La Soglia Oscura
Maggy Bettolla

MAGGY BETTOLLA, LA DONNA IN DESERTIS LOCIS
(Intervista raccolta da Gabriele Luzzini)

Maggy Bettolla, nota anche come ‘la donna in desertis locis’, è l’autrice di diversi testi sull’esplorazione urbana, riconosciuta studiosa e precorritrice di un settore che si sta sviluppando in questi ultimi anni.
Tra i suoi libri: Luoghi abbandonati, Luoghi abbandonati 2, Cimiteri abbandonati: 1 e Luoghi abbandonati nella provincia di Firenze.

Benvenuta Maggy sulla Soglia. È un vero piacere averti qui.

1) L’interesse per i luoghi abbandonati e dimenticati non è recente ma una sorta di leitmotiv che ti ha accompagnato dalla fanciullezza. Vuoi raccontarci le tue prime esperienze al riguardo?
Sono cresciuta in Val di Vara, un luogo che 30 anni fa era sicuramente meno popolato e ancora vicino alla lenta vita contadina. Vivevo al limitare dei campi, circondata da case diroccate e fienili in abbandono. Mi sono sempre avventurata all’interno di queste strutture cadenti alla ricerca della storia di chi lì abitò, la curiosa morbosità che mi spingeva si era sviluppata di pari passo all’uso del linguaggio e della postura eretta, da che ho memoria visito luoghi privi della presenza umana e giunta ad oggi dubito che abbandonerò questa mia ragion d’essere.
Nella premessa del mio primo libro “Luoghi Abbandonati: tra borghi, castelli e antiche dimore della provincia spezzina” nel lontano 2015 scrivevo:
“Vivevo correndo lungo la sottile linea della vita incespicando vistosamente a tratti, ondeggiando mollemente il più delle volte. Vivevo l’infanzia di una tranquilla bambina cresciuta in campagna, dove la cementificazione massiva ancora non era arrivata e non era insolito godere della compagnia degli animali della fattoria. La mia linea sottile era tesa e salda ma sempre frenetica e a tratti opprimente, trovavo la mia bolla di pace solo lontano dalle persone, nel più assoluto silenzio, circondata da quello che aveva perso il suo scopo d’essere. Avevo scoperto la mia cura un giorno primaverile, correndo nei campi dietro casa. Non mi ero mai arrischiata ad andare così distante, ma quel giorno era strano e mi sentivo più coraggiosa… inizia qui la mia storia, fra l’odore del fieno marcio e quello dell’erba bagnata in una vecchia stalla abbandonata. Fu il primo luogo abbandonato che visitai, lo rammento nitidamente anche se buona parte dei ricordi della mia giovane età ormai sono svaniti. Iniziai a bramare l’assordante silenzio delle case in rovina, l’odore di polvere e muffa, la meraviglia, la curiosità, il timore che si provano entrando in luoghi fermi nel tempo.”

2) I tuoi libri sono ben documentati e ricchi di dettagli fornendo addirittura le coordinate per raggiungere i luoghi che descrivi. Come e dove svolgi la fase preliminare in cui localizzi l’obiettivo che vuoi raggiungere?
Sicuramente la fase della scoperta è una delle più elettrizzanti e gratificanti, svolgo ricerche in diversi ambiti e con diversi mezzi: leggo i quotidiani locali, i libri di storia, il materiale presente sulla rete, infastidisco comuni e istituzioni e, circoscritto il possibile luogo dove un cimitero in rovina potrebbe attendermi, lo geolocalizzo. Certo è che identificare un luogo abbandonato che vorrei visitare e riuscire a visitarlo sono cose ben diverse. Spesso giunta in loco la strada per raggiungere la meta si fa sterrata, impraticabile, a volte un mare di rovi. La ricerca inizia fra le mura di casa e termina ad un passo prima dell’agognata meta.

3) Uno dei tuoi ultimi testi, ‘Cimiteri abbandonati vol. 1’ scritto in collaborazione con Andrea Lobbia , lascia presagire che sia il primo tomo di una collana. Puoi anticiparci quali potrebbero essere le nuove regioni italiane interessate?
Posso dirvi che il secondo libro dedicato all’Emilia è quasi finito… racconterà di 35 cimiteri dismessi nelle province di Parma, Reggio Emilia, Bologna e Piacenza e sarà integrato di una sezione ebraica. Quella dei cimiteri abbandonati è una ricerca che porto avanti con Andrea Lobbia da tempo e se il riscontro del pubblico a questo secondo libro sarà pari a quello avuto per il primo, sicuramente la “collana” diventerà tale con la pubblicazione di altre guide.

4) Qual è la prima sensazione che ti coglie quando esplori per la prima volta un edificio abbandonato?
I luoghi abbandonati, così come i cimiteri, sono portatori di vissuti, di energie che permeano i muri, gli oggetti, le foto. Vissuti tangibili che si materializzano quando varco le soglie dell’antico e mi raccontano di emozioni lontane, dimenticate o semplicemente celate. Proverò la gaiezza dell’infanzia al tocco di un logoro trenino di legno rosso, proverò ansia e timore sfiorando un lenzuolo buttato su di un letto disfatto oppure rimarrò atterrita con la nausea che brucia in gola alla vista di feretro violato.
Le sensazioni che provo in questi luoghi sono doni, per belle o brutte che siano.

5) Tra i vari luoghi presentati nei tuoi libri, tutti di indubbio interesse, la mia attenzione si è lungamente soffermata su Forte Bastione a Fosdinovo, per le Storie che sembra voler raccontare. Se dovessi indicare 3 luoghi ai nostri lettori, da approfondire tramite i tuoi scritti, quali suggeriresti?
Citerò sicuramente la famigerata “Villa delle Streghe”, una bieca struttura sita a due passi dal borgo di Tivegna (SP); questa villa fu uno dei miei primi amori, la pace che ho respirato fra le sue mura mi sarà difficile ritrovare altrove. Mi perseguitano poi le visioni oniriche prodotte dall’infausto cimitero in collina dove vigila attenta una lapide molto particolare, in questo caso la mia memoria, salda e precisa in ambito di archiviazione, cela puntualmente alla coscienza il nome di questo luogo, e l’ultima volta che mi trovai in provincia di Alessandria non riuscii a rammentarlo così da poterlo nuovamente visitare. Per i lettori andrò a spulciare sul mio libro, così da rendervi edotti rispetto a questo torvo luogo: fu chiamata Moltalero la terra che ospita quest’angusto teatro di sepoltura. Ultimo ma non per importanza suggerisco agli appassionati la parte vecchia del cimitero della Castagna (GE), una collina di morti e sepolcri dove frane, manutenzione assente e cinghiali hanno trasformato le centenari sepolture in un parco ad ambientazione fantasy.

6) Quanto è importante il concetto di memoria/identità nella quotidianità?
L’Italia rispecchia nei suoi ruderi quella che è stata la sua storia, i suoi vissuti, le sue vicende; le rovine che ricoprono l’intera penisola raccontano, come i molti monumenti e gli edifici ben conservati, la storia di un popolo, in molti casi del vero popolo che ha costruito l’Italia.
Nella provincia di Vercelli sembra, per esempio, che l’abbandono sia di casa, e i vercellesi in prima persona lo vivono come un fatto normale, come se quelle rovine facessero parte della loro città.
Fra le verdi e un po’ cupe campagne non è insolito imbattersi in qualche pregevole camposanto a pianta rotonda, forma tipica della zona, rigorosamente abbandonato come quello che si trova a Castell’Apertole, oppure vedere le lapidi storte e aggredite dalla vegetazione degli antichi cimiteri della Colombara e di Larizzate.
Facendo qualche ricerca in più non è poi difficile trovare due paesi abbandonati che hanno alle loro spalle un gran bel carico di storia e anche di leggende popolari. Si può così visitare Saletta di Costanzana, edificata nel medioevo, dove oltre alla chiesa, datata 1280, e ai pochi edifici pericolanti, è possibile visitare un grazioso tempietto nascosto dalla vegetazione. Questo edificio, chiamato anche tabernacolo di San Sebastiano, sembra risalire all’epoca romanica e giace dimenticato fra la folta vegetazione.
Oltre a Saletta di Costanzana, un altro paese che è abbandonato dal 1990 circa, a pochi chilometri da Vercelli, è Leri Cavour. Leri deve i suoi natali a un gruppo di monaci cistercensi che nel lontano XI secolo iniziarono la bonifica dei terreni nell’area dove oggi sorge il paese, e diedero vita nel 1179 ad una vasta grangia, ovvero una “organizzazione benedettina, di persone e beni economici, costituita inizialmente da edifici rurali sui terreni di un’abbazia per la custodia dei prodotti agricoli” (www.treccani.it).
Da non dimenticare, oltre all’importanza storica che hanno rivestito le grange nel vercellese, è la villa della famiglia Cavour presente nel paese e la storia che sta dietro la conversione di Leri Cavour da grangia a centro abitativo per il personale Enel della vicina ex centrale elettronucleare.
Lasciandosi alle spalle questi due graziosi paesi, molto diversi per la loro storia ma molto simili nell’abbandono e nella decadenza, è d’obbligo soffermarsi su un altro pezzo di storia, purtroppo molto recente ma poco viva nelle giovani menti: l’ex manicomio di Vercelli.
Si possono ancora citare gli ospedali abbandonati “Bertagnetta” e “Maggiore” e proseguendo con l’esplorazione si troveranno ancora moltissimi altri ruderi che sembrano aspettare qualcuno che racconti la loro storia, come il Teatro dei Nobili e i due orfanotrofi di Trino Vercellese.
Il caso del vercellese, che potrebbe essere paragonato a decine di altri presenti in Italia, porta a pensare con quanta facilità il nostro patrimonio storico – culturale venga in determinati casi offeso e dimenticato.
Con la perdita di questi edifici e della loro storia anche parte della nostra identità va perduta. Da sempre l’uomo si è interrogato sulla sua esistenza, sulla sua persona, e da sempre si è stati capaci di parlare d’identità grazie a un forte riferimento alla socialità, alle radici relazionali, alla cultura e all’ambiente nel quale siamo immersi sin dalla nascita.
Così come un soggetto identifica la propria identità personale attraverso il riconoscimento che gli deriva dagli altri, riconosce se stesso anche attraverso la sua storia, la sua cultura, il suo ethnos.
Risulta evidente come “la memoria” dia origine al nostro essere e perdendola stiamo perdendo noi stessi.

7) Robert Louis Stevenson sostiene che: ‘Alcuni luoghi parlano con voce distinta. Certi giardini stillanti reclamano a tutti i costi un delitto; certe vecchie case esigono di essere popolate da fantasmi; certe coste sono messe da parte per i naufraghi. Sembrano ancora in attesa della leggenda giusta’ . Quali Autori del passato hanno contribuito ad alimentare il tuo interesse per i luoghi abbandonati e dimenticati?
Data la mia preparazione universitaria in ambito psicologico ed anche antropologico, per necessità e molto più per diletto mi sono avvicinata ad autori come Marc Augé, Claudio Neri e Vito Teti, sicuramente tre portavoce delle teorie e delle trattazioni più importanti riguardanti la tematica dei “luoghi”, ma il maestro in assoluto che mi ha condotta in lontane stanze della mia anima è H. P. Lovecraft, ispiratore e onirica guida della mia fantasia raminga.

8) Un dettaglio che mi piace particolarmente nei tuoi pezzi è l’utilizzo del corsivo in alcuni punti, come se volessi condividere alcuni momenti col lettore, coinvolgendolo nell’esplorazione. Almeno, questo è quello che ho percepito io. E’ però una dinamica narrativa che utilizzi solo per specifici luoghi. C’è una ragione particolare?
Il corsivo è un vezzo che utilizzo quando parlo di vissuti emotivi, quando racconto in prima persona o sotto mentite spoglie.

9) Vuoi suggerire ai nostri lettori qualche norma e accorgimento da seguire per quanto riguarda l’Urbex (abbigliamento, tecniche, legislazione, art.614 del codice penale…)?
Sull’argomento non mi dilungherò ma mi preme specificare questo: quando scavalcate un cancello, entrate da una finestra, o accedete ad un luogo privato senza permesso, state compiendo una violazione. Più di una volta mi hanno chiesto se una villa o un edificio fossero di proprietà privata e la risposta è: ebbene si, anche se un luogo è abbandonato è sempre e comunque di qualcuno.
Per quanto riguarda l’abbigliamento e le attrezzature, beh… una volta ho viste delle ragazze che stavano andando a visitare delle navi abbandonate in infradito…
Così come per il trekking, l’escursionismo, l’arrampicata, anche per l’esplorazione dei luoghi abbandonati è logicamente necessario un abbigliamento consono con la consapevolezza che sul suolo si possono trovare vetri, chiodi o ferraglia che potrebbe danneggiare il piede e che le piante e gli animali presenti in loco potrebbero recar danno.

10) Vuoi raccontarci un episodio insolito che ti è accaduto e in cui hai varcato la linea del paranormale?
Vi racconterò di un accadimento successo poco tempo fa nel paese fantasma di Ferrazza, però per i meno esperti urge un piccolo resoconto su questo e sul vicino paese di Reneuzzi. Siamo in Val Bordera, nei boschi del comune di Carrega Ligure, Casoni di Vegni, Ferrazze e Reneuzzi sono tre paesi abbandonati raggiungibili, uno dopo l’altro, seguendo un piccolo sentiero, un tempo mulattiera, che si snoda dal paesello di Vegni. Questi paesi divennero celebri successivamente ad un fatto di cronaca nera, un omicidio passionale seguito poi dal suicidio del carnefice. La tomba dell’assassino, o presunto tale dato che di prove schiaccianti non ne furono prodotte, è ancora visitabile nel piccolo cimitero abbandonato ai margini del paese di Reneuzzi. A Ferrazza abitava la giovane uccisa.
Quella domenica di alcune settimane fa, come spesso siamo soliti fare, io ed alcuni amici avevamo deciso di passare la notte a Ferrazza per godere del bosco e dell’isolamento dalla civiltà. Avevamo già dormito in questo paese circa un anno e mezzo prima e quindi mi aspettavo una notte tranquilla. Alle 3.03 della notte, dopo alcune ore di sono sereno, mi sono svegliata a causa del vociare del bosco, conosco bene i rumori notturni e non li temo, ma quella notte era diversa, i cinghiali grugnivano a perdifiato, i volatili emettevano versi striduli e orripilanti, come a volersi avvisare di un pericolo, tutto intorno alla tenda sentivo passi e stecchi spezzarsi. Per dare pace alla mia mente inquietata dai rumori uscii dal mio giaciglio notturno e riacquistata la postura eretta puntai il fascio di luce intorno a me: il nulla, né un movimento, né una fuga. Gli animali che sino a due minuti prima erano ad un passo dalla mia tenda stavano giocando a “un due tre stella” nel bosco?
La notte proseguì così, mi alzai tre volte e dei miei compagni di avventura nessuno si accorse di nulla. Alle 4.30 circa, ormai spossata e stanchissima spensi la luce e decisi di obbligarmi a dormire. Chiusi gli occhi pochi minuti dopo sentii qualcosa, un suono, sito dietro alla mia testa ad una altezza strana. Nell’assenza dei rumori della città, la notte amplifica tutto e quel verso sembrò essere pronunciato da qualcosa o qualcuno che si trovata almeno a due metri di altezza rispetto al mio orecchio teso adiacente il pavimento. Il suono fu prolungato e gutturale, come una parola che fa fatica ad uscire da una gola secca con le corde vocali putride. Quel rumore che mi tolse il fiato alle mie orecchie era suonato come una parola, la parola “papà”. Trasalii e da immobile qual’ero scattai in piedi, uscii dalla tenda e puntai la torcia nella direzione in cui doveva essere “l’enorme animale” che aveva prodotto quel singulto: niente, il bosco di colpo taceva, dietro di me nulla e nessun rumore di fuga. Se un animale, presumibilmente un cervo o un capriolo, famosi per produrre versi abominevoli, si fosse trovato sul retro della mia tenda, con il mio movimento avrebbe prodotto rumori durante la fuga nel bosco, e invece le mie orecchie furono sommerse dal silenzio di tomba che solo un bosco in allerta può produrre.
Chi mi conosce sa con certezza che la suggestione non fa parte della mia indole, che il timore raramente mi assale e il raziocinio risulta essere, in tutte le occasioni, il mio miglior abito.
Questo evento notturno mi turbò, la mattina seguente ripensai a tutto e non trovai una spiegazione logica, specialmente perché quel verso, gutturale, rauco, strascicato, aveva pronunciato la parola “papà”.

Grazie per essere stata con noi, oltre la Soglia.

 

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