Le Ombre dell’Etna, tra storia e leggenda – di Viviana Donato

“L’Etna nevosa, pilastro del cielo,
nutrice dell’acuto inverno perenne lo domina.
Dal profondo sgorgano
purissime sorgenti di fuoco inaccessibile,
fiumi nel giorno che portano flusso di fumo acceso,
e la notte la fiamma rossa travolge pietre fragorose,
verso la piana d’un profondo mare.
Queste immani  fontane di fuoco suscita il drago.
Prodigio che stupisce chi lo vede,
e stupisce il racconto di chi vive.”

Questi versi ispirò a Pindaro la vista dell’imponente e maestosa montagna, con la sua fumante cima innevata e i fiumi di fuoco che tra possenti boati ne sgorgano copiosi, che domina la grande distesa color cobalto del mare e la città che sorge ai suoi piedi, Catania, offrendo agli occhi uno spettacolo unico al mondo, che suscita delle intense emozioni e che nel corso dei secoli ha ispirato poeti e cantori, dal succitato Pindaro a Callimaco, da Ovidio a Dante, Carducci, Goethe, Byron, Verga e altri.

“Tutto ciò che la Natura ha di grande, tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile si può paragonare all’Etna, e l’Etna non si può paragonare a nulla”, scriveva lo storico dell’arte ed egittologo francese Vivant Denon nel suo “Voyage en Sicile”.

Il vulcano più alto d’Europa, le cui balze partono da tremila e più metri d’altezza, sono caratterizzate da un incantevole susseguirsi di deserti di lave nere e rosse, costellati da macchie di boschi di Abeti, Pini e Betulle, profumatissime Ginestre, castagneti, vigneti ed agrumeti fino a tuffarsi nelle acque dello Ionio.

L’Etna, dispensatrice di vita, perché è dalle sue nere lave che nasce una delle terre più fertili che esistano, ma anche di morte e di distruzione, per gli antichi abitanti dell’isola è sempre stata una montagna sacra.

Veniva considerata la bocca del mondo sotterraneo, e le sue spettacolari eruzioni un’occasione per le forze segrete della natura di rivelarsi agli uomini.

Da sempre teatro dell’eterna lotta tra il Bene ed il Male, campo di battaglia della guerra tra Zeus e i Titani, a cui pose fine la coraggiosa ninfa Etna da cui prese il nome, dimora di Dei e potenti demoni, è qui, in un luogo dove l’attività vulcanica secondaria è particolarmente intensa, che nacque un culto misterico tanto importante quanto oggi quasi dimenticato: quello dei fratelli Palici, paragonati sia ai Cabiri di Samotracia che ai Dioscuri, con i quali hanno molti punti in comune.

Va ricercata molto lontano l’origine dei misteriosi fratelli Palici, divinità ctonie tutelari degli antichi Siculi.

Per questi ultimi erano figli di Efesto e di Etna, mentre i Greci ne attribuirono la genitorialità a Zeus e alla ninfa Thalia (figlia di Etna). Pare che Thalia, rimasta incinta, per sottrarsi alla funesta ira di Era, e sotto consiglio di Zeus, si nascose sottoterra, dove portò a termine la gravidanza e dette alla luce i due gemelli, che uscirono dal sottosuolo tra spruzzi di acqua calda e sulfurea, dando vita alla formazione di un laghetto doppio dalle acque mefitiche e velenose, chiamato lago Naftia per il caratteristico odore di nafta, sulle cui rive sorse un tempio a loro dedicato e la città di Palikè (l’odierna Palagonia), insediamento fondato da Ducezio, re dei Siculi, come atto di ribellione alla dominazione greca del V secolo a.C., quindi fu ad un tempo centro politico e santuario nazionale.

Diodoro il Siculo descrive così la zona in cui era ubicato il tempio: “Il recinto sacro era situato in un campo amenissimo degno della maestà degli dei; e tale è quella veramente grande pianura, nella quale è il lago; estremamente fertile, deliziosa, e per le montagne, che la circondano bella e pittoresca.
L’edificio era adornato di portici e di logge magnifiche, che lo rendevano ammirabile ed era stimato assai più degli altri e per l’antichità e per la religiosa venerazione, e per i grandi fenomeni che vi avvenivano, soprattutto per i miracoli dei crateri”.

Il santuario dei Palici era la sede di un oracolo, il più importante di tutta la Sicilia. Pare che durante una carestia, dovuta ad un lungo periodo di siccità, i siciliani avessero consultato l’oracolo dei Palici, che suggerì loro di effettuare un sacrificio all’eroe siculo Pediocrates (il cui nome significa letteralmente “signore della piana” e da alcuni studiosi viene identificato con il dio Adranos) per risolvere l’infausto evento.

La pioggia tornò a scrosciare copiosa e di conseguenza la fertilità, e i siciliani ringraziarono portando sopra l’altare dei Palici come dono ogni sorta di prodotto della terra. Anche Virgilio nel IX libro dell’Eneide parla di un altare colmo di doni dedicato ai Palici, situato in un tempio in riva al Simeto e vicino al bosco sacro di Marte.

Inoltre, gli Dei Palici svolgevano funzioni sacrali anche sotto l’aspetto giuridico: davano il responso della verità o della menzogna a chiunque fosse considerato colpevole di un qualche reato, e ad essi veniva domandato il compito di sancire la veridicità di un giuramento che, a dispetto dei secoli, ancora oggi echeggia in un detto popolare degli odierni siciliani: “ppà vista dill’occhi”. Infatti, la venefica acqua dai micidiali miasmi del lago Naftia, da cui uccelli e animali si tenevano ben lontani, si pensava potesse privare della vista chiunque la utilizzasse per bagnarsi gli occhi. Secondo il rito, il giuramento (“che io possa perdere la vista, se dichiaro il falso”) doveva essere pronunciato quando gli occhi stavano per esser bagnati con l’acqua del lago.

Per stabilire la colpevolezza di qualcuno, invece, il presunto reo doveva purificarsi prima di entrare nel tempio, indossare una semplice tunica senza cintura, una corona di foglie verdi in testa e tenere in mano un ramoscello proveniente dal vicino bosco sacro. Poi veniva condotto dinanzi ai crateri in un punto designato dai sacerdoti, e dopo aver invocato gli dei per tre volte a testimonianza della veridicità del suo giuramento, veniva fatto chinare in modo da toccare il cratere con le mani ed in base alla distanza di avvicinamento del capo alla superficie dell’acqua, poteva cadere sotto l’effetto delle letali esalazioni gassose, segno della propria colpevolezza, o meno.

Secondo un’altra procedura, i giuramenti dell’accusato venivano scritti su una tavoletta che il sacerdote gettava in mezzo al lago e se questa galleggiava, dimostrava che l’imputato aveva dichiarato il vero, ma se la tavoletta affondava, il giuramento era da considerarsi falso, e l’accusato veniva immediatamente gettato nel cratere. In caso di spergiuro, si diceva che gli dei avrebbero punito il malcapitato avvolgendolo nelle fiamme.

Un’altra importante funzione che aveva il tempio dei Palici era quella di dare asilo ai servi maltrattati dai padroni. Infatti, se un servo oppresso dal padrone chiedeva asilo presso il tempio, non poteva più essere ripreso per alcun motivo, a meno che il padrone giurasse davanti agli dei di trattarlo benevolmente e senza più commettere soprusi nei suoi confronti. Pare non sia mai successo che un padrone, dopo aver giurato nel tempio dei Palici, abbia poi trasgredito il patto, tanto era la venerazione ed il rispetto per questi dei.

Poco è rimasto sul culto misterico dei fratelli Palici, ma come detto all’inizio, esso presenta molte analogie con quello dei Cabiri di Samotracia. Anche questi ultimi, infatti, erano delle misteriose divinità del mondo sotterraneo, anch’essi figli di Efesto. Erano venerati non solo sull’isola di Samotracia, ma anche in gran parte del Mediterraneo. Secondo alcuni autori, tra l’altro, uno di loro si chiamava Etneo. Servitori della Grande Madre Cibele, per i greci erano Megaloi Theoi, ovvero Grandi Dei. Anche i romani, più tardi, li appelleranno Dii magni potentes valentes, vale a dire “Grandi Dei, potenti e sani”. Questi erano i nomi utilizzati per le invocazioni in occasione delle Feste Cabirie, poiché era severamente vietato chiamarli con il loro nome. E l’ira dei Cabiri, così come quella dei Palici, era molto temuta.

In seguito, analogamente ai Palici, verso la fine dell’età classica diventano protettori della navigazione, così come i Dioscuri, coi quali presentano numerose affinità.

Probabilmente, il culto dei Palici, così come quello dei Cabiri, prevedeva rituali inerenti la purificazione, la morte e la rinascita ad una nuova vita, come si evince anche dall’etimologia del loro nome, in greco antico Παλικοί, che pare derivare dalla parola greca palin, che significa “di nuovo”; si potrebbe quindi dedurre che i Palici siano coloro che “nascono nuovamente, che tornano alla vita”.

Un dettaglio importante sul culto dei Palici: sulle sommità delle misteriose piramidi in pietra lavica poste attorno all’Etna e riconducibili all’epoca dei Siculi, sono spesso stati rinvenuti dei seggi a due posti, probabilmente dedicati proprio ad essi.

Ci sarebbe ancora molto da scoprire sui Palici, come su altre antiche tradizioni autoctone della nostra isola, specie in un momento come questo  dove gli individui, travolti nel gran vortice della modernità, perso momentaneamente il contatto con le proprie radici profonde e con la propria identità, si lasciano facilmente sedurre da astruse teorie su presunte influenze importate da invasori provenienti dall’oriente, che in realtà poco o niente hanno lasciato al loro passaggio nel sangue e nella tradizione dei siciliani.