La risposta giusta – di Gabriele Luzzini

«Sto selezionando una persona adeguata all’incarico… Lei non è il primo e pertanto non cerchi di impressionarmi. Sia solo sincero…» esordì bruscamente l’uomo in doppiopetto e dal volto malaticcio, mollemente adagiato sulla poltrona dietro la scrivania mentre si accarezzava la barba brizzolata.
Arturo Mainoni non riusciva distogliere lo sguardo dall’espressione determinata dall’uomo. Accidenti… cosa faceva lì? Oltretutto era la sua prima esperienza in quel settore.
Intanto, il suo interlocutore giocherellava con un avana. Stava aspettando che il ragazzo dicesse qualcosa.
«Credo di essere la persona adatta. Può tranquillamente valutare le mie credenziali tramite la persona che mi ha presentato a lei. Innanzitutto so gestire situazioni di questo tipo…» mentì il giovane.
Sarebbe stato il suo esordio nello svolgere un simile incarico ma non voleva assolutamente fornire l’idea di essere quel che comunemente veniva definito un ‘improvvisato’.
Gli occhi gelidi dell’esaminatore lo stavano scandagliando senza pietà alla ricerca di una falla nella sua armatura… Una qualsiasi fessura con la quale annientarlo.
Che sensazione assurda. Del resto si stava solo parlando di lavoro e l’uomo stava svolgendo egregiamente il compito di individuare il candidato migliore.
«Ora un piccolo test psicologico, Sig. Mainoni… Oppure posso chiamarla Arturo?» disse l’esaminatore con una voce lievemente baritonale.
«Sì, certo… Arturo va benissimo…» replicò accomodante.
«Invece lei mi può pure chiamare Dottor Beliallo…- esclamò sornione – Dunque… E’ notte e Lei sta tornando a casa. L’aspetta la sua famiglia. L’ora è davvero tarda. E scoppia una ruota. L’auto sbanda ma riesce comunque ad accostare…».
Il giovane annuiva in silenzio cercando di intuire cosa avrebbe sviluppato il suo interlocutore.
«E’ una strada secondaria, poco battuta e le tacche sul suo smartphone segnalano che non c’è campo. Inoltre, caro Arturo, mentre si accinge a cambiare la ruota, nota che anche quella di scorta è lacerata ed inutilizzabile. Che situazione spiacevole, non trova?» concluse con un sogghigno Beliallo.
«Non mi lascia molti assi nella manica…» smorzò Arturo. Stava prendendo coraggio. Se era lì, probabilmente qualche possibilità di superare il colloquio la aveva. Doveva solo capire come rispondere.
«Sta passando qualche altra automobile?» si premurò di chiedere.
«Vede due fari all’orizzonte… Sarà poco più di un chilometro…» lo rassicurò.
«Attendo il passaggio dell’auto al bordo della strada» dichiarò Arturo.
Ora si stava immedesimando nella situazione proposta da quella sorta di gioco di ruolo.
Sentiva i battiti del cuore leggermente accelerati, ma li ignorò.
«Non si ferma…» rimbeccò laconico il barbuto ben vestito.
Una pausa di silenzio. Il ragazzo ebbe la sensazione di aver sbagliato la replica. E dire che sembrava l’azione più scontata.
I secondi passavano con lentezza esasperante. Era certo che ormai era prossimo al congedo: Se fosse riuscito a dare la risposta giusta! Conscio della propria inadeguatezza, attendeva il commiato.
«Ancora due fari all’orizzonte…».
Arturo trasalì… Il Sig. Beliallo sembrava porgergli un’altra possibilità. Ora non avrebbe fallito.
«Mi metto in mezzo alla strada, rischiando di essere investito!» rispose con fermezza.
«L’auto inchioda lasciando una striscia di pneumatico sull’asfalto… Il guidatore scende imprecando…» visualizzò l’esaminatore.
«Mi avvicino e gli sfondo il cranio col crick della mia auto… Dopodiché, ripulisco gli eventuali grumi rappresi sull’estremità di acciaio dello strumento, carico il corpo nel bagaglio dell’auto e mi metto al posto di guida…» affermò gelidamente l’esaminando.
Beliallo sorrise come uno sciacallo, mostrando gengive consunte e denti ingialliti e porosi. Dopodiché, aprì un cassetto della sua scrivania di mogano e mise sul tavolo una busta colma di denaro ed un revolver col silenziatore.
Arturo osservò la busta e, quasi timidamente, disse: «Posso?».
L’uomo annuì bonario.
Il ragazzo li contò. Erano 30.000 esatti. Come pattuito.
Subito dopo, prese la pistola ed esplose due colpi in pieno volto al dottor Beliallo che sussultò sulla poltrona e si accasciò. I riflessi nervosi fecero vibrare la mano sinistra ancora per qualche secondo. Arturo Mainoni era abituato a questo, aveva già visto altre volte quella bizzarra reazione del corpo umano durante alcune missioni.
Si alzò, lisciò la cravatta e si avvicinò al cadavere. Tastò il polso evitando accuratamente gli schizzi di sangue che imbrattavano la scrivania. Nessun segno vitale.
Il giovane prese i soldi e pulì accuratamente l’arma per poi abbandonarla appena uscito dall’edificio in un cestino della spazzatura.
Arturo era un killer professionista che aveva già risolto decine di contratti, ma quella era la prima volta che un malato terminale lo contattava… Una morte dignitosa evitando il sinistro carosello di ospedali che avrebbe solo protratto l’agonia.
Il cancro non perdona. Neppure gli uomini ricchi. Arturo aveva ucciso una persona già morta.
Quasi gli sembrò di aver fatto una buona azione.

Racconto tratto da ‘Di Corvi e di Ombre’ di Gabriele Luzzini
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