Le due sponde (Gotico Vercellese) – di Daniele Vacchino

Ero giunto a un paese remoto seguendo un percorso molto particolare, tracciato sulle indicazioni di antichi libri e disegnato assecondando le bizzarrie della mia mente. Era mia intenzione dare alle stampe un libro sui luoghi dimenticati della zona. Dare forma ai fantasmi, inseguire le figure che sopravvivono alla modernità. Il tracciato era quello battuto dal corso del fiume Sesia, un fiume sinistro, cangiante, ricco di anse e dal bacino mutevole. Ero sicuro che non solo antiche edicole e chiese allagate, ma interi paesi abbandonati avessero dimora sulle sue coste. Così, giunsi al paese di Greggio incuriosito dalla radice di quel nome, che faceva riferimento, forse, al greto, in ricordo delle alluvioni.
Greggio era cupo e abbandonato. I muri graffiati erano marci e cadenti, le imposte divelte e i cancelli corrosi dalla ruggine. La chiesa doveva essere stata smontata da predoni e le case mangiate dai topi. Fortunatamente era estate e trovai ricovero in una soffitta scalcinata e sporca. Trascorsi la prima notte nel buio completo. Da dove mi trovavo, potevo sentire il fiume scorrere, con il suo fragore di mandria. Di giorno scattavo fotografie, per delineare la planimetria del posto. Quando avevo terminato, scendevo al fiume: la golena, ampia e ferruginosa, testimoniava la capacità del corso d’acqua di modificare il territorio, di stravolgere l’equilibrio degli spazi e di decidere cosa potesse restare fuori dall’acqua e cosa dovesse essere sommerso. Mi ero persuaso che, a giudicare dalla lontananza di certe pietre, il fiume si fosse trovato nel tempo anche a un chilometro di distanza dal tracciato attuale.
Non appena si spegneva il tramonto, il paese abbandonato metteva paura: la sensazione di essere in balia delle bizze di quel fiume tortuoso si era insinuata in me. Ma dovevo continuare nel mio lavoro, avevo necessità di pubblicare un libro che potesse salvare brandelli di una storia minuscola, misconosciuta, dal selvaggio scorrere del tempo moderno, così omologante, fluido e impersonale.
Una notte, fui attirato alla finestra da un rumore sottile. Mi affacciai e vidi una luce caracollare all’orizzonte. Doveva essere qualcosa di simile a una torcia. “Ma in quel punto si trova la sponda del fiume!” pensai tra me.
Il giorno dopo, tornai sul greto e, dopo aver camminato per un buon tratto, mi imbattei nella radice di un albero, segata e capovolta; sulla sommità, qualcuno aveva infilato una pietra dalla perfetta forma sferica. Ai piedi della radice capovolta, era posata una videocassetta sporca e arrugginita. Quando ripercorsi a ritroso il percorso e risalii il letto del fiume, trovai una bicicletta abbandonata sulla costa.
La notte successiva c’era ancora quella luce lungo l’argine. Solamente, dopo un poco, una seconda luce si affiancò alla prima. Istintivamente, presi la videocassetta e la inserii in un videoregistratore scassato che si trovava nella camera. Avvertii in brusio. L’elettricità, come sapevo, non raggiungeva più il paese e non fu possibile vedere il contenuto della videocassetta. Eppure, era come se il videoregistratore la stesse leggendo, senza emettere immagini né rumori dal televisore, ma in un sommesso borbottio. Sembrava che la stesse facendo scorrere molto a rilento, come se la stesse proiettando in un luogo lontano…
Ancora, il giorno dopo impiegai il tempo al solito modo. Tornai al fiume e la bicicletta era ancora là. Ero davvero sicuro di essere da solo in quel paese? E se qualche sfollato, un diseredato o un barbone si fosse rifugiato laggiù, come, in fondo, stavo facendo io? “E anche se fosse così?” mi dissi. “Non sono forse anch’io un derelitto scaraventato ai margini della società del progresso, fagocitato e risputato a brandelli dal capitalismo guidato dal dogma del superlavoro?”. Quel che non c’era più, invece, era la radice capovolta con la pietra incastonata. Chi poteva averla spostata? Il fiume, placido e calmo in quei giorni estivi, non poteva certo averla trascinata via! La cercai ancora. Nel frattempo, qualcosa dall’altra sponda si mosse. Era il vento che agitava le canne o qualcuno si era acquattato là dietro? “Cosa si trova sull’altra sponda del fiume?”. Stranamente, accecato dalla mia ricerca, non mi ero preso la briga di fare luce su questo punto. “Eppure, sono convinto che la cartina non segnasse alcunché al di là del fiume”.
Mi misi a cercare un tratto in cui fosse possibile guadare il corso, ma il sole già stava scendendo sotto gli alberi. “Così in fretta?”. Mi sembrava che la giornata si fosse accorciata di alcune ore.
Il giorno successivo, tentai nuovamente e fui più fortunato: riuscii ad attraversare l’acqua senza difficoltà e mi trovai sull’altra sponda che il sole era ancora alto. Su quell’altro greto, notai che i sassi erano molto più scuri e che la sabbia era più dura. Non potrei dire il mio stupore, quando mi trovai di fronte la radice capovolta. La pietra regolare, artefatta, si trovava nella medesima posizione in cui l’avevo vista sulla prima sponda e, cosa assai più bizzarra, una videocassetta era posata ai suoi piedi. “Non può certo essere quella che ho preso, in ogni caso. Quella si trova nella mia soffitta dall’altra parte del fiume”. La presi in mano. Quel che mi colpì fu constatare che la somiglianza tra le due videocassette era sconcertante. “Che sia davvero…?”. Ma poi la posai e allontanai quel pensiero. Un sentimento di inquietudine e smarrimento prese possesso di me.
Risalendo la costa, però, quei sentimenti si spensero. Vidi degli edifici e per le strade c’erano persone che si muovevano. Dovevo essermi sbagliato: un centro abitato aveva luogo sulla sponda opposta e non c’era nessun mistero da svelare. Rasserenato e incuriosito, camminai per le strade del paese. La gente, sorridente ma diffidente, mi guardava con cordiale ritrosia. Salutavo i passanti e mi guardavo attorno: mano a mano che procedevo, mi pareva di essere già stato in quel posto. “Quel muro, dietro l’edificio alto… E quella via, con al fondo le due case…”. Percorsi con apprensione la strada fino in fondo e giunsi al limite del paese. Sul cartello d’ingresso si trovava la scritta “Greggio”. Mi sentii smarrito e caracollai. “Due paesi, uno vecchio e abbandonato, l’altro nuovo e abitato, ma perfettamente identici”. Uno era la copia dell’altro. Com’era possibile?
Un passante mi si avvicinò: – Lei conosce il paese abbandonato oltre il fiume? – gli domandai.
– Certamente.
– ‎E come mai hanno lo stesso nome?
– ‎Sono lo stesso paese. – Mi guardava pensieroso.
– ‎Ma sono… identici!
Il passante si sciolse in un sorriso. – Vede, il paese di Greggio è stato alluvionato, diversi anni fa. Molte sono state le persone che hanno perso la vita. I sopravvissuti hanno deciso di ricostruire il centro abitato sull’altra sponda, che è più sicura. Per celebrare l’antico insediamento, si sono adoperati nel farlo identico all’originale.
Un riso scomposto mi fece tremare le spalle e sciolse l’angoscia nel mio animo. Ringraziai il passante per la spiegazione e mi allontanai. Ridiscesi la costa e cercai il tratto di attraversamento. Qualcosa, però, era mutato. Dall’acqua saliva la nebbia e il sole fu in breve offuscato. I sassi, che al mio arrivo mi erano sembrati scuri, avevano preso ora il colore della malachite, come se d’improvviso una copertura muschiosa li avesse avvolti. Mi fu impossibile individuare il punto adatto. Fu allora che dal fiume, controcorrente, qualcosa mi venne incontro. Era un’imbarcazione scrostata e fangosa. La guidava un ragazzotto in canottiera, che mi sorrideva bonario.
– Straniero che vieni dall’altra sponda – disse in tono di dileggio, – il fiume ora si fa scuro e pericoloso.
– ‎Come fai a sapere della mia provenienza? – domandai polemico, scocciato dal tono irrispettoso del giovane.
– ‎Passo la mia vita su queste acque, grazie all’imbarcazione di cui mi ha fatto dono mio nonno. Qui niente si muove senza che io lo noti. – Aveva un volto acceso e paglierino, occhi scuri e mobili, da giocatore di bisca.
Approdò e con il remo mi fece cenno di scansarmi dall’orlo. – Non ti resta che trascorrere una notte qui. C’è un posto in cui il proprietario affitta qualche camera.
Il giorno successivo, dopo una notte serena e confortante come non mi capitava da tempo di trascorrere, non lasciai la Greggio nuova per fare ritorno a quella vecchia. E non lo feci nemmeno nei giorni successivi. Giorno dopo giorno, realizzavo che quel posto era tutto ciò che avevo sempre cercato. Era un paese isolato, in cui il tempo scorreva piano tra rituali quotidiani. Il mondo moderno pareva bloccarsi al perimetro del paese. Così, decisi che il mio libro sulle vestigia dimenticate del passato poteva cedere il passo di fronte alla possibilità di una vita secondo i criteri del tempo remoto. Presi un appartamento in Greggio nuova. Il fatto più curioso, ma sul quale non intravedo alcun segnale allarmante, è che mi sia stato assegnato lo stesso appartamento che avevo occupato nel paese alluvionato. La soffitta vecchia e sporca era stata sostituita da una identica, ma nuova fiammante. Non cercai mai più di riattraversare il fiume. Ogni volta che scendevo sulla ghiaia, il giovane pescatore mi veniva incontro dall’acqua e mi raccontava una storia.
Finalmente, riuscii a vedere la videocassetta che avevo trovato e che era rimasta nella mia vecchia soffitta. La rinvenni, non senza stupore, nel videoregistratore del nuovo alloggio. Feci partire la videocassetta e quel che vidi furono le immagini dell’alluvione che aveva aggredito Greggio vecchia. Il fiume, bizzoso e sinistro come solo il Sesia sa essere, aveva superato gli argini e si apprestava ad allagare il paese vecchio. Un secondo sistema difensivo, però, aveva salvato il centro abitato e nessun abitante aveva perso la vita. Il filmato si concludeva con una fiaccolata sulla sponda del fiume, dove era stato allestito un primitivo altare, utilizzando la radice di un albero, segata e capovolta, sulla cui sommità qualcuno aveva posato una pietra dalla perfetta forma sferica.