Lo Slasher dagli Anni 0 a Oggi – di Davide Rosso

Che film come Scream e So cosa hai fatto abbiano fatto il botto e rimesso in vita un genere (che sembrava arrivato al capolinea già nella seconda metà degli anni ’80) è cosa nota.

Cerchiamo di vedere alcune pellicole prodotte nel corso degli anni Duemila, riferibili a questo particolare tipo di thrilling, lo slasher appunto.

Andiamo a casaccio e senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento. Mi baso su copie di Dvd o Vhs che sono (o sono state) facilmente reperibili sul nostro mercato.



Il primo film che ho per le mani è un interessante Dvd della Passworld intitolato Body Hunter, un thriller Usa del 2003 diretto da tale Robert Tiffi e interpretato da una combriccola di sconosciute tettone siliconate mai più riviste in nessun altro film. La trama verte su un maniaco che affetta le mani a delle spogliarelliste di un night. La cosa interessante è che le spogliarelliste non sono volgari prostitute, bensì delle studentesse di college che sognano di laurearsi. Certo il campus costa e spogliarsi la notte non è un piacere, bensì una necessità per rimboccarsi le maniche. E così, tra dialoghi inutili e poca carne nuda mostrata (il night non è di quelli luridi che piacciono al sottoscritto), il pazzo di turno (mascherato) ammazza a ripetizione, senza che la polizia (imbecille) possa far nulla. Mutilazioni sui corpi nudi fuori campo. Finale prevedibile e alcune facce tra i clienti del locale degne d’attenzione. Nel complesso è l’ambientazione (anomala) a farci rimanere il ricordo gradito della visione.

Halloween Killer (2005) è uscito in Dvd per la Gargoyle video. Segna il ritorno sulle scene di Jeff Lieberman, che allo slasher aveva regalato un bel film survivalista come Just Before Dawn. Qui tutto ruota attorno alla bella festa di Halloween e a un pazzo mascherato che approfitta del baccanale per uccidere chiunque. Originale l’idea di accoppiare il killer con un bimbo inconsapevole e grassoccio, involontario aiutante. Tutto scorre benissimo, supportato anche dagli attori (tra cui una simpatica e svampita Amanda Plummer). Il finale un po’ sospeso non è nelle mie corde, però fa il suo effetto.

Non aprite quella porta 3d di John Luessenhop, produzione Usa del 2013. Ennesima variante del progetto originale, questa volta però con le carte in regola. Nei titoli di testa rivediamo in pillole il film di Hooper, poi saltiamo in avanti nel tempo e arriviamo a oggi, con la cugina di Leatherface (una Alexandra Daddario da oscar solo per le tette intraviste da una camicetta strappata nel macello) che eredita il peso di accudire il simpatico cugino scannagrulli. La trama c’è. Le idee anche e gli squartamenti non lasciano nulla all’immaginazione. Luessenhop dirige con mano ferma e il Leatherface di Dan Yeager si candida tra i migliori di sempre. Ottimo slasher degli anni ’10.

Vuoi sapere un segreto? di Thomas Bradford, Usa 2001. Ho il Dvd della mediafilm. E’ una scopiazzatura da So cosa hai fatto, con attori pessimi e via dicendo. La trama la ricordo appena. Dei tizi palestrati, delle galline senza tette che blaterano. La fotografia è piatta, da grande fratello. L’assassino, unica nota interessante, ha la maschera di Marty Feldman e, nel finale, inchioda i corpi delle sue vittime alle panche di una chiesa sconsacrata. Una roba così. Ah si, mi ricordo anche del negro che passa il tempo a frullare cocktail e guardarsi allo specchio.

Black Christmas di Glen Morgan (2005), scritto con James Wong, il duo dietro alla serie Millennium (e a Final Destination). Sarebbe il remake del film di Bob Clark (l’iniziatore dello slasher canadese), però poi, nei fatti, se ne discosta del tutto. Meglio così. Morgan è bravo a girare in un luogo chiuso senza stufare. La notte di Natale (assieme a quella di Halloween) offre buoni spunti pagani per far fiorire qualche nuova leggenda metropolitana. Qui il mostro di turno ama strappare i bulbi oculari delle belle fighette riunite nella sorority. Ricordo anche una piacevole insistenza sui piedini di una di loro durante la scena della doccia.

La maschera di cera di Jaume Collet-Serra, produzione Usa del 2005, impreziosita dalla presenza di Paris Hilton che stacca un pompino al fidanzato di colore e viene massacrata come merita. L’idea di creare una città di manichini e cadaveri è grande. Gli ignari ragazzetti s’aggirano nel cimitero a cielo aperto, mentre un maniaco sfigurato è all’opera nel vicino museo. Qui funziona tutto e i soldi di Joe Silver e Robert Zemeckis sono spesi bene. Nel finale si squaglia tutto, trascinando i mostri in un gorgo giallognolo. Tra i migliori degli ultimi 15 anni!

San Valentino di sangue (USA 2009) di Patrick Lusser, pupillo di Wes Craven è una gran bella roba, distribuita, a suo tempo, dalla Medusa persino nei cestoni dei supermercati. Remake, non fedelissimo, del film canadese degli anni ’80, con tutto il cast di attori televisivi al loro posto. La cittadina mineraria, il maniaco col piccone, un bel meccanismo thrilling scritto da Todd Farmer, scene splatter efficaci e un’inedita atmosfera da depressione economica che non guasta nel collocare il film ai nostri giorni. La visione scorre leggera e veloce senza intoppi, impreziosita da qualche nudo “estremo” e l’idea scema del 3d a colorare una vicenda ricca di accostamenti al giallo italiano (il trauma dell’assassino, la maschera, il fascino discreto per i luoghi oscuri, rovinati, boscosi).

The Graveyard di Michael Feifer, distribuito in italiano dalla Gargoyle, con delle immagini sulla fascetta del dvd prese di peso da Jesper Creeper. La trama è una nullità: richiami evidenti a So cosa hai fatto in salsa cimiteriale. Uno scherzo finito tragicamente (in un cimitero, appunto). Il gruppo di dementi che ritorna dopo qualche anno sul luogo (il cimitero, appunto). Un maniaco mascherato che li uccide per vendetta. Chi è? Credo che nessuno se lo sia chiesto durante la visione, riempita, come consuetudine nel genere, da scenette di sesso light, dialoghi senza senso, maial college e ammazzamenti che non creano la minima paura. Tuttavia la leggerezza, diceva Calvino, è una delle qualità degli ultimi 40 anni e il film ne afferra dei lembi con grazia. Senza annoiare troppo scorre via, incolore e inodore, lasciandoci comunque la vaga sensazione di aver assistito a qualcosa di slasher ambientato in un cimitero, con dei giovinastri morti poi miseramente. Ah, se non ricordo male c’è pure uno sceriffo incompetente che non fa nulla e arresta quello sbagliato, che poi è il tipo di ignoranza coatta che chiediamo sempre ai nostri rappresentanti della legge! Perlomeno al cinema!

Maniac (USA/Francia 2012) di Franck Khalfoun è il remake azzeccato dell’omonimo cult anni ’80. L’idea è quella di vivere l’esperienza psicopatica con gli occhi del pazzo di turno, ossia Elijah Wood. Un film intero in soggettiva, cupo, malato, pieno di manichini coi veli da sposa che rimandano a Il rosso segno della follia di Bava. Scannamenti molto gore e un cinismo ironico di fondo che donano alla pellicola una seconda intelligenza. Meglio del previsto!

The Curse, sempre un dvd Gargoyle per il film di tale Rich Ragsdale. Qui le marce in più sono tante. Un maniaco ultraterreno e messicano. Un’ombra nera armata di mannaia che s’aggira tra le sterpi. Un gruppo di amiche del college molto maiale (una, la nera, fa subito un pompino allo sceriffo per levarsi dalle grane e non batte un ciglio), un locale malfamato e delirante, dove si esibisce un cantante metal tetraplegico. Scene lesbo ad alta tensione, tette rifatte, immagini di santi e madonne. Angeli, demoni, ecc. Insomma una roba tosta e cupa, dal finale evangelico! Consigliatissimo!

Harper’s Island è una serie tv, forse la prima slasher mai fatta. Il soggetto ricalca 10 piccoli indiani, solo che qui la ciurma s’imbarca per l’isola con la scusa di un matrimonio, dopodiché un manico li affetta uno alla volta. Il pregio della serie è di riuscire a tenere abbastanza bene – e per molto tempo (13 episodi in tutto) – una trama già vista e rivista. Altro pregio è quello di costruire delle buone motivazioni per lo psicopatico di turno, ben celato tra il gruppo di amici.

Di facile reperibilità è anche il non sbalorditivo remake di Venerdì 13 (2009), pompato dal produttore Michael Bay e dal regista Marcus Nisple; l’idea è quella di fondere i vari film della serie (in particolare i primi tre) in un unico episodio, più gore e griffato. Alcuni buoni momenti (come il finale) e tanta roba già vista e senza fantasia.

Più originale lo slasher/thriller di Paddy Breathnach Shrooms, una roba girata nei boschi dell’Irlanda e dei ragazzi a caccia di funghi allucinogeni. Dopo un inizio canonico, la pellicola si tinge di grigio e scivola in una atmosfera sospesa e arcana, quasi da True Detective, con delle visioni e apparizioni inquietanti che camminano nei boschi. Sarà difficile distinguere tra i trip e le morti reali dei personaggi. Interessante.

E’ d’obbligo citare anche i due film dedicati da Rob Zombie alla serie di Halloween (il primo del 2008, l’altro del 2009). Zombie rivisita il mito di Michael Meyers, perdendosi nell’infanzia del mostro, cercando di ricostruire i suoi traumi. Operazione discutibile. Meglio il secondo episodio, più onirico e visivamente splendido, aperto dai primi dieci minuti al cardiopalma nell’ospedale. I comprimari sono tutti capelloni, ex hippy, fedeli all’estetica molto glamour del regista. Non dei capolavori, ma sicuramente meno prevedibili di tanti altri.

Recente (2006) è anche la pellicola che ha dato vita a una trilogia, Hatchet di Adam Green. Hatchet riprende il grumo alla base di Cropsey e ne inverte i fattori. Qui è il padre a morire, dopo aver inavvertitamente sfigurato con l’ascia un figlio (Victor Crowley) già deforme e bersagliato dalla cattiveria degli altri bambini. Victor muore e risorge, divenendo uomo mostro tangibile e, al contempo, indistruttibile. Anche l’elemento del fuoco è ben presente, in quanto tutto inizia quando un gruppo di giovani appicca le fiamme alla baracca in mezzo ai boschi dove vivono i Crowley. L’ambientazione si sposta in una melmosa Louisiana impreziosita da un cast stellare (Tony Todd, Robert Englund, Kane Hodder) e i trucchi gore di John Carl Buechler. Adam Green gioca bene le carte e confeziona un film che parte già come un classico ma ha dalla sua l’autoironia e la leggerezza tipica di molti slasher post Scream. Gli altri due capitoli aumentano ed esasperano (in modo divertente e da cartone animato) gli squartamenti del mostro delle paludi. Da segnalare, nei seguiti, la presenza di Danielle Harris, piccolina e bellissima come sempre!

Del 2003 è il ritorno al genere slasher di Tobe Hooper con The Toolbox Murders, storia originale e divertente di un vecchio caseggiato hollywoodiano in odor di zolfo. Begli effetti, ironia, e una bravissima Angela Bettis tra gli interpreti.

Sul terreno della fantasia limitata abbiamo la scopiazzatura di Leggenda mortale di tale Sylvain White, che vorrebbe concludere la trilogia di So cosa hai fatto, rendendo il killer pescatore un equivalente ultraterreno dei vari Jason e Meyers.

You’re next di Adam Wingard (Usa 2013). Questo è uno slasher di nuova generazione e ne hanno parlato un gran bene. A me non ha fatto impazzire, però è ben confezionato e ha un finale cinico e interessante. Alla base c’è la riunione di famiglia dei Davison, gente ricca, ricchissima, con un parentado lungo un chilometro. I borghesi con la green card si riuniscono nella grande casa di campagna, ma avranno una brutta serata: dei tizi con maschere di animali li prenderanno a frecciate, tentando di penetrare nella casa e sterminarli tutti. Uno dei figli del clan, Crispian Davison, un fallito senza palle, ha portato con sé la nuova fidanzata, una ragazza tostissima che contraddice il luogo comune che vuole le donne un sesso debole. Alla fine si scoprirà che è stato proprio Crispin a pagare i balordi con la maschera per ammazzare il parentado e poter ereditare tutto! Un piccolo umorismo nero alla Mario Bava.

Angel Killer (Canada 2002) di David Diaz, con Michael Ironside e Jeff Fahey. Un piccolo film, fatto con pochi soldi e un paio di attori interessanti ripescati dal dimenticatoio. La trama è risaputa: una troupe televisiva sta conducendo un’indagine sul misterioso incendio che cinque anni prima aveva distrutto una scuola per sole ragazze (cosa che ricorda molto le situazioni di certi thrilling italiani loliteschi dei ’70). Alla troupe si aggiungono alcune ragazze della vecchia scuola e sarà la miccia che innescherà i nuovi delitti, compiuti da un assassino in tela cerata. Le situazioni piccanti non mancherebbero, ma la produzione è televisiva e quindi non si vede nulla. Jeff Fahey fa bene la parte del prof. libidinoso che si tromba le allieve mignotte. Il Gruppo di ragazze è classico, quasi da manuale: c’è la bella che si crede baciata dal fato ed è solo una stronza, le due senza cervello che la seguono, la nerd un po’ cessa presa in giro da tutti che però ha cervello e fegato, il bello che appena finito il college finisce a fare il perdente, la lesbica, la perversa che instaura una relazione col prof. malato. Insomma il campionario funziona sempre e ci si diverte senza troppe pretese, forse perché siamo persone senza troppe pretese.

Halloween la resurrezione di Rick Rosenthal, quello dell’Halloween II in ospedale, Usa 2002. Rosenthal torna dietro la macchina da presa a dirigere le gesta di Michael Meyers e questa volta filma una boiata ignobile. La trama basterebbe a screditare il tutto: degli imbecilli si mettono in testa di imbastire un grande fratello dentro la casa di Meyers, seguiranno morti e ammazzamenti da copione. L’unica cosa interessante è l’incipit, una sorta di chiusura del cerchio con J. Lee Curtis anziana e in una casa per malati di mente. Michael la vuole da sempre. Lui arriva, lei è pronta allo scontro finale, che, questa volta, la vedrà soccombere e precipitare nel vuoto. Addio Laurie Strode!

My soul to take di Wes Craven, Usa 2011. Grossa produzione per il padre dello slasher americano, qui al suo penultimo film. A me è parso un capolavoro. La trama è carina ed efficace, incentrata sulle personalità multiple, un po’ come in Doppia personalità di De Palma. Gli omicidi sono piuttosto forti (l’incipit del film è un vero massacro adrenalinico) e la figura del killer incisiva. L’idea splendida è quella di aver creato una della tante piccole comunità americane (Riverton), con un passato di omicidi seriali alle spalle, compiuti da un mostro di Firenze locale, forse morto, forse no. Le nuove generazioni di adolescenti, cresciuti coi racconti e le paure dei loro genitori sulle spalle, inscenano, al compimento dei loro sedici anni, una rappresentazione per scacciare lo spirito dello squartatore. Le cose però non funzioneranno. Craven sceglie bene il cast (tutti molto bravi e in parte, con Max Thieriou e John Magaro tra i migliori) e delinea i caratteri principali, variando dal ragazzino fragile e complessato, alla giovane cristiana fondamentalista (l’oppressione delle religioni o delle comunità religiose è ben presente in Craven), al bullo erotomane della scuola. Ognuno di loro ha un passato da nascondere, dei vuoti da colmare, delle paure da superare e il killer fa leva proprio su questo. Mi ha colpito molto che in tarda età, ormai alla fine della sua carriera, il regista americano trovi la freschezza di uno script così, scritto tutto di suo pugno, meritorio di indagare le psicologie e le fragilità di una nuova generazione di adolescenti, lontanissimi dai preistorici teenagers di Nightmare. I ragazzi di Riverton sono nati e cresciuti coi social network, imbevuti dai media e dalle nuove teconologie dell’accelerazione alienante. Tanto sono iper-moderni, tanto sono fragili, incompleti, esposti alle battute dei compagni o alle cinghiate dei patrigni alcolizzati. Craven costruisce un piccolo cosmo, una sorta di Twin Peaks minore, una sorta di ricapitolazione definitiva del suo cinema. Tra i migliori di questi ultimi anni.

Scream 4 di Wes Craven, Usa 2011. Girato subito dopo al capolavoro My soul to take, ultimo atto della serie campione d’incassi. Dieci anni dopo il terzo capitolo, Craven resuscita Sidney, Gale e Linus, tutti un pochino invecchiati ma ancora in parte. L’idea è una sorta di prosecuzione di alcune tematiche presenti in My soul to take. Sidney e i suoi amici si ritroveranno ancora a combattere contro il killer ghost face e avranno di contorno una nuova generazione di adolescenti, molto più cinica e amorale. Lo sguardo di Craven pare mutato rispetto alla varietà umana presente nel film precedente. Qui c’è poco spazio per la fragilità o i sensi di colpa. I nuovi teenagers sono virtuali, sempre connessi, digitali, multitasking, tuttavia incapaci di provare pietà, immedesimazione, solidarietà. Emma Roberts, la giovane cugina di Sidney è lo zenit di questi adolescenti. In lei tutto si riduce al bisogno di fama, di successo ad ogni costo, non importa se per un motivo o per un altro. E una nuova catena di delitti a Woodsboro potrebbe essere un’idea per diventare famosi e scriverci sopra un libro. Craven ci lascia con un altro gioiello slasher, lucido e spietato ritratto di una società occidentale davvero paurosa e senz’anima.

Freddy vs Jason di Ronny Yu, Usa 2003. Ci hanno impiegato degli anni per trovare la sceneggiatura giusta e alla fine la New Line c’è riuscita. Per l’ultima volta Robert Englund si cala nei panni del personaggio che l’ha reso celebre. I due killer di giovani reaganiani, Freddy il pedofilo e Jason il ritardato si incontrano. L’idea è splendida: i nuovi giovani degli anni 0 non sognano più Freddy, lo hanno dimenticato, preferendo internet, l’innovazione digitale, il parossismo consumistico dei festini tra il grano ancestrale con birre e spinelli. Ma Freddy medita nel suo inferno senza tempo e decide di farsi aiutare dal decerebrato calato in fondo al laghetto di Crystal lake. I due esodati del terrore uniscono le forze e riprendono i massacri, un modo come un altro per tornare di moda, per tornare sulla bocca di tutti, per farsi ricordare. Lo spunto è davvero geniale e il film di Yu è visivamente sfizioso, pirotecnico. Un divertimento con abbastanza gore.

Silent Night di Steve Miller, Usa 2012, con la brava Jaime King e Malcom McDowell, ormai a suo agio negli slasher. L’idea è quella del babbo mannaiato che ammazza le sgallettate in bikini. La forza del film sta tutta qui, se ben ricordo, in un killer cattivo oltre ogni limite e in omicidi crudi e gore che lasciano poco spazio all’immaginazione. Sulle tracce del maniaco una Jamie King poliziotta di ronda nella solita cittadina sonnolenta del Midwest presa nella congestione consumistica della festività. (L’ho rivisto ieri e aggiungo una cosa che non ricordavo: il cinismo del film – qui si ammazzano i soliti drogati giovanotti della società bene, i pornografi della porta accanto e, soprattutto, le bambine stronze! Si, nessuna pietà per la categoria protetta delle fiction italiane; il babbo assassino non risparmia nessuno e questo ci fa bene al cuore, riportando la festa natalizia sotto il segno pagano da cui è nata.) Un dvd della Koch facilmente reperibile.

Cherry Falls, Usa 2000. Dietro la macchina da presa c’è Geoffrey Wright, tra gli attori una fighissima Brittany Murphy, Michael Biehn e la biondina Kristen Miller. Cherry Falls è il nome della cittadina all’apparenza tranquilla. Una Twin Peaks ipotetica dello slasher, dove le casette sono tutte uguali, i vicini si salutano la sera e i ragazzini del college sono, all’apparenza, bravi e diligenti. Peccato che non è così e un killer dalle sembianze femminili semina il panico nella comunità di genitori. Dopo poco appare chiaro che il maniaco prende di mira solo gli adolescenti vergini. Lo spunto è assai interessante perché mette in relazione la verginità (fisica) con l’innocenza (simbolica) di una persona o di una comunità. Sempre, o spesso, in questo tipo di film c’è un discorso sulla comunità (sia essa una piccola città, un consiglio comunale, scolastico, o un gruppo di adolescenti) e sulle regole che la tengono unita o che la sfasciano (e per questo, come nelle vecchie condanne al fantoccio di carnevale, è utile inscenare una festa liberatoria – pagana – per liberarsi dai peccati, confessarli in pubblico e distruggere, dare alle fiamme, il fantoccio gravido delle nostre colpe; questo è quello che fanno gli adolescenti di My soul to take o di Cherry falls, col beneplacito dei famigli). I segreti concorrono per disgregare tutto il tessuto di coesione tra le persone e anche a Cherry Falls ci sono dei segreti orribili che hanno cancellato la purezza, la giovialità delle persone. Ed è in quei segreti che si dovrà scavare per risalire al trauma del killer. Il trauma, già. Un elemento ben congegnato, che dona alla pellicola una atmosfera inedita negli slasher e lo mette in comunicazione con certi thrilling italiani dei ’70. Inoltre Cherry Falls beneficia di un cast perfetto, capitanato da una sensualissima e virginale Brittany Murphy, che in una scena fetish al caramello infila i suoi piedini burrosi e pittati in bocca al fidanzato inerme. Un capolavoro!

The Tripper di David Acquette (il Linus di Scream), Usa 2007. Il film è una follia slasher, comunque godibile e, a suo modo, originale. David Acquette passa dietro la macchina da presa e s’inventa una sceneggiatura che pare uno scherzo: un rave rock’n’roll nelle foreste a base di marijuana, birra e scopate. Peccato però che un maniaco armato di ascia e mascherato da Ronald Reagan decida di far piazza pulita di tutti qui mollaccioni scansafatiche degli anni 0! A metà tra la commedia trash e lo slasher. Inusuale.

Ripper di John Eyres, Canada 2001. I canadesi hanno sempre avuto un rapporto privilegiato con lo slasher. Ripper è circolato anche nei nostri cinema, poi la moviemax l’ha distribuito in dvd. Il cast è televisivo, con A. J. Cook, Bruce Payne, Claire Keim, Emmanuele Vaugier e Jurgen Prochnow. La trama è goduriosa, con un college di studenti di criminologia e un professore dal passato oscuro. Partono dei delitti efferati e i ragazzi si mettono in testa di sfruttarli per mettere alla prova le competenze apprese sui banchi. Il regista costruisce bene le scene delittuose, creando un’atmosfera thrilling alla Dario Argento: il delitto in discoteca o l’incipit tra la bufera di pioggia e vento sono tra le cose migliori che si sono viste in questo genere di film negli ultimi anni. I personaggi sono abbastanza scontati, tuttavia il detective affidato al carisma sfigurato di Prochnow funziona parecchio. Finale così così.

Il collezionista di occhi del regista porno Gregory Dark, col lottatore Kane e la bellissima Christina Vidal. Questo è uno slasher veloce e compatto, molto action e dalla trama ridotta a un torsolo di mela. Un albergo fatiscente, un gruppo di carcerati e carcerate giovanili e un pazzo armato di ascia che strappa gli occhi e li colleziona dentro barattoli putridi imprestati dal mostro di Firenze. Tutto qui. Il resto sono inquadrature ad hoc, nudi pruriginosi, battute cattive e sboccate e spaccamenti di ossa. A me è garbato più dell’intera filmografia di Fellini!

Simile al precedente è Wrestlemaniac con Rey Misterio. Film brevissimo, con una troupe di film porno che arriva in una location isolata del selvaggio messico, dove vive un lottatore mascherato pazzo che li ammazzerà tutti. Tipe fighe e sboccate, tizi scemi e imbevuti di birra, talmente idioti che quando il maniac appare tifi già per lui. Divertente.

Urban Legend 2 di John Ottman, con Jennifer Morrison e Hart Bochner, il Tom Cruise dei poveri. In realtà questo seguito è migliore del modello originale, con una trama intelligente, incentrata sull’ossessione umana di vincere a qualunque costo e di essere sempre i migliori. La partita si gioca in un college americano di cinema, dove tutti si accapigliano per la famigerata borsa di studio che aprirà le porte di Hollywood. Ottman disegna bene i caratteri dei personaggi e si affida a un buon cast, guidato dalla brava Morrison. I delitti sono assai light, tuttavia il ritmo c’è e i giochini metacinematografici del film nel film aiutano a passare l’ora e mezza in allegria.

Segnalo velocemente la cazzata di Bloody Murder 2, robetta fatta nel solito camping per dementi con assassino mascherato. Da linciare cast e troupe.

Molto più interessante è Boogeyman 2 di Jeff Betancourt, Usa 2007. Non c’entra col primo, qui siamo nello slasher puro, con assassino in carne e ossa e maschera inquietante. La trama parte bene: sin dalla misteriosa morte dei genitori, Laura Porter si crede perseguitata da una maligna presenza indefinita che si nutre delle sue paure più profonde. Nella speranza di vincerle, la giovane decide di sottoporsi a un TSO volontario in una struttura specializzata in vittime paranoiche. Qui Laura conosce altri giovani come lei, ognuno prigioniero delle sue paure. I dottori (il capo è un Tobin Bell poco rassicurante e dai metodi lombrosiani) oscillano tra gli stronzi e i santi. Comunque, dopo poco, Laura scopre che la figura misteriosa che la perseguita è nascosta nei meandri della clinica e si accanisce sui suoi compagni. Il film è assai compatto e cupo, con un ritmo martellante e angoscioso. Il killer uccide le sue vittime scavando nelle loro paranoie. I teenagers del film sono molto più vulnerabili di quelli di Scream; ognuno coi suoi problemi alimentari e d’igiene, tutti accomunati da un’estrema fragilità psichica. Bello.

Visti da poco: Unfriended e The Gallows.

Unfriended non sarebbe proprio uno slasher, però il gruppo di giovani, il luogo chiuso e le morti a scalare ci sono. L’idea poi è molto addentro ai meccanismi alienanti dell’oggi. Tutto un film su della gente in chat. Si parte dalla morte di una di loro, una ragazza che si è tolta la vita per un video virale caricato dal gruppo. Nel video la ragazza dormiva ubriaca con del sangue che le usciva dal sedere, dopo esser stata sodomizzata dal belloccio del gruppo. Passa un anno e siamo quasi alla vigilia dell’anniversario. Ipocritamente il gruppetto spende le sue giornate nel cliccare un “like” sul sito di cordoglio e a chiedersi come passerà il week-end. Ciò che colpisce è l’estrema naturalezza dei personaggi (e quindi di chi consuma il film o lo produce) nel muoversi nei meandri (e nelle opzioni) del mondo virtuale: Twitter, Tumblr, Google, Pinterest, You tube, facebook. I volti anonimi (o i piedini pittati, meglio!) si affannano nel rincorrere parole, messaggini, caricare musica, scaricare immagini, iscriversi, bannare, telefonarsi, tutto questo contemporaneamente. La loro vita iper-connessa, alla moda, schiacciata in un presente eterno e virtuale è spolpata dalle elaborazioni algoritmiche del web, controllata socialmente da impulsi, leaks, quadrature dello schermo simili a carceri digitali, panoptici espansi di un’umanità perennemente spiata. Che poi sul web arrivino i messaggi dei morti e che questi si vogliano vendicare è il meno. L’orrore, quello vero, quello che fa paura a me, stava tutto lì, in quella cornice digitale, in quelle abitudini logoranti, in quel fluire di relazioni finte, ipocrite, sorvegliate dai software e gps delle multinazionali. L’orrore è nella combriccola di giovani che smanetta ed è multitasking, così carini e perfettini eppure standardizzati, prevedibili, con un immaginario piatto, assorbito dallo schermo del computer. Non hanno una vita, non hanno emozioni, non hanno verità da rivelare. La loro morte (per mano di uno spettro vendicativo che si intrufola come un virus nella rete) è ininfluente. Come loro ce ne sono a pacchi. Non ne sentiremo la mancanza. Non ne sentirò la mancanza. Altre centinaia di migliaia di volti anonimi sono pronti a iscriversi al libro delle facce e declinare i propri dati, i propri gusti, i propri orientamenti commerciali. Con dei tweet potranno comunicarsi stringhe di emozioni, di sarcasmo, delusione. La community alla quale appartengono è quella dell’acquistare, apparire, appartenere a un mondo parallelo fatto di “mi piace”, foto e tweet inconsistenti, sgrammaticati, senza logica. Tuttavia l’angoscia penetra anche in quell’universo. Quanti “mi piace” ho ricevuto? Quanti messaggi? Quanto esisto su questo piano della realtà? Quanti amici ho per esorcizzare la solitudine e la paura del mondo fuori dalla mia porta? Sarà un caso, ma i ragazzi di Unfriended muoiono davanti allo schermo, incapaci veramente di sconnettersi una volta per tutte e uscire all’aperto.

Con The Gallows (Usa 2015) rientriamo nello slasher soprannaturale. Luogo chiuso, ragazzi da college, morti violente. Questa la morfologia di base. La sintassi poi non è male. The Gallows è uno di quei film che costruisce con calma il suo retro-terra, la leggenda urbana su cui si fonda. 1993, un incidente provoca la morte di un attore durante una rappresentazione teatrale scolastica. 20 anni dopo, il gruppo teatrale degli studenti della stessa scuola, decide di rimettere in scena l’opera. Durante una notte, tre studenti entrano di nascosto nella scuola per cercare di sabotare lo spettacolo. Le loro videocamere catturano gli eventi agghiaccianti e inspiegabili che li avvolgeranno. Lo spettro camuffato da boia del ragazzo morto è tornato per compiere la sua vendetta. Il pregio del film è quello di tenere una buona atmosfera e sfruttare al massimo la location del teatro (molte situazioni mi hanno ricordato Deliria di Soavi), luogo oscuro e polivalente, adombrato da una scenografia sinistra e semplicissima. Le luci rosse sulle poltroncine vuote danno un sapore metafisico alla vicenda. E la figura del killer si aggira come una sorta di fantasma dell’opera, scivola a mezz’aria, fermandosi un passo dietro alle sue vittime. The gallows fa paura senza strafare o stufare e si permette pure un discreto colpo di scena finale quasi da thrilling. Inaspettato.

Ironico e meta-cinematografico il recentissimo The final girl, con Taissa Farmiga e Malin Akerman, anche se non impazzisco per questi film da citazionismi puri e duri.

Meglio lo slasher post-scream del 2000 The Pool, distribuito nel nostro paese da mediafilm. La regia è di certo Boris von Sychowski, con Kristen Miller, la biondina di Cherry Falls. La trama è quella della festa abusiva dopo la consegna dei diplomi. Il luogo è una mega piscina fuori Praga. Tra i ragazzi, un pazzo psicotico con sciabola e maschera da teschio. Il film scorre bene, e diverte nel proporre la comitiva di rampolli borghesi degli anni 0 mescolati ad alcuni loro coetanei meno danarosi, e per questo meno fortunati. Il sesso è light, televisivo e non ci sono nudi. Idem per il gore. Visto col Vacchino, di cui ricordo i commenti favorevoli, dovuti all’ambientazione azzeccata.

Di recente sono usciti per la label Midnight Factory alcuni slasher interessanti.

Uno, The last showing (2014) vede Robert Englund rivestire i panni di un vecchio e stanco proiezionista di una multisala americana costretto ad essere retrocesso e umiliato. Phil Hawkins, il regista, è bravo a costruire il personaggio di Englund, uno dei tanti umiliati e offesi del lavoro altamente competitivo e impersonale di oggi. La storia gira sul risentimento ossessivo (e vendicativo) del proiezionista, costretto a ingaggiare una lotta di sopravvivenza coi tempi del digitale e delle nuove tecnologie che hanno soppiantato il suo lavoro analogico. Englund deciderà di girare un suo horror, utilizzando gli incauti spettatori del cinema!

Assai divertente il film Scare Campaign (2016), un mockumentary basato sul fenomeno degli show televisivi americani incentrati su atroci candid camera ambientate in luoghi spettrali o angoscianti. Il team dello show finirà nelle mani di un gruppo di assassini mascherati che filmano e mettono in rete i loro massacri. Ironico e meta-televisivo!

Splendido invece L’odio che uccide (2015), uno slasher con una inedita ambientazione nel deserto e basato su un gruppo di ragazzi del college con alle spalle diversi problemi di abusi o violenze. Il gruppo è inserito all’interno di una struttura para-statale di recupero, affidata a una sorta di guro istrione, forse un ex satanista pedofilo riconvertito alle mode del new age. Fioccheranno delitti al taglierino, il fantasma di una ragazza vittima di bullismo e tanto odio nei confronti della società tutta e degli adulti in generale. Davvero disturbante!

Kristy (2013) è uno slasher compatto, con la classica final girl che finisce per essere più cattiva e spietata dei vari cattivi. A catturare, oltre al ritmo crescente (alla Carpenter con inizio lento, atmosferico e finale di pura adrenalina) del film, è l’ambientazione: un college americano semivuoto (ci sono di mezzo delle vacanze, invernali, non ricordo), un labirinto di corridoi, palestre, mense, piscine, set perfetti per un manipolo di killer senza volto, adolescenti intasati di odio e noia che ammazzano i propri coetanei e mettono tutto su internet. Incapperanno nella ragazza sbagliata, una delle poche che non ha lasciato il college, mi pare di ricordare per motivi economici, cosa sempre importante all’interno di una società come quella americana, pervasa da un classismo tardo-moderno assai spietato!

Halloween Night è uno slasher bellissimo, incentrato sul mito consumistico americano della festa di Halloween, non più un rito funebre e folclorico come nella vecchia Europa, bensì una baracconata che si presta ad essere sfruttata commercialmente da chiunque. Nel film, giocato sulla falsa riga di un finto documentario, un gruppo di ragazzi, dediti a dire cazzate e bere birra, attraversa il paese alla ricerca di haunted houses pubbliche o private, addobbate con spauracchi, clown, finti spettri e altro. Naturalmente si paga il prezzo del biglietto per essere spaventati a morte, per potersi sentire ancora una volta, l’ultima, vivi. L’adolescenza americana (manca poco qui da noi) è un’età agonizzante della vita, schiacciata da una noia imperante (tanta letteratura di B. E. Ellis ce l’ha spiegato benissimo – peraltro trovo che in letteratura la prosa del minimalismo americano si presti molto bene per raccontare questo genere di storie), dall’ignoranza becera e una vagonata di social media (un ragazzino medio di oggi – italiano – ha problemi di disgrafia, disabituato, fin dalle elementari, a leggere e scrivere, soprattutto scrivere a mano, spesso incapace di riprodurre la forma corsiva). Al maschio medio interessa solo scopare e bere birra. Dietro quegli occhi bovini non c’è nulla. Ecco allora che la paura consumistica è una droga legale in più. Eccoli rincorrere festività neutre e impersonali, svuotate di qualunque senso religioso o antropologico. L’antropologia di Halloween night mette a nudo (involontariamente credo) l’antropologia commerciale del mondo contemporaneo, dove tutto, anche la morte, può diventare un fenomeno di consumo o di sballo. Ecco allora che il gruppo di coglioni si aggira per città e campagne spettrali, non luoghi e strade perdute in cui si finisce nelle mani di veri clown psicopatici, mostri inquietanti e patologici dell’azienda totale!

Chiudo la rassegna segnalando la recentissima serie televisiva Scream la serie, stagione 1, ispirata al format di Wes Craven. Non ho nomi e date sotto mano, ma dei film di Craven riprende l’humus e non i personaggi. Niente Linus, Gale e Sidney dunque, bensì nuovi volti di adolescenti fighetti e modaioli, sempre con l’i-phone in mano e le ultime tecnologie a confortarli; le prime 4 puntate scorrono via senza infamia e senza lode, poi le ultime 6 ingranano la marcia e un killer inquietante (con una maschera più sinistra di quella di ghost face) strappa, mutila, perseguita i giovani di turno, della cittadina di turno. Ottima la trama e la soluzione finale, alla quale ci si arriva dopo una bella serie di colpi di scena. Ottimi anche i capannoni o le costruzioni abbandonate che sorgono nella periferia depressa del posto, dove il killer attira, come mosche sul miele, le sue vittime. Consigliatissimo, così come la seconda stagione!

Ancor meglio la serie televisiva americana intitolata semplicemente Slasher e incentrata su una cittadina in cui un po’ tutti (alla Twin Peaks) hanno parecchi scheletri (morbosi e sessuali) nell’armadio (il prete un puttaniere sadomaso, lo sceriffo uno stupratore seriale, cosette così). A punirli ben bene, un giustiziere mascherato, un boia muscoloso e perverso sfuggito dall’immaginazione di un Pupillo gotico sotto allucinogeni; Slasher è girato benissimo e aggiorno all’oggi tutti i luoghi comuni del genere, giocando continuamente a rimpiattino con lo spettatore più sgamato. Ne esce un lavoro sempre teso, violentissimo e scorretto, costruito su una trama di base che sembra avere molte aderenze con lo slasher fondativo degli anni ’80, in particolare con quello di John Carpenter. Da vedere assolutamente!

Tags: