La missione – di Daniele Bello

i.

Il cavaliere percorreva l’ampia brughiera che si estendeva per tutto il territorio centrale della Landa; molte miglia lo separavano dalla sua meta e molte prove doveva ancora superare: ma niente e nessuno gli avrebbe impedito di portare a termine la missione che l’Imperatore in persona gli aveva affidato; anche a costo della sua stessa vita… Il guerriero vestiva un’armatura di cuoio scuro e brandiva una spada forgiata con il bronzo più puro; la sua cavalcatura, un robusto palafreno dal manto rossastro, proseguiva di gran carriera lungo il territorio desolato, avvolto dal manto grigio della nebbia e circondato da un oceano di erba verde pastello, inframmezzato da torbiere e acquitrini; di tanto in tanto, in mezzo alla pianura emergevano – come scheletri di antiche fiere ancestrali – costoni di roccia calcarea ricoperti di muschio, dalle splendenti venature metalliche. Dopo alcuni giri di clessidra, la vegetazione si fece più fitta e la brughiera cedette pian piano il passo ad un querceto; il cavaliere rallentò l’andatura e alzò lo sguardo, rimanendo ancora una volta estasiato dallo spettacolo del turbinio del vento; nel rimirare l’ampiezza della volta del cielo tempestato di nuvole, egli provò una sensazione rassicurante, come se percepisse che, dall’alto, delle forze lo stavano accompagnavando e lo proteggevano nel suo lungo cammino. Giunto in prossimità delle rive di un torrente impetuoso, l’uomo in armi lasciò che il suo cavallo procedesse al passo e si mise alla ricerca di un guado. Dopo aver percorso poco più di un miglio, egli riuscì a scorgere un robusto ponte di legno, presidiato da un essere mostruoso dalla pelle ricoperta di squame brunastre e marroni; era alto più di sei cubiti e in mano reggeva un’enorme clava. Quando il Cavaliere Verde giunse in prossimità della riva del fiume, nell’aria riecheggiò l’urlo ferino di quella belva; subito dopo, però, il mostro iniziò ad articolare frasi di senso compiuto, dimostrando di conoscere perfettamente la Lingua Comune. “Chi attraversa il mio ponte?”. “Sono sir Leowydd e vengo dalla Terra del Dragone Rosso”. “Non mi basta: chi sei e cosa cerchi?”. “Come vedi, sono un cavaliere e cerco ciò che nella vita non si può trovare, senza l’aiuto divino: l’avventura, per misurare il mio valore e il mio coraggio”. “Qual è la tua missione?”. “La ricerca della torre eburnea”. “Ciò che cerchi si trova al di là del mio ponte. Ma non potrai mai raggiungere quella torre, se prima non mi affronti in duello”. Detto questo, la creatura cominciò a roteare la clava e si preparò a scagliare un colpo micidiale sull’uomo a cavallo. Leowydd riuscì a schivare per un soffio l’impatto con la rozza, ma efficace arma di quel mostro; in un istante, sguainò la spada e menò un attacco roverso per colpire l’avversario, ma riuscì solo a fendere in due l’aria. Un attimo dopo, l’orrido essere si era gettato addosso al palafreno, martoriandolo di colpi, nel tentativo di disarcionare il cavaliere; Leowydd rovinò tragicamente a terra, ma riuscì a non farsi troppo male nella caduta: con l’istinto evitò l’ennesimo colpo di clava del mostro rotolando a terra e riuscì, sia pure con notevole sforzo, a rimettersi in piedi. Il gigante stava calando ancora una volta il suo colpo terribile: ma il cavaliere si abbassò giusto in tempo ad evitare l’impatto fatale e, con un affondo, squarciò con la sua lama il ventre della creatura; un istante dopo, il mostro si accasciava al suolo gridando di dolore.

Leowydd stava ancora ansimando di fronte al cadavere del suo nemico, quando una piccola creaturina fece capolino tra i rami di una piccola quercia: era alta meno di un cubito e, pur avendo le dimensioni di una fanciullina, aveva i lineamenti di una donna adulta: aveva lunghi capelli biondi ed indossava vesti di colore sgargiante (verde smeraldo e blu cobalto); attorno a lei aleggiava un’aura splendente e dorata. “Ben fatto, mio lord”. “Ti ringrazio. Chi sei?”. “Sono una fata dei boschi. Grazie a un incantesimo, il troll teneva prigioniera me e altri esseri che vivono in queste terre. E ora siamo liberi grazie a te”. “Ne sono felice. Ora, però, devo proseguire la mia missione: devo trovare la torre eburnea”. “La torre eburnea? Lasci che le spieghi, mio lord…”. “Non ho tempo. Sono in missione per conto dell’Imperatore”. Il cavaliere attraversò il ponte e si addentrò nel bosco fatato che si trovava al di là del presidio del troll. Passarono alcuni giri di clessidra prima che Leowydd riuscisse a scorgere, tra il groviglio dei rovi, una enorme torre d’avorio: era lì che avrebbe trovato il manufatto che i maghi del regno ricercavano da secoli e che avrebbe garantito al suo regno un lungo periodo di pace e prosperità. Il cavaliere entrò nella torre e salì su per la scala a chiocciola che si avvolgeva su se stessa, lungo le pareti interne; la scalinata conduceva al piano più alto dell’edificio ed era lì che Leowydd avrebbe trovato lo scopo della sua missione. Il cavaliere stava ormai ansimando per lo sforzo, quando giunse a percorrere gli ultimi gradini; solo una porta scolpita in legno d’ebano, ormai, lo separava dalla meta tanto a lungo agognata. Con il cuore che batteva per l’emozione, Leowydd ne aprì violentemente i battenti: un momento dopo, egli venne avvolto da un bagliore luminoso e accecante; una luce bianca, che sembrava animata da una volontà propria, lo afferrò e lo trascinò con sé, per condurlo verso orizzonti a lui sconosciuti.

ii.

Il cavaliere percorreva l’ampia brughiera che si estendeva per tutto il territorio centrale della Landa; molte miglia lo separavano dalla sua meta e molte prove doveva ancora superare: ma niente e nessuno gli avrebbe impedito di portare a termine la missione che l’Imperatore in persona gli aveva affidato. Il guerriero vestiva una cotta di maglia e brandiva una spada forgiata con il ferro; la sua cavalcatura, un robusto corsiero dal manto nero, proseguiva di gran carriera lungo il territorio desolato, avvolto dal manto grigio della nebbia e circondato da un oceano di erba verde pastello. Giunto in prossimità delle rive di un torrente impetuoso, l’uomo in armi lasciò che il suo cavallo procedesse al passo e si mise alla ricerca di un guado. Aveva percorso poco più di un miglio, quando vide un robusto ponte di legno, dove si stagliava un mostruoso troll. Il Cavaliere Verde giunse in prossimità della riva del fiume ed esclamò: “Sono sir Leowydd e vengo dalla Terra del Dragone Rosso. Cedetemi il passo in modo che io possa proseguire la mia missione”. “Qual è la tua missione?”, replicò il mostro. “La ricerca della torre eburnea”. “Non potrai mai raggiungere quella torre, se prima non mi affronti in duello”. Detto questo, la creatura cominciò a roteare la clava e si preparò a scagliare un colpo micidiale, ma Leowydd riuscì a schivare l’impatto: afferrando le briglie del suo corsiero, egli riuscì a scattare sulla sua destra e a sguainare la sua spada. L’essere mostruoso rimase sorpreso da quella manovra così audace e improvvisa; Leowydd afferrò la sua lama e la scagliò come se fosse un’arma da lancio: il ferro si conficcò nella gola del mostro che si accasciò al suolo gridando di dolore.

Leowydd stava ancora ansimando di fronte al cadavere del suo nemico, quando una piccola creaturina fece capolino tra i rami: era una fata dei boschi, avvolta nella sua tipica aura dorata. “Ben fatto, mio lord”. “Ti ringrazio molto, bella fanciulla. Immagino che il troll tormentasse te e altri esseri che vivono di questa landa. Ora, però, devo proseguire la mia missione: devo trovare la torre eburnea”. “La torre eburnea? Lasci che le spieghi, mio lord…”. “Non ho tempo. Sono in missione per conto dell’Imperatore”. “Ma è una cosa importante: una questione che riguarda proprio la sua missione”. Il cavaliere non le diede retta: attraversò il ponte e si addentrò nel bosco fatato, fino a quando non scorse l’enorme torre d’avorio. Poco dopo, il cavaliere entrò nella torre e salì su per la scala e chiocciola; quando giunse di fronte alla porta d’ebano, Leowydd aprì violentemente i battenti: un bagliore luminoso e accecante, che sembrava animato da una volontà propria, lo afferrò e lo trascinò con sé, per condurlo verso nuovi orizzonti.

iii.

Il Cavaliere Verde percorreva l’ampia brughiera che si estendeva per tutto il territorio centrale della Landa; molte miglia lo separavano dalla sua meta e molte prove doveva ancora superare: ma niente e nessuno gli avrebbe impedito di portare a termine la missione che l’Imperatore in persona gli aveva affidato; anche a costo della sua stessa vita… Il guerriero vestiva un’armatura a piastre e brandiva una spada forgiata con l’acciaio più puro; la sua cavalcatura, un robusto destriero dal manto bianco, proseguiva di gran carriera lungo il territorio desolato, avvolto dal manto grigio della nebbia e circondato da un oceano di erba verde pastello. Giunto in prossimità delle rive di un torrente, l’uomo in armi si diresse verso il guado. Aveva percorso poco più di un miglio, quando vide il ponte del troll. Il Cavaliere Verde esclamò: “Sono sir Leowydd e vengo dalla Terra del Dragone Rosso. Cedetemi il passo in modo che io possa proseguire la mia missione”. “Qual è la tua missione?”, replicò il mostro. “La ricerca della torre eburnea”. “Non potrai mai raggiungere quella torre, se prima non mi affronti in duello”. Detto questo, la creatura cominciò a roteare la clava e si preparò a scagliare un colpo micidiale. Leowydd non esitò: estrasse la sua balestra e colpì il mostro in mezzo agli occhi; il troll si accasciò al suolo gridando di dolore.

Una fata dei boschi fece capolino tra i rami: “Ben fatto, mio lord. Hai liberato queste lande da un flagello”. “Ti ringrazio molto. Ora, però, devo proseguire la mia missione: devo trovare la torre eburnea”. “La torre eburnea? Lasci che le spieghi…”. “Non ho tempo. Sono in missione per conto dell’Imperatore”. “Ma è una cosa importante: una questione che riguarda proprio la sua missione”. Il cavaliere esitò per un istante. “La ricerca della torre eburnea è destinata a fallire miseramente se non si è coscienti della sua vera natura: chi non conosce il segreto della torre è condannato a commettere sempre gli stessi errori, senza venirne mai a capo. E la maledizione durerà sino a quando non si avrà il coraggio di spezzare quella spirale che costringe a ripetere continuamente le stesse azioni, senza tentare di capirne il significato profondo. Per i mortali è più comodo continuare ad agire allo stesso modo, convincendosi che ciò sia necessario o doveroso; oppure che, facendo altrimenti, succederà qualcosa di irreparabile. Nessuna missione ha senso senza la vera conoscenza”. Il Cavaliere Verde, indispettito, guardò la fata con uno sguardo di odio: “Traditrice!”, esclamò. “Rovina del tuo popolo!”. Sdegnato, Leowydd tentò di colpirla con un colpo di balestra ma non vi riuscì. Pochi giri di clessidra più tardi, il cavaliere scorse l’enorme torre d’avorio e vi entrò; quando giunse di fronte alla porta d’ebano, un bagliore luminoso e accecante lo afferrò e lo trascinò con sé, per condurlo verso orizzonti più ampi.

Il Cavaliere Verde percorse l’ampia brughiera che si estendeva per tutto il territorio centrale della Landa; molte miglia lo separavano ancora dalla sua meta… ma egli confidava che prima o poi l’avrebbe raggiunta.

Quello che il bruco chiama fine del mondo il resto del mondo chiama farfalla Lao-Tze

L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo inseguì S. King

Daniele Bello – Scheda dell’Autore