Le piramidi etnee, un’eredita’ dimenticata – di Viviana Donato

A molti suonerà forse strano, insolito, sentir parlare della presenza di piramidi in Sicilia, eppure queste misteriose ed imponenti costruzioni si trovano anche qui, nella nostra bella isola nel cuore del Mediterraneo. Non conoscerne l’esistenza è però, purtroppo, quasi normale, dato che oggi in pochi ne sono a conoscenza.

Ebbene sì, un preziosissimo patrimonio archeologico sconosciuto alla maggior parte della gente e cosa ancor più grave, non salvaguardato per nulla. Eppure le piramidi sono lì, sotto gli occhi ignari dei passanti, magari le vedi anche percorrendo una strada trafficata, all’interno di proprietà private abbandonate all’incuria generale, o nascoste tra i campi incolti, o usate come basamenti per altre costruzioni. Ma a nessuno viene in mente cosa rappresentino in realtà “quegli ammassi di pietre”, e quale sia il loro inestimabile valore storico.

Basti pensare che l’unico studio effettuato su queste enigmatiche costruzioni che cingono, come un diadema di perle nere, tutto il perimetro dell’Etna, è stato svolto da Antoine Gigal, un’egittologa francese che sulla base di una povera documentazione fotografica fatta da “non addetti ai lavori”, decise di andare a constatare personalmente sul luogo. La Gigal trovò una trentina di piramidi, dislocate lungo i paesi che sorgono attorno al vulcano, e di diversa fattura: rettangolari a gradoni, quadrate a gradoni, a base rettangolare con gli spigoli arrotondati e con gradoni anch’essi arrotondati, e piramidi coniche, su base rotonda, a gradoni. Tutte costruite in pietra lavica, con la stessa tecnica di sovrapposizione delle pietre “a secco”. Purtroppo alcune di queste piramidi sono molto danneggiate e non è sempre facile riuscire ad identificarle.

Sul versante Nord dell’Etna, a circa 800 metri d’altitudine, all’interno di una proprietà privata, la Gigal, ne ha trovata una tra le più grandi, a gradoni, alta circa 35 metri, la base è larga 23 metri e possiede scale molto ripide che salgono fino alla sommità, ma di cui purtroppo gli ultimi piani sono crollati.

Un’altra di notevoli dimensioni si trova verso Francavilla di Sicilia ed ha una forma oblunga, possiede dei gradini ripidi e diritti, che salgono sino alla cima dove si trova una specie di piattaforma. “La rampa d’accesso disegna all’interno della piramide un sentiero sinuoso” – osserva la Gigal – “Inoltre sono visibili come delle merlature, con doccioni che permettono lo scolo delle acque. È chiaro che si salisse, girando tutt’intorno, sino alla cima, che offre la vista sul vulcano. ”.

Nei pressi di Linguaglossa, lungo una piccola strada in una zona abitata, vi è un sentiero pavimentato d’antiche pietre nere che conduce ad una piccola piramide, relativamente ben conservata nonostante evidenti atti di vandalismo, e che possiede ad ovest una rampa d’accesso, ancora visibile. La piramide è circondata da brandelli di muretti in rovina, di una fattura particolare, che si trovano solo in vicinanza delle piramidi.

Tra Linguaglossa e Randazzo se ne trova una perfettamente rettangolare, con sei gradoni ed una scaletta rivolta verso l’Etna.

Lungo la strada tra Randazzo e Bronte, nascoste in mezzo alla vegetazione, vi sono circa una decina di piramidi dalla forma classica, alcune delle quali molto rovinate, tutte con rampe d’accesso.

Personalmente, ne ho scorte tre: una lungo la strada che da Mascalucia conduce a Nicolosi (via Alcide De Gasperi); una seconda lungo via Etnea a Tremestieri Etneo ed una terza sempre lungo la stessa strada ma visibile da via Garro. Queste tre strutture si trovano all’interno di proprietà private in apparente stato di abbandono, esposte alla noncuranza più assoluta.

Tutte le piramidi sono perfettamente orientate in modo da volgere verso un fianco dell’Etna, e tutte sembrerebbero appartenere ad una stessa epoca e ad una stessa civiltà, in base a delle precise caratteristiche che le accomunano, quali la pietra lavica, la particolare cura con la quale sono stati levigati gli angoli, la medesima disposizione spaziale, le rampe d’accesso che salgono verso la cima con vista privilegiata verso le sommità dell’Etna. Di conseguenza, ci si chiede se possano rappresentare degli edifici destinati al culto del vulcano. Ed a proposito di ciò, un importante particolare rinvenuto in numerose piramidi riguarda la presenza, sulla loro cima, di una specie di altare con un seggio/trono a due posti: probabilmente queste strutture erano dedicate ai fratelli Palici, le divinità ctonie legate all’Etna e protettrici degli antichi Siculi, popolo che si presume abbia edificato queste piramidi.

Un’altra importante ed insolita scoperta fatta dall’equipe della Gigal riguarda la presenza, in prossimità di ben 27 piramidi, di enormi colate laviche che si sono arrestate proprio ad alcuni metri da esse.

A tal proposito, la Gigal afferma: “Alcuni scienziati del nostro gruppo hanno cominciato a riflettere ed il nostro fisico ha proposto una teoria che meriterebbe d’essere approfondita e verificata sul terreno. Si tratta di questo: nel creare su di una piramide o un rilievo conico o cilindrico o emisferico, una traiettoria a spirale dalle proprietà focalizzanti, si materializza il percorso del campo unitario, poiché si crea una cavità risonante, ossia un’antenna. Ciascuna spirale ha una risonanza propria. Questo può alterare nelle vicinanze la struttura spazio–temporale e le regole di comportamento delle masse, ed è un processo che viene attivato tramite la marcia processionale, con una cadenza particolare, che crea così una risonanza. Forse un’antica tecnica per fermare la lava? In ogni caso, un’ipotesi che merita una verifica. Non dimentichiamo che i soldati, quando passano in marcia ritmata sui ponti, possono farli cedere, e perciò rompono la cadenza, in modo da evitare che il ponte entri in risonanza. È interessante vedere, su un’antica carta della Sicilia, un cerchio che avvolge il vulcano, come un serpente, dove si trovano le piramidi.”

Bisogna ancora indagare a fondo per sollevare quel velo di mistero che i secoli hanno tessuto attorno alle piramidi dell’Etna, e ci si augura che lo studio della Gigal e della sua equipe rappresenti solo il primo passo verso questo obbiettivo, e non l’unico, com’è stato finora. E ci si augura anche che le autorità competenti e gli abitanti dell’isola prendano coscienza del valore di questa preziosa eredità lasciatoci dai nostri lontani Avi, e mettano in atto le adeguate misure per la sua tutela.