La leggenda dei Natali perduti – di Monica Porta

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“Natus est Christus in Betleem Judaeae”. Il frammento, così familiare e caro al nostro cuore, appartiene a un calendario liturgico cristiano, contenuto in un almanacco in uso a Roma intorno all’anno 326 d. C. Che cosa accadeva in quel periodo?

Il 25 dicembre, i pagani festeggiavano la festività del dio Sole, per volere dell’imperatore Aureliano. Cerimonie e giochi scandivano la festività. Trenta corse di carri celebravano la vittoria del sole che, su un fulgido carro simbolico, portava la luce al mondo. Anche i cristiani di Roma ne erano affascinati e alcuni partecipavano attivamente agli spettacoli, organizzati per l’occasione. La Chiesa, preoccupata di perdere terreno, vide la chiave per alimentare il sentimento dei suoi fedeli e introdusse, quindi, il 25 dicembre la festività per la nascita di Gesù. L’idea geniale sostituì ben presto i riti di religioni antiche quanto il mondo, ma non in grado di reggere il confronto con l’entusiasmo e la tenacia dei cristiani. Così nasce il Natale che conosciamo, il giorno che rappresenta solo metaforicamente la nascita del Cristo come il vero Sole sulla Terra. Anche i simboli e le tradizioni precedenti al cristianesimo si mescolano nel folklore natalizio, dando origine nel tempo agli usi e costumi che ancora oggi pratichiamo. L’abete ne è l’esempio più lampante e rappresenta l’albero della natività. In Egitto, vi era nato il dio Biblos. In Grecia, l’abete bianco era sacro alla dea Artemide, protettrice delle nascite. Rametti di abete con una pigna sulla punta, intrecciati con un tralcio di edera, erano sventolati durante le feste in onore della dea. I Celti vi consacravano la nascita del Fanciullo divino: giorno supplementare che seguiva il solstizio d’inverno. Nei paesi latini, l’abete arrivò molto più tardi. Nel 1840, la principessa Elena di Mecklenburg, moglie del duca d’Orleans, figlio di Luigi Filippo, introdusse l’abete alla Tuileries, suscitando la sorpresa della corte. Da allora, la moda dell’albero di Natale non è più tramontata. Gli sciamani yakuti credono nell’esistenza di un abete gigantesco. I suoi rami ospitano nidi, dove riposano gli sciamani. Sui rami più alti, risiedono gli sciamani più grandi fino ad arrivare ai nidi più bassi dove si trovano gli sciamani minori. Per le popolazioni dell’Asia settentrionale, l’abete è l’albero cosmico che si erge al centro dell’universo. I nativi dei Monti Altai, in Siberia, credono che sull’ombelico della Terra spunti un enorme abete, i cui rami tendano alla dimora del dio Bai Ulgan per unire in un unico abbraccio le tre zone del cosmo: cielo, terra e inferi. I cristiani adottano l’albero di Natale come simbolo del Cristo, albero della vita. Anche la sua croce è assimilata all’albero cosmico. Gli addobbi dell’albero rappresentano la luce che Cristo dispensa all’umanità. I frutti dorati appesi sono il simbolo della vita spirituale e i regali l’amore che Egli ci offre. Radunarsi intorno all’albero la notte di Natale significa essere illuminati dalla sua luce, avere la sua linfa ed essere pervasi dal suo amore. Di buon auspicio sono i canti natalizi. In ogni casa, le dolci musiche di Natale scaldano il cuore e ci rendono più allegri durante le festività, ma non solo. Secondo alcune credenze in uso ancora oggi in Romania e in alcuni paesi degli Stati Uniti, i canti natalizi hanno il compito di scacciare gli spiriti maligni. Il Natale è un simbolo di pace perché ha il dono di ricordarci che nel profondo siamo tutti fratelli, tutti figli della stessa Terra.

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