‘Le Streghe’ Di Paolo Prevedoni – Recensione di Simone Dellera

IL GRANDE DUBBIO!!!
Sin dalle prime pagine ci addentriamo nella conoscenza di un particolare paese, Bellula! Detto anche “La Casa della Masca”, oppure “Il Bassin”, che nel dialetto locale vuol dire “Il Catino” a causa delle frequenti piogge che avvolgono quella porzione di cielo che ricopre l’intera area del paese. Eppure, l’appellativo più fastidioso abbinato al paesino o piccolo borgo, è sicuramente “Il Paese dei Bambini Scomparsi” che per certi versi può essere collegato, se vogliamo fare una citazione, a “The Blair Witch Project”. Com’è ovvio che sia, il romanzo è impregnato di folklore nero dall’inizio alla fine. Il sipario si apre sul palcoscenico del “Covo”, l’unico bar del paese, in compagnia di due interessanti personaggi… Scheggia (all’anagrafe Bruno Scheggiato) e il forestiero Morgan Villa giunto a destinazione per carpire informazioni all’unico uomo che pare abbia avuto un incontro ravvicinato con la Masca. Apprendiamo quindi che l’Inquisizione romana, catturò 13 streghe ma riuscì a bruciarne solo 12. La tredicesima si narra, che viva ancora in una sperduta radura nei pressi del “Nascondiglio del Diavolo”… in una casa con neri laterizi, sperduta fra oscuri alberi dagli scuri bracci contorti e intrecciati. A stuzzicare definitivamente l’attenzione del lettore, lo “step” successivo ci porta a fare la conoscenza di Alessandro Bosco, tornato al paese Natale dopo un’assenza di 29 anni, per indagare sulla misteriosa morte del fratello. E quando la nostra conoscenza, guidati dall’abile penna del regista visionario, arriverà a contemplare anche i personaggi di Lucio Nicolodi e Dante Lamberti, il quadro dai contorni incerti che cela il mistero, sarà completo per avventurarsi passo dopo passo in una storia mozzafiato. L’esperimento del Prof. Nicolodi, nel suo seppur difficile è incerto svolgimento, vuole rispondere a una semplice domanda, ovvero… se le streghe esistono o non esistono! Che equivale a comprovare o smentire l’esistenza del paranormale. Sebbene la domanda possa essere frivola alle orecchie di uno scettico tanto quanto la risposta, il presupposto che l’ha generata nella mente del professore è più serio di quanto si possa pensare. Ventidue sono i bambini scomparsi a Bellula che si sono succeduti durante interminabili anni… e se le streghe non c’entrano, che cosao che cosa li ha presi? Ma gli intenti dell’esperimento del prof. Nicolodi, sono realmente quelli professati, o un’ombra di menzogna si nasconde anch’essa fra quelle più fitte che avvolgono i pericolosi boschi di Bellula?
Gli ambienti che fanno da sfondo a questa storia nera, sono suggestivi e dettagliati, (del resto come già l’Autore ci ha abituati nel suo precedente e ottimo romanzo d’esordio) e con descrizioni ponderate e mai tediose, tratteggiano Bellula fondendosi perfettamente con lo spirito cupo della storia e con la psicologia dei personaggi. Questi ultimi, sono caratterizzati alla perfezione, e racchiudono per ognuno di essi una diversa psicologica che rende completo un quadro esaustivo di “visioni” discordanti che unite insieme, sono concretamente credibili per affrontare e nel responso a venire, giustificare questa avventura ai limiti della follia. Ognuno di loro, “ignari” esploratori di un “nuovo mondo” a eccezion fatta per lo sciamano che si troverà in ogni modo ad affrontare “qualcosa” di nuovo e diverso, forniranno il loro contributo al fine di far emergere quella verità nascosta a cui nessuno consciamente crede.
La pioggia incessante scandirà le ore di ricerca con il suo rumore lieve, graffiante quando trasportato dal vento o addirittura rabbioso al ritmo dei tamburi dell’inferno, come le lancette di un orologio al polso del demonio che aspetta la loro resa nascosto fra le ombre dei boschi.
Premetto che la trasposizione letteraria che preferisco parlando di simili tematiche, accompagnate da un grande calderone bollente, vaso di Pandora per la creazione di mille pozioni, è quella esente da ogni tipo di contaminazione Fantasy o Urban Fantasy, riportando le stesse “tematiche” quasi in ambito medievale anche se avvolte dall’incessante tecnologia degli anni odierni. Questo romanzo rispecchia quanto ho appena affermato non snaturando mai l’argomento, ma riportando il lettore attraverso le cupe ombre della notte di qualsiasi tempo, odierno o passato, dove si possano annidare strani mostri atavici riesumati da una realtà non conosciuta o dalla fantasia della mente, per risvegliare quella paura che sin dall’inizio dei tempi non ha mai lasciato definitivamente l’uomo… e in questo caso la filosofia di Morgan Villa la dice lunga.
Le citazioni, (anche queste ultime sono una buona prerogativa dell’autore), sono intelligenti e divertenti. Intelligenti come chiamare Nicolodi il Prof. che convoca il trio per l’esperimento. Come non ricordare Daria Nicolodi che insieme a Dario Argento ha scritto la sceneggiatura di Suspiria? Mi azzardo addirittura a spingermi oltre anche nel considerare il nome del Prof. Lucio, come un successivo omaggio a Lucio Fulci. Divertenti… come il nome dei due cani bovari del bernese, Vincent e Bela, omaggio spassionato, rispettivamente a Vincent Price e Bela Lugosi.
È inoltre interessante l’inserimento di particolari citazioni non dirette ma che nel contesto dell’argomento trattato dall’Autore ne avvalorano la fantasiosa narrazione. È il caso del grimorio “Vadremortis” scritto direttamente dalla mano del diavolo, che si può paragonare a uno pseudobiblion molto conosciuto da lettori avvezzi al genere e non… il “Necronomicon” dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, o per meglio dire, l’invenzione letteraria di Lovecraft per giustificare e dare man forte al suo Pantheon dei “Grandi Antichi”, e perché no, anche al testo maledetto di Chambers, Il Re in Giallo che fa impazzire chi lo legge alla stessa stregua del Necronomicon e del Vadremortis. Sorvolando sulle azzeccate citazioni, sia detto per inciso che la trama che sostiene l’intero romanzo è del tutto originale, ottimamente cadenzata, altresì interessante, cupa e supportata da ottimi brividi.
Con l’inizio dell’esperimento, il lettore si troverà a sondare baratri senza fine che termineranno in un doppio finale gelido e inaspettato, dove regna la frase sovrana incompleta di risposta, cardine dell’ottimo intreccio narrativo: “Il Grande Dubbio”, che ovviamente non sarà svelato del tutto, così come ogni o grande piccola incertezza della una vita di cui ancora oggi non si conosce l’esatta origine.
Questo è solo quello che mi è concesso dire per non svelare l’arcano e il “transfer” del lettore, ma psicologicamente se ne potrebbe parlare all’infinito.
Sicuramente molto presto, se Paolo Prevedoni continua di questo passo, diventerà uno degli autori nostrani di “genere” più importanti.
CONSIGLIATISSIMO! NON RENDE NEMMENO GIUSTIZIA A QUESTA SECONDA, GRANDE PERLA NERA!!!