Riccardo Morocchi al volume La dolce paura, sexy horror in Italian movies and popular pubblications (Glittering edizioni d’essai, Firenze 2005): dai manifesti allusivi e onirici dei film si passava alle copertine delle riviste come Malia, che pubblicava i fotoromanzi dei film horror del periodo, mostrando spesso scene censurate e tagliate nell’edizione italiana. Oppure si trovavano gli stessi illustratori e le stesse donnine discinte sulle copertine dei “Dracula” o della collana alternativa i “KKK”, editi da un altro editore/produttore come Marco Vicario. Gli anni ’60 rappresentano la nostra golden age gotica, un sincretismo di stimoli e spunti narrativi e visivi ormai irripetibile. Leggendo lo studio di Sergio Bissoli è possibile toccare con mano l’educazione intellettuale di un ragazzino in quegli anni ’60, un giovane appassionato di horror che cresceva leggendo di nascosto collane da edicola e correva nei cinema di seconda visione a recuperare i gotici. Erano gli anni degli Urania. Dei Gialli proibiti. Delle prime antologie horror della Sugar e dell’Einaudi. Delle prime traduzioni in italiano di Lovecraft e di molto altro! Detto questo, ho riscontrato con mano come questo sincretismo sia maggiormente ravvisabile tra il fumetto nero e il cinema di allora. A mio avviso per i Dracula il discorso è più

Nel maggio del 1962 uscì il n. 31 dei “Dracula”, primo romanzo di uno degli scrittori più prolifici della collana. Parlo de I sussurri delle streghe di Frank Graegorius, alias Libero Samale, psichiatra e medico della mutua irrequieto e geniale, interessato alla magia, all’antropologia e alla stregoneria (pare fosse un bibliofilo, arrivato a possedere più di 10.000 libri rari di esoterismo e occultismo), materie che approfondì e utilizzò per la stesura dei suoi romanzi, infittiti di leggende e folclore. Ne I sussurri delle streghe Graegorius/Samale ci porta a Rock Glendall sorta di Arkham lovecraftiana, luogo isolato da una vegetazione pietrosa e boschiva; i popolani di Rock Glendall non differiscono molto da quelli di Arkham o Salem, chiusi nelle loro superstizioni e paure, avvelenati dai grimoires occulti delle streghe, trasmutati in vecchi mummificati, adepti inconsci di capre infernali che belano, altri doppi di Inshmouth in chiave gotica e folclorica. Samale inscena un teatrino di burattini che sembra rimandare a una digitale purpurea pascoliana rivista alla luce di passioni ancestrali e voluttuose offerte sessuali, con streghe vampiresche, ancora confuse le une nelle altre. Paurosi cerimoniali magici percorrono le pagine agili del libretto. I sussurri sono incentrati su delle pietre neolitiche (dei dolmen, dei ringstone arcani dalla forma vagamente antropomorfa) presso le quali fu bruciata nel XVII secolo la strega di turno, una certa Isolda, lamia disciolta nelle porosità argillose delle pietre, fusa in quegli altari arcani (e di pietre e altari di cemento parlerà nell’oggi lo scrittore gotico Matteo Manferdini da Vercelli…), veri portali verso chissà quali abissi dell’orrore (in questi passaggi evocativi, tipici della prosa indefinita di Samale, sembra quasi di avvertire degli echi freschissimi del solitario di Providence – in quel 1962 di Lovecraft in Italia s’era visto poco: nel 1960 era uscito il racconto The rats in the walls, tradotto da Bruno Tasso nell’antologia Un secolo di terrore della Sugar; sempre nel 1960 uscì l’antologia Einaudi curata da Fruttero&Lucentini Storie di fantasmi, contenente ben tre racconti; poi bisognerà aspettare il 1963 per altre traduzioni). Samale, come Lovecraft, suggerisce più che mostrare i suoi orrori e si appassiona fin da subito a un sotto mondo popolare e folclorico da cui attingere gli spunti per le sue storie. La melopea dello scrittore psichiatra corre parallela (senza mai toccarsi veramente, come buona parte dei romanzi di questa collana) al coevo cinema horror italiano: la strega Isolda aveva avuto come sorelle cinematografiche la lamia interpretata da Barbara Steele nella pellicola di Bava, La maschera del demonio, film del 1960 che Samale poteva aver visto benissimo, affascinato forse da quell’incipit di torture e martirio a cui viene sottoposta la strega Asa, femmina repressa e isterica, affetta da quelle patologie isteriche che troveranno terreno fertile nei nostri gotici (a partire dal bellissimo Malombra di Soldati, allucinato ritratto di reincarnazioni e delitti sul Lago di Como; o alle altre femmine sonnamboliche dell’altrettanto bello Danza Macabra o al suo remake Nella stretta morsa del ragno, entrambi di Antonio Margheriti, uno dei maestri del genere). Tuttavia Samale, in alcuni stralci della storia, sembra anticipare le allucinazioni fosforescenti di certi tardi gotici degradati (penso alla scena del ragno gigante, non lontana dal satanismo papista del finale di Murder Obsession di Freda, del 1980); oppure certe pellicole d’autore, gotici marxisti di metà anni ’70 come Hanno cambiato faccia di Corrado Farina o La corta notte delle bambole di vetro di Aldo Lado, qui richiamate da alcuni passaggi suggestivi come questo: “Oggi no. La gente accetta i demoni e li accarezza, fornendo loro le armi della cultura e del pensiero. Ne derivano mostruosità senza nome; stragi collettive, bombe atomiche, guerre di distruzione e di sterminio, angoscia nei giovani, disonestà in politica, corruzione nell’amministrazione pubblica, sfacelo della morale, noia, pazzia collettiva… I vampiri secondo te non ci sarebbero più, in America e altrove? Sbagli, George. Essi oggi stanno fra la gente per bene, e se non succhiano più sangue, è perché non ne hanno più bisogno. Preferiscono sottrarre all’uomo la volontà, il pensiero, il sentimento, la gioia, la forza vitale e ne restano che delle povere larve umane, dei cadaveri ambulanti”. Così ci deliziava Frank Graegorius in questo romanzo paraletterario, di grana grossa, ma ricco di spunti e idee, che non ha paura di sporcarsi le mani con il carnevale e le esagerazioni del genere.

Il castello delle rose nere, sempre un Graegorius, del febbraio 1965. Una Turingia solenne e profonda, accesa da colori cangianti e vorticosi. Samale usa una lingua arricchita dai cascami del sonno, svaporata nei presagi, forme evanescenti, ombre palpitanti; 3 viandanti arrivano in un castello parossistico, addobbato di rose nere e un carnevale botanico per giardino. L’arrivo del gruppo ricorda il solito Stoker, ma la castellana misteriosa, sola & bellissima, pare un calco di quella de L’amante del vampiro, gotico di Polselli del 1960. La baronessa del libro è un cadavere mummificato che oscilla tra la vita e la morte e torna indietro dai fasti della putrefazione, in una scena che è doppia con quella della resurrezione della strega ne La maschera del demonio di Bava (sempre 1960). Anche la figura senescente del servo della baronessa non-morta, pure lui redivivo e vampiro, somiglia al nostrano Walter Brandi, succhiasangue nel film di Renato Polselli. Torniamo al libro. L’andirivieni del protagonista, Pierre Lecoeur, nei corridoi del castello è una passeggiata letteraria nel dietro le quinte della scrittura, una ricapitolazione di carabattole, panoplie, arazzi, armature, una nevicata onirica di dettagli irrefrenabili intarsiati in una esasperazione fantastica nuova, che riemerge dalle disarticolazioni del notturno italiano ottocentesco fatto di laboratori alchemici scapigliati ed eclissi naturalistiche dei vari Capuana, Verga, giù giù fino alla selva di narratori di massa delle riviste popolari dei primi del ‘900, penso a La Domenica del Corriere, Per terra e per mare, Giornale illustrato dei viaggi, Viaggi e avventure di Terra e di Mare, vere palestre per l’elaborazione definitiva di un fantastico italiano e di un artigianato letterario di cui, fino in tempi recentissimi non se ne conosceva l’esistenza. Libero Samale eredita tutto questo e lo rigenera, collezionando i suoi oggetti letterari e non facendosi mancare nulla, nemmeno i manichini di cera, i burattini cadavere appena visti in 6 donne per l’assassino di Bava e in tanta letteratura austriaca. Il resto del romanzo, bellissimo, sfoglia situazioni che allora s’erano appena viste al cinema; penso al Boia scarlatto (qui citato fin dalla copertina stupenda), rivisitato con le sue stanze della tortura, catene pendule e corpi femminili straziati dallo staffile d’un boia neurologo, burattino pure lui parossistico, perso nei labirinti karmici della reincarnazione. Questi vagabondaggi nel tempo e nello spazio, questo eterno ritorno di non-vivi è il tema dominante del libro e di molte pellicole del terrore di quegli anni ’60, in particolare Danza Macabra di Antonio Margheriti (1964, quindi appena prima di questo romanzo), infittito di burattini oltre le barriere del tempo, simili alla gravità necrofila e surreale del dottor Samale (sarebbe interessante, in futuro, rintracciare la presenza del manichino nella letteratura fantastica italiana, mettendo a confronto i testi di autori consapevoli come Collodi, Leopardi, Savinio coi lavori primari e casuali della paraletteratura). E in un crescendo di proiezioni inconsce ed hoffmanniane, tutti questi burattini letterari sono costretti a rivivere in eterno nei meandri impiccati della letteratura di massa.

Assediati dal demonio di Max Dave, dicembre 1963. La vicenda è originale e un po’ sconclusionata, scritta da quel famigerato Max Dave, alias il conte papalino Pino Belli, uno che s’è bevuto una vita sregolata di viaggi, donne e alcool, passando per una breve carriera militare, lavorando nel cinema e infine inventandosi scrittore di pulp; Belli morirà alcolizzato nel 1969 e il suo pseudonimo verrà tenuto in vita dal fratello medico, Carlo Belli, autore di numerosi Dracula nel corso degli anni ’70. Assediati dal demonio. Tra le pagine si respira una curiosa atmosfera di fantascienza: misteriosi uomini rossi appaiono e scompaiono nel solito castello del Galles. Guardia nazionale e polizia si mobilitano per svelare l’arcano, coadiuvati da personaggi primari tipici di questo tipo di letteratura, scevra dal bisogno di esibire una qualche funzione psicologica e identificativa. Ad un certo punto Belli inscena pure una seduta spiritica e ci fa scoprire un sotterraneo sotto il castello, dove dei monaci pre-Riforma di Lutero hanno imprigionato niente meno che il Demonio in una cassapanca! Un dandy che si è sperperato tutto in cavalli & donne (forse una proiezione dell’autore?) finirà per liberare il maligno e sputtanare tutto. Gli uomini rossi altro non sono che burattini fatti di anti-materia, morti dannati forgiati da Satana e assoldati nel suo esercito sotterraneo per portare avanti l’annosa battaglia tra il bene e il male. Dai sepolcri della terra, simili alle spelonche dantesche di certi peplum-horror di allora con Maciste e altri cretini in mutande, i golem rossi escono e fanno macelli. Fucilieri, cecchini e altre gravità guerresche aiutano Belli a tirare le pagine verso il finale, dove si troverà pure il tempo d’evocare Astaroth con tanto di pentacoli fatti in casa e galli sgozzati, il tutto per ricacciare gli acheronti in qualche altro talmud di famiglia.

Nell’aprile del 1963 esce il n. 42 della collana. Lo scrive Frank Graegorius, alias lo psichiatra Libero Samale. Il titolo: Il Golem. In copertina una sorta di mummia sfasciata, rischiarata dai bagliori morenti di una candela. Molto interessante. Il titolo rimanda a una pluralità di cose. Prendiamo in mano Praga magica di Ripellino e andiamo alle pagine dedicate all’uomo d’argilla. Che cos’è un golem? Un uomo artificiale, un servo ruvido ed embrionale, reazione rabbinica impastata con terra vergine e permutazioni alfabetiche. Nella tradizione praghese ne rintracciamo molteplici fonti. Meyrink anzitutto e il suo romanzo del 1915. Poi Der Golem film muto di Wegener, girato due volte. Anna Baiocco, nell’introduzione dotta al libro di Meyrink licenziata da Tre editori è ancora più specifica e rintraccia fonti antichissime. La parola Golem appare in un salmo della Bibbia, ripresa nell’uso talmudico. Fin dal 1847 si stampano a Praga miscellanee e leggende sulla figura dell’uomo d’argilla. Uno degli studiosi è il rabbino J. L. ben Bezalel (a cui si riferisce anche Graegorius…). Paracelso si occupa di homunculus nel suo De generatione rerum naturalium (1616). Anche Kafka fu affascinato dalla figura del Golem praghese. Mary Shelley ne scrive, nel 1818, una sua versione col Frankenstein. Riflessi anche in Hoffmann, Collodi, Goethe e nel cinema espressionista tedesco, coi suoi vampiri barcollanti, i baracconi con le figure di cera e i robot di Metropolis (1926). Torniamo a Graegorius. Il suo Golem non è ambientato a Praga, bensì in Boemia sui monti Tatra, in una regione ricca di quelle suggestioni e antiche tradizioni care all’autore. Oggi è possibile leggere il romanzo in una edizione limitata e sorvegliata, curata per conto della Dagon press da Sergio Bissoli. Il volume è arricchito da un memoriale sulla figura del dottor Samale e un inserto fotografico con immagini mai mostrate prima dello scrittore. Prima di addentrarci nelle pagine della storia, diamo una veloce scorsa alle memorie di Libero Samale, scritte da un suo conoscente, Sergio Rendine, compositore. Rendine conosce Samale a 17 anni. Con Samale inizia un percorso iniziatico che lo porterà a diventare un massone, come lo scrittore. Il training somiglia a quello di Alberto Sordi in Un borghese piccolo piccolo, con Samale nella parte del cinico e sgamato maestro della conoscenza. Nel lungo documento di Rendine non c’è traccia del Graegorius scrittore. Samale è uno psichiatra addentro alla massoneria, tipico italiano paraculo e benestante dell’epoca. Rendine ricostruisce un ritratto involontariamente delirante dello scrittore: Samale appare come una specie di Gustavo Rol, un santone della massoneria dotato di poteri speciali, capace di compiere viaggi astrali, miracoli alla Padre Pio e dotato di razzismo piccolo borghese e classismo d’ordinanza. Più si legge e più viene in mente Sordi e la commedia all’italiana. Samale e il giovane allievo passavano il loro tempo nei pullman, nei ristoranti affollati ed economici, nei musei e nelle orride sale di seconda categoria a vedere orridi film (forse il maestro era in queste occasioni che traeva ispirazione per i suoi libri eretici). Il maestro massone Samale amava parlare solo di calcio e donne, guardava il culo delle infermiere e sfotteva il suo giovane allievo preoccupato dallo scandalo P2. Le ultime pagine delle memorie ricostruiscono gli ultimi giorni di vita del nostro, colpito da un’emorragia interna e vari ictus, pronto ad accomiatarsi dal palcoscenico della vita. Il Samale massone sembra quasi rimandare a certe dichiarazioni proprio di Gustav Meyrink, alla ricerca costante di una conoscenza superiore, per non essere più un uomo della massa, uno dei tanti sonnambuli che trascorrono l’esistenza a vegetare (e questa cosa del razzismo, con pennellate socialiste sembra tornare in tanti autori del fantastico novecentesco, penso anche al classismo di Lovecraft, apparentemente stemperato negli ultimi anni di vita). Questo parallelismo ci riporta all’oggetto di queste righe, ossia il romanzo. Anzi i romanzi. Graegorius abbandona la Praga magica e si rifugia in una regione sepolta sotto navate vegetali e silenzi eterni. Un castello in rovina. Un paese, Poldice, Arkham, Innsmouth del nostro. I popolani sono un’accozzaglia di gentaccia ignorante e regredita, forse simile a quella che affollava i pullman o i cinema frequentati da Samale e Rendine. Ovviamente la masnada ctonia, più che alla scrittura delirio ed espressionista di un Meyrink, rimanda agli horror Universal degli anni ’30, ha insomma un taglio maggiormente di genere, fumettoso, concitato e saturo di avvenimenti. In poche pagine il protagonista viaggiatore precipita in una Boemia misteriosa e antica, satura di odi, rancori e linciaggi di massa, descritti con l’acume etnografico d’un Ernesto De Martino da pornofumetto. Ecco poi farsi largo i simboli ermetici ebraici, greci e latini della leggenda praghese, qui descritta come una sorta di Frankenstein fittizio, ispirato dalla figura del rabbino ben Bezalel, che qui diventa Ben Bazabel, sorta di nome solfureo. Un vecchio eretico ha forgiato il golem, figura fisica e presente, per vendicarsi sull’ignoranza del popolino becero. Siamo lontanissimi dalle pagine soffuse di mistero e intensa atmosfera del Golem di Meyrink. Là la figura dell’essere introduce in una dimensione nebulosa e sonnambolica, dove la forza del sogno trascina in un universo dove il tempo e lo spazio non hanno più significato. Il golem appare di sfuggita e non ha le sembianze pesanti e fumettose di quello dei Dracula. E’ un’ombra irreale, una figura interiore, sorta di proiezione del protagonista, Athanasius Pernath. Graegorius, nonostante la vulgata lo voglia una sorta di Umberto Eco del pulp, è lontano mille miglia dalla raffinatezza nebulosa e kundalinica dello scrittore austriaco, dalla sua scrittura cullata di sonno, fatta d’impulsi spettrali che anticipano di poco la galleria onirica dell’espressionismo cinematografico del cinema tedesco degli anni ’20. Meyrink scrive un horror al bulino, un’incisione metafisica dove il golem è un simbolo astratto, una proiezione dell’inconscio del protagonista, tentativo di erodere i bastioni del quotidiano e alludere a un nuovo risveglio ermetico; inoltre il romanzo si colloca all’interno di un fantastico europeo dominato dal capitale e dall’anonimato di una vita moderna bisognosa di misticismo; in questo contesto operano anche Hanns Heinz Ewers, Karl Hans Strobl e Alfred Kubin, attratti dalle pulsioni di città come Monaco, Vienna, Praga. Graegorius è maggiormente materico, col suo golem/Frankenstein in procinto di spaccare tutto e fottersene d’ogni inconscio. Curiosamente però entrambi i libri hanno in comune questa maledizione, quest’ombra che grava sul paese ed è al centro dei discorsi del volgo. Comunque il romanzo di Libero Samale (a mio avviso non tra i suoi migliori) sembra anticipare le figure claudicanti di certi Frankenstein italiani degli anni ’70.

La vecchia poltrona, n. 20 del 1961, scritto da Max Dave (Pino o Carlo? La cosa è dibattuta). Fino a quel momento i film gotici italiani avevano giocato con l’immaginario collettivo delle streghe, dei vampiri, quasi sempre calati tra le nebbie nordiche del Gallese, dell’Irlanda o le campagne magiare dell’Europa orientale; Dave, con questo libretto, prende un’altra strada, giocando col thriller claustrofobico, da camera. Anzitutto sgombriamo il campo ai dubbi: sul libretto esiste una questione irrisolta, riguardante le sue somiglianze con Lo spettro di Freda, film di poco successivo. E’ indubbio che la storia di Max Dave sia stata copiata pari pari da Freda senza comprare i diritti. I personaggi sono gli stessi, hanno i medesimi nomi e molte battute del libro finiscono identiche nella sceneggiatura. Diciamo che Freda e Oreste Bianconi arricchiscono il plot minimale, aggiungendo molte scene inesistenti nel libro (penso alla sequenza della cassaforte, la discesa nella cripta per disseppellire il corpo decomposto del dottore e l’omicidio dell’amante da parte di Barbara Steele). Vi sono delle differenze anche nei caratteri dei personaggi: nel libro la vedova è molto più coraggiosa rispetto all’isterica Steele, mentre il personaggio dell’amante medico (nella pellicola Peter Baldwin) è assai instabile e pauroso. Inoltre il libro accentua la componente teatrale della storia, giocando quasi solo sui dialoghi, tanto che molte pagine non hanno praticamente descrizioni e paiono delle drammaturgie. Nel film, l’oggetto perturbante è il vecchio carillon del dottore deceduto, nel libro la vecchia poltrona e ancora nel film la polizia è quasi completamente assente, cosa che non si può dire del romanzo, dove la coppia di poliziotti che indaga sulla strana morte della cameriera (che in Freda era complice del finto defunto dottor Hickcock) intuisce quasi subito la tresca ordita dalla coppia diabolica. In definitiva, leggendo le pagine scarnificate e veloci di Dave, sembra che la fonte di questo libro sia da ricercare nel giallo, o persino nel noir, visto che il soggetto non è molto lontano da quello de Il postino suona sempre due volte di Cain o dai diabolici intrighi messi in scena da Boileau & Narcejac. Ad accentuare questa impressione è l’ambientazione metropolitana del romanzo, lontana da quella sepolcrale, gotica, di Freda. Il finale di Max Dave inoltre, pur non avendo a mio avviso l’incisività del film, conserva un suo fascino, lasciando irrisolta la faccenda, senza spiegare veramente se il sovrannaturale esista o meno. Uno dei Dracula più originali e anomali, unica volta in cui questa collana ha fornito un soggetto originale per la realizzazione di uno dei gotici degli anni ’60 (nei KKK accadrà lo stesso solo per La vergine di Norimberga).

Del Luglio 1962 è La valle dei cento morti di Mario Pinzauti. Alla base c’è un’antica leggenda attinta dai ricordi siciliani del perito balistico e regista di western di serie z; altri nervi rabdomantici accatastati a creare un accumulo di senso del libro sono: una Prussia orientale fumosa, dei conti, una vecchia villa, le dicerie del popolino crapulone colpevole d’aver decapitato, secoli prima, il feudatario locale, ora spettro senza testa (un didascalico Washington Irving a Sleepy Hollow?) cazzaro e fumettistico. Pinzauti ci spiega che ogni cento anni dal suo martirio nel paese qualcuno crepa malamente. Questa la valle. Questa la leggenda. A guardare il cinema italiano di allora non viene in mente niente: forse, per la maledizione si potrebbe puntare il dito sull’incipit di La maschera del demonio, ma sono cose vaghe che lasciano il tempo che trovano. No, anche qui, come per Max Dave e Graegorius, Pinzauti pare andare per conto suo e ripullula le pagine con travagliose costruzioni e figure barocche ai limiti del secentismo decadente; la storia è troppo sconclusionata rispetto anche agli Hammer di allora, per non parlare del calligrafismo sublime di un Ferroni nel suo Il mulino delle donne di pietra, tra i più bei gotici di allora. No, Pinzauti scrittore, prima di farsi perito balistico al foro di Roma, ha la torbidezza americana d’un Corman che contamina tropi e figure, estrapolando qui e là a cazzo. La vicenda non sembra decollare mai o approdare a nulla, in uno sperpero che forse, questo sì, è la vera estetica (involontaria) di questi albi, destinati ad una lettura debole e frettolosa e da lettori da stazione lontani certo dalla tradizione fantastica novecentesca dei vari Bontempelli, Buzzati, Landolfi.

Una collana dedicata al gotico, i Daracula, uscita per vent’anni e poi dimenticata dai più, fin quasi alla riscoperta/resurrezione operata da uno studioso e scrittore come Sergio Bissoli.

A pensarci oggi ha quasi dell’incredibile.

E molto ci sarebbe da dire sugli ancora meno studiati KKK editati dall’editore produttore Marco Vicari. Quella collana, meno fortunata, non ha ancora avuto il suo Bissoli. Lo avrà presto, visto che sto leggendo le bozze di un saggio scritto dal mio amico e collezionista Daniele Vacchino, uno che dopo anni di sbattimenti tra bancarelle e collezionisti è riuscito a recuperare la collezione completa e leggerseli tutti, scoprendo cose molto interessanti. Ma questa è un’altra storia e La Zona sarà in prima linea a sostenere questo progetto, ne sono sicuro…

Studiare i Dracula

I Dracula sono stati una collana editoriale incredibile, quantitativamente interessante, sintomo di un benessere economico che allora era al suo massimo. Purtroppo il fantastico italiano (salvo rare eccezioni d’autore) non aveva passaporto e registi, disegnatori e scrittori dovevano nascondersi sotto pseudonimi ridicoli. I Dracula furono scritti da persone che, per differenti vie del destino, arrivarono a proporsi all’editore e non necessariamente furono dei cultori del genere, dei profondi conoscitori e lettori di quei meccanismi che, sempre allora, sugli schermi, stavano vivendo la loro unica irripetibile stagione. Tra i Dracula e il cinema non vi è una vera e propria osmosi (differente, stando agli studi di Vacchino, la situazione coi KKK); gli scrittori horror dei Dracula sono dei piccoli borghesi interessati ai soldi facili, uomini in carriera con famiglie alle spalle, tutto fuorché degli autori. Tra loro vi sono poche eccezioni. Alcune lunari. Per il resto si tratta solo di lavoro mercenario, da fare in fretta e alle piccole ore, tirando via le pagine senza crederci troppo. E’ sintomatico che questa gente abbia preferito farsi dimenticare, di non vedere il proprio nome accostato a quei volumi immondi da edicola. Tuttavia lo studio della letteratura è un sapere aristocratico, slegato dalla materialità del contesto di produzione da cui quei contenuti si sono generati. Per questo, a tanti anni di distanza da quell’editoria piratesca e truffaldina, ci restano migliaia di pagine semi anonime, povere d’ingegno e di finezze letterarie, abbandonate a loro stesse. Le trame dei Dracula sono dei gotici stanchi, già vecchi in quei ’60, impoverite da una resa letteraria sciatta e ciarliera, con dialoghi buttati sulla pagina tanto per riempire velocemente lo spazio. La foia sessuale che anima quelle marionette serve solo per attirare un lettore beone ed ignorante, uno che andrà poco oltre l’immagine di copertina. Oppure una letteratura a buon mercato per i figli dei contadini, per i giovani del nascente ceto medio. Il cinema gotico italiano degli anni ’60, pur partendo dai rimasugli di un melodramma facilone e passatista, abbinavano l’ingegno visivo e le sperimentazioni formali degli autori più validi. Inoltre, nel corso degli anni ’70, quando i Dracula prenderanno una lunga parabola discendente fatta di ristampe e oscuri tentativi di aggiornare le proprie formule rincarando le dosi di sesso e violenza, il cinema horror saprà cercare strade alternative, trovando anche una sua cifra d’autore in pellicole di Risi, Bene, Brocani, Scola, Albertazzi, D’Anza, cosa che comunque non lo salverà. Con la fine degli anni ’70 anche gli ultimi scampoli del gotico finiscono per morire. Negli anni ’80 e a venire ci saranno solo delle meteore, delle pepite. Per questo recuperare una collana ventennale come i Dracula è quasi un obbligo accademico, un modo per ricontestualizzare il decorso del fantastico nel nostro paese.

Per tornare alle fonti e alle ispirazioni è difficile dire qualcosa di definitivo.

Gli autori, negli anni, hanno rilasciato poche e confuse dichiarazioni. Oggi sono tutti sepolti e ogni tanto Bissoli tira fuori dei documenti agghiaccianti, come quello di Samale massone paraculo & taumaturgo. Credo che quella gente avesse letto poco e male il german o il supernatural americano, ma nelle loro pagine affiorano solo trame confuse, riempite dagli amplessi di vampire puttanesche da poche lire e sembra che uno come Lovecraft (tanto per fare un nome) non sia mai esistito. Le ricostruzioni del medioevo sono fatte col culo. Aleggia ovunque un sapere superficiale, che attinge agli oroscopi in fondo ai settimanali e alla superstizione paesana più becera e qualunquista. Più che al conte Dracula e ai vari vampiri, i non-morti degli scrittori di Dracula rimandano a quel sottomondo folklorico dei vampiri polacchi, tedeschi, greci, di cui certe indagini sul vampirismo ci hanno reso edotti. Quindi? Tempo perso. Soldi buttati. Non completamente.

I Dracula porteranno con sé l’eterna sensazione di una scommessa mancata, una scommessa comunque tentata. In quella selva di pagine ormai frolle, si levano ancora squarci a tratti riusciti, certe volte persino geniali. Alcuni scrittori, in certi momenti della loro carriera di scribacchini, hanno trovato un precario equilibrio tra le esigenze basse di mercato e la loro fantasia, forse persino il loro inconscio.

E’ il caso di Sveno Tozzi, alias Doug Steiner, autore di pochi fecondissimi Dracula. Ne vediamo uno. Poche righe. L’amante del loculo tre, titolo del 1961. Ecco. Questo libro potrebbe essere un paradigma. Da una parte di quello che i Dracula sono stati: trama confusa, scrittura veloce, senza fronzoli, un insistere sulle pulsioni basse e volgari del lettore, allora ancora parecchio depresso e desideroso di necrofilia e incesti d’ogni tipo (oggi è bastato you porn per tumulare questa narrativa, questi generi, questi lettori impotenti). Da un’altra parte L’amante del loculo tre rappresenta tutto quello che i Dracula non sono mai stati: Tozzi (uomo – e qui fa bene Bissoli a ricostruire i lacerti d’un’esistenza – inquieto e inquietante, senza un lavoro fisso, roso da un randagismo esistenziale che è la stigmate d’un vero artista, un po’ giornalista, aviatore, giovane fascista, poi narratore, editore di una delle prime riviste di fantascienza italiane, di nuovo militare per cercare di agguantare una pensione e morire di ictus cerebrale) credo amasse molto la fantascienza, infatti contamina i suoi lavori con questo genere. La sua però è una fantascienza che non s’è mai vista. L’amante del loculo tre è un romanzo horror che inizia con una scena necrofila molto suggerente, poi però diviene tutt’altro. Si parla di soglie, dimensioni oniriche a cavallo della veglia, scatole cinesi una dentro l’altra; quando si muore, o si sogna di morire, è come se si scivolasse da una di queste scatole a un’altra. Riassumere il romanzo è praticamente impossibile. Tozzi sembra quasi creare una sua via narrativa al genere, qualcosa che percorrerà brevemente solo il Samuel Beckett fantascientifico de Lo spopolatore, coi suoi alveoli, così simili alle ombre allineate che compaiono in un quell’altro delirio senza paragoni che è Femmine dell’al di là (I racconti di Dracula, giugno 1960) coi suoi personaggi burattino sfuggiti ad una pièce di Ionesco  e una trama semi soporosa che mescola hard boiled, spiritismo e necrofilia; nell’amante del loculo tre convivono le pulsioni gotiche più frenate (la necrofilia, l’eterno ritorno, la reincarnazione, i sepolti vivi, i vampiri psichici) con una dissoluzione della trama e della lettura stessa che sconfina nel romanzo sperimentale, tanto che il libro si chiude senza chiudersi, all’inizio di una fantomatica parte quarta che nemmeno esiste e non è mai stata scritta. L’effetto paradossale è quello della mano che disegna se stessa in Escher; anche noi lettori abbiamo l’impressione di essere parte del romanzo, larve spettrali di una realtà psichica dissolta dalla morte, ombre in attesa di risvegliarci chiusi dentro le ruvide pareti di una cassa di pino. Da solo, con questo libro, Sveno Tozzi sembra portarsi sulle spalle l’intera collana dei Dracula, consegnandola nelle mani, negli occhi, nella mente di un lettore odierno. Quasi a suggellare l’ennesima confusione tra sogno e realtà.

Non diverso il discorso con un altro capolavoro di Tozzi, “La femmina dell’homunculus” del 5 aprile del 1960. Praticamente uno dei primissimi romanzi e con una trama originalissima (alchimisti medievali, creature fabbricate artificialmente grazie all’ausilio delle scienze psichiche, rilette dalle astruse conoscenze dello scrittore) che non rimanda a nulla di quanto Polselli, Bava, Freda e Ferroni andavano facendo in quegli anni. L’Homunculus di Tozzi rilegge i filamenti delle evocazioni alchemiche con un putridume esoterico acceso dal fosforo scomposto delle parole; un romanzo automatico, pieno di sonnambuli, trance, stati inceppati della veglia. Tozzi satura il tutto come nei libri precedenti, arrivando quasi ad una prosa medianica, capace di rilanciare sempre la pagina verso i suoi bordi, i suoi fuori campo, alla ricerca di una morfologia del deforme, dello sbagliato, dell’incompiuto. Un’opera ipnotica, una grottesca, macabra, parodia di un film lacrimogeno!

L’organo dei morti è uno dei Dracula più famosi, uscito nel novembre del 1965, scritto sempre da quel Frank Graegorius, Libero Samale. L’organo è un romanzo per frammenti, costruito (forse) attorno alle suggestioni di Danza macabra di Margheriti e più probabilmente amalgamato con le leggende sul vampirismo folklorico dell’Europa Orientale; tutto ruota intorno ai suoni di un organo oltretombale, possente e dissonante (strumento non a caso adatto per le colonne sonore infernali del gotico anni ’60, penso soprattutto a quella di Ennio Morricone per Amanti d’Oltretomba di M. Caiano), che induce al suicidio e all’omicidio, tanto che la prima metà del libro (la più bella) è una sorta di carrellata di figure che entrano in scena e muoiono quasi subito. Graegorius ha la prosa tipica dei Dracula, su cui già tanto abbiamo detto, insistendo sul carattere automatico di questi romanzetti, di questa paraletteratura per pendolari distratti e annoiati, con poco tempo e poca cultura. L’organo è un apice di fantastico carnevalesco in cui la componente realista è azzerata del tutto, in favore di un senso arcaico, un trionfo dei processi primari e distruttivi della paraletteratura interessata soltanto al bisogno di produrre effetti senza scopo se non quello di sollazzare (e forse nemmeno quello, si tratta pur sempre di narrativa di consumo, quindi fatta per essere venduta più che letta e consumata) il lettore alla buona con proiezioni casuali della cultura di massa ibridata con quella folklorica, con quello che rimane di quei segni e di quelle introiezioni popolari.

Stesso impasto per L’ululato del lupo mannaro, un Graegorius del 1966, splendidamente ambientato in una Serbia calata in superstizioni e leggende vampiresche, zingaresche, mescolate più che altro con suggestioni visive prese in prestito dal cinema, senza far riferimento a un film particolare (anche perché la grana di questi romanzi sembra anticipare quella terrea e necrofila del gotico spagnolo, in particolare le pellicole sulla licantropia con Paul Naschy a farla da padrone).

(Ho scritto e ho salvato, un po’ dopo ho sentito una certa insoddisfazione verso quei volumetti, forse un naturale fastidio dopo avervi trascorso un mese intero di letture; da qui il bisogno di aggiungere – senza rileggere la parte precedente – queste righe, credo confondendo, la lettura complessiva del lavoro…)

In realtà è difficile tirare le fila del discorso sui Dracula. Recentemente è uscito un volume che è destinato a fare la storia negli studi sul fantastico italiano: si tratta di Il fantastico italiano, bilancio critico e bibliografia commentata (dal 1980 a oggi), le Monnier Universitaria, 2016, un volume mastodontico e praticamente perfetto, curato da un gruppo di studiosi, da tempo interessati a questo campo. A capo del progetto Stefano Lazzarin, docente di letteratura in Francia. L’opera, come dice il sottotitolo è un compendio critico su quanto è stato scritto e detto dalla critica sulla letteratura fantastica italiana. Il volume si occupa prevalentemente di letteratura alta e non di paraletteratura. Comunque la chiarezza e la precisione dell’opera diverranno fondamentali per tutti noi, professionisti e dilettanti come il sottoscritto. Leggendo le quasi mille pagine del testo, si ricavano alcuni dati molto interessanti. Anzitutto gli studi dedicati al fantastico italiano sono recenti, anzi recentissimi. Sulla spinta dei lavori di Todorov negli anni ’70 si assiste ad una ripresa dell’interesse critico verso il genere. Lo spartiacque è un doppio volume a cura di Ghidetti & Lattarulo, Notturno italiano, edito nel 1984. Questi due volumi riprendono e rilanciano i lavori critici di Italo Calvino (il quale a sua volta aveva approntato l’anno precedente per Einaudi un’antologia di racconti fantastici dell’800, senza includere autori italiani). Le considerazioni espresse da Ghidetti & Lattarulo nelle introduzioni ai due volumi contribuiscono ad una formazione di un canone critico che durerà fino agli anni 2000. Il canone degli autori antologizzati taglia fuori la paraletteratura, di cui forse non se ne sospetta nemmeno l’esistenza. Gli scrittori presi in considerazione privilegiano un fantastico colto, da letteratura alta, controllata, lucida, ironica: tra i prosatori abbiamo Tarchetti, Faldella, Boito, Verga, Fogazzaro, Capuana, Svevo, Papini, Soffici, Tozzi, Marinetti, Pirandello, Landolfi, Buzzati, Tomasi di Lampedusa, Calvino, ecc. Solo a scorrere questi nomi si capisce che siamo su altri piani rispetto a un Graegorius. Il problema è che questi primi (splendidi) lavori di studio degli anni ’80 sono completamente all’oscuro (o fingono di esserlo) della valanga di paraletteratura presente anche nella nostra editoria. Ghidetti & Lattarulo, come Calvino, vedono un ritardo del fantastico italiano rispetto alle letterature europee dell’800.  La letteratura di massa nel nostro paese sembra non esistere. Studi successivi (e recenti appunto) hanno aperto un campo d’indagine fecondo e inesplorato, dimostrando, carte alla mano, che la letteratura di massa invece c’è e che anche un altro fantastico è possibile. Bisognerà aspettare i lavori di studiosi come De Turris, Lippi, Giovannini e soprattutto Claudio Gallo e Fabrizio Foni col loro Ottocento nero italiano (Aragno 2009) e del solo Foni il seminale Alla fiera dei mostri – racconti pulp, orrori e arcane fantasticherie nelle riviste italiane 1899 – 1932, Tunué, 2007, per aprire gli scrigni di certa letteratura popolare d’avventura, fantascientifica e horror uscita su riviste popolari come La Domenica del Corriere, Per terra e per mare, Giornale illustrato di Terra e di Mare e via dicendo, a testimonianza del fatto che, con gli effetti della diffusione di una certa stampa di massa vi è l’esigenza di fornire letture più immediate, avvincenti che puntano sugli effetti sensazionali, le iperbole e le esagerazioni, piuttosto che sul gioco dell’intelletto o la psicologia. Insieme al fantastico colto di Calvino e ai rimasugli stilistici della scapigliatura e del positivismo italiano, o al surrealismo di certi scrittori italiani (Palazzeschi, Savinio, Landolfi, ad esempio) convive un lungo laboratorio letterario che non ha avuto timore di confrontarsi con quanto si andava facendo nella lingua francese o inglese. Queste testate hanno rappresentato una palestra per scrittori professionisti e non, alle prime armi o di passaggio, un po’ come avveniva nei pulp magazine d’oltre Oceano, penso soprattutto a Weird Tales, la rivista su cui pubblicava Lovecraft negli anni ’20 e ’30 del ‘900. Approfondendo le letture, mi è parso che la linea del fantastico degli scrittori alti ha una sua coerenza e tradizione e cade sicuramente sotto la definizione di “fantastico”, difficile e sfuggente da definire. Non entrerò nella questione, non ne ho le competenze e ci siamo dilungati già troppo. Voglio dire però che la paraletteratura, pur rientrando, probabilmente, in una definizione “espansiva” di fantastico, è contraddistinta da motivazioni e risultati antitetici. Mi pare che tra Landolfi, Delfini, Bontempelli, Buzzati, Calvino, Savinio e gli scrittori dei Dracula vi sia molto poco in comune. Tempo fa ho scritto uno dei miei primi articoli di studio su queste collane, proprio confrontando gli scrittori mainstream coi vari Graegoius e Max Dave. Oggi non lo rifarei. Credo ci si ricavi poco. Gli scrittori dei Dracula non erano dei letterati, non scrivevano per piacere o gusto intellettuale, ma per denaro. Erano dei mercenari e molti di loro non avrebbero proseguito la carriera nelle patrie lettere. Inoltre si alternavano da un genere all’altro, a seconda delle richieste dell’editore, barone siciliano e fascista interessato al grano. Quello che voglio dire è che tra un Graegorius e un Savinio l’abisso c’è non tanto per i risultati differenti delle loro opere, quanto per le intenzioni che li muovono. Ad infastidirmi dei narratori dei Dracula è il loro disinteresse evidente, la distanza e il distacco tra quello che scrivono e i loro interessi professionali. Ad infastidirmi è l’atteggiamento di disprezzo che hanno avuto nei confronti del loro lavoro, liquidato come una marchetta, un modo per racimolare denaro facile. In questo, i miei articoli di questi ultimi anni (pubblicati a strati sulla Zona morta e La soglia oscura) hanno voluto contribuire ad avanzare gli studi su un fenomeno letterario praticamente sconosciuto, su cui, i primi ad aver posato il loro occhio sono stati Domenico Cammarota e Fabio Giovannini negli anni ‘80 (e non come si pensa Bissoli, il cui lavoro, come ho già detto, è più una autobiografia narcisistica fine a se stessa e risale mi pare, nella prima edizione al 2007). Il lavoro encomiabile di Foni è del 2007 e indaga quei racconti (più che romanzi) legati all’esperienza editoriale delle riviste di fine ‘800 e primi del ‘900. Da allora ho voluto imitarlo (coi miei limiti e prospettive non accademiche, sia chiaro) quello che è venuto dopo, ossia l’editoria degli anni ’60 e ’70, quella del boom economico italiano, concentrandomi soprattutto sul genere gotico/horror e le collane dei KKK e dei Dracula. Perché già tra quei narratori dei primi del ‘900 e quegli degli anni ’60 mi pare di rinvenire delle differenze sostanziali. Non tanto nel contesto commerciale che è all’origine dei testi e nemmeno poi tanto nei fruitori, quanto nello stupore, un gusto genuino, un amore per la materia fantastica (lo ripeto, uso il termine volutamente in modo generico per semplificarmi il discorso) che in quelli successivi appare molto meno. Anche la qualità dell’artigianato degli scrittori dei primi del ‘900 mi sembra più alta, con un gusto, un piacere per la storia e la messinscena che nei Dracula è praticamente assente; nei Racconti di Dracula le ambientazioni sono piatte, da cartolina, ripetitive fino alla noia, chiuse in un unheimliche culturalmente superato, retaggio di un melodramma da fumetto, di un gotico (perché poi i Dracula questo sono, dei gotici, un genere a mio avviso differente, da distinguere rispetto al fantastico colto del ‘900) lontano dai canoni nordici e maggiormente vicino all’ossessione funebre e cadaverica, leitmotiv forse prelevato dalle conoscenze scolastiche degli autori, reminiscenze della scapigliatura italiana, riletta in tono minore e in modo pruriginoso. In definitiva I racconti di Dracula hanno delle formule ripetitive fino alla noia e raramente escono da un fantastico imbalsamato che ha poco anche sul piano delle influenze col cinema dell’orrore di allora. Non ha nulla del modello inglese (e se è quella l’influenza commerciale di partenza, vi è poco altro) e poco di quello italiano, da cui si discostano (e con questo smentisco in punta di piedi quello che diceva appunto Giovannini nel lontano ’97 nel suo Libro dei vampiri: “narrativa popolare in pieno debito con il cinema, di cui saccheggiavano trame, idee, riferimenti culturali”) sia nelle trame che nella sintassi. Il gotico italiano cinematografico è quasi sperimentale, anti-narrativo e, nei punti più elevati, colto (penso a Mario Bava, ai testi spesso spiazzanti che soggiacciono al suo cinema); i Dracula su carta hanno un manierismo piatto e orizzontale che plagia, più che le storie sul grande schermo, un substrato generalista di folklori e luoghi comuni di un ruralismo becero e ignorante. Raramente questi scrittori pulp si discostano dal banale, spingendo su un revival gotico realmente autoctono; quando lo fanno sono eccezioni lunari, penso alla parabola di Doug Steiner, autore come si è visto anti-narrativo e originalissimo all’interno della collana, capace di ibridare le sue storie horror con venature fantascientifiche, in linea con quanto si andava traducendo della narrativa anglo americana con l’Urania Mondadori. Mi pare vi sia ancora poco altro da dire. I Dracula sono stati un’esperienza importante dal punto di vista quantitativo, una massiccia produzione di romanzi gotici, un genere che, ancor più che il fantastico ha attecchito con difficoltà nel nostro paese, trattandosi di un genere meno moderno dell’horror e meno sfaccettato rispetto fantastico. A monte dei Dracula potrebbe esserci il Verga del castello di Trezza, il Guerrazzi della Beatrice Cenci, un po’ di Boito, Tarchetti, giù giù fino al Manzoni dei Promessi Sposi e ancora, a sentire Vittore Branca, certi echi tardogotici e fiabeschi nelle tradizioni dei cantari pre-ariosteschi.

 

[1] Uno studio curioso e a tratti narcisistico, dove l’autore, pur riportando una serie di notizie sui testi e soprattutto gli autori, si limita a raccontare i suoi ricordi, in una sorta di autobiografia di un lettore medio degli anni ’60 che ha legato sensazioni, persone, fatti privati ai vari numeri della collana. L’idea potrebbe essere interessante, ma appare in definitiva arbitraria e insoddisfacente, in quanto non si entra mai nell’analisi letteraria dei vari romanzi cercando di metterne in luce le dinamiche testuali e le ascendenze con altri media.