Manichini & sonnambuli – di Davide Rosso

Scrivo qui nel santuario e non so da dove cominciare. Scrivo di qualunque cosa pur di non far calare le palpebre sugli occhi e scivolare nel sonno, quindi comincio da questo posto, da quel che so o che mi ricordo. Del santuario se ne conservano tracce già nel 1500. Una leggenda parla di un taglialegna eretico, che, nell’abbattere con l’ascia un castagno, sentì un lamento provenire dal tronco, poi, sulla cima dell’albero, apparve una Madonna con un bimbo in grembo. L’altare maggiore della chiesa custodisce ancora l’affresco della Madonna recante sul volto di Maria le tracce dipinte del sangue uscito dalle ferite procurate dall’ascia. All’altare si accede salendo un gradino che immette nel modesto vano che racchiude il tabernacolo col legno originale del castagno dell’apparizione. Ne rimane solo un ciocco annerito, il resto se lo sono portati via, negli anni, i vari pellegrini, che ne strappavano dei frammenti come preziosa reliquia. Il tabernacolo è in un muro pieno di ex voto lasciati in cambio della guarigione, messaggi scritti sui muri, scongiuri, riti penitenziali, fino all’offerta di cibarie: un bastone appeso da uno che ha avuto la grazia di non essere più zoppo, un fiocco celeste per la nascita di un bimbo, dei rosari, la foto di una bimba col violino in mano e la dedica alla Madonna perché la faccia diventare una brava musicista così da poterci poi sfamare il resto della famiglia. Prendo degli opuscoli (opuscoli che uso per scrivere con precisione storiografica questa pagina) e due santini. Poi esco. Mi affaccio da un balconcino di terra che precipita e si dissolve sulla piana frastagliata: il paese non esiste, diviso com’è in micro frazioni spezzate dal fiume, dagli argini, dai canali. Le ombre si rincorrono tra le muraglie arabescate dei germogli, grovigli morti di gemme congelate e luce affumata che indugia tra l’ossatura degli olmi centenari e i sassi di strada, scogli per legioni di larve…

Nessuno viene qui. Gli altri non escono più di casa, quasi svaniti all’interno delle loro case di bambola, protetti da amuleti e talismani, immersi nei loro sonni magmatici e scellerati. Anch’io rientro a casa, o in qualcosa di simile a una casa. Qualcuno mi aspetta sotto lo spoglio velo del sudario, rigidamente immobile come una marionetta pacificata, puro disvelamento del soprannaturale che qualcuno ha liberato. Hanno trovato un altro corpo e l’hanno portato da me, nel luogo dove una volta truccavo i cadaveri e li abbellivo per il loro ultimo viaggio terreno. Mi sono sempre occupato di queste cose, è il mio lavoro e ho avuto un maestro a cui le realtà dell’oltretomba avevano dischiuso i loro segreti. Ho deciso di scrivere poche pagine per documentare quel che sta accadendo. L’unica cosa che devo fare è fabbricare frasi. Non importa se sarò capito, tanto non destinerò queste memorie a nessuno; serviranno soltanto per ingannare le ore serali, a distrarre i pensieri dal cupo grattare alle porte o dai colpi di nocche alle finestre. Dov’ero rimasto? Hanno trovato un altro corpo e l’hanno portato nello stanzone dove lavoro. Quando era vivo il mio maestro, figura ecclettica e singolare, avrei potuto definirlo un vero laboratorio, silenzioso e deserto, costruito tra le vecchie mura dell’ospedale e seppellito nella penombra di chiese nemiche dello sfarzo. Una porticina che dà sulla via, un cortile di pochi metri ingombro d’erbe e chiuso da pareti sgretolate che danno al luogo un malconcio aspetto da chiostro. Oltre il cortile passo una porticina di ferro e mi ritrovo in uno stanzone bianco, piastrellato, simile a una grande vasca vuota, a tratti punteggiata da acre macchie d’umidità. Al centro dei tavoli anatomici coperti da dei lenzuoli. Lungo le pareti, banconi d’acciaio ricolmi di oggetti settori. Mi avvicino a uno dei corpi, quello più fresco. L’hanno trovato da poco. Ieri? Ieri l’altro? Non importa, ho perso il conto. L’odore di disinfettante è così intenso da farmi girare la testa e coprire appena il misticismo macilento della putrefazione… Alcuni vengono seppelliti nel vecchio cimitero. Altri cremati, così che le loro carni dure possano farsi fiori di cenere e volteggiare nel cielo attraverso la ciminiera del laboratorio… Con un gesto ripugnante immergo le dita nell’acquasantiera, le massaggio a lungo, poi le asciugo in un panno liso. Ora sono pronto per il mio abracadabra cadaverico. C’è ancora qualcuno in paese che vuole mummificare i corpi dei suoi cari. Scosto il lenzuolo, semisepolto nella rigidità di cera della morte, riconosco un viso famigliare, qualcuno con cui ho passato qualche ora al bar, scherzando su cose sciocche e volgari. Non importa più. Devo solo sbrigarmi, prima che vengano a prenderlo, prima che smettano di sognare i loro capricci malati. Sollevo completamente il lenzuolo, snudando ferite scarlatte e nere sulle carni. Hanno parlato di un’aggressione. Un povero vecchio barbone picchiato e seviziato da mani e pinze. E’ capitato di peggio. La musica delle ore non ha più importanza, infatti ho smesso di caricare gli orologi. I cellulari giacciono dentro ai cassetti, simulacri di un mondo smontato dalla fantasmagoria dell’immaginazione. Soltanto le ore diurne ci separano dai mille incubi selvaggi della notte. Se qualcuno leggesse mai queste pagine mi chiederebbe: cosa sta accadendo? Non saprei. Da alcuni mesi (mesi?) gli abitanti fanno strani sogni, incubi che in parte si avverano, somnia scintillanti in un universo onirico senza speranza… Le violenze. Ecco, le violenze all’inizio sono state poche, perlopiù rivolte contro oggetti, macchine, proprietà private. Poi hanno avuto inizio le aggressioni. Una ragazzina seviziata di ritorno dalla scuola. Vecchi aggrediti e uccisi. I loro corpi oscenamente ricomposti con le gole tagliate e le parti intime dilaniate da morsi inumani. Alcuni hanno visto delle cose, sentito delle voci. Bisbigli come stormi di piccioni scarlatti. Che io sia ridicolo? Chiedetelo in giro. Strani fiori macerati che trasudano la notte dalle chiazze di umidità delle case. La disgrazia è senza nome da queste parti e il riso pazzo della morte sciabola sopra le teste addormentate d’ognuno di noi. Un sapore di cenere che aleggia sempre nell’aria e una nebbiolina giallognola che risale dai canali dei campi e sommerge le vie e le case, soffocandoci e chiudendoci nei fragili parapetti delle nostre abitazioni. E’ il tempo degli assassini, o qualcosa di simile, tuttavia gli altri non paiono curarsene più di tanto. Tutti fingono indifferenza, continuando con le normali occupazioni del quotidiano, salvo scivolare nel letto d’inchiostro di un sonno carnivoro. Quanto li invidio! Anche a questo corpo inanimato adagiato sotto il lenzuolo è capitata la stessa disarmonica tortura, quasi una sovrumana promessa di quello che ci attende. Bevo un bicchiere di vino per far cessare il tremolio alle mani e preparare gli strumenti. Rivedo ancora il mio maestro muoversi in questa stanza e insegnarmi le rigide arti della pietrificazione. Il suo solo aspetto austero e rigido incuteva rispetto e venerazione in noi alunni. La fronte alta e purissima, i sopraccigli prolungati come ali spiegate d’aquila, i baffi cascanti che risalivano sagaci verso le guance. Più di tutto ricordo il sorriso beffardo. I suoi capelli bianchi svolazzavano tra queste mura. Da lui ho appreso i rituali alchemici e precristiani dell’imbalsamazione. Antiche pratiche dimenticate, questioni igieniche e ricerche sperimentali sulla forma brutale primigenia e violenta della terra. Insegnamenti esoterici sulla disgregazione e il fetore inevitabile dei corpi. Insieme ci siamo incamminati sulla strada misteriosa della grande opera ermetica, indifferenti ai giudizi degli altri, insofferenti alle costrizioni degli stolti. Ho imparato a distinguere il corvo di Saturno dalla fenice solare e ancora a distillare il rebis turchino di Marte. Fuoco. Giove. Carbonio. Luna. Azoto. Ossigeno. Saturno. Corpo secco. Vitriol… Abbiamo incontrato l’ostilità dell’abate, per lui le nostre manipolazioni cadaveriche andavano contro la dottrina cristiana e ci avrebbero fermato se il maestro non fosse morto. Di questo parlerò (forse) altrove. Devo scrivere, continuare a farlo, resistere al fremito del sonno. Vedo le parole accavallarsi sulla pagina, simili a gemme di pietra, onde minerali d’inchiostro (scrivo a mano, con una certa difficoltà, impedito forse dal peso oscuro della notte fuori di qui, scosso dai sogni sotterranei di ieri e di oggi, sogni che mi accomunano con gli altri – i nostri respiri notturni sono senza memoria, simili a palazzi d’alghe, antenne di pietra, sciame di protoni scagliati da una mano abissale, già ma di chi?), equazioni semiotiche incapaci di svelare il labirinto arcano nel quale siamo precipitati. Voci e sussurri di paese. Male voci. Hanno cominciato a ricamare attorno a questi fatti spiacevoli di cui scrivevo. All’inizio semplici incongruenze nel mondo invernale di questi luoghi. Poi il precipitare barbarico dell’incubo senza inizio e fine. Le violenze, le uccisioni. Voci, bisbigli noncuranti. Alcuni dicono di aver sentito strani mormorii provenire dal bosco. L’inverno non sembra voler finire. Forse la primavera non arriverà più. Col tempo i sentieri si sono fatti aspri, i dossi hanno ricoperti le strade e cancellato i pochi cartelli rimasti. Nessun viandante saprebbe orientarsi in questo dedalo di canali e argini fangosi. Una lenta palude circonda il paese e l’aria è immobile… Ricordo quando trovarono le prime bambole impiccate? Piccoli oggetti di cera, dotati di una sembianza di vita che non è vita. La paura veniva dalla rassomiglianza di quelle figure di cera coi cadaveri che affioravano via via dagli argini. Quelle cere anatomiche erano l’attrazione più clamorosa, cortigiane rivestite di pelle umana, addobbate come noi, in tutti identiche a noi. All’inizio la curiosità era ancora più forte del timore e ci spinse a portarne a casa una, così da poterla studiare. Era un corpo femminile ricalcato nella cera, con diligenza inumana lavorato per riprodurre gli strati della pelle e sotto le viscere, le parti interiori del corpo, i vasi sanguigni della testa, della lingua. Bambola di cera colorata, surreale manichino anatomique di una fanciulla di grandezza naturale, dai capelli argentati, tutta rigida in un corpo ammorbidito da velluti rilucenti; aveva l’aspetto da morta imbalsamata, l’occhio indurito sul vuoto primitivo, il pallore giallastro e spettrale delle carni, le labbra alterate in un sorriso ambiguo. Quella bambola, come le altre che sarebbero venute, odorava di morte e dell’umidità della cripta. L’inquietudine e l’orrore risultarono accresciuti dai volti di meduse marine che emergevano dai nebbiosi territori dei nostri sonni. Le tenebre invernali divennero sentieri stupefacenti dove la materia sperimentava nuove aggregazioni. Sentivamo prima dell’alba sommerse strutture minerali strisciare fino alle nostre porte e grattare contro il legno, lasciando come dei segni ermetici. Qualcuno li collegò al nostro lavoro nel laboratorio, come se ne fossimo direttamente responsabili. Per un certo periodo nessuno volle più avere a che fare col nostro lavoro, poi alcuni avventori del bar fabbricarono un altro capro e ricordarono di Hellequin e delle sue maschere. Nessuno era sicuro si chiamasse veramente così. Alcuni dicevano Hennequin, altri Hollequin, o semplicemente Alichino. Le nostre testimonianze erano discordanti anche sul suo aspetto e quale fosse il suo lavoro. Di lui avevamo rimosso tutto, isolando solo poche superflue informazioni, che peraltro dovevamo tirar fuori fingendo la solita indifferenza, come se tutto quanto fosse solo una lunga burla senza importanza.  Chi fu mai comunque Hellequin? Personalmente ricordo un maestro di scuola, o qualcosa di simile. Aveva a che fare coi ragazzi di qui. Veniva dalla città, o così si diceva. Di lui sapevamo pochissimo. In paese passava solo alcune ore della mattinata, appunto lavorando nella scuola elementare e media. Non saprei altro. Lo intravidi parecchie volte al bar, intento a consumare una frugale colazione prima di cominciare le lezioni. I primi tempi se ne stava in disparte ad ascoltare i vari dialoghi degli avventori, in fondo, ora per ora, quasi sempre i soliti. Lo vedevo al mattino presto, quando non c’era quasi nessuno, a parte il gestore, Michele e lo Zavaglia, il quale rimaneva seduto sul tavolino di fronte al bancone e sfogliava pigramente i giornali del mattino, prestando particolare attenzione alle notizie sportive. Poi si lasciava andare in discorsi che finivano quasi sempre sulle donne del posto. Hellequin, se era il suo vero nome, li ascoltava e basta. Quand’ebbe instaurato maggior confidenza, in particolar modo col gestore, iniziò a partecipare alle discussioni, rimanendo comunque un osservatore esterno. A lui non interessavano particolarmente i pettegolezzi o i problemi locali. Anche sul suo lavoro pareva distratto e poco interessato. L’unica cosa che lo accendeva era una certa ricerca linguistica che andava facendo, qualcosa i cui tasselli teorici, a suo dire, avrebbero scardinato l’immaginazione soggettiva e disgregato il reale. Quando Hellequin parlava, nessuno nel bar lo capiva, tuttavia, forse per cortesia, forse per una certa soggezione culturale, lo lasciavano fare, fingendo di capire cosa volesse realmente intendere con l’infinita mutevolezza del visibile. Per lui il problema del reale, dell’irreale e dell’incubo parevano problematiche centrali nel suo pensiero e per questo riservava grande attenzione alle maschere e al travestimento culturale (in ogni epoca e spazio), come risposta dell’insicurezza per fronteggiare la paura della morte. Hellequin doveva apparirci allora come un giovane illusionista, un signorino di città imbevuto di sapere libresco e ideologie inservibili. Eppure, giorno dopo giorno, i suoi accenni divennero sempre più tangibili, direi persino presagi di quanto si sarebbe verificato appena dopo la sua scomparsa. Perché alla fine Hellequin scomparve. Anche qui le voci sono discordanti. Alcuni parlano di certi scandali avvenuti nella scuola, quando i comportamenti e le idee di Hellerquin erano ormai incompatibili con la sua funzione di maestro. Altri ricordano la sua sparizione come un incidente effettivo nell’orizzonte dei fenomeni. Forse è stato tolto di mezzo da alcuni genitori, magari portato nel bosco, seppellito e sacrificato tra i cespugli aghiformi di quarzo? O si è semplicemente allontanato senza fare più ritorno? Le bambole cominciarono ad apparire poco dopo, iniziando ad abolire la distinzione tra mondo reale e fittizio, tra veglia e sonno. Ecco, se rileggo queste ultime righe, nemmeno io capisco cosa voglio dire. Comincio a parlare come Hellequin, o come lo ricordo. I miei pensieri faticano a restare lucidi e unitari, un paesaggio onirico e fluviale mi attira nell’opaco torrente del sognatore. L’idea della disgregazione e della negazione radicale del mondo non è più una dimensione simbolica del nostro inconscio. I nostri fantasmi interiori hanno trovato il modo di sostituirsi al mondo apparente e risalire a noi dalle necropoli di tomba della somnolĕntia. Nubi di mistero ruggiscono ai confini del sŏmnu, attraendo le ultime luci del giorno verso un crepuscolo senza fine… Ecco ho dovuto interrompere per un po’. Sono successe molte cose, non potrò dirle tutte. Dovrò affrettarmi. Ho dormito. Sognato di praticare un’incisione nel cadavere, distaccare i tessuti della ferita e introdurre il cannello nel corpo. Poi ho iniettato il liquido per l’imbalsamazione. Dopo alcuni minuti il corpo si è rigonfiato e la pelle ha cominciato a cambiare colore. Ho alimentato il cannello con bicloruro di mercurio e una soluzione alcolica di muriatro di calce. Prima di andarmene ho assicurato la bocca del cannello all’ano, col riguardo di aver prima otturato l’intestino retto e l’esofago mediante tamponi di stoppa. L’ultima volta che ho guardato il cadavere sembrava enormemente inturgidito… Mi sono visto andare al bar. Il barista, Michele, ha tenuto l’ennesima riunione. C’era anche Zavaglia coi suoi giornali ammuffiti. Vogliono organizzare una processione, qualcosa suggerito dai vecchi, un modo per esorcizzare tutto questo e chiudere le porte dell’inferno. Gli uomini si sono dipinti il volto di nero, hanno indossato dei pantaloni rossi e una giacchetta di pelle di pecora che copriva le spalle e il petto. Sul volto avevamo una maschera nera con delle poderose corna d’ariete. Le donne erano nude, con maschere nere e mapi mantelli rossi a coprire appena i lingotti puri dei seni e la spaccatura minerale dei sessi. Abbiamo iniziato a percorrere le strade del paese, avventurandoci tutti assieme tra le masse dorate della nebbia. Ci siamo diretti verso il bosco, guidando fin dove abbiamo potuto con le nostre macchine, ricolme di statue e simboli religiosi. Alla fine ci siamo inoltrati a piedi, tra i tronchi giganteschi, intricati poligoni di cortecce verticali, scuri come onde di coltelli. Al nostro passaggio lasciavamo cadere dalle tasche semi e confetti d’arance, ognuno portando sulla schiena un fantoccio di paglia rivestito dei nostri indumenti, a cavalcioni sopra di noi, tra parvenza e tenebra. Apparenza, irrealtà, allucinazioni. In questa foresta la polarità oscura dei fantasmi è un’oscura, densa materia. Il fantoccio che porto mi assomiglia così tanto che non riesco più a distinguerci. Probabilmente uno dei due verrà crocifisso tra gli ex voto del santuario, esposto come blasfema reliquia d’una religione purificante.

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