Il portale dimenticato

L’antica chiesa della “Rotonda della Besanadi Milano conserva tracce esoteriche legate al culto dei morti.
Fu edificata nel 1695, su progetto dell’architetto Attilio Arrigoni, e consacrata nel 1700 alla figura di San Michele Arcangelo, considerato anche il pesatore delle anime defunte e medico celeste perché invocato dai malati terminali. Il significato attribuito all’Arcangelo è confermato dalla storia. Per secoli, infatti, la chiesa accolse malati e diede sepoltura al suo interno. Dal 1858, l’Ospedale Maggiore lo utilizzò per gestire i malati cronici e quelli colpiti da malattie infettive fino al 1940, quando divenne la lavanderia dello stesso Ospedale.


Fin qui, nulla di strano. Ma recenti studi condotti sulla chiesa hanno rivelato che è inclinata verso ovest, con un valore di 356 gradi, quattro di scarto rispetto al nord. Il dato si evince osservandone la planimetria oppure sorvolando l’edificio dall’alto con l’aiuto di una bussola. Read more

Gradara e i suoi fantasmi gentili

Gradara si trova in collina, adagiata sul confine tra Romagna e Marche. La cittadina ha origini antiche, il primo insediamento sembra risalire al Neolitico. Di certo, visse anche l’epoca romana, come testimonia ancora oggi la base e l’angolo del Mastio interno alla Rocca della Fortezza, risalente al XIV secolo.

Ogni anno migliaia di turisti visitano il borgo antico, approfittando di una pausa dal vicino mare di Cattolica e Gabicce, oppure affrontando un viaggio più lungo, attratti dalla sua storia e dagli eventi organizzati nei mesi estivi.
Bar e ristoranti spuntano da ogni scorcio, dentro e fuori le mura. I prezzi contenuti spingono i visitatori a degustare le prelibatezze locali, ma non mancano anche aree attrezzate per gustare un sano picnic. Read more

Follie di primavera

Diana chiuse dolcemente la porta dietro di sé, incamminandosi poi sulla strada lungo le mura di Lucca. Era primavera. Di nuovo il cielo tornava a splendere d’azzurro e nuvole sulla città e rasserenava l’animo della giovane donna, convincendola a riprendere la via. Le accadeva ogni anno: allo scoccare del solstizio di primavera si concedeva una lunga pausa dal lavoro. Lasciare la casa in cui era vissuta in affitto era una benedizione. Non programmava nulla a primavera. Non la durata, non la meta. Per Diana, primavera significava l’oroscopo al contrario: il futuro senza pronostici, la sua ricarica senza farmaci. Alzò il volto alla carezza dolce del sole di mezzogiorno. – Memento audere semper, dubium sapientiae initium – disse poi in un sussurro. La regola non obbligava a pronunciarla ad alta voce. Serviva solo all’animo del viaggiatore per preparare il corpo alle nuove esperienze che avrebbe fatto lungo la strada e a salutare senza rimpianti le persone che l’avevano accompagnata durante l’anno trascorso. I ricordi appena vissuti cominciavano già a sbiadire, passo dopo passo, mentre lasciava l’area urbana per dirigersi verso il sentiero che portava alle dolci colline senesi. Issò sulle sue esili spalle l’enorme zaino che le avrebbe garantito la sopravvivenza all’aperto, in attesa di trovare una nuova casa. La lunga treccia color ebano e dai riflessi di rame ondeggiò per lo sforzo. Ogni anno le persone che salutava non capivano il suo bisogno di partire, di ricominciare altrove, ma Diana non si lasciava distrarre da nessuno. Aveva uno scopo e la primavera era il suo richiamo. – Non ci credo! – la voce maschile le arrivò al fianco, costringendola a girare la testa. – Non scherzo mai sul viaggio, Luca. – Io vengo con te. Diana si fermò, guardando nel caldo di due occhi nocciola per poi scuotere la testa. – Non sai quello che dici. – Invece sì. Posso farlo anch’io. – E il tuo lavoro? Il sorriso dell’amico la sorprese. – Ne ho parlato con il capo. Dice che è una cosa da pazzi, quindi si aspetta un articolo strepitoso. – Fammi capire bene… vorresti scrivere di me? – Non solo. Documentare le follie di primavera. Ecco… adesso ho pure il titolo.
Cosa posso volere di più? Per un istante, Diana soppesò le parole di Luca, indecisa, poi sbuffò. Un lieve alito di vento le accarezzò la pelle mentre alzava le spalle in segno di resa. – Decido io le tappe. Se i piedi ti fanno male, non voglio sentire lamentele. Intesi? – Certo. E lo pensava davvero Luca mentre salutava con gli occhi la sua città natale. Porta San Gervasio era ormai alle spalle e la Via Romana si estendeva davanti a loro placida e serena. Una bella passeggiata all’aria aperta con una nuova amica, comode scarpe da trekking e un articolo che prometteva faville galvanizzarono il suo umore. Follie di primavera: il titolo voleva essere scherzoso, dipingere il percorso bizzarro di una donna insolita alla ricerca di se stessa. Dopo sei ore di cammino, interrotto solo da brevi pause per dissetarsi, però, Luca non la pensava più così. Aveva smesso di parlare. Diana non rispondeva nemmeno e le gambe, non abituate allo sforzo, gli cedevano per la fatica. Aveva bisogno di riposo. Voleva mangiare un doppio cheeseburger e patatine. Desiderava una doccia e un letto dove sdraiarsi, invece si ritrovava a camminare in mezzo alla campagna, senza nemmeno poterle chiedere di fermarsi e solo perché l’aveva promesso. Il sole del crepuscolo già faceva capolino dietro le nuvole, quando i rintocchi di una campana suonarono un lamento funebre. Luca si toccò i genitali. – Stanco e persino superstizioso, adesso? – Oh, lei parla! – nel dirlo, l’uomo si portò una mano al cuore. Diana scoppiò a ridere. – Pentito? – Sentire il rintocco della “Smarrita” mi ha sconvolto. Siamo arrivati a piedi ad Altopascio, ti rendi conto? – Fra poco ci fermiamo. – Dove? Non ci sono alloggi qui intorno. – Ho una tenda nello zaino, Luca. – Tu cosa? – Non dormo mai dentro mura durante il viaggio. Il giornalista chiuse gli occhi, mentre continuava a camminarle al fianco. – Ok, a me lo puoi dire… E’ un fatto religioso che ti obbliga al pellegrinaggio? Diana gli sorrise. – Non mi ero accorta che fossi spiritoso … sarà l’effetto della primavera? – Ah ah ah… ahia! – le rispose Luca, inciampando in una radice e strattonandosi la caviglia destra nel tentativo di liberarsene. Si massaggiò poi la parte lesa, approfittandone per riposarsi. Diana alzò le spalle in un gesto di resa, fermandosi a sua volta. – Non è una religione. Le comodità rischiano di distogliermi dalla meta. Così le evito.
– Oppure hai paura di affezionarti a qualcosa o a qualcuno. Read more

L’ENIGMA DI MONNA LISA

Tra i misteri ancora irrisolti del nostro tempo, quello di Monna Lisa credo sia uno dei più affascinanti. Nel 1500, Leonardo da Vinci fu ingaggiato dal ricco mercante Francesco del Giocondo per ritrarne la giovane moglie di ventiquattro anni. L’impresa non fu facile per il genio italiano. Leonardo, scontento dei suoi risultati, impiegò anni per consegnare il ritratto al committente. Questo accadeva nel 1505.
Quarant’anni dopo, il ritratto intitolato “Monna Lisa” finì nella collezione di un altro Francesco, il re di Francia, che lo conservò a Fontainebleau fino al suo passaggio al Louvre. Così afferma Giorgio Vasari nel suo “Vitae dei più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani” ed è il quadro che oggi è conservato al museo del Louvre di Parigi. All’estero, infatti, è conosciuto con il nome di “Monna Lisa”, in Italia invece come “la Gioconda”. Ma si tratta davvero dello stesso quadro? Read more

L’istante prima di salire

Di quei minuti che mancano all’arrivo
rammento tutto
dalla banchina della stazione
fisso il pietrisco immobile davanti a me
dietro la curva, il treno
l’istante prima di salire
annuncia già il cartello luminoso
è allora che succede
tace l’intorno, persino il tempo
i sassi fondono come uno schermo acceso sui binari
vedo un barlume intero della giornata che accadrà
o forse sono soltanto io a muovermi volo di me stessa.

La cosa giusta

LA COSA GIUSTA di Monica Porta

Non aveva un presepe per accogliere i fedeli, né luminarie che addobbassero il sagrato della piccola chiesa valligiana. L’altare richiedeva manutenzione. Dai muri, la vernice scrostata si raccoglieva per terra, risaltando sul chiarore opaco del pavimento. Solo l’odore acre dell’incenso mescolato al fumo di candele bianche faceva intuire che, di lì a poco, il parroco avrebbe officiato i riti del Natale. La campana scandì i suoi ultimi rintocchi. Mancava poco a mezzanotte. Sapeva che era inutile illudersi di riempire i banchi vuoti con le voci dei fedeli. I pochi nel paese preferivano frequentare quella mattutina delle sei, ma il buonuomo non si scoraggiava facilmente. Così, da anni, si era abituato a celebrare la Messa di Natale da solo. Quella notte, però, il portone si aprì e il prete spalancò gli occhi. Il dolore che leggeva sul volto di Beppe lo fece fremere. Ne conosceva il motivo e ben poco poteva fare per lui se non pregare. Il sacerdote sospirò, cominciando a celebrare per poi interrompersi. Una folla fece il suo ingresso. La chiesa ora risuonava del sommesso cicaleccio di sconosciuti e don Pino si rallegrò. Preparandosi a distribuire l’Eucarestia, rischiò di far cadere il calice per la sorpresa. Le persone in fila raggiungevano l’altare, sostavano sull’ultima piastrella davanti a lui, e scomparivano nel nulla. Inspiegabilmente. Solo Beppe gli rimase di fronte ad accogliere il Sacramento. Erano di nuovo soli. Don Pino notò che la piastrella sulla quale era avvenuto il fenomeno si muoveva sotto i suoi piedi e provò a smuoverla. Sotto, vi trovo delle banconote. Allora comprese: la gente che aveva appena avuto davanti non era mai stata reale. L’apparizione, probabilmente, voleva che trovasse il denaro, nascosto in quel punto chissà quando, chissà da chi. Così capì cosa doveva fare.

– Beppe, tienile, potrai curare la tua bambina – disse emozionato.
– Ma io… -Accettale. Aiuta tua figlia a guarire.

L’uomo prese le preziose banconote e uscì in lacrime.

Don Pino alzò gli occhi al Crocifisso: aveva assistito al suo primo miracolo.

(testo pubblicato con DELOS BOOKS – Antologia 365 Racconti di Natale) 42

Tredici

Tredici sono gli anni trascorsi
amata Keyra
noi sempre insieme nel silenzio
di gesti misurati e schivi
dentro l’emozione
ogni tuo sguardo da lassù adesso
è grandine e riparo alle mie pene
nessun confine ormai frena la strada
del grande carapace che portavi
ancora e sempre come un tempo
rivedo linee e percorso
nulla separa dall’amore
nemmeno il lutto
che ora indosso in tuo ricordo

Keyra e Tody in acqua