Neve – di Gabriele Luzzini

Boris Petrovic Smelov, soldato della gloriosa Armata Rossa, stava trascinando i suoi passi nell’immensa distesa innevata. Gli stivali, ormai logori e sfondati, non erano più in grado di proteggere i suoi piedi e avvertiva un principio di congelamento alle estremità.
L’orecchio aveva smesso di sanguinare ma non riusciva più a sentire e si muoveva disorientato.
L’imboscata dei tedeschi era stata tremenda a causa dell’esplosivo che avevano precedentemente piazzato.
Ancora si domandava perché il comdiv, il comandante di divisione, li avesse mandati là dietro precise istruzioni del politruk, il commissario politico.

Sembrava un incomprensibile sacrificio e Boris, l’unico sopravvissuto, stava cercando di capire la logica di una tale azione. Sarebbe riuscito a tornare a casa?
Quando si era arruolato come volontario presso il voenkomat, il commissariato militare regionale, era davvero motivato e consapevole della scelta che stava facendo. Ma certo non pensava che avrebbe rischiato di perdere la vita per assurde macchinazioni o ancora peggio errate valutazioni dei suoi superiori. Come diceva suo padre: «La vita va donata agli ideali, anche se gli stessi a volte sono al di là della nostra comprensione». Forse era proprio così. Non riusciva ad accettare che lui e i suoi commilitoni erano destinati a morire.
Ma non si sarebbe perso d’animo. Non ora. Del resto, il suo cognome, ‘Smelov’, significava coraggioso. E Boris lo era. Certo che lo era.
Tanto tempo prima, appena dodicenne, aveva abbattuto un grosso lupo utilizzando un falce.
Quando lo colpì e la lama penetrò poco sotto all’enorme collo della bestia, uno spruzzo vermiglio investì il suo volto. Ancora sentiva l’odore rugginoso del sangue ed il gusto dolciastro che si era trovato sulle labbra.
Aveva dovuto uccidere l’animale per proteggere sua sorella minore Elizaveta. Da lì, era diventato un eroe nel piccolo paese in cui era nato.
Pensare a queste cose lo rasserenava e gli permetteva di andare avanti e non cedere. Ce l’avrebbe fatta!
Elizaveta… Si era sposata con un funzionario di partito quando era poco più che diciottenne ed ora era madre di tre figli. Non la vedeva da diverso tempo ma la guerra, come si sa, non favorisce i rapporti.
Il respiro si condensava davanti ai suoi occhi e si aggiustò il bavero per proteggersi dal vento implacabile che soffiava.
Era certo che il piede sinistro si era congelato ma la sensazione non era così spiacevole. Almeno non gli doleva più. Pensò che forse glielo avrebbero amputato ma tutto ciò non lo sconvolse. Se davvero fosse andata così, significava comunque che era riuscito a raggiungere almeno una città.
La sua mente rincorreva la sua coscienza ormai non più solida. Stava annaspando nelle gelide acque dei ricordi per non cedere all’immensa tomba di ghiaccio attorno a lui, che lo blandiva e gli suggeriva di arrendersi… di sedersi ed aspettare.
La fine di tutto. Di ogni sofferenza. Di ogni illusione.
Boris si scosse. No. Quel pensiero sinistro, che lo aveva sfiorato, venne messo in un angolo remoto e tale determinazione lo rincuorò.
Si guardò alle spalle e osservò le impronte lasciate. Migliaia di passi che si perdevano chilometri indietro. Ormai non si vedeva quasi più la foresta di abeti secolari dove era avvenuto l’attacco dei tedeschi.
Si tastò l’orecchio. Non riusciva a percepire alcun suono. La violenta esplosione lo aveva investito marginalmente, lacerandogli gli abiti e sfondandogli un timpano. Ma poteva camminare.
I suoi compagni non erano stati altrettanto fortunati.
Dopo il boato, era riuscito a strisciare oltre una roccia, con la lucidità dettata da una situazione disperata.
I pochi sopravvissuti erano stati massacrati dai soldati nemici utilizzando il calcio dei fucili.
Non si erano accorti di lui ed aveva aspettato diverse ore prima di muoversi dal suo nascondiglio.
Sì… non era destinato a morire. Almeno non quel giorno. Una simile certezza incrollabile lo spronò ancora.
Il sole stava agonizzando ed il riverbero sul manto bianco faceva male agli occhi. Boris frappose una mano, cercando di bloccare gli ultimi raggi e improvvisamente, la vide…
Una mano contratta in uno spasmo mortale fuoriusciva dalla neve come un macabro fiore ed un bluastro pallore donava un alone poetico all’arto rattrappito.
Il soldato si avvicinò. Era esausto ma si ritrovò a riflettere accanto al terribile ritrovamento. Chi mai poteva essere? A chi apparteneva quell’esile mano, dalle dita affusolate e sensuali?
L’uomo cominciò a scavare febbrilmente, per incontrare gli occhi della morte, della dolce morte…
Del resto, il congelamento in sé assumeva connotazioni quasi romantiche, preservando la vittima dagli orrori della vecchiaia senza fare scempio delle membra.
Mentre scavava, le nocche delle sue mani si coprivano di escoriazioni, lasciando sottili scie rossastre. Al crepuscolo, la neve era ormai dura come pietra.
Eccola… Fili dorati incorniciavano il viso sereno di una fanciulla meravigliosa, abbigliata con una sottile tunica bianca. Era morta assiderata.
“Che bizzarro indumento… per nulla adatto a questo clima!” rimuginava l’uomo.
Lo sorprese la compostezza della salma, a parte la mano che aveva calamitato la sua attenzione.
Improvvisamente, si trovò attratto dalle forme perfette della giovane donna. La bellezza e la perfezione che la morte le aveva donato interessavano morbosamente Boris, con una passione alimentata da quel candore innaturale che aveva steso il suo dominio sulla splendida fanciulla.
Improvvisamente si scordò di tutti gli avvenimenti recenti, del congelamento ormai prossimo, della condanna alla sordità ormai senza appello.
Boris s’avvicinò per baciarle le purpuree labbra, posseduto da un immorale ed ambiguo desiderio. Sapeva che era sbagliato ma ormai aveva ceduto.
E poi sentì una morsa attorno al collo mentre la ragazza apriva gli occhi.
L’uomo non riusciva a muoversi, un torpore lo aveva colto nello stesso istante che la mano si era serrata sulla sua nuca.
Quando la fanciulla sorrise mostrando i lunghi canini, Boris capì e si ricordò le vecchie leggende raccontategli da sua nonna accanto al camino…Ma fu tardi.
Il silenzio della distesa innevata fu squarciato da una sinistra risata.
E nella neve rimase l’esanime corpo di un uomo ed una tiepida pozza di sangue.

Racconto tratto da ‘Di Corvi e di Ombre’ di Gabriele Luzzini
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