Il mistero dei massi Avelli

(Territorio Lariano immagine da Web)

I massi Avelli sono delle rocce dalla struttura a forma di vasca regolare.
Si trovano nel territorio di Como, di Lecco, della Brianza e della Valtellina. Dal punto di vista geologico, la loro formazione potrebbe risalire tra il V e il VI secolo d.C. Nel periodo citato, il territorio prealpino subì lo spostamento di massi erratici (chiamati anche trovanti) per opera dei ghiacciai.

Tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) e l’arrivo dei Longobardi, queste terre furono abitate da popolazioni indigene.
All’interno degli Avelli non sono mai stati ritrovati reperti archeologici che ne confermino l’utilizzo umano. La credenza popolare del Territorio Lariano, però, racconta che in passato avessero la funzione di tombe e ancora oggi sono considerate parti del culto dei morti.
Il numero esiguo degli Avelli fa supporre che il loro scopo fosse destinato alla sepoltura delle salme di personaggi di alto rango e rappresenta una singolarità del Territorio considerato.
A Bulciaghetto (LC) si tramanda la credenza che l’acqua piovana raccolta nell’Avello possa curare le piaghe dei piedi e le fratture. In caso di necessità dei parenti, sugli rami degli alberi intorno all’Avello sono annodati brandelli di stoffa per ricordare ai propri morti la strada di casa e poter chiedere il loro intervento a favore dei vivi.
La tradizione resiste ancora oggi e a luglio il Comune dedica giornate a tema con ritrovo dei paesani e partecipazione ai giochi per la “festa dei morti dell’Avello”, giunta alla terza edizione.

(Bulciaghetto LC Immagine da Web)

A Plesio (CO) esiste l’unico Avello munito ancora di coperchio, finora ritrovato.
A Barzago (LC) è conservato un Avello doppio.

Nell’area di Torno, si rileva la più alta concentrazione di massi erratici: l’Avello del Maas, l’Avello di Rasina, l’Avello de i Piazz, l’Avello di Negrenza e l’Avello delle Cascine di Negrenza.
Per arrivarci, da Torno si raggiunge la località Caraniso (296 m) dove è possibile parcheggiare e visitare il masso Avello “Maas”. Con una mulattiera si sale a piedi verso le case di Montepiatto (610m) per poi arrivare alla località Rasina, anch’essa con il suo Avello. Da qui si prosegue verso Pietra Pendula (610 m). Vcino a Brunate, si trovano il Sasso del Lupo (500 m) e la Pietra Nairola (580 m)
Le Associazioni paesane del luogo si prendono cura della loro conservazione e ne permettono l’accesso al turista tramite segnaletiche e guide.
Il mistero che circonda i massi Avelli è tuttora irrisolto.

Torno (CO) immagine da Web

La via di casa

La via di casa

E’ una notte senza luna.
La strada, illuminata solo dai lampioni, procede serpeggiando a fianco della collina. Mentre la percorro, non vedo niente oltre i fari della Mustang, ma so che sto tornando a casa.
Sono anni che manco. Anni fatti di lacrime di mamma che ogni maledetto Natale mi supplicava di tornare a casa, almeno per le feste, ma io non cedevo. Non avevo mai tempo. Anteponevo la carriera di dirigente alla famiglia finché quest’anno ne ho avuto fin troppo, grazie agli esuberi di personale. E ancora mi brucia.
Fra poco le luci e il mitico vialetto di sassi bianchi della mia infanzia appariranno in tutto il loro splendore. Forse quest’anno mi farò perdonare.
Il tempo scorre rapido nelle mie vene e intanto piove. Piccole gocce si spargono sul parabrezza, spazzate via dal suono secco dei tergicristalli.
Swishhh, swishhh, swishhh.
Lo scoppiettio del motore mi coglie impreparato.
Due colpi di tosse e poi il silenzio. Faccio solo in tempo a parcheggiare in uno spazio di fortuna e l’auto si ferma.
Guardo il cruscotto.
– Non è possibile – borbotto.
La benzina è finita perché ho percorso duecento chilometri quando ne dovevo fare solo quaranta per raggiungere la mia famiglia.
Scendo dalla macchina, cercando di orientarmi nel buio e penso mentalmente alla strada percorsa.
Conosco a memoria i luoghi della mia infanzia eppure sono qui, ancora da solo.
Nel buio qualcosa si muove.
Un rumore spezza il silenzio.
La sagoma, dapprima indistinta, prende forma e corre verso di me.
L’ansia mi attanaglia.
L’orrenda bestia ha uno sguardo giallo e famelico che mi punta.
Corro. Non so verso dove, ma corro nella direzione opposta.
Il fiato già manca, i battiti accelerano, le gambe cedono.
Non resisterò ancora molto, ma non riesco a voltarmi.
La paura aleggia su di me, la sento crescere a divorarmi i pensieri.
Le grida della creatura immonda si fanno sempre più vicine.
– Aiuto!
Le lacrime scorrono sul volto. Non posso più frenare il mare di emozioni che m’invade.
– Aiuto!
Non voglio morire qui, non voglio morire adesso. Anche se l’ho detto molte volte in questi giorni, non ci credevo davvero!
Le gambe cedono e finisco riverso a terra.
Sento le urla cessare e una pressione sul corpo mi costringe a proteggermi il capo.
Odio sentirmi indifeso. Lo ero da bambino e ho speso i miei giorni da adulto, lottando per non soccombere più.
Non posso nascondermi ancora. Non devo evitare il confronto.
Libero le braccia, portandole a terra.
Devo girarmi. Devo guardare in faccia la morte.
Un colpo di reni e sono supino.
La sagoma è ancora sopra di me. Ne avverto l’alito fetido e gelido, paralizzarmi lo sguardo.
Non vedo flash, niente dei miei ricordi, solo il freddo spasmo che mi contrae le viscere.
Voglio parlare, muovo la bocca, ma non riconosco il suono disarticolato che ne fuoriesce.
La bestia mi afferra le braccia. Gli artigli lacerano la pelle mentre provo dolore e sanguino.
Vedo rosso. Tanto rosso. Sulla terra intorno a me e dentro gli occhi della bestia, ora intravedo il rosso che si propaga, sostituendosi al giallo di prima. Poi l’improvviso irrompe.
I contorni si fanno sfumati e la creatura perde forma. Muta sopra di me, la vedo sciogliersi, ricomporsi e la paura scompare.
La riconosco, adesso.
– Mamma – grido, abbracciandola.
Il freddo pungente si stringe intorno a noi, aiutato dal vento che sferza i nostri volti.
– Mamma, sto impazzendo?
– No, bambino mio – dice, abbracciandomi.
E’ sempre lei. La mamma, serena e bellissima.
Sono a casa?
– Non ancora, ma è vicina. Tra poco la vedrai.
Ora non sento più le braccia e cedo al gelo. Non vedo più niente intorno a me, nemmeno mia madre.
– Fabio. Oddio…aiuto… datemi una mano.
Adesso sento la voce di Tommaso, mio fratello, che grida in lontananza.
Altre urla mi riscuotono dal torpore. Apro gli occhi, l’alba sta sorgendo e il calore del corpo di mio fratello riattiva anche i miei sensi.
Tocco il terreno sotto di me e riconosco i gradini della casa.
– Ma cosa diavolo.. – dico, incredulo mentre mi lascio trascinare dentro.
Finalmente al caldo ed è ancora Natale.
Sorrido. Sono mesi ormai che non sorridevo più, ma oggi sorrido.
Guardo intorno a me. Padre, sorella, nipoti, tutti mi guardano, piangendo.
– Ok, ragazzi, adesso basta. Ho solo bisogno di qualcosa di caldo. E’ ancora Natale, giusto? – biascico, infreddolito.
– Sì, a te è andata bene – mormora Tommaso – ma la mamma…
– Non finisce la frase, asciugandosi gli occhi con la mano.
– La mamma?
– Dicono sia stato un ictus. Eravamo già tutti qui e non ci siamo accorti di niente.
Scuoto la testa, ancora in trance.
– La mamma? Non può essere!
– E’ successo stanotte – interviene Sonia, mia sorella.
– Nel sonno – rincara papà, singhiozzando – non ho potuto nemmeno salutarla.
Io sì. Lo penso e sto per dirlo, ma qualcosa mi trattiene mentre ricordo l’incubo.
Non sarebbe di conforto agli altri. Io, l’unico scellerato della famiglia, solo io ho potuto stringerla un’ultima volta prima del lungo viaggio. No. Non devo dire niente. Non è giusto.
– Portatemi da lei – dico soltanto.

Il portale dimenticato

L’antica chiesa della “Rotonda della Besanadi Milano conserva tracce esoteriche legate al culto dei morti.
Fu edificata nel 1695, su progetto dell’architetto Attilio Arrigoni, e consacrata nel 1700 alla figura di San Michele Arcangelo, considerato anche il pesatore delle anime defunte e medico celeste perché invocato dai malati terminali. Il significato attribuito all’Arcangelo è confermato dalla storia. Per secoli, infatti, la chiesa accolse malati e diede sepoltura al suo interno. Dal 1858, l’Ospedale Maggiore lo utilizzò per gestire i malati cronici e quelli colpiti da malattie infettive fino al 1940, quando divenne la lavanderia dello stesso Ospedale.


Fin qui, nulla di strano. Ma recenti studi condotti sulla chiesa hanno rivelato che è inclinata verso ovest, con un valore di 356 gradi, quattro di scarto rispetto al nord. Il dato si evince osservandone la planimetria oppure sorvolando l’edificio dall’alto con l’aiuto di una bussola. Read more

Gradara e i suoi fantasmi gentili

Gradara si trova in collina, adagiata sul confine tra Romagna e Marche. La cittadina ha origini antiche, il primo insediamento sembra risalire al Neolitico. Di certo, visse anche l’epoca romana, come testimonia ancora oggi la base e l’angolo del Mastio interno alla Rocca della Fortezza, risalente al XIV secolo.

Ogni anno migliaia di turisti visitano il borgo antico, approfittando di una pausa dal vicino mare di Cattolica e Gabicce, oppure affrontando un viaggio più lungo, attratti dalla sua storia e dagli eventi organizzati nei mesi estivi.
Bar e ristoranti spuntano da ogni scorcio, dentro e fuori le mura. I prezzi contenuti spingono i visitatori a degustare le prelibatezze locali, ma non mancano anche aree attrezzate per gustare un sano picnic. Read more

Follie di primavera

Diana chiuse dolcemente la porta dietro di sé, incamminandosi poi sulla strada lungo le mura di Lucca. Era primavera. Di nuovo il cielo tornava a splendere d’azzurro e nuvole sulla città e rasserenava l’animo della giovane donna, convincendola a riprendere la via. Le accadeva ogni anno: allo scoccare del solstizio di primavera si concedeva una lunga pausa dal lavoro. Lasciare la casa in cui era vissuta in affitto era una benedizione. Non programmava nulla a primavera. Non la durata, non la meta. Per Diana, primavera significava l’oroscopo al contrario: il futuro senza pronostici, la sua ricarica senza farmaci. Alzò il volto alla carezza dolce del sole di mezzogiorno. – Memento audere semper, dubium sapientiae initium – disse poi in un sussurro. La regola non obbligava a pronunciarla ad alta voce. Serviva solo all’animo del viaggiatore per preparare il corpo alle nuove esperienze che avrebbe fatto lungo la strada e a salutare senza rimpianti le persone che l’avevano accompagnata durante l’anno trascorso. I ricordi appena vissuti cominciavano già a sbiadire, passo dopo passo, mentre lasciava l’area urbana per dirigersi verso il sentiero che portava alle dolci colline senesi. Issò sulle sue esili spalle l’enorme zaino che le avrebbe garantito la sopravvivenza all’aperto, in attesa di trovare una nuova casa. La lunga treccia color ebano e dai riflessi di rame ondeggiò per lo sforzo. Ogni anno le persone che salutava non capivano il suo bisogno di partire, di ricominciare altrove, ma Diana non si lasciava distrarre da nessuno. Aveva uno scopo e la primavera era il suo richiamo. – Non ci credo! – la voce maschile le arrivò al fianco, costringendola a girare la testa. – Non scherzo mai sul viaggio, Luca. – Io vengo con te. Diana si fermò, guardando nel caldo di due occhi nocciola per poi scuotere la testa. – Non sai quello che dici. – Invece sì. Posso farlo anch’io. – E il tuo lavoro? Il sorriso dell’amico la sorprese. – Ne ho parlato con il capo. Dice che è una cosa da pazzi, quindi si aspetta un articolo strepitoso. – Fammi capire bene… vorresti scrivere di me? – Non solo. Documentare le follie di primavera. Ecco… adesso ho pure il titolo.
Cosa posso volere di più? Per un istante, Diana soppesò le parole di Luca, indecisa, poi sbuffò. Un lieve alito di vento le accarezzò la pelle mentre alzava le spalle in segno di resa. – Decido io le tappe. Se i piedi ti fanno male, non voglio sentire lamentele. Intesi? – Certo. E lo pensava davvero Luca mentre salutava con gli occhi la sua città natale. Porta San Gervasio era ormai alle spalle e la Via Romana si estendeva davanti a loro placida e serena. Una bella passeggiata all’aria aperta con una nuova amica, comode scarpe da trekking e un articolo che prometteva faville galvanizzarono il suo umore. Follie di primavera: il titolo voleva essere scherzoso, dipingere il percorso bizzarro di una donna insolita alla ricerca di se stessa. Dopo sei ore di cammino, interrotto solo da brevi pause per dissetarsi, però, Luca non la pensava più così. Aveva smesso di parlare. Diana non rispondeva nemmeno e le gambe, non abituate allo sforzo, gli cedevano per la fatica. Aveva bisogno di riposo. Voleva mangiare un doppio cheeseburger e patatine. Desiderava una doccia e un letto dove sdraiarsi, invece si ritrovava a camminare in mezzo alla campagna, senza nemmeno poterle chiedere di fermarsi e solo perché l’aveva promesso. Il sole del crepuscolo già faceva capolino dietro le nuvole, quando i rintocchi di una campana suonarono un lamento funebre. Luca si toccò i genitali. – Stanco e persino superstizioso, adesso? – Oh, lei parla! – nel dirlo, l’uomo si portò una mano al cuore. Diana scoppiò a ridere. – Pentito? – Sentire il rintocco della “Smarrita” mi ha sconvolto. Siamo arrivati a piedi ad Altopascio, ti rendi conto? – Fra poco ci fermiamo. – Dove? Non ci sono alloggi qui intorno. – Ho una tenda nello zaino, Luca. – Tu cosa? – Non dormo mai dentro mura durante il viaggio. Il giornalista chiuse gli occhi, mentre continuava a camminarle al fianco. – Ok, a me lo puoi dire… E’ un fatto religioso che ti obbliga al pellegrinaggio? Diana gli sorrise. – Non mi ero accorta che fossi spiritoso … sarà l’effetto della primavera? – Ah ah ah… ahia! – le rispose Luca, inciampando in una radice e strattonandosi la caviglia destra nel tentativo di liberarsene. Si massaggiò poi la parte lesa, approfittandone per riposarsi. Diana alzò le spalle in un gesto di resa, fermandosi a sua volta. – Non è una religione. Le comodità rischiano di distogliermi dalla meta. Così le evito.
– Oppure hai paura di affezionarti a qualcosa o a qualcuno. Read more

L’ENIGMA DI MONNA LISA

Tra i misteri ancora irrisolti del nostro tempo, quello di Monna Lisa credo sia uno dei più affascinanti. Nel 1500, Leonardo da Vinci fu ingaggiato dal ricco mercante Francesco del Giocondo per ritrarne la giovane moglie di ventiquattro anni. L’impresa non fu facile per il genio italiano. Leonardo, scontento dei suoi risultati, impiegò anni per consegnare il ritratto al committente. Questo accadeva nel 1505.
Quarant’anni dopo, il ritratto intitolato “Monna Lisa” finì nella collezione di un altro Francesco, il re di Francia, che lo conservò a Fontainebleau fino al suo passaggio al Louvre. Così afferma Giorgio Vasari nel suo “Vitae dei più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani” ed è il quadro che oggi è conservato al museo del Louvre di Parigi. All’estero, infatti, è conosciuto con il nome di “Monna Lisa”, in Italia invece come “la Gioconda”. Ma si tratta davvero dello stesso quadro? Read more

L’istante prima di salire

Di quei minuti che mancano all’arrivo
rammento tutto
dalla banchina della stazione
fisso il pietrisco immobile davanti a me
dietro la curva, il treno
l’istante prima di salire
annuncia già il cartello luminoso
è allora che succede
tace l’intorno, persino il tempo
i sassi fondono come uno schermo acceso sui binari
vedo un barlume intero della giornata che accadrà
o forse sono soltanto io a muovermi volo di me stessa.

La cosa giusta

LA COSA GIUSTA di Monica Porta

Non aveva un presepe per accogliere i fedeli, né luminarie che addobbassero il sagrato della piccola chiesa valligiana. L’altare richiedeva manutenzione. Dai muri, la vernice scrostata si raccoglieva per terra, risaltando sul chiarore opaco del pavimento. Solo l’odore acre dell’incenso mescolato al fumo di candele bianche faceva intuire che, di lì a poco, il parroco avrebbe officiato i riti del Natale. La campana scandì i suoi ultimi rintocchi. Mancava poco a mezzanotte. Sapeva che era inutile illudersi di riempire i banchi vuoti con le voci dei fedeli. I pochi nel paese preferivano frequentare quella mattutina delle sei, ma il buonuomo non si scoraggiava facilmente. Così, da anni, si era abituato a celebrare la Messa di Natale da solo. Quella notte, però, il portone si aprì e il prete spalancò gli occhi. Il dolore che leggeva sul volto di Beppe lo fece fremere. Ne conosceva il motivo e ben poco poteva fare per lui se non pregare. Il sacerdote sospirò, cominciando a celebrare per poi interrompersi. Una folla fece il suo ingresso. La chiesa ora risuonava del sommesso cicaleccio di sconosciuti e don Pino si rallegrò. Preparandosi a distribuire l’Eucarestia, rischiò di far cadere il calice per la sorpresa. Le persone in fila raggiungevano l’altare, sostavano sull’ultima piastrella davanti a lui, e scomparivano nel nulla. Inspiegabilmente. Solo Beppe gli rimase di fronte ad accogliere il Sacramento. Erano di nuovo soli. Don Pino notò che la piastrella sulla quale era avvenuto il fenomeno si muoveva sotto i suoi piedi e provò a smuoverla. Sotto, vi trovo delle banconote. Allora comprese: la gente che aveva appena avuto davanti non era mai stata reale. L’apparizione, probabilmente, voleva che trovasse il denaro, nascosto in quel punto chissà quando, chissà da chi. Così capì cosa doveva fare.

– Beppe, tienile, potrai curare la tua bambina – disse emozionato.
– Ma io… -Accettale. Aiuta tua figlia a guarire.

L’uomo prese le preziose banconote e uscì in lacrime.

Don Pino alzò gli occhi al Crocifisso: aveva assistito al suo primo miracolo.

(testo pubblicato con DELOS BOOKS – Antologia 365 Racconti di Natale) 42