La mano gelida – di Cristina Regis

– Respira. – Calmati e respira. – Era una sogno, era un sogno…-
… il cuore batte forte, il buio, così avvolgente, pesante, inquietante, sembra più scuro e cupo quando il male circola, denso, tangibile. Pulsante. Non voleva più dormire, doveva trovare il modo per non farlo. Gli arti non rispondevano, la mente era troppo confusa per inviare messaggi al corpo, ma era necessario alzarsi, o sarebbe tornata da lui.
Faticosamente riuscì a trovare la forza di mettersi in piedi. I pochi metri che separavano la zona notte dalla cucina le sembrarono interminabili, e poi una sigaretta, in attesa del caffè, alle 03:47 del mattino, tentando di riavvicinarsi alla realtà; era scossa, lo sapeva, la morte di suo nonno le aveva causato un trauma.

No non la morte…l’addio. Doveva salutarlo, ancora una volta, perché era sconveniente non farlo, avrebbero parlato, pensato cose sbagliate, doveva essere li… Qualche persona intorno a lei, sussurri, qualche lacrima. Le scappava da ridere, una risata isterica direi; qualcuno aveva davvero il coraggio di piangere : gente che credeva di osservare un uomo e non una bestia, perlopiù individui sconosciuti incantati dalle menzogne di quell’essere per cui sprecavano tristezza. Un’ odore acre nella stanza, lui aveva sofferto. -“mai abbastanza”-, pensò lei.
A un tratto quell’impulso odioso, malefico di dovergli toccare la mano. Una mano che aveva picchiato, che non conosceva amore. Una mano fredda, che non era mai stata calda, nemmeno quando il sangue scorreva ancora. Immobile sul suo ultimo giaciglio aveva ancora quella smorfia. Tutti credevano che fosse a causa della sofferenza. No. Lei lo sapeva, quella smorfia la conosceva bene. Aveva cercato di rimuovere, ma le immagini le scorrevano a fiumi nella mente, e cresceva l’odio verso quel corpo inerme, involucro di quanto più disumano si può immaginare. Quasi senza rendersene conto si era avvicinata a lui, non voleva, ma doveva farlo, qualcuno la stava obbligando. Le tempie pulsavano, tremava. Lo aveva toccato, aveva risvegliato i ricordi, si sentiva debole e lui era li, lo sentiva…da qualche parte nella stanza, consapevole che non avrebbe potuto colpirla col suo inseparabile bastone, ma il suo potere ora era più pericoloso. Strisciante, mortale.

I giorni successivi, aveva vissuto normalmente; condoglianze, frasi di convenienza, insomma tanta ipocrisia, o forse ignoranza…non potevano sapere chi era lui, chi era in casa, e lei non aveva nessuna intenzione di riprendere quel discorso. Aveva provato a chiedere aiuto nella sua infanzia, ma non era stata creduta, era stata additata come bugiarda, cattiva, e gli anni erano passati. Era meglio tenere la bocca chiusa.
H 03:59, sguardo sul al crocefisso, tentava di formulare una preghiera.- “Era cosi’ no che si faceva? Se prego lui andrà via”-. Versando il caffè si rese conto di non ricordarne una. Ci provava ma non le uscivano le parole, e infondo non sperava in un aiuto improvviso…non era mai arrivato. Bastava non dormire più.
Ma il divano era comodo, e le palpebre pesanti.
Scivolò nel sonno come ipnotizzata, conscia di essere in balia di una forza oscura, contro la quale non sapeva combattere. Era nuovamente in quella stanza, con lui sdraiato. Le pareva di essere sotto un riflettore, non sentiva i suoi vestiti, ne il suo corpo, ma un peso opprimente cresceva nello stomaco e sapeva che era il momento di aver paura; si sentiva sola: era sola! Non esistevano pareti, ne un posto dove nascondersi, perché lo sapeva…doveva trovare un rifugio e lui non l’avrebbe vista, forse si sarebbe salvata. Voleva scappare ma le sue gambe non le ubbidivano, -“ma le ho ancora le gambe?”-, era convinta di essere impazzita, voleva guardarsi attorno, ma non poteva .. Tentò di sorridere al cadavere con la speranza di non farlo arrabbiare…” SE gli sorrido forse non mi massacrerà di botte”… Lo ricordava, da piccola, quando ingenuamente credeva che bastasse un sorriso a placare quell’odio ingiustificato, una violenza cruda, innaturale. Ancora tentava con una smorfia di ingentilire la propria espressione, sperando di placare quella sua rabbia, la poteva vedere, lui era sempre arrabbiato con lei. -“Come cazzo può essere? E’ morto accidenti è morto…non può alzarsi!”-… Eppure vedeva la cattiveria, e se avesse tentato di sfiorarla l’avrebbe sentita calda e bruciante, spaventosa. Non lo perdeva d’occhio. Sapeva che una minima distrazione le sarebbe stata fatale.- “E’ morto, non può farmi del male”-. All’improvviso nuovamente quell’odore, e una frazione di secondo per vederlo alzare.
Non una goccia di sangue, nulla di vivo ma di fronte a lei quello sguardo immondo. La raggiunse in una frazione di secondo.- “Non può essere, non ha camminato, come ha fatto?”- Tentò di inginocchiarsi…-”Abbi pietà di me, ti prego, ora che sei morto lasciami stare”-. Lo osservò al di fuori di se stessa, uomo di bassa statura, con i capelli bianchi, da sempre, gli occhi neri, fissavano come un predatore , naso aquilino, minuto, eppure gigante, imponente nel suo dolore trasformato in rabbia, in violenza. Sentiva la sua voce, lo sentiva urlare ma la sua bocca era serrata, a luna in giù, come diceva da bambina quando, per motivi che non conosceva, veniva punita, e non poteva piangere, non doveva sentire nessuno, doveva tenere quel dolore dentro, pulsante, ritmico e…tacere. Ma lui ora urlava come allora e lei non poteva far nulla Il respiro veniva a mancare. Il terrore, quello vero lo senti scorrere nelle vene e lei lo stava provando. Sentiva scorrere lacrime sulle guance, impotente, piccola. – “perdonami ti prego, perdonami”-.
Rapido con un animale selvatico pronto a uccidere , con quella mano gelida…dura…morta… le cinse il collo. Ora digrignava i denti emettendo versi disumani, e nei suoi occhi non c’era null’altro che male. Divincolarsi era impossibile, non riusciva a ragionare, era in preda alla follia. Le mancava il respiro e faceva tanto male; invano cercava nella sua mente un motivo valido per meritarsi questo. Cosa aveva fatto ?
Stava morendo nel sogno o nella realtà? Non distingueva più, non capiva. –No! Non di nuovo, brutto bastardo!”- Un berlume di coscienza le ridiede speranza. – “la ricordo, diceva… come diceva… Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…”- E inizio’ a pregare, riusci’ a pregare, sembrava una formula magica. Lo stava perdonando, o meglio aveva deciso di andare oltre, in qualche modo, e si accorse che solo cosi poteva ucciderlo definitivamente. Quasi una medicina che ti allevia il dolore. Vide lentamente dissolversi l’immagine brutale. Si spensero le urla di lui, eppure sentiva ancora la voce di qualcuno. Lontano. Era lei.
Si svegliò . Stava urlando. Gridava. Finalmente, tutto il dolore.
Barcollando si avvicinò al lavabo. Alzò gli occhi allo specchio e vide una figura… era lei, cerea, tremante, stanca. Era solo un incubo. Le doleva il collo, e terrificata vide il segno delle dita. Quelle dita di una mano gelida.