FINO A QUELLA SERA – di Monika M.

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-Quanto vuoi?- mi sentii chiedere dall’interno dall’auto appena accostata al marciapiede che ospitava la mia attesa. Perplessa, restai in silenzio non comprendendo cosa l’uomo intendesse. Infastidito si sporse poi sdraiandosi sul sedile del passeggero. – Allora? Si può sapere quanto vuoi? Non ho mica tutta la notte come te bella mia ! –

Sgranai gli occhi ancora incerta sull’infuriarmi o scoppiar a ridere . Era così tanto tempo che non ridevo.
Un magistrato della mia levatura scambiato per una puttana era esilarante , ed ancora più divertente era il fatto che sessualmente io avessi conosciuto unicamente quello che ora era il mio ex marito, uomo portatomi via da una che aveva la metà dei miei anni.
Guardai le mie gambe troppo scoperte per via di quel vestitino troppo corto che avevo indossato per una stupida competizione, l’umiliazione e l’impotenza di esser stata annichilita da una ragazzina faceva capolino in quel mio innaturale modo di conciarmi. Che mi stava succedendo? Speravo vedendomi conciata in quel modo sarebbe tornato da me? Guardai verso l’incrocio da dove sapevo sarebbe giunto per riportarmi nostro figlio e provai vergogna. Lui ne ero certa mi avrebbe deriso e l’idea era dolorosa quanto i tacchi troppo alti che avevo messo su, strinsi istintivamente le braccia attorno alla scollatura troppo ge-nerosa, e mentre desideravo fuggire da lì lo sportello dell’auto ancora in sosta si aprì.
La mia vita era stata noiosa come un treno che sempre in perfetto orario arriva nelle stazioni , figlia e studentessa modello , moglie fedele , madre affettuosa e carriera affermata, eppure una nota di insoddisfazione vibrava nella mia a-nima, a me mancava la felicità!
E se la felicità richiedesse follia? Mi chiesi mentre senza pensare entravo nell’auto con lo sconosciuto.
L’uomo, che trovavo tutt’altro che affascinante , avviò la macchia che si unì al traffico romano mentre la sua mano, lasciato il cambio , finì sulla mia coscia . Istintivamente mi irrigidii e serrai le gambe.
-Non è molto che lo fai … – osservò questo compiaciuto, ed i suoi occhi lasciarono intravedere il pensiero che avesse avuto fortuna nel trovarne una che si lasciava ancora attraversare da emozioni.
Viscido, lo trovavo viscido ed il pensiero di ritrovarmelo addosso mi faceva provare disgusto, eppure quella repulsione provocava in me una strana eccitazione, un’euforia mai provata prima, mi sentivo come una tigre che trova il coraggio di uscir dalla gabbia in cui era nata e cresciuta . Per compiacere sempre tutti avevo finito per vivere una vita senza macchie e proprio quella perfe-
zione mi aveva resa noiosa . Perché non avevo mai detto una parolaccia? Perché non avevo mai preso un’insufficienza? Perché non avevo affrontato mio marito quando avevo scoperto il tradimento per poi essere umiliata con l’abbandono di lui? E soprattutto perché non avevo mai avuto un orgasmo come quello che stavo avendo ora coricata a faccia in giù su quel cofano?
Tutto era franato, liberandomi. Quell’educazione borghese si era dissolta , quel timore di giudizio, assieme all’esigenza di esser ammirata, erano scomparsi dalla mia mente. Avevo sempre creduto che quell’alone di perfezione che attorno ero andata con gli anni costruendomi mi avrebbe protetto dall’insuccesso e dal dolore ed invece era divenuto unicamente la mia gabbia dalle sbarre dorate.
Guardai il semaforo rosso ed un malinconico ricordo tornò a farmi visita, i tempi del liceo , il primo fidanzatino ed il volto corrucciato di mio padre che non lo riteneva alla nostra altezza , lui e la sua famiglia di ristoratori. Sospirai, forse avevo barattato la mia felicità già allora, rinunciando ad un batticuore per l’ammirazione di un genitore che identica a lui ti vuole.
Reputazione ecco il limite imposto ad una donna, o sei moglie o sei puttana o sei madre o sei amante, «sei vuoi esser rispettata dovrai esser impeccabile» questo se lo ripeteva da sempre , ma a quale costo? E soprattutto ,ora mi domandavo, ne valeva la pena?
Avevo ormai passato i quaranta e comprendevo sempre più che nulla contava più dell’invecchiar senza rimpianti, che non era tardi per cambiare , che potevo riprendermi la persona che più amavo.
Si lo amavo, amavo quell’uomo che mi era stato portato via, ma ora avrei lottato per riprendermelo!
Mi sentivo sporca quanto quei cinquanta euro che stringevo tra le dita mentre quello ormai del tutto disinteressato mi riportava dove mi aveva presa. Scesi, le gambe non più abituate a certe prestazioni erano rigide dallo sforzo fisico a cui erano state sottoposte durante il rapporto, violento e squallido, appena avuto e faticavano a sorreggermi.
-Ti ritrovo qui? – Lo guardai confusa – Batti qui di solito? – puntualizzò allora vedendo che non comprendevo. Risposi con un sorriso enigmatico e mi allontanai .
Sul portone di casa, poco distante, vidi il mio ex seguire con lo sguardo la macchina che mi aveva appena lasciato per poi riportare gli occhi increduli su di me.
Sapevo benissimo cosa stava pensando, avevo fatto tardi per la prima volta, da quando mi conosceva, ad un appuntamento, indossavo un vestito insolitamente indecente, frequentavo un altro uomo, non mi ero fatta trovare in casa al ritorno del mio bambino, so che ora ti stai chiedendo «Chi sei?» E so che la cosa ti eccita, pensavi di conoscer tutto di me ma non è così .
Diedi i cinquanta euro a mio figlio pregandolo di prendere un po’ di pizza perché la mamma non aveva avuto tempo di preparar la cena. Quel gesto fu inebriante, avevo un segreto, un lato oscuro che nessuno avrebbe mai sospettato o conosciuto.
Passando accanto al mio ex, con l’indice, gli sollevai un poco il mento per chiudergli la bocca che ancora aperta dallo stupore mi rivolgeva, carezzandola con uno sguardo che mai mi era appartenuto, fino a quella sera.

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