Il nome segreto della Roma pagana – di Simona Giaveri

È stato scoperto il nome segreto dell’antica Roma pagana: MAIA.
Il nome della stella-Dea a cui era stata segretamente consacrata. A Maia era dedicato il mese di maggio.
Ovidio per questa scoperta la pago cara!

Il poeta latino Ovidio è noto soprattutto per le “Metamorfosi” e l’“Ars amatoria”.
Due opere che aprono il sipario sui costumi, i trasformismi e i licenziosi intrecci della Roma imperiale, che poi sono quelli delle corti di ogni epoca.
A duemila anni esatti dalla morte di Ovidio il Comune di Roma – il 14 dicembre scorso – ha approvato all’unanimità la mozione n. 85 dei consiglieri grillini per riabilitare il poeta e “revocare” la sentenza di condanna all’esilio che fu emessa, contro di lui, dall’Imperatore nell’8 dC.
I tempi della nostra giustizia non sono mai brevi e in questo caso il “reo” difficilmente potrà gioire dell’assoluzione, ma l’Assemblea Capitolina ha voluto comunque “riparare al grave torto subito da Ovidio da parte di Augusto”.
Il poeta fu esiliato a vita “per i reati di corruzione dei costumi e della pubblica moralità, oltraggio alla persona del Principe e di attentato alla sicurezza della Repubblica”.
L’Amministrazione lo ha fatto perché “le cause dell’esilio di Ovidio non sono chiare e sulla colpevolezza del poeta ci sono stati da sempre fortissimi dubbi”. Cosa questa che – com’è noto – angustia il sonno di tutti i romani di oggi.

L’ENIGMA…
Del resto lo stesso Ovidio non spiegò mai cosa aveva combinato e perché lo condannarono all’esilio a Tomi, sul Mar Nero (oggi Costanza in Romania). Lì visse gli ultimi anni (morì attorno al 18 dC).
Nei “Tristia” scrisse: “Due crimini mi hanno perduto, un carme e un errore/ di questo debbo tacere qual è stata la colpa”.
Perché dovette tacerne? E perché non vi fu mai una revoca della pena nonostante la sua celebrità e gli appelli all’Imperatore?
Era inevitabile che, su questo enigma storico, fiorissero chiacchiere e pettegolezzi, specie considerando la personalità del poeta e la natura licenziosa dei suoi versi.
Si è ipotizzato di tutto: ebbe rapporti illeciti con la figlia di Augusto, Giulia e si trovò invischiato nei conseguenti intrighi di corte? O aveva scoperto delle tresche amorose di Augusto stesso? O magari aveva partecipato a congiure politiche?
Di certo tutti ritengono sia stata una colpa particolarmente grave, dal momento che rischiò la pena capitale.
Adesso finalmente, dopo duemila anni, due studiosi ritengono di aver scoperto quale fu il “crimine” di Ovidio e tale scoperta se ne porta dietro un’altra, ancora più importante perché riguarda proprio Roma. Forse il segreto più antico e meglio conservato sulla città eterna: il suo nome misterioso.

LA SCOPERTA…
Sulla rivista specialistica “Appunti Romani di Filologia” (XIX – 2017), Felice Vinci e Arduino Maiuri espongono la loro tesi davvero affascinante.
Al momento della condanna Ovidio stava lavorando alla stesura dei “Fasti”, un grandioso poema sui dodici mesi “finalizzato a rivisitare le feste, i riti e le consuetudini della tradizione romana”.
La condanna arriva quando Ovidio è a metà dell’opera (cioè al mese di giugno) e i due studiosi ritengono che il “crimine” che lo ha rovinato sia contenuto proprio negli ultimi versi dei “Fasti”, quelli relativi al mese di Maggio.

Il poeta passa in rassegna le etimologie relative a quel mese e la musa Calliope si sofferma “sugli antefatti della fondazione di Roma, chiamando in causa la costellazione delle Pleiadi”.
I due studiosi notano che Ovidio dà particolare importanza alla stella più importante delle Pleiadi, cioè Maia, in riferimento alla nascita della città.
Quindi ipotizzano che “il poeta abbia imprudentemente toccato un argomento tabù, al quale non sarebbe stato lecito fare il sia pur minimo accenno”.
D’altronde si narra che un centinaio di anni prima Valerio Sorano “sarebbe stato messo a morte per aver rivelato il nome segreto della città”.

MAIA, NOME INDICIBILE…
Si entra qui nella dimensione sacrale della fondazione di Roma. Bisogna sapere che tutte le città antiche si ponevano sotto la protezione di un dio. E – come riferisce Plinio – “i sacerdoti romani, prima di assediare una città, ne invocavano il nume tutelare, promettendo che nell’Urbs avrebbe goduto di un culto uguale, se non maggiore, qualora avesse assistito i Romani nell’assedio. Dunque, per evitare che i nemici facessero lo stesso, il nome della divinità protettrice – che spesso si identificava con quello della città medesima, come nel caso di Atena-Atene – doveva essere coperto dal più assoluto riserbo”.
Apprendiamo quindi che Roma aveva un nome segreto, riferito a una divinità, e che tale nome era addirittura un segreto di stato, un segreto militare.
Rivelandolo si commetteva uno dei crimini più gravi perché si metteva a repentaglio la stessa sicurezza di Roma. Fu questa la colpa dello spregiudicato Ovidio?
E’ chiaro che quel nome e quella divinità dovevano avere a che fare con la sacralità della fondazione della città.
Perciò, nei “Fasti”, i versi che, al mese di Maggio, richiamano le Pleiadi e la fondazione di Roma sono, secondo i due studiosi, i più scottanti e sospetti.
Infatti Ovidio sottolinea il “legame delle sette Pleiadi con il luogo dove sarebbe sorta Roma, come suggerisce la Musa Calliope in quel singolare passo dei Fasti”.
E dalla disposizione delle sette Pleiadi alla disposizione dei sette colli di Roma il passo è breve.

IL CIELO SULLA TERRA…
Vinci e Maiuri notano: “La corrispondenza appare così singolare da ingenerare il sospetto che lo stesso tracciato delle Mura Serviane possa essere stato adattato all’esigenza di adeguare, nei limiti del possibile, il layout del territorio cittadino in esse racchiuso alla configurazione delle sette stelle, al centro delle quali si trovava, appunto, la sanctissima Maia: a quest’ultima in modo particolare corrisponde la centralità del Palatino, su cui Romolo aveva tracciato il solco della Città Quadrata”.
Gli autori rileggono in questa chiave anche certi dettagli della leggenda della fondazione della città, per esempio il numero di uccelli avvistato da Remo.
Ovidio era dunque venuto a conoscere quel “segreto di Stato”, noto quasi solo all’Imperatore (o comunque a pochissimi altri)? I suoi versi sono così rivelatori?
Secondo Vinci e Maiuri “è certamente plausibile che, partendo dal passo che Ovidio attribuisce a Calliope, un Romano con un certo grado di istruzione, colpito dall’inedito accostamento proposto dal poeta tra le sette stelle e la fondazione della città, potesse essere messo in grado di arguire che la città quadrata tracciata dal solco di Romolo sul colle Palatino fosse consacrata alla dea-stella che la rispecchiava in cielo, ovverosia quella sanctissima Maia che non a caso il poeta considerava la più bella tra le Pleiadi… Essa così avrebbe riservato alla futura capitale dell’Impero la sua protezione e il suo stesso nome”.
Maia sarebbe dunque il nome segreto di Roma, in riferimento alla dèa-stella a cui era consacrata (secondo Giovanni Lido sarebbe stato lo stesso Romolo “a conferire il nome segreto alla città”).
Ecco perché Ovidio nomina Bona Dea “proprio il 1 maggio, ossia all’inizio del mese di Maia, dedicandole per di più i cinque distici conclusivi delle celebrazioni di quella data”.
E’ una scoperta affascinante e ancor più suggestiva se si considera poi la seconda Roma, la Roma cristiana che avrebbe portato a compimento il misterioso destino universale che la Roma pagana riteneva di avere nella storia umana.
Ma può essere illuminante anche per la Roma “a cinque stelle”, tutte fioche, venire a sapere che c’è un’antica stella – Maia – sotto il cui nome, da borgo di pastori, Roma diventò un grande impero (Maia, non Di Maio).
Chissà che non sia quella la stella buona che propizia pure la riparazione delle buche nelle strade dell’Urbe.

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