Ordine e Caos nella mitologia (Monografia) – di Daniele Bello

1.

La visione del mondo secondo gli Elleni, strettamente legata all’idea di “Chaos”e di “Kosmos”, deriva da fonti antichissime.

Come molte delle popolazioni storiche che ci hanno preceduto, la religione ellenica deriva da una fusione (non sappiamo se pacifica o derivante da vere e proprie invasioni) tra elementi mediterranei e indoeuropei: in particolare, essa costituisce probabilmente una sintesi tra:

  1. a) popolazioni autoctone, che la tradizione chiama spesso con il nome di Pelasgi (le genti che abitavano la penisola ellenica prima degli Indoeuropei erano in realtà più eterogenee: si distinguono, secondo talune fonti, almeno quattro gruppi linguistici principali, tra cui quello pelasgico e quello minoico);
  2. b) genti indoeuropee provenienti dal nord, costituite da principalmente da Achei, Ioni, Eoli (giunti in Grecia agli inizi dell’età del bronzo) e, in seguito, i Dori che invasero la penisola ellenica in modo cruento sul finire del II millennio a.C.

I miti e i culti appartenenti a popolazioni provenienti da questi ceppi diversi diedero vita ad un corpus mitico che non ha eguali nella storia del mondo antico, ma che agli occhi del lettore moderno presenta palesi contraddizioni.

L’incontro tra concezioni religiose differenti ha infatti generato un pantheon di divinità le cui attribuzioni erano, per così dire, in competizione tra di loro (quando non si verificano veri e propri «doppioni», come nel caso di Helios e di Apollo, entrambi legati al culto del sole).

Tali apparenti antinomie possono agevolmente spiegarsi ove si riconosca che gli abitanti della penisola ellenica dell’età storica furono il prodotto di un sincretismo tra popoli che avevano già elaborato un sistema autonomo e coerente di credenze, per cui si incontrarono patrimoni mitici autosufficienti ed eterogenei tra di loro.

Molte sono, ad esempio, le figure femminili della religione ellenica riconducibili all’idea della Dea Madre (Magna Mater), come Gea, Rea Cibele, Demetra, Hera ed Afrodite, evidentemente frutto dell’incontro di popoli, ciascuno dei quali portava con sé la propria Madre Terra.

In particolare, si distinguono nel sistema religioso ellenico due filoni principali:

1) una prima componente è costituita dalle genti pre-indoeuropee che abitavano il nostro continente per le quali gli studiosi hanno coniato il termine di Old Europe ma che noi conosciamo anche con il nome di Mediterranei: erano popolazioni dedite all’agricoltura e, poiché la loro sopravvivenza dipendeva prevalentemente dal raccolto, essi tendevano a mitizzare la terra e i fenomeni naturali. Molte delle divinità antiche dell’Europa “risiedono” infatti nella terra, come la Gran Madre raffigurata in molte sculture preistoriche o negli antichi templi delle isole del Mediterraneo (Malta, Creta). Nel mondo ellenico essa aveva il nome di Potnia e sarebbe poi diventata, in epoca storica, la divinità che Esiodo chiama Gaia (o Gea);

2) le popolazioni appartenenti al gruppo degli Indoeuropei che, in un periodo compreso tra il V e il II millennio a.C., colonizzarono (o conquistarono) l’Europa e l’Asia Minore partendo probabilmente da un nucleo sito nelle steppe della odierna Russia (c.d. cultura dei “Kurgan”), erano invece essenzialmente nomadi, ragion per cui le loro credenze religiose non potevano che essere influenzate da questo fattore: le loro principali divinità risiedevano in cielo, in quanto unico elemento stabile e ricorrente nelle loro peregrinazioni; nacquero così teofanie basate sulla adorazione del sole, del cielo e delle manifestazioni più terribili che da esso provengono: il tuono ed il fulmine.

I sacerdoti, i profeti e i cantori del periodo intermedio faticarono non poco per cercare di armonizzare due concezioni della vita opposte, l’una ispirata al culto della terra e l’altra che tendeva a divinizzare il cielo.

Va inoltre evidenziato che, al pari di molte altre popolazioni dell’antichità, in una prima fase gli Elleni probabilmente identificavano il sacro con le forze naturali (pare che gli dèi più importanti fossero inizialmente Poseidone e Demetra).

Pur nella difficoltà di poter effettuare generalizzazioni su basi solide e razionali, in assenza di testimonianze scritte, è verosimile che in un primo tempo la divinità venisse prevalentemente raffigurata con un aspetto animale, ovvero metà uomo e metà animale (in alcuni casi, addirittura, la divinità veniva rappresentata come una orrida commistione tra animali diversi): tale iconografia religiosa è nota anche come «naturalismo».

Successivamente, tale concezione venne superata identificando il sacro ed il divino con elementi tipicamente umani e anche gli dei vennero raffigurati in forma umana, anche se idealizzati («antropomorfismo»): i figli di Crono e i loro discendenti erano raffigurati come degli umani «perfetti», in quanto erano immortali, ma con tutte le passioni e i vizi degli uomini: dall’amore alla collera, dall’amicizia alla gelosia.

La genialità dello spirito greco, che nei secoli ha sempre cercato di inglobare il «diverso» per arricchire il proprio sistema di credenze, sta nell’aver ideato una teogonia in cui le divinità si sono trovate in competizione tra di loro, generando un vero e proprio conflitto tra numi della prima e della seconda generazione.

Lo scontro tra gli dèi, inizialmente culminato nel trionfo delle nuove divinità, si risolse quindi nell’armonia (kósmos) tra la vecchia e la nuova stirpe dei numi e con l’affermarsi dell’età della giustizia (dìke).

Dopo aver sconfitto al termine di un’aspra battaglia i Titani e il mostruoso Tifeo, infatti, il sovrano del cielo Zeus si riconciliò con le antiche divinità che riconobbero il suo ruolo; paradigmatica la figura di Prometeo, che inizialmente rubò il fuoco dall’Olimpo per donarlo agli uomini (ancora una volta, come nella mitologia ebraica, il progresso umano è il frutto di una disobbedienza al comando del dio supremo) ma poi si riappacificò con il padre di tutti gli dèi.

Una tale concezione della vita si riflette in tutta la tradizione religiosa del Medioevo ellenico, che culmina con l’opera di Esiodo, poeta nativo della Beozia e vissuto nell’VIII sec. a.C. (Teogonia, Le opere e i giorni), per giungere sino all’età classica.

Tale è la legge che agli uomini impose il figlio di Crono:

ai pesci e alle fiere e agli uccelli alati

di mangiarsi fra loro, perché fra loro giustizia non c’è;

ma agli uomini diede giustizia che è molto migliore

ESIODO, Le opere e i giorni, vv. 276-279

Nel V sec. a.C. il tragediografo Eschilo nella sua Orestea mette in scena il redde rationem tra gli dèi della vecchia generazione, impersonati dalle Erinni, e quelli della nuova generazione (Apollo, in particolare), chiamati a decidere sulla colpevolezza di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre su ordine dell’oracolo di Delfi.

Tale terribile precetto era stato vaticinato dalla Pizia, la sacerdotessa di Apollo, che aveva inteso in questo modo far vendicare l’assassinio del re di Micene Agamennone, ucciso con l’inganno dalla moglie Clietennestra (madre di Oreste) in combutta con l’amante Egisto.

Oreste aveva eseguito l’ordine dell’oracolo trucidando la madre assieme ad Egisto ed era stato per questo vittima della persecuzione delle Erinni, esseri alati dalla pelle nera e dai capelli tramutati in serpenti che perseguitavano coloro i quali si macchiavano dei crimini più efferati.

Oreste riparò così ad Atene dove ottenne di essere giudicato dall’Areopago, il Tribunale istituito nella città fondata dal mitico Cecrope.

Sul banco dell’accusa sedettero le Erinni, le quali si fecero portavoce dell’antica legge del ghenos (la tribù delle popolazioni elleniche), basata sui vincolo tra consanguinei, per la quale il matricidio costituiva uno dei crimini più gravi.

Apollo sostenne invece che tale omicidio poteva essere giustificato, in quanto posto in essere per vendicare l’assassino che Clitennestra aveva ordito nei confronti del marito Agamennone: secondo la nuova legge della polis l’assassinio del proprio coniuge, infatti, ha un valore pari a quello commesso nei confronti di un membro della stirpe in quanto il matrimonio costituisce un legame altrettanto solido di quello di sangue.

ERINNI: Eppure questo è il compito che il Fato ci assegnò

APOLLO: Quale onorato incarico? Fa’ squillare la tua dignità!

ERINNI: Cacciamo i matricidi dalle loro dimore.

APOLLO: Che farete dunque di una donna assassina dello sposo?

ERINNI: Ma la sua mano non perpetrò strage di sangue uguale.

ESCHILO, Le Eumenidi, Episodio Primo

(tratto da L’Orestea, a cura di C. Carena, Torino, Einaudi, 1980, p. 156)

I giudici dell’Areopago, presieduto dalla dea Atena, furono chiamati a giudicare sulla colpevolezza o sulla innocenza di Oreste; alla vergine figlia di Zeus e protettrice della città toccò dare l’ultimo suffragio e la dea si pronunciò a favore di Oreste. Al termine dello spoglio il verdetto finale venne annunciato.

ATENA: Quest’uomo è assolto dall’accusa di assassinio,

infatti il numero dei voti è pari.

ESCHILO, Le Eumenidi, Episodio Terzo

(tratto da L’Orestea, a cura di C. Carena, Torino, Einaudi, 1980, p. 179)

La «vittoria» dei nuovi dèi viene quindi sancita con l’assoluzione di Oreste da parte dei giudici dell’Aeropago di Atene, anche se in effetti il verdetto è tutt’altro che unanime, poiché i giurati appaiono divisi: solo con il suo voto Atena dichiarò l’innocenza di Oreste. Le Erinni tuttavia non furono umiliate perché il loro culto venne ammesso ad Atene con tutti gli onori ed esse si trasformano in Eumenidi (le “Benevole”).

La genialità del pensiero greco sta nell’aver elaborato, nella propria religione, questa idea del graduale passaggio dal caos all’ordine: in questo kósmos ogni essere ha il suo ruolo e la sua importanza, che contribuisce alla sintesi armonica del tutto; cercare di sottrarsi al proprio ufficio ovvero andare oltre la propria funzione costituisce per gli Elleni un peccato di superbia (hýbris) che turba l’ordine naturale creando disarmonia e che porta alla punizione divina: tale reazione non culmina tuttavia in un atto repressivo che opera nel mondo terreno o ultraterreno (come nelle religioni orientali), ma è una reazione strumentale alla ricostituzione di un nuovo equilibrio.

zeus

2.

Lo schema della lotta tra il Bene e il Male (anteriore, questa volta, alla nascita del mondo) si ritrova nella mitologia nordica; secondo l’Edda norrena quando la Muspell (la regione del fuoco) e il Niflheim (la regione del ghiaccio) giunsero una di fronte all’altra, accadde ciò che neppure gli dei riuscirono mai a spiegare: il contatto tra l’acqua purissima e la scintilla del fuoco provocò una terribile esplosione, da cui nacque il miracolo della vita.

Il regno del ghiaccio e del fuoco si mescolarono tra loro e plasmarono il corpo di un gigante; quanti discendono dalla sua stirpe, lo chiamarono Aurgelmir, ma gli dei lo conoscono con il nome di Ymir.

Per lungo tempo, il gigante giacque addormentato in quel miscuglio caotico che era ancora l’universo primordiale; infine, il suo corpo si solidificò e cominciò a sudare; dai suoi umori nacque la progenie dei mostri e dei giganti, poiché essi erano impregnati del veleno della sorgente di Elivagar.

In quel tempo, inoltre, la solidificazione delle acque che percorrevano il Niflheim formò il corpo di una grande mucca, che gli dei e i giganti denominarono Autumla e che nella lingua arcana dei nostri progenitori vuol dire la “Grande Nutrice”; leccando il ghiaccio Ella plasmò le fattezze di un uomo grande e possente che gli dei chiamarono Buri e che è l’antenato di tutte le stirpi divine.

Buri ebbe un figlio cui diede il nome di Bor, che nel sacro linguaggio delle rune vuol dire semplicemente il Nato; Bor sposò la figlia di un gigante della stirpe di Ymir ed ebbe tre figli che vennero chiamati Odino (che i Germani invocarono con il nome di Wotan), Vili e Ve.

Tutti gli esseri che abitavano allora l’universo avevano preso forma nel Ginnungagap (il Nulla), ma alcuni di essi erano permeati dal veleno e perciò inclini al male, mentre altri ne erano immuni e quindi volti verso il bene. Non trascorse quindi molto tempo prima che le forze del bene e quelle del male venissero coinvolti in un conflitto cosmico.

I figli di Bor vennero a battaglia con il possente Ymir e, a seguito di un furioso e cruento combattimento, essi infine lo uccisero. Quando il gigante ancestrale cadde esanime sotto i mortali colpi dei suoi nemici, il suo sangue sgorgò dalle molte ferite e sommerse completamente i suoi figli, che perirono annegati; solo il più giovane di questi, Bergelmir, riuscì a salvarsi con la sua compagna e riparò nel Niflheim: da loro derivò la razza dei terribili giganti e degli orchi delle colline.

Odino, Vili e Ve trascinarono la carcassa del gigante nel mezzo del Ginnungagap e con essa plasmarono la terra, i monti, e le colline; con il suo sangue essi formarono il mare, dalle sue ossa vennero ricavate le rupi e le rocce.

Dalla carne di Ymir fu fatta la terra,

dal suo sangue il mare,

dalle ossa le montagne,

gli alberi dalla chioma,

dal cranio il cielo.

SNORRI, Edda

(tratto da: Edda di Snorri, Milano, Rusconi, 1975, p. 72)

Dai capelli di Ymir essi forgiarono i boschi e i cespugli, mentre con la calotta cranica dell’essere primordiale Odino, Vili e Ve formarono la volta del cielo: essi catturarono le scintille ardenti della Muspell e le posero agli angoli dell’universo, per fissare le costellazioni a scandire in eterno l’ordine del tempo e dello spazio.

Infine, Odino e i suoi fratelli presero le ciglia del gigante e cinsero delle mura di difesa attorno alla terra per proteggerla dai giganti, cui venne dato il nome di Midgard (che significa “Recinto di mezzo”).

Fu quello il primo fatale scontro tra il Bene e il Male, che si risolse con la vittoria schiacciante tra le forze non contaminate dall’ancestrale veleno di Elivagar.

La mitologia nordica vive il confronto tra Ordine e Caos in modo, per così dire, quasi ossessivo rispetto alla cultura ellenica; a differenza dei Greci, che elaborarono il concetto di “armonia” e di hýbris i popoli germanici e scandinavi sono pervasi da un forte senso dell’effimero e del precario.

Le generazioni divine in Ellade si riconciliano; nel Nord Europa, invece, l’equilibrio tra le forze del Bene e del Male è sempre appeso ad un filo e spesso il suo mantenimento è affidato al coraggio ed alla forza di pochi eroi e semidei; questo spiega la disperazione che traspare nei poemi germanici in occasione della morte di un grande condottiero.

Lamentarono in lugubri riflessioni, l’angoscia

della mente, la perdita del loro feudatario,

E una ragazza geata, coi capelli ritorti

[…] cantò un canto di lutto,

angosciata, dolente. Ripeté molte volte

che aveva paura di un duro attacco militare,

di uno stormo di stragi, del terrore delle truppe,

di oltraggi, dell’oppressione delle catene.

Anonimo, Bēowulf, vv. 3147-3155

(traduzione di L. Koch)

Se nella cultura ellenica lo scontro cosmico tra generazioni di dei finisce con l’affermazione del regno della Dike, i popoli del Nord raffigurano questo eterno conflitto con l’immagine di Yggdrasill (l’enorme frassino su cui poggia il mondo creato da Odino e i suoi fratelli), le cui radici sono continuamente dilaniate dai draghi guidati dal feroce Nidhögg, che con le sue terribili fauci si avventa contro il frassino; accanto al drago vivono molti serpenti che soffiano mefitiche nubi di veleno.

Secondo la mitologia nordica un giorno gli dei saranno chiamati nuovamente a fronteggiare i giganti che verranno dalle regioni del ghiaccio e del fuoco, per combattere una guerra che si risolverà solo con la sconfitta definitiva di uno o l’altro dei contendenti; ognuno degli esseri viventi dovrà prendere parte per l’una o per l’altra fazione e l’apporto che verrà dallo spirito guerriero della razza umana sarà decisivo.

In quel giorno, per il quale gli indovini usano il sinistro nome di Ragnarök, gli dei e gli uomini si batteranno valorosamente contro le forze del caos e della distruzione, annientandosi a vicenda; ma saranno infine i giganti del fuoco a prevalere. Il gigante Surtr appiccherà il fuoco alla terra e tutto l’universo brucerà per tornare ad essere un caotico ed indifferenziato nulla.

La vittoria delle forze del Male sarà tuttavia effimera e avrà breve durata, perché le forze del Caos potranno solo distruggersi nel rogo che esse stesse avranno provocato; dalle ceneri del mondo distrutto risorgerà il nuovo ordine, dove gli dei torneranno nelle loro dimore e gli uomini daranno vita ad una nuova stirpe.

La rinascita che deriva dalla distruzione è un archetipo della cultura nordica che viene, non a caso, ripreso anche da un grandissimo esperto e conoscitore di questa mitologia quale J.R.R. Tolkien, che nel suo romanzo Il Signore degli Anelli rappresenta simbolicamente questo scontro tra Bene e Male nella lotta finale tra Frodo e Gollum per il possesso del potentissimo One Ring; non è affatto casuale che a prevalere, inizialmente, sia proprio Gollum (il Male) che strappa l’oggetto magico a Frodo salvo poi precipitare tra le fiamme di Monte Fato (urlando sino all’ultimo Precious! O, my Precious), distruggendo se stesso e l’Anello.

3.

La lotta tra Ordine e Caos trova interessanti analogie nei testi religiosi della Mesopotamia. I sacerdoti babilonesi ci hanno tramandato un poema sulle origini dell’universo noto come Enuma elish (o “Epopea della Creazione”), che prende il nome dai primi versi trascritti sulle tavolette rinvenute a Kish, Babilonia e Ninive.

Si tratta di una delle visioni cosmologiche più antiche tra quelle pervenute sino ai giorni nostri.

Questa è l’epopea che ha inizio all’origine del tempo

quando i cieli in alto

non erano stati ancora nominati

né la terra sotto era stata chiamata per nome.

Esistevano, all’epoca, solo due divinità: Apsu, le acque primordiali sotto la terra, e Tiamat, la personificazione del mare fonte della vita. Essi giacquero insieme e generarono tutti gli altri immortali.

Gli dei di quella generazione si riunirono

e disturbarono Tiamat

e il loro chiasso rimbombava.

Essi fecero rimescolare il ventre di Tiamat,

la infastidivano giocando nella dimora degli dei.

Apsu non riusciva a calmare il loro rumore.

Allora Apsu, infastidita, meditò di uccidere tutti gli dei, ma il saggio Ea “che conosce ogni cosa” (altro nome di Enki) ne scoprì l’inganno, fece addormentare profondamente Apsu con un incantesimo e lo uccise; quindi Ea si impadronì della di lui moglie Damkina e concepì un figlio, cui pose il nome di Marduk.

Altero era il suo aspetto, penetrante il suo sguardo,

maturo il suo comportamento,

egli fu potente sin dall’inizio,

e suo padre l’ammirò e gioì raggiante;

molto al di sopra degli altri era superiore in tutto.

Quando Tiamat scoprì l’uccisione di Apsu se ne addolorò e cercò di vendicarsi, generando terribili mostri, tra cui i serpenti giganti, che vennero dotati di occhi aguzzi e zanne spietate. Tiamat condusse alla guerra il suo esercito di mostri e sconfisse ripetutamente gli dei che dovettero sottomettersi al suo potere; solo Marduk resistette alla furia dei demoni e si offrì di sconfiggere in duello la stessa Tiamat.

Tiamat e Marduk, il campione degli dei,

si fronteggiarono,

si fecero vicini e ingaggiarono battaglia.

Tiamat aprì la bocca per ingoiarlo,

Marduk scagliò una freccia che le forò il ventre,

la trapassò a metà e le trapassò il cuore,

la vinse e le tolse la vita.

Egli gettò a terra la carcassa e le si mise sopra.

Marduk sconfisse e imprigionò tutti i demoni creati da Tiamat; quindi gettò a terra la carcassa della sua grande nemica e la divise a metà, “come un pesce messo ad essiccare”; con una metà Egli creò il firmamento e con l’altra fabbricò la terra. Marduk organizzò tutto l’universo, creò il sole, la luna, gli astri, le nuvole, il vento e la pioggia; con la saliva di Tiamat vennero fabbricate le nuvole, con i suoi occhi il Tigri e l’Eufrate. Il dio supremo impose le leggi alla natura e agli esseri viventi e fece costruire le dimore degli dei all’interno della città più sacra che chiamò Babilonia.

Secondo la concezione dei popoli mesopotamici, quindi, le forze del Caos contrastarono l’opera della creazione tentando di opporvi resistenza; a guidare la riscossa contro le divinità del Male, tuttavia, non furono gli dei della creazione (Anu, Enki ed Enlil), ma il dio babilonese Marduk.

E’ evidente, in questo caso, che i sacerdoti babilonesi hanno “manipolato” i testi sumerici sulla creazione; non osando stravolgere i testi sacri sulle origini dell’universo, essi riuscirono comunque a giustificare la primazia del loro dio Marduk pur lasciando alla triade sumerica l’onore di aver dato impulso alla creazione.

4.

Lo schema della lotta tra Ordine e Caos si riscontra anche nelle visioni primitive della religione ebraica: in una versione non confluita poi nella Genesi Dio creo il cielo e le stelle con una sola parola di comando; in seguito, Egli si librò sugli abissi e, dopo aver cosparso di raggi luminosi le acque superiori, là edificò il proprio trono.

Mentre era intento all’opera della creazione, il Signore pose la terra su fondamenta inamovibili e, per fare ciò, affondò alcune montagne a mo’ di pilastri nelle acque dell’abisso.

Allora, le ribollenti acque inferiori si ribellarono e Tehom, la loro regina, minacciò di distruggere il lavoro creativo di Dio. Montato sul suo carro di fuoco, il Signore fermò le ondate e scagliò raffiche di fulmini e saette contro i suoi nemici; dominate dalla voce tuonante di Dio, le acque si ammansirono e si dichiararono vinte; allora il Signore emise un ruggito di vittoria e le sottomise al suo volere; Egli decretò inoltre che Tehom dovesse rimanere per sempre rinchiusa dentro cancelli, sprangati con sbarre di ferro.

Da allora, Tehom è rimasta acquattata in sottomissione nella sua cavità, anche se Dio consente ogni tanto alle acque inferiori di scaturire poco a poco, inviando ruscelli o nutrendo le radici degli alberi; in un’unica occasione venne rimosso il sigillo che impedisce a Tehom di riprendersi il dominio del mondo e ciò è stato in occasione del Diluvio Universale.

Si racconta anche che prima della creazione si ribellò a Dio il terribile Rahab, il Drago gigante. Quando il Signore gli comandò di trangugiare tutte le acque del mondo, il mostro gridò: “Lasciami in pace, padrone dell’universo!”. Allora il Signore lo colpì a morte e ne fece sprofondare la carcassa negli abissi marini.

Secondo la versione ufficiale della Bibbia, invece, la ribellione del Caos è successiva alla creazione e destinata al fallimento:

“Nel terzo giorno della creazione, il primo tra gli arcangeli del Signore, Lucifero (“Helel ben Shahar”, il figlio dell’alba), venne nominato guardiano di tutte le nazioni future. All’inizio, questi si comportò con discrezione ma poi l’orgoglio gli fece perdere del tutto il senno.

L’angelo ribelle volle ascendere le nubi e le stelle e farsi incoronare, per diventare così in tutto e per tutto uguale a Dio. Il Signore, accortosi della sua ambizione, lo precipitò nell’abisso; Lucifero, nella sua rovinosa caduta, venne ridotto in cenere; ancora oggi il suo spirito vaga senza posa nella profonda tenebra”.

La mitologia ebraica conosce anche la figura di Samael (Samaele), derivante forse dalla divinità siriana Shemal, il quale si ribellò perché invidioso della posizione che Dio aveva attribuito ad Adamo.

Il sesto giorno della creazione, il Signore aveva ordinato a tutti gli abitanti dell’Eden di riverire Adamo. L’arcangelo Michele obbedì immediatamente assieme agli altri angeli, ma Samaele si ribellò: “Non onorerò mai una creatura inferiore a me! Quando nacque Adamo, io ero già perfetto. E’ lui che deve adorare me!”. Gli angeli seguaci di Samaele approvarono, mentre Michele li ammonì a non sfidare la collera di Dio.

Allora il Signore mise alla prova la sapienza di Samaele chiedendogli di dare il nome a tutte le creature del mondo, ma l’arcangelo non fu in grado di rispondere. Adamo, invece, illuminato nel cuore da Dio, riuscì ad additare tutti gli animali con il loro vero nome.

Samaele, indignato perché il Signore aveva instillato il sapere nelle mente dell’uomo, si rivoltò adirato nei confronti del Creatore. Allora Dio scaraventò Samaele ed i suoi seguaci fuori dal paradiso. Samaele provò ad aggrapparsi alle ali di Michele e lo avrebbe trascinato con sé, se Dio stesso non fosse intervenuto.

Samaele ed i suoi seguaci vennero rinchiusi in un carcere buio dove ancora oggi languiscono con il volto spettrale e le labbra sigillate.

Altri, tuttavia, sostengono che Samaele venne precipitato nella terra, da dove egli continua a tramare contro il volere di Dio: sembra infatti che il serpente dell’Eden che indusse Adamo ed Eva a disobbedire agli ordini del Signore fosse in realtà l’arcangelo Samaele sotto mentite spoglie. Secondo alcune fonti, inoltre, dopo aver persuaso l’uomo a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza nelle sembianze di un serpente, sedusse Eva e generò con lei Caino.

Da allora, le generazioni degli uomini formano due rami separati: i discendenti di Caino sono votati al male, mentre i discendenti di Set sono propensi verso il bene.

Nella Bibbia è presente la figura di Sataniel (Satana), l’angelo cui viene affidato da Dio il compito di verificare la fede dell’uomo, riportando al Signore tutti i peccati commessi (“Libro di Giobbe”). Il nome deriva da un’antica parola semitica, che significa letteralmente “ostacolare”; il ruolo di questa figura era quello verosimilmente dell’accusatore, dell’inquisitore ovvero di chi aveva il compito di mettere alla prova l’uomo, anche inducendolo in tentazione

A seguito dei contatti con la religione persiana durante la cattività babilonese, gli Ebrei elaborano l’idea di una vera e propria figura antitetica a Dio: il Principe delle Tenebre, colui il quale si sarebbe opposto al volere del Signore prima ancora della creazione. Quando Dio annunciò di voler creare l’universo nella luce, il suo avversario domandò: “Perché non dalle tenebre?”. Il Signore soggiogò con un urlo enorme il principe delle tenebre, il quale tuttavia nel giorno del giudizio si dichiarerà uguale a Dio e tenterà di ripristinare il dominio dell’oscurità. Solo allora il fuoco dell’inferno punirà la sua arroganza.

In questo contesto, le figure di Samaele, Sataniel e Lucifero tendono ad identificarsi in un’unica entità nota anche come il Diavolo (dal latino ‘Diábolus’ e dal greco antico ‘Diabolos’, cioè “Colui che divide”) o Satana. L’antagonista di Dio è chiamato anche Belzebù (dal nome dalla divinità fenicia Baal, la cui traduzione letterale è “Signore delle Mosche”), Belial o Mefistofele (tutti nomi che traggono origine dai nomi delle divinità venerate dai popoli nemici degli Ebrei) ed è citata anche nel Corano con il nome di Iblis.

La tradizione cristiana si impadronirà del mito della ribellione e della caduta degli angeli ribelli, elaborando soprattutto in epoca medievale la visione demonologica più famosa della storia delle religioni, che trova la sua massima espressione letteraria nella ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri:

La storia racconta che Lucifero in origine era il più bello tra tutti gli angeli ma che, a causa della superbia, ‘contra il suo Fattore alzò le ciglia’ e si ribellò quindi a Dio. La decima parte degli angeli prese le parti di Satana ma i ribelli vennero duramente sconfitti dall’arcangelo Michele.

Corrotti dal peccato, gli angeli vennero trasformati in demoni e precipitati sopra la terra. Lucifero, in particolare, cadde dalla parte dell’emisfero australe, dove in origine esisteva il paradiso terreste, e venne conficcato al centro della terra, che è anche il centro dell’Universo secondo la concezione tolemaica poi recepita da Aristotele e dalla Scolastica medievale.

E la terra, che pria di qua si sporse,

per paura di lui fe’ del mar velo,

e venne all’emisperio nostro; e forse

per fuggir lui lasciò qui il loco voto

quella che appar di qua e su ricorse..i

DANTE ALIGHIERI, “Divina Commedia – Inferno”, Canto XXXIV, vv. 122-126

Durante la caduta dell’angelo ribelle, le terre emerse dell’emisfero australe per paura di lui si ritirarono al di sotto delle acque e riemersero nell’emisfero boreale. Nel percorso verso il centro del mondo, inoltre, tutti gli elementi cercarono di schivare ogni contatto con Lucifero, lasciando una cavità vuota (che Dante chiama la “natural burella”), e si arrampicarono su nell’emisfero australe andando a formare il colle del Purgatorio.

Nella visione dantesca, Satana precipita e si ferma al centro del mondo perché, secondo una legge del cosmo aristotelico, gli elementi hanno tutti un peso specifico e l’elemento più pesante (inteso anche come il meno puro e il più lontano da Dio) è la terra; Lucifero, reso pesantissimo a causa della enormità del suo peccato, non poteva che fermarsi nel punto più basso, il centro del mondo.

Lucifero (“la creatura ch’ebbe il bel sembiante”), viene rappresentato da Dante come un essere di smisurata grandezza, con tre facce alla sua testa (l’una vermiglia, tra bianca e gialla l’altra, nera la terza), corpo peloso e sei enormi ali di pipistrello.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand’ io vidi tre facce a la sua testa!

L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa

sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid’ io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.

Con sei occhi piangëa, e per tre menti

gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

DANTE ALIGHIERI, “Divina Commedia – Inferno”, Canto XXXIV, vv.37-54

L’idea di Lucifero con tre facce non è espressione della fantasia di Dante; egli è, in un certo senso, l’antitesi della divinità creatrice che i Cristiani concepirono come Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo). Poiché per Dante, come per S. Tommaso, il Padre è Potestà, il Figlio è Sapienza, mentre lo Spirito Santo è Amore, le tre facce non possono simboleggiare se non impotenza, ignoranza ed odio.

8fcdd59d6bb218fa39f8dff38f3fa7d7

5.

Il succedersi di vari sovrani dell’universo nella religione ellenica (Urano, Crono e Zeus) ci rimanda ad un’altra tematica tipica delle religioni più antiche: quella dei cicli cosmici.

Secondo gli Aztechi, ad esempio, l’idea dell’origine del mondo era strettamente connessa con quella della sua distruzione.

Nella religione di questo antico popolo, infatti, la storia viene caratterizzata dal continuo avvicendarsi di cicli di nascita e morte: ciascuna delle ere precedenti prende vita con l’atto della creazione, per poi terminare tragicamente con una catastrofe naturale che pone fine, in modo drammatico, ad un’epoca storica.

Poiché ognuna delle ere viene contraddistinta dal dominio di una divinità solare, la storia del mondo viene descritta attraverso l’avvicendarsi dei soli: nacque così il mito dei Cinque Soli.

“In principio, secondo quanto ci viene tramandato dai sacerdoti, il mondo era avvolto dalle tenebre e funestato da fiere orribili che tormentavano i pochi esseri umani che riuscivano a sopravvivere in un clima tanto ostile. Questo periodo di oscurità coincide con l’era del Sole di Terra ma era noto anche come l’Era dei Puma, poiché essi dominavano il mondo e divoravano senza pietà gli uomini che osavano comparire in un’epoca tanto sventurata. Quest’epoca finì con un terribile terremoto che sconvolse del tutto la crosta terrestre: gli uomini che riuscirono a sopravvivere a questa terribile catastrofe si trasformarono in scimmie.

In seguito, il cosmo venne dominato dal Sole di Fuoco: in quest’epoca molti esseri viventi vennero alla luce e prosperarono, ma tutte le specie vennero annientate da una pioggia di lava e da incendi che devastarono tutto il pianeta; gli unici a sopravvivere furono gli uccelli e quei pochi esseri umani in grado di trasformarsi in volatili.

Venne quindi il Sole d’Aria: come le precedenti, anche questa era venne contraddistinta dal proliferare della creazione ma finì in modo tragico: un terribile uragano spazzò via alberi, monti e le case degli uomini.

La quarta era fu contraddistinta dal Sole d’Acqua, che finì con una grande inondazione in cui tutti gli esseri viventi (tranne i pesci) annegarono.

La leggenda racconta che, prima del diluvio, il Sole d’Acqua si sarebbe recato da due esseri umani, Tata e Nena, dicendo loro: ‘Sappiate che sto per sommergere con la pioggia tutta la terra; tutti ne moriranno, tranne voi; ma solo se farete quello che dico’.

L’uomo e la donna rimasero sconvolti da quanto era stato loro rivelato dal dio Sole, che così continuò: ‘Voi dovrete trovare al centro della foresta un albero alto e robusto; alla sommità del tronco dovrete praticare una cavità e rifugiarvi lì sino a quando le acque non saranno defluite. Ricordatevi, però, una volta tornati sulla terra, di prendere lo stretto indispensabile per sopravvivere: ciascuno di voi potrà avere solo una pannocchia di mais per sfamarsi e niente altro’.

Tata e Nena si diressero nella foresta e cercarono l’albero più grande, all’interno del quale vi era già una cavità naturale: fu sufficiente allargarla un poco per avere un comodo rifugio.

Di lì a poco ebbe inizio il terribile diluvio, che sommerse tutto: corpi, alberi, rocce ed utensili vennero travolti dalle acque e portati via. Solamente dopo molto tempo le acque finalmente si abbassarono: Tata e Nena, sia pure con molta prudenza, scesero dal loro rifugio e misero nuovamente i piedi a terra. Erano molto affamati e, quando videro un pesce che nuotava in un fiume ancora gonfio per via della piena, dimenticarono completamente gli ordini del Sole d’Acqua.

L’uomo e la donna catturarono il pesce e cominciarono ad arrostirlo sul fuoco: il fumo salì verso l’alto e venne notato anche dal dio Sole, il quale adirato così si rivolse verso i due esseri umani: ‘Stolti, perché mi avete disobbedito? Vi avevo detto di accontentarvi di una sola pannocchia di mais’. E, preso un grosso randello, percosse la testa di Tata e Nena con tale violenza da distruggere quella parte del cervello che rende gli uomini simili a dei; i due sopravvissuti al diluvio vennero così tramutati in cani.

Il Quinto Sole nacque nella città santa di Teotihuacàn; secondo i più, la quinta era (quella in cui viviamo) sarebbe destinata a non avere mai termine perché l’ultimo dei soli, dopo aver radunato tutti e quattro gli elementi, prima in contrasto tra di loro, li avrebbe riconciliati creando così un equilibrio perenne; altri, invece, sostenevano che anche l’epoca attuale, caratterizzata da terremoti, guerre e carestia, verrà annientata con una catastrofe”.

Per questo motivo, gli Aztechi temevano in particolar modo la fine di un ciclo cosmico (che coincideva con un periodo pari a cinquantadue anni), perché al termine di questo periodo il mondo rischiava di perire ancora una volta a causa di una catastrofe naturale.

I sacerdoti celebravano complessi rituali che prevedevamo anche quei sacrifici umani che tanto raccapriccio suscitarono negli Europei che vennero a contatto con questi popoli. La prima alba del nuovo ciclo veniva quindi salutata da tutti con grande sollievo: l’era del Quinto Sole era destinata a durare ancora.

 

Daniele Bello – Scheda dell’Autore