L’altro thrilling all’italiana – di Davide Rosso

Torniamo al thrilling all’italiana, ai suoi lampi surreali, al connubio di morbosità, sesso e morte.

Agli occhi di bambola di quelle femmine, truccate in modo preciso (non come oggi, coi tratti somatici annegati da una non-luce televisiva d’obitorio), con calze nere, vizi e anime di ghiaccio.

Torniamo a quel decennio, al suo consumare, bruciare, qualunque speranza di reale rinnovamento.
Torniamo ai gialli-sexy.
Al lounge di quelle musiche.
Ai paesi di provincia.
Alle città anonime e borghesi.
A quelle storie da fotoromanzo censurato.

Scritte e girate, il più delle volte, da artigiani che passavano da un giallo a una commedia o un poliziesco senza colpo ferire.

Oltre ai film più conosciuti – e reperibili – esistono altre dozzine di pellicole piene delle barocche follie di quel cinema.

Limitiamo l’indagine a quei lavori che riposano dentro i ’70, stabilendo come limite il 1979/1980.

Limitiamoci anche ad una serie di lavori secondari, più sciatti rispetto ai grandi film coi soldi, ma non per questo meno belli, anzi.

A.A.A. MASSAGGIATRICE BELLA PRESENZA OFFRESI, del 1972, regia di Demofilo Fidani, uomo dei western nostrani ed esperto di sedute spiritiche. Nel cast una superlativa Paola Senatore, generosissima a mostrarci le sue filiformi grazie, Simonetta Vitelli, Yvonne Sanson, Hunt Powers, Giancarlo Prete e Howard Ross in gran spolvero. La trama funziona alla grande. Una ragazza di buona famiglia che decide di andarsene dall’ambiente asfissiante di casa e si butta nella prostituzione d’alto bordo per fare soldi a palate. Il maniaco, come in Tulpa, ammazzerà tutti i maiali panzoni e pelati con cui lei scoperà. La bellezza delle immagini, dei costumi, di quegli occhi femminili enormi, delle ciglia infinite, contrasta con l’iconografia di un ceto chiuso, medio-borghese, proiettato sul “piano solo” del risparmio per il futuro, per i figli, per i nipotini; la famiglia di Paola Senatore ha raggiunto il benessere a prezzi durissimi, lavorando come bestie nei corridoi lecchini dell’autorità pubblica. I segni della loro rispettabilità sono quelli di tante commedie con Tognazzi, Sordi e Gassman. Ma il clima sta già mutando: gli episodi di guerriglia urbana (fuori campo), gli attentati terroristici (fuori campo), le manifestazioni d’indipendenza dei giovani (i famigerati capelloni, beatnik lontanissimi dall’orizzonte delle 3M – moglie, mestiere, macchina) dispongono l’umore dei cittadini verso un senso di sfiducia nella democrazia, nello stato; è da qui che tanti padri cinematografici si fanno mani guantate, giustizieri da poliziottesco. Padri che emanano la medesima aura funeraria dei vecchi potenti democristiani. Film splendido. Ultima nota: la colonna sonora jazz di Lallo Gori, impreziosita da squarci progressive dal sapore pinkfloydano.

5 DONNE PER L’ASSASSINO, dello specialista poliziottesco Stelvio Massi, qui all’unica prova thrilling. Sceneggiatura di pregio di Roberto Gianviti & Gianfranco Clerici, con la mano di Vincenzo Mannino. Cast: Francio Matthews, Pascale Rivault, Giorgio Albertazzi, Howard Ross, Katie Christine. Regia solidissima, funzionale al genere, con impennate splatter molto forti (l’assassino che sventra le vittime, tra cui una giovanissima, virginale Ilona Staller) e luci a tratti psichedeliche. Bella trama e personaggi, al solito tutti sordidi, ricattatori che si muovono in una città di cadaverica ingovernabilità, affidata alle cure di un Howard Ross, inusuale ispettore brillate con appuntato da barzelletta. Importante la figura di pregio del primario, affidata all’acume immane di Albertazzi: egli dà una patente di nobiltà al film. In un mondo da crisi monetaria, da inflazione e crisi petrolifera, il quadro è desolante: comunisti, socialisti e cattolici declinano gli uni dentro gli altri, lasciando la nave della Repubblica priva di coordinate. S’arrocca il conservatorismo e il sistema partiti (ossia il lecca lecca dei culi a preti e potenti) dilaga fuori dal Palazzo: Albertazzi, neofascista di sinistra, abbraccia idealmente l’MSI e i manifesti di Mara Cagol pur di sfangarla e mantenere se stesso (e la moglie, ancor più sfacciata e senz’anima) nella dimensione del benessere ad ogni costo. Primario Albertazzi, idolo/icona di un decennio già alla fine (siamo nel 1975, ma il più è fatto), pronto alla purga Fininvest. Film molto bello, colonna sonora jazz di un maestro come Giorgio Gaslini.

LA MORTE SCENDE LEGGERA, 1974, di Leopoldo Savona, scritto da Luigi Russo e Leopoldo Savona. Cast: Stelio Candelli e Patrizia Viotti. La trama è poca cosa, la produzione inesistente. Candelli è accusato di aver ammazzato la moglie e si rintana (complici amicizie altolocate all’interno dei gangli del Palazzo democristiano) in un albergo di 80 stanze nel centro di una città anonima. L’albergo è vuoto. Le ottanta stanze sono sempre la medesima, con le tendine cambiate. Mentre ogni scusa è buona per mostrare le scarse nudità di Patrizia, accadono cose strane, forse altri delitti inquietanti. Alla fine il maniaco c’è. La mano guantata c’è. L’atmosfera morbosa, da porno fumetto style Cronaca Nera, contribuisce a nobilitare la visione, altrimenti intrappolata nella pochezza assoluta della messa in scena e nella sublime inadeguatezza degli interpreti (la Viotti su tutti). Pochissima azione. Solo un tempo d’attesa, surreale e trash, vicinissimo alle sequenze sgangherate di Nuda per Satana o a certe “intuizioni” di Ed Wood in Necromania. Merita d’essere riscoperto.

Musiche psycho di Lallo Gori!

IL VIZIO HA LE CALZE NERE, regia di Tano Cimarosa, anche nella parte di un inquirente. Nella semplicità di mezzi, un film inaspettatamente solido, girato con acume, soprattutto nelle scene di tensione, per nulla inferiori a quelle dei thrilling maggiori (vedere per credere la scena nella casa di bambole). La mano guantata c’è eccome e ammazza coppiette come il mostro di Firenze. Il cast funziona, con attori rodati in altri gialli, da John “Torso” Richardson a Dagmar “L’iguana” Lassander e un insolito Ninetto Davoli, chiamato giusto per farsi una scopata e un interrogatorio. Ottimo anche il sempre efficace Giacomo Rossi Stuart. Comunque, tornando al plot, in un’Italia da baratro, quella del 1975, una donna in nero passa al rasoio varie viziose in quel di Benedetto del Tronto. Cimarosa regista sfrutta bene la provincia come placenta del torbido e usa con rigore il montaggio, alternando scene d’indagine a morbosità e delitti. Quel che merita è l’alternarsi di scene in pieno sole (ah, la nostra Italia, che bel posto in cui vivere, tutta mare e musica) con il buio totale che avvolge le scene di violenza. Quando la luce cala, il maniaco entra in azione, cancella il traffico monetale, azzera differenze sociali e vite maggiori o minori. La vena consumistica del paese è dietro l’angolo, tuttavia si ravvisa nella povertà funzionale dell’intreccio l’ombra di una grave crisi, di una degenerazione da attendere con l’inevitabile sorriso del cinismo. E bravo Tano! Meno bravo Carlo Savina, con una partitura meno brillante.

LA POLIZIA BRANCOLA NEL BUIO, anno 1972, probabilmente distribuito nel 1975. Anni ’70 violentissimi, colori stirati, slavati dalla consunzione dei nastri (perlomeno la copia da me visionata su you tube), ambienti di una gravità e approssimazione dilettantesca da primi porno italiani. Fuori campo, lo sbando del decennio, con magistrati, inquirenti, poliziotti alla vana ricerca dei mandanti delle stragi di stato e dei primi focolai latenti delle Br; figurarsi dunque l’importanza accordata a un maniaco sessuale qualunque alla sua cruenta prova generale, simbolicamente in anticipo sul mostro dei mostri, quello di Firenze. Helia Colombo è il regista senza talento. Sempre Colombo scrive quel che c’è da scrivere, ossia nada. Alla sciattezza assoluta di Joseph Arkim, Francisco Cortez, Elena Veronese e altri l’interpretazione dei caratteri. Su tutti si salva (e bene) una Gabriella Giorgelli che si fa succhiare le zinne da un mentecatto bavoso. Tutto rimanda al porno fumetto  più piatto e delirante, con un maniaco che gira attorno alla una villa di un fotografo paralitico (e impotente, è importante sottolinearlo) che usa ritrarre perverse modelle in pose hard. L’inghippo giallo verrà risolto con metodi fantascientifici, ovverossia una macchina capace di fotografare il pensiero del colpevole! Ricordiamo, oltre alla povertà francescana del tutto, scene inerti, prive di verbo, di vita, d’azione; un pranzo/cena d’inusitata lunghezza, in cui niente accade e la vanvera procede come una piece dadaista, fatta con mozzi di parole buttati nell’aria. Il maniaco appare poco, ma quel poco è graffiante, tagliente. Dunque? Un brutto film? Affatto. Lo sapete: qui non si bada alla bellezza sterile del grande cinema. La polizia nei ’70 fa molte cose. Chiede aiuto. Ha le mani legate. Ringrazia. S’incazza. O brancola, appunto. Peccato che nel lavoro di Colombo (radiato dal mondo dei cinematografari dopo quest’opera apocrifa) la polizia sia inesistente. Il bello del suo “testo” è proprio l’assenza di un plot, coi personaggi (qui manichini surreali) che brancolano nella scena, inciampando gli uni negli altri, aprendo la bocca per enunciare spropositi sessuali, lascivie della carne, oltraggi parentali. Ogni tanto la mano guantata incide, slabbra la pelle (quella dolcissima della Giorgelli dopo una doccia mostrata con acume ginecologico). Onestamente: cosa chiedere di più? Un senso, una morale, il bisogno di identificarsi? Ne avete bisogno? Noi no. Renzo Barbieri non ne avrebbe avuto.

IL FIORE DAI PETALI D’ACCIAIO di tale Gianfranco Piccioli, ma di lui non ci importa; importa invece di Gianni Martucci, co-autore dello script de Ragazza tutta nuda assassinata nel parco – da portare con l’orgoglio d’uno stemma – e di questo film noioso, in cui accade poco, a parte le lesbicate di Paola Senatore (figura d’avorio degli scacchi) e il guscio marcio della Carroll Baker. Nota di merito a Gianni Garko, chirurgo con grana. Appaiono anche Umberto Raho ed Alessandro Perrella. La trama non è gran cosa, però vi sono dei momenti erotici molto interessanti e una sequenza ambientata in una sorta di cimitero delle bambole, in cui Garko confonde il corpo della moglie con quello dei feticci, ombre stigmatizzate dalla paura. Scena di grandissima atmosfera e inquietudine, poi bon, noia. Siamo nel 1973.

IL SESSO DELLA STREGA di Elo Pannaciò. Gran nome. Gran film. Preferiamo questo cinema di grana spessa alle finezze intellettuali. Non lo siamo, intellettuali. Ma Il sesso, Vhs Lamberto Forni con locandina (meravigliosa e ripresa, ricopiata da un pornofumetto) originale, ci ha sempre attinto. La trama è strana. Un mix tra il thrilling con mano guantata e il gotico ’70 già degradato, povero, squadernato tipico di un Polselli, d’un Morrissey, d’un Mancini. Il cast è perfetto: Susanna Levi, Donald O’Brien ispettore di polizia sornione, Marzia Damon da sturbo, Camille Keaton e un Franco Garofalo che s’apparta con la Damon dentro ai sepolcri, sulle bare putrefatte e ne carezza cogli occhi la sacrale solitudine del sesso. L’aria è viziosa, malsana, satura di colori a tempera, ad olio, tirati, grumosi, narcotici. Perché, in fondo, il poco/tanto della trama si consuma in un ritmo rallentato, indifferente, svogliato. E qui si apre la nota curiosa, la più curiosa, sulla sceneggiatura pare firmata da Franco Brocani – autore sperimentale del capolavoro gotico Necropolis, film oltre le colonne d’Ercole, come il suo gemello horror Don Giovanni di Bene. I dialoghi infatti paiono scendere sui corpi attoriali come voci dal profondo, monologhi letterari, preziosi, incastonati a viva forza su quelle facce incapaci d’essere altro oltre ai loro magri stereotipi anagrafici (non parlo però di Garofano, attore/autore di rara preziosità in questo tipo di cinema). Anche Pannaciò pare volersi affrancare da certo cinema becero (per poi finirci in pieno) utilizzando un montaggio non sempre cristallino, spezzato, venato da venti di ricerca formale. Il sesso della strega è il bacio d’un sonno lungo, senza alcuna speranza di risveglio.

GIALLO A VENEZIA di Mario Landi, film del 1980, limite estremo della nostra lista, poiché il mondo dei ’70 è finito, risucchiato dagli entusiasmi collettivi di una nuova Italia. Finisce l’incubo delle manifestazioni infinite, delle proteste, dell’ideologia ludica del ’77; arriva la libertà di dimenticare tutto nel de profundis dei vari Fantastico in tv. Giallo a Venezia è un film fuori dal tempo, il suo: pellicola sporca, trash, degradata, laida. Puttane sordide che battono in una discarica, un killer, paninaro che sega gambe, accoltella nella vulva e spia una Mariangela Giordano quasi porno, infoiata. Ci sono le scialbe indagini di un incapace (sia come attore che come poliziotto) che spela uova e spara cazzate. E poi ci sono loro. Eleonora Fani e Gianni Dei, coppia torbida con lui che non riesce a fare sesso normale e la spinge sempre oltre, in situazioni da porno fumetto: in un cinemino porno con un aspro guardone segaiolo, a farsi sbattere da due rozzi muratori, cose così. Alla fine lei sbotta che non ce la fa più, che vuole una vita normale, una famiglia, un bambino, tecnologia, flessibilità, fiction tv fluide e high tech, insomma tutto quello che Giallo a Venezia non è, non vuole ancora essere. La morte di Gianni Dei ha dell’epico, perché con lui finisce il come eravamo e comincia l’empire degli yuppies rampanti, delle donne in carriera.

I VIZI MORBOSI DI UNA GOVERNANTE di Filippo Walter Ratti, 1976. La cornice è quella di un Oltretomba, di un Terror, di un Il vampiro presenta tutti sgualciti dalle letture cattive di un minorato. 2 balordi trafficanti d’eroina. 2 mignotte qualunque. Una baronessina platinata. Il vecchio barone rincoglionito. La governante (il pezzo da 90) finta cessa da pornofumetto. Il cameriere chiavatore. 2 medici noiosissimi. Un ragazzino deficiente e imbalsamatore. Un trauma nel passato che pesca da Psycho. Un gioiello da 150 milioni di lire sepolto nella bara della baronessa. Un assassino che s’aggira nell’atrio del castello gotico e taglia gole, strappa gli occhi. Da qualche parte c’è persino un tabernacolo in cui conservare i bulbi recisi. Poi arriva un commissario storpio e obeso che applica la logica dove logica non c’è. E ancora inquadrature da tardo gotico. Titoli di testa che colano sulle immagini come in un cartoon.  Musiche di Piero Piccioni sottotono. E’ curiosa l’insistenza sulle zoppie fisiche e morali dei personaggi, sulle loro tare, sui loro vizi lombrosiani. Un senso di squallore promana dal testo e si effonde tra i vestiboli e i labirinti di cristallo della magione. Bellissimo!

LA SORELLA DI URSULA, di Enzo  Milioni, del 1978. Un cast interessante: Barbara Magnolfi protagonista assieme a una sensuale Stefania D’amario. In un piccolo ruolo Marc Porel, ormai visibilmente logorato dall’eroina, a un passo dalla fossa. La storia è pruriginosa, molto alla mostro di firenze, con un maniaco assassino che ammazza coppiette lungo il litorale solare e petroso di Capri. Un albergo a picco sul mare, un night club abbastanza puttanesco e due sorelle legate l’una all’altra in modo morboso. E’ uno degli ultimi thriller nostrani ad avere ancora un’estetica chiaramente anni ’70. Lunghe carrellate in auto, il paesaggio che assorbe i comprimari e rallenta la storia, nessuna nevrastenia da storytelling odierni, sempre pronti a rovinare tutto con scene d’azione e plot imbottiti di sottotrame. Ursula (Barbara Magnolfi) somiglia alla Rosemary Dexter de L’occhio nel labirinto, ha la facoltà di vedere dei delitti, avere delle visioni dai set degli omicidi. La faccenda la coinvolgerà nella spirale di morte che avvolge il litorale campano. Milioni dirige con delicatezza le sue attrici e ha il buon gusto di rallentare con dei lunghi momenti erotici. La macchina da presa carezza la pelle dei corpi femminili, scivola sulle loro pieghe, sulle rotondità dei posteriori e quasi si dimentica di dover raccontare qualcosa.

LA BESTIA UCCIDE A SANGUE FREDDO di Fernando di Leo, 1971. E’ il boom del thriller argentiano e anche di Leo non può sottrarsi. Lontano dalle atmosfere metropolitane dei suoi noir milanesi, di Leo affonda nei pornofumetti che abbondavano allora nelle edicole e confeziona un’opera coloratissima e sgangherata, insertata da scene hard di masturbazioni femminili. La trama richiama alla lontana quella del gotico La lama nel corpo, solo che qui è tutto meno sfumato. Una clinica per donne ninfomani, forse dell’alta borghesia. Un clan di dottori, un corpo medico freddo, distante, austero. Kinski è uno di loro e porta sul viso tutta la sua ansia, la sua nevrastenia contratta. Il resto è un gineceo di corpi saturi e scomposti, in fregola perenne (Rosalba Neri bisognosa di corpi maschili da amare alla follia). Di notte, senza nessuna spiegazione apparente, per i corridoi affrescati d’armi medievali, un maniaco con mantello nero si aggira a mietere vittime. Il suo rantolo basso, da enfisema polmonare, si mescola alla colonna sonora di Silvano Spadaccino e ben rappresenta un mostro omicida turpe e volgare, lontanissimo dalle raffinatezze un po’ ga-ga di un Argento. Proprio perché svogliato, di Leo dirige un film pop, una miscela di omicidi, sadismo, perversioni e porno casereccio che rendono il tutto godibilissimo e divertente, senza bisogno di affrettare mai il racconto, languido e sospeso, senza una vera direzione. Uno dei film più belli del genere, antitetico a tutto quello che si produce, si dice, si pensa, si fa oggi.

DELIRIO CALDO, di Renato Polselli, 1972. Un delirio appunto. Michey Hargitay è il dottor Herbert Lyutak, uno psichiatra della polizia, una sorta di profiler alla carlona, uno che se le canta e se le suona da solo. Il problema è che Lyuyak è anche un pazzo omicida e, ad un certo punto, qualcuno prende a copiare i suoi delitti. Da qui Polselli trascende, perde il controllo e dirige un film colorato e senza freni, tra le punte più dadaiste del cinema thrilling nostrano. Rita Calderoni, nudissima e fragile, è la moglie di Lyutak, innamorata persa del bel dottore dalla faccia senza espressione. Lesbicate, omicidi insensati, lontanissimi dalle regole auree del mystery angloamericano. Ad un certo punto si ha l’impressione che il film non finisca più, infittito da una serie di sottofinali che partono all’incirca da metà visione. Ciò che importa è che Lyutak è impotente e non perde occasione per dir(ce)lo alla moglie affranta, per poi passare ad una sorta di vibratore metallico, un oggetto a metà tra un cannocchiale e un pistone. Opera magnetica, meteorite perduto nei sonni abissali della materia grigia.

RILVELAZIONI DI UN MANIACO SESSUALE AL CAPO DELLA SQUADRA MOBILE, un film di Roberto Bianchi Montero, il padre di Mario Bianchi. Cast interessantissimo: Farley Granger nei panni di un commissario tutto d’un pezzo, un uomo d’altri tempi che pare uscito da qualche sceneggiato Rai in bianco e nero, Sylvia Koscina mogliettina del commissario, Silvano Tranquilli è un avvocato fedifrago e furbesco, Luciano Rossi un becchino necrofilo e gentile, Susan Scott una puttanona con marito paralitico, Chris Avram un medico importante. Film tra i più belli del nostro thrilling, beneficiato da una regia curata, capace di picchi surreali, come la morte in riva al mare di Femi Benussi, col maniaco che insegue al rallenty la vittima e si staglia come un’ombra nera, ombra di lutto che sorride nel precipizio del buio. Gli attori sono tutti in parte, anche quelli con piccoli ruoli, come Luciano Rossi becchino che ama ritoccare i corpi gelidi e nudi delle vittime, tutte lacerate dal rasoio di luna del maniaco. Ma quali sono queste rivelazioni? Messaggi che il commissario Capuana registra, sfoghi sarcastici di un pazzo che uccide e umilia le belle borghesi di provincia, in realtà tutte puttanoni infedeli che cornificano mariti imbalsamati e democristiani, mezzecalzette. Il maniaco ha un conto in sospeso con le donnacce danarose. Le spia, le fotografa coi loro amanti e le punisce col rasoio. Capuana si ostina ad applicare il buon gusto e la logica a un folle che non ne ha. Montero satura la trama con giovani borghesi marxisti sulle barricate nella scuola, guardoni paralitici, necrofilia e altre devianze da pornofumetto. Ne esce un film a suo modo classico, provinciale, meno estremo e delirante di altri, con una pacatezza, quasi un pudore, nell’addentrarsi nelle perversioni umane. Sia il colpevole che Capuana sono testimoni impotenti delle degenerazioni di una società de-civilizzata, ninfomane, da cui non ci si può più sottrarre.

L’OCCHIO NEL LABIRINTO, film scomparso per lungo tempo, diretto da un regista abile ed ecclettico come Mario Caiano. Rosemary Dexter (qui d’una bellezza borghese, fatta di viso e sonno) ha delle visioni, visioni di morte. Piacerà molto agli americani questa roba. Caiano però lascia perdere la metropoli e la psicologia (sempre spicciola, sempre macchiettistica) e ci porta in un pueblo italiano fatto di sole, mare e latinità anni ’70. Un gruppo di mantenuti, di arrampicatori sociali, falliti al collare di una Alida Valli per l’ultima volta sensuale, milf, ape regina di un gruppo dedito alle abbronzature e tutto il repertorio di debolezze terrene. Arriva Rosemary, sulle tracce del suo psichiatra-amante, l’uomo che ha visto morire all’inizio, ucciso da un misterioso maniaco con la mano guantata. Caiano è bravo a confondere i piani della veglia e del sonno, affidando la detection della Dexter nelle mani di un Adolfo Celi già ambiguo di suo, indecifrabile, Virgilio metafisico nel labirinto psicanalitico in cui è celata la verità. Seguiranno altri omicidi, bagnati da una luce bianca, troppo cristallina e scoperta per ispirare fiducia. La soluzione, per l’epoca non banale, ispirerà il bel romanzo di Tiziano Sclavi, Un sogno di sangue.

CASA D’APPUNTAMENTO, diretto da Ferdinando Merighi nel 1972, prodotto dal famigerato Dick Randall; questo tipo di giallo ha molte qualità, in primis la brevità, poi un cast interessante e curioso: Robert Sacchi, un sosia camp di Bogart, messo a capo delle indagini; una Barbara Bouchet che fa la puttana in una casa d’appuntamenti gestita dalla milf Anita Ekberg; Renato Romano è uno scrittore erotomane, impotente, reduce da un Vietnam tutto italiano; Peter Martell, fastidiosamente esaltato, è Antoine Gottvalles, un balordo innamorato alla follia della Bouchet. Gli ingredienti ci sono tutti e Merighi non si risparmia, confezionando un film di grana grossa, condito di sesso e delirio. Su tutti, un Howard Vernon (volto a me carissimo, feticcio del cinema di Jess Franco) criminologo, medico lombrosiano, affascinato dall’aura del cranio di Gottvalles, morto in un tragico incidente motociclistico; il cranio, l’occhio, di Gottvalles, continua ad ossessionare un po’ tutti i personaggi ed è probabilmente alla base degli orribili ammazzamenti. Vernon se ne rimane nel suo laboratorio a trafficare sui reperti anatomici del balordo, interrotto da una figlia bella e virginale, verso la quale cova istinti proibiti e bestiali. Al povero Robert Sacchi, emulo di Bogart, fermare la mano guantata e risolvere l’enigma. Inizio veloce e finale velocissimo, conferiscono alla pellicola una circolarità automatica.

Il piacere di terminare la scoperta di questo cinema che ormai è scomparso è proprio questo senso di lenta scomparsa, nonostante le edizioni accresciute in bluray, edizioni limitate per 1000, 2000 amatori in tutto il mondo, una facezia, un nonnulla che non muove piuma. Eppure queste pellicole rappresentano ancora un anelito di libertà, di mancato condizionamento, di non allineamento ai meccanismi matematici e cinetici del cinema da predestinazione e consumo odierno, ai workshop di scrittura creativa. Nel thriller italico anni ’70 il linguaggio è visivo, iper-reale, traboccante di dettagli insensati o di coloriture a tempera su cartoncino, sfumature surreali, bisticcio, poliptoto, enigma imbozzolato d’arcobaleno penetrato nel cinema e lì rimasto, incapace di attecchire in letteratura; fu una tabula rasa che accadde nella parentesi di piombo di quel periodo, tra stragi, golpe, br e afa di lacrimogeni. La P38 mutò in un rasoio calzato dal cadavere di una mano, ossia dal guanto surrealista della grande trasformatrice, la Morte…

 

 

 

 

 

 

Tags: