La lapide e l’orgasmo – di Monika M.

Ho sempre avuto problemi con la morte, con quel che rappresenta e di conseguenza con tutti i simboli ad essa legata ed è straordinario per me ora trovarmi sdraiata in piena notte, qui, nuda sulla lapide di un perfetto estraneo con l’ennesimo sconosciuto. L’incuria che regna in questo cimitero getta malinconia nel mio animo, tutti coloro che qui son stati sepolti paiono esser stati dimenticati, ripudiati dai loro cari e languida mi abbandono alla lapide che da molto non riceve visite, immaginando già di profanarla con i miei orgasmi. Il mantello, scosso dal vento, carezza le mie gambe nude facendomi sorridere, la sua maschera è indubbiamente più ricercata della mia tunica bianca scivolata sull’erba bagnata di brina appena dopo aver incontrato i suoi gelidi occhi neri.
Non posso certo farmene una colpa , non saper nulla dell’altro è l’unica cosa che mi eccita veramente ed esalta e rende reali nella mia mente i giochi di ruolo in cui amo esser posseduta. L’annuncio prometteva essere un’esperienza fuori dalla realtà e veduto il suo travestimento ed il luogo dell’incontro non ho difficoltà nel crederlo, persino il tocco della mia pelle sul gelido marmo mi appare onirico, irreale ed estremamente eccitante il suo bisogno di mio consenso per tutto quello che dovrò subire…

Osservo, portando il volto leggermente indietro, la croce in ferro leggermente pendente verso destra che incornicia con le sue braccia la luna piena ma è il reggiseno usato per legar i miei polsi a questa che attrae tutta la mia attenzione, l’improvvisazione rende la costrizione così spontanea. La vittima, essere la vittima era il ruolo da me scelto in ogni situazione, ambientazione e travestimento ed ora attendevo che quel vampiro vittoriano si decidesse, bramavo si dedicarsi a me. Seduto sul vicino sepolcro annusava l’unica rosa sbocciata nel folto rovo che probabilmente nessuno curava più. Lo osservai reciderla ed un inatteso senso di romanticismo mi invase, si destava richiamato chissà da dove, da troppo tempo non ascoltavo un gran che le mie emozioni, sfamandole con la sola lussuria. Il corpo pallido disteso si stagliava nel buio come onda schiumosa sul placido mare oscuro e vedendolo finalmente in piedi accanto a me fremevo di desiderio
. Carezzava le spine lignee della rosa con il polpastrello e con voce distaccata disse
«Si fa all’amore per ferire, per spargere sangue.»
Riconobbi la frase, apparteneva a Cesare Pavese e sorrisi per il fatto egli avesse taciuto sulla verginità della donna che ovvio non mi apparteneva da molto tempo come ad egli non apparteneva l’appellativo di borghese.
Quando sferrò la prima sferzata sulla pelle nuda ed infreddolita non ero pronta a quel che egli intendeva far con quel fiore, avvertii però distintamente le spine lacerare la carne e la mia bocca emettere un urlo terrorizzato . Attese che riprendessi fiato prima di colpire la seconda volta e poi ancora ed ancora finché non gettò via il fiore ed iniziò a leccar il sangue che colava dalle ferie.
La dolcezza della sua lingua e delle labbra calma il tremore del mio corpo ma non la mia mente. Il respiro affannato scuote il petto e scopro sconvolta che nonostante il terrore la mia eccitazione persiste , anzi è amplificata dalla sua vicinanza. Quei canini così realistici , mi chiedo ora , sono davvero solo un travestimento? Ma era questo il punto più erotico , il reale pericolo .Ormai anche quelle situazioni andavano esaurendo il coinvolgimento , sapevo essere un gioco e lentamente la mia mente si rifiutava di viverle, fingere non le bastava più, voleva andare oltre. Ma quanto era rischioso ora quell’oltre? Mi chiedevo mentre quei canini appuntiti come aghi mordevano con crescente vigore i miei seni.
«Oh prendimi !!» ho gridato senza rendermene conto.
Il ghigno che si è svelato sul suo volto ha sottolineato la sua risposta che ancora odo echeggiar nella mia mente sconvolta.
Ogni notte da quella sera lo attendo seduta su questo tumulo, ho legato la mia anima alla sua, o forse da lui è stata trafugata, portata via. Osservo la mia pelle più pallida che mai e tristemente ammetto unicamente ora, dopo mesi da quella sera, che nulla più ho da dargli. Il sangue non scorre più nelle mie vene da quella notte.

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