Gilgamesh
di Gabriele Luzzini
Una
lieve brezza serale produceva un sommesso stormire di fronde lungo il
viale alberato che Jack stava percorrendo, a bordo della sua fedele
anche se malconcia Ford del ’83.
Le
ruote scivolavano lente sull’asfalto mentre la meta si faceva
sempre più prossima. Ancora una curva ed ecco l’imponente
‘Southdown
House’ che
sembrava protendersi nell’infinito, quasi a sfiorare la
pallida falce lunare, periodicamente oscurata da nubi di tenebra.
Un
improvviso cigolio fece trasalire Jack, assorto dal pensiero di ciò
che stava per fare.
“Dannazione!-
imprecò – Questi ammortizzatori…Ma dopo questa sera non avrò
più problemi…Auto nuova e vita nuova…”.
La
Ford girò attorno alla casa vittoriana e trovò parcheggio in una
via laterale, lontana dall’ingresso principale. L’uomo si
accarezzò la barba ispida e si alzò dal sedile.
Era
giunto il momento di darsi da fare.
Aprì
il baule ed estrasse un pesante zaino che tintinnò leggermente
quando se lo assicurò sulle spalle.
“Un
furto è come un’opera d’arte…- Diceva tra sé e sé Jack –
Vi sono numerosi mestieranti, che abbozzano maldestre e bizzarre
improvvisazioni; poi ci sono i veri artisti, che prestano una cura
ossessiva per i particolari…Quel che ottengono è però qualcosa di
davvero inimitabile”.
Un
sorriso attraversò il volto barbuto dell’uomo, mentre calzava
meglio i guanti di pelle nera. L’abbigliamento scuro lo avrebbero
trasformato in una macchia indistinta nel giardino di ‘Southdown
House’.
Ripassò
mentalmente i dati che aveva ottenuto dopo aver sorvegliato
minuziosamente la casa.
Certo,
l’aveva adocchiata già da diverse settimane ma non si era
verificata l’occasione giusta, il granello nell’ingranaggio che
gli permettesse di compiere la sua ‘opera
d’arte’.
L’attesa
venne ripagata: esattamente il giorno prima, mentre Jack era in zona,
il proprietario uscì da casa con una grossa valigia per salire su un
taxi. Probabilmente partiva per un lungo viaggio, o almeno così
pensava l’uomo che ora stava scavalcando con sorprendente agilità
l’alto cancello di ferro battuto.
Era
certo che non ci fossero cani nel giardino della villa e sicuramente
la circostanza aveva alimentato la sua spavalderia. Jack si guardò
intorno con disappunto.
Il
prato era incolto e selvaggio…Che si fosse sbagliato sull’effettivo
contenuto della casa? Forse il proprietario era un nobile decaduto
che viveva grazie ad una misera pensione od al buon cuore di qualche
parente facoltoso.
No,
non era possibile…Aveva raccolto informazioni piuttosto dettagliate
sul signor Freeman… Era un appassionato di antichità babilonesi,
che disponeva di un impressionante conto in banca e di una sottile
vena di follia. Inoltre, non faceva vita mondana ed i suoi rari
viaggi potevano durare anche alcuni mesi. Almeno così gli aveva
detto Charlie, il suo informatore al “Duncan’s Pub”.
Come
facesse Charlie a sapere tutto di tutti era un mistero, ma in ultima
analisi a Jack non interessava conoscere la fonte, aveva solo fretta
di verificare che le informazioni fossero corrette.
Lo
spicchio di luna occhieggiava oltre le nubi dense di lacrime.
Jack
armeggiò all’interno del suo capiente zaino ed estrasse una
massiccia torcia alogena: una volta entrato in quell’immensa casa
sarebbe stata fondamentale. Preparò poi alcuni piccoli grimaldelli
con i quali contava di aver facilmente ragione della serratura
d’ingresso.
Con
agili balzi era già di fronte alla pesante porta di quercia. Solidi
rinforzi in metallo la facevano apparire inespugnabile.
“Accidenti!-
sibilò con stizza Jack – Penso proprio che non sarà facile…”.
Gocce
di pioggia oleosa cominciarono a scendere dalla tetra immensità,
dapprima piuttosto rade e poi acquisendo sempre maggior consistenza.
“Dovrò
sbrigarmi prima che si aprano le cateratte del cielo… Non voglio
certo sguazzare in questo giardino che in breve si trasformerà in un
pantano…” pensò lo scassinatore.
Sistemò
la torcia in modo da rendere ben visibile la serratura e si accinse
ad iniziare ciò che lui chiamava l’opera
d’arte ma, appena sfiorò la fessura, la porta cedette.
Trasalendo
dalla sorpresa, Jack si lasciò sfuggire: “Non è possibile…Ha
lasciato la porta aperta! Freeman è un vero idiota! Poteva anche
mettere un cartello con scritto ‘Accomodatevi’…Avrei
lasciato a casa un po’ di questa ingombrante attrezzatura!”.
Guardando
meglio, il ladro si accorse che, in effetti, un cartello c’era.
Divenne
improvvisamente sospettoso e, osservandosi guardingo alle spalle, un
pensiero gli attraversò la mente: “O Charlie mi sta combinando
qualche tiro mancino…O mi stanno tendendo una trappola…Strano che
però non ci siano piedipiatti in giro!”.
Piedipiatti…Da
dove aveva pescato un termine così antiquato?… Forse dallo stupido
telefilm visto la sera prima. Sorrise per i suoi sospetti…Charlie
era davvero affidabile e i poliziotti non si sarebbero certo presi la
briga di tendergli un agguato.
Si
trovò a dire, ad alta voce, mentre alzava lo sguardo verso il
cartello: “Ci manca solo che sul cartello ci sia scritto Buon
Compleanno Jack!…”
Non
era propriamente un cartello bensì una targa smaltata di bianco. Con
caratteri Rosso Carminio recava una scritta in caratteri cuneiformi.
Sotto,
in dimensioni più ridotte, si trovava la traduzione:
Verso
dove ti stai incamminando Gilgamesh?
Il
sentiero che vai cercando
Non
potrai certo trovarlo.
Quando
gli onnipotenti dei crearono la stirpe umana,
Destinarono
ad essa la morte
E
riservarono a se stessi la vita eterna
“Bastava
scrivere ‘Vietato l’Ingresso’…Comunque devo riconoscere che è
davvero pittoresco e certamente teatrale. Ma con una targa del genere
però mi aspettavo una serratura invincibile e soprattutto una porta
sbarrata…” giudicò con ironia Jack.
Un
lampo squarciò il drappo nero che lo sovrastava, rendendo spettrale
il giardino alle sue spalle. Notò che alberi scheletrici sfidavano
il cielo, con le loro appendici secche ed avvizzite.
Un
attimo di esitazione e poi spalancò la porta…L’Opera d’Arte
era appena cominciata.
Jack
non sapeva esattamente cosa cercare ma era certo di trovare qualche
manufatto in oro massiccio. Non era un ingordo…Avrebbe portato via
solo ciò che gli avrebbe permesso di lasciare per sempre la sua
rischiosa professione.
Le
suole umide provocavano uno sgradevole suono nell’enorme atrio
della casa.
Il
fascio di luce della torcia sondava con attenzione gli anfratti della
stanza, cercando un eventuale sistema d’allarme.
A
causa di uno di quei diabolici aggeggi, era stato arrestato quattro
anni prima: aveva interrotto un sottilissimo fascio laser che aveva
creato, con l’ausilio di specchi convessi, un complesso reticolato.
In
un attimo si era trovato circondato da due guardiani che l’avevano
consegnato alla polizia. Tutto era avvenuto nella magnifica villa a
Miami del dottor Frederick Van Dauten, un eminente ed eccentrico
chirurgo.
Il
medico, quando si trovava ancora al posto di polizia per accertare
ciò che era successo, gli aveva sottoposto una bizzarra proposta.
Il
dottor Van Dauten aveva manifestato ad un attonito Jack la sua
ossessione nei confronti dei sistemi di sicurezza che proteggevano i
tesori d’arte conservati nella sua lussuosa dimora.
Jack
si era rivelato un ladro piuttosto abile ed era riuscito ad eludere
buona parte della sorveglianza elettronica ed umana. Il medico temeva
che qualcun altro, con un po’ di fortuna, potesse impossessarsi di
qualche oggetto prezioso.
Il
chirurgo fece la sua offerta: avrebbe dichiarato alla polizia che si
trattava di una simulazione se Jack avesse testato l’intero sistema
di sicurezza per individuare eventuali falle.
Lo
scassinatore non esitò neppure un istante quando strinse
vigorosamente la mano del medico accettando la proposta…
Il
pomeriggio seguente Jack si era presentato con tutta la sua
attrezzatura alla porta della villa che aveva tentato di espugnare il
giorno prima. Lo accolse Van Dauten, elettrizzato all’idea di avere
un furfante al suo servizio.
Il
ladro aveva esaminato ogni apparecchiatura di rilevazione, sotto lo
sguardo attento e severo delle due guardie. Erano dei veri mastini e
non gli concedevano la minima confidenza. Quando chiese loro una
sigaretta, ricevette in tutta risposta un grugnito minaccioso.
Individuò
una piccola falla nel sistema di sicurezza, in quanto gli impulsi
elettrici di un allarme scattavano con un certo ritardo.
Il
medico era davvero soddisfatto per il lavoro eseguito, certo che il
ladro avesse analizzato ogni cosa.
Jack
glielo fece credere. C’era un altro piccolo difetto, consistente in
un angolo cieco dei monitor ma se lo tenne per sé…Avrebbe lasciato
una possibilità ad un suo eventuale ‘collega’.
Le
strade di Jack e di Van Dauten si separarono definitivamente e,
avendo fatto tesoro della sua sgradevole ma curiosa esperienza,
l’artista del furto riuscì sempre ad evitare l’arresto.
La
mente di Jack si librava in questi pensieri quando l’uomo trasalì
per un rumore secco.
L’avventura
‘Van
Dauten’, come era solito chiamarla, era terminata da
anni: ora si trovava nella dimora del signor Freeman…era nel cuore
di ‘Southdown
House’.
Osservò
una rampa di scale che sfidava il soffitto. Era quasi certo che il
rumore provenisse da lì.
“Che
sia già tornato?…” si angustiò Jack.
No,
non era possibile…Se ne sarebbe accorto. Nessuna luce aveva tradito
la presenza di qualcuno.
“Sono
semplicemente solo…Forse ho i nervi a pezzi…Ma sono sicuro che
qui non ci sia nessuno” ripeté più volte l’uomo, quasi come un
mantra per convincersi.
Si
avviò con decisione verso la scala, per dimostrare la fondatezza
delle sue affermazioni.
Vide
un’enorme statua che dominava una parete. Era un gigantesco felino
con la testa di un uomo barbuto.
Ravvisò
una vaga rassomiglianza con il signor Freeman e poi, dopo essersi
accarezzato il mento, disse con ironia: “Gli uomini con un po’ di
peli sulla faccia sono tutti uguali!”. Ma si accorse lui stesso che
il suo umorismo era forzato; si sentiva a disagio e desiderava
terminare al più presto il furto.
Improvvisamente,
qualcosa di errato attraversò la sua coscienza: le dimensioni della
statua erano maggiori di quelle della casa. Come era possibile?
Una
goccia di sudore s’insinuò avidamente tra le rughe del suo volto
mentre tentava di sfiorare una spiegazione plausibile.
“Forse
il buio mi ha dato l’illusione che la casa sia più piccola…Ho
letto da qualche parte che l’oscurità rimpicciolisce le cose…O
meglio, dà questa sensazione…” propose a se stesso.
Cercava
di dare vigore alle sue parole ma gli sembravano vuote, prive di
peso…La ragione era in lacrime.
Improvvisamente,
ancora quel suono, secco e rigido.
Jack
tremava come un ramo in autunno e cominciò ad andare verso l’uscita.
Non avrebbe compiuto nessun’opera d’arte… Avrebbe riposto i
suoi pennelli… La tela era stregata.
Aveva
già raggiunto l’uscio della casa quando una folata di
determinazione lo scosse con vigore.
“Cosa
sto combinando!- sussurrò perentorio – Non avrò intenzione di
mollare ora! Posso cambiare vita, se la lucidità non mi abbandona…
Mi sto lasciando suggestionare dalla mole della casa… Non c’è
nulla qui, a parte la mia irragionevole paura…”.
Trasse
un profondo sospiro, come se l’aria fosse tabacco e la emise
lentamente, con metodo.
Se
non aveva raggiunto la tranquillità nel tumultuoso spirito, poco ci
mancava.
Ritornò
sui suoi passi e, ignorando la statua che riempiva la parete, salì
gli scalini di marmo, con passi da gatto.
Fece
correre un dito sul corrimano d’ottone e gli parve di avvertire una
sottile scossa elettrica. Era indubbiamente una villa inusuale e
l’atmosfera che vi albergava era indecifrabile…Non lugubre, non
malsana…Semplicemente indecifrabile.
Giunto
al piano superiore guardò la zona che aveva appena lasciato. Ora la
statua aveva dimensioni più ragionevoli.
Il
salone, invece, occupava tutto il piano inferiore. Non si era accorto
che alcune nicchie celavano pesanti tavole di pietra fittamente
ricoperte d'incisioni e, davanti ad ognuna di esse, si trovava una
grossa candela bianca.
Non
si era accorto…O prima il salone era completamente vuoto a parte il
felino dal volto umano?
Non
poteva permettere alle sue vane chimere di prendere ancora il
sopravvento e soffocò i suoi dubbi con un sorriso così eccessivo da
sembrare un ghigno.
Jack
non sapeva perché l’istinto lo avesse condotto al primo piano.
Forse perché aveva udito un rumore provenire dall’alto e voleva
sincerarsi della sua natura. Avrebbe esaminato il piano inferiore più
tardi, poco prima di uscire.
Al
termine delle scale si trovò davanti a quattro porte, preziosamente
intarsiate.
Tese
le orecchie, cercando di captare qualche suono molesto, ma non giunse
nulla. Probabilmente, i rumori che aveva udito poco prima provenivano
dall’esterno. Sicuramente erano le fronde di qualche albero che
picchiettava contro i vetri delle finestre.
Scrupolosamente,
appoggiò l’orecchio alla porta che si trovava proprio davanti a
lui. Non udendo alcun suono procedette con le altre, raggiungendo
l’assoluta certezza di trovarsi da solo a ‘SouthDown
House’.
Aprì
la prima porta e lo scricchiolio dei cardini precedette il suo
sguardo all’interno della stanza.
Era
una comune camera, con un letto in mogano ed un pesante armadio che
occupava una parete. Un elegante scrittoio ne completava
l’arredamento.
Jack
aprì il mobile più grande, cercando la cassaforte. Analizzò con
cura ma l’esito fu negativo. Per nulla frustrato, cominciò a
sollevare i quadri alle pareti, cercando una cassetta di sicurezza.
Infine,
cominciò a battere con attenzione le piastrelle, cercando di carpire
un suono vuoto che denunciasse la presenza di un nascondiglio.
La
stanza era così come si presentava, senza segreti da svelare e
tesori da rivelare.
Solo
un elemento turbava la razionalità di Jack: era tutto troppo
polveroso, come se da decenni nessuno vivesse più in quella stanza.
Ma il signor Freeman era partito da pochissimo tempo…
Toccò
la coperta del letto e gli parve rigida, infeltrita dagli anni.
Deluso
e perplesso, Jack si dedicò alle stanze successive.
La
luce della sua torcia alogena sondava inquieta le tre porte rimanenti
e Jack decise di procedere con ordine.
Si
dedicò quindi alla stanza successiva. Serrò la maniglia con le dita
ed avvertì il gelo del metallo; invano, tentò di ruotarla.
Ritrasse
istantaneamente la mano per poi tentare con rinnovata decisione. La
porta era indubbiamente chiusa a chiave.
Jack
era soddisfatto. Finalmente una situazione prevedibile che poteva
amministrare con la sua esperienza.
Guardò
la serratura. Era un modello piuttosto sofisticato e la sfida sarebbe
stata stimolante.
“E’
giunto il momento di utilizzare i pennelli!” sussurrò soddisfatto
ed estrasse alcuni piccoli grimaldelli dallo zaino.
Dopo
alcuni minuti di intenso impegno un sonoro scatto metallico lo avvisò
della riuscita operazione.
E
poi…Ancora quel rumore secco.
Jack
si voltò di scatto ma non notò nulla di strano.
“Dannati
alberi!” biascicò nervosamente mentre apriva la porta.
La
luce della torcia raggiunse gli angoli più remoti della stanza,
rivelandone le enormi dimensioni.
Teche
di vetro erano allineate lungo le pareti e, colpite dalla luce della
lampada, mostravano numerosi oggetti che brillavano.
Un
incontenibile entusiasmo avvolse Jack. L’opera si stava compiendo.
Ancora qualche sapiente colpo di pennello e poi sarebbe uscito da
‘SouthDown
House’.
Verificò
con attenzione che nessun sistema d’allarme tutelasse i contenitori
di vetro.
Al
loro interno, splendidi monili d’oro si alternavano a grosse pietre
preziose. Tralasciando l’eventuale valore archeologico, il
materiale esposto aveva un valore di diversi milioni di dollari.
“Il
signor Freeman dev’essere davvero molto ricco…- disse Jack mentre
faceva scorrere l’anta di vetro della teca più grande – Charlie
mi ha dato delle ottime informazioni!”.
Fece
scivolare nello zaino alcuni oggetti di piccole dimensioni e numerose
pietre preziose.
Si
avvicinò poi ad un’altra teca e, osservandosi attorno, ebbe
nuovamente una spiacevole sensazione: la stanza era innaturalmente
grande, rispetto alle dimensioni della casa che aveva percepito
all’esterno.
Un
rumore secco destò nuovamente la sua attenzione.
Si
avvicinò rapidamente all’enorme finestra che si trovava sul lato
più estremo e guardò nell’oscurità. Almeno in quella zona, gli
alberi erano ben distanti dalla casa.
La
sua mente scivolò in oscuri baratri quando gli parve di vedere una
creatura grottesca osservarlo dalla porta. Era avvolta dalla penombra
ma rivelava la bassa statura, forse poco più di un metro, e gli arti
superiori straordinariamente lunghi. Qualcosa gli brillava alle
estremità delle dita.
Una
bolla di sapone in frantumi…Uno specchio che si rompe generando
mille immagini…Un prisma multicolore che riflette l’esplosione di
una Super Nova.
Pensieri
confusi si accumularono nei pensieri del ladro, smarriti in un
labirinto di tali dimensioni da perdere la cognizione dell’infinito.
Jack
strinse gli occhi. L’apparizione era svanita. La sua mente stava
giocando a rimpiattino con la follia.
Non
si accorse che un sottile filo di bava quasi rappresa si trovava già
agli angoli della sua bocca. Era tutto così innaturale…Cercava un
appiglio nella realtà ma tutto franava sotto le fragili dita del
buonsenso.
Non
si dedicò più alle speculative domande dovute alla casa, che pareva
ampliarsi e rimpicciolirsi come se dotata di respiro. L’imperativo
che echeggiava nella sua mente devastata era quello di fuggire.
Non
si curò nemmeno di raccogliere gli attrezzi e lasciò lo zaino dove
si trovava.
Si
precipitò nella stessa direzione nella quale era apparsa la strana
figura, agendo con violenza contro il suo istinto di conservazione
che gli intimava di rimanere dov’era.
Era
l’unica via d’uscita e poi la creatura era scomparsa.
I
passi rimbombavano nel silenzio ovattato della dimora mentre cercava
di raggiungere la scalinata che l’avrebbe condotto al piano
inferiore.
Varcò
la soglia e…si accorse che la rampa che conduceva al piano
inferiore era svanita, inghiottita da un vorace pavimento. Le pareti
parevano distorcersi, perdendo sostanza. Altre due porte lo
attendevano…
Aprì
con slancio la terza porta, per accorgersi che celava un gelido antro
di tenebra. Il rumore secco che angustiava il precario equilibrio
mentale di Jack si fece ancora sentire. Proveniva da quelle malsane
viscere rocciose.
Lo
scassinatore non si domandò neppure come fosse possibile che una
caverna potesse trovarsi al piano superiore di una lussuosa villa.
Fu
quasi ipnotizzato da una fiammella generatasi nel nulla, in
quell’assurda oscurità. Danzava leggiadra ed oscena al tempo
stesso, come sfiorata da carezze di vento. Era però un fuoco freddo,
irrazionale.
La
fiamma di ampliò e proiettò una sagoma grottesca…Lo stesso incubo
che lo attendeva sulla porta era diventato un’ombra.
Jack
urlò e serrò l’uscio, appoggiandosi con la schiena per opporre
una certa resistenza. Se quella creatura lo avesse preso…
Il
suo battito cardiaco, accelerato fino al limite, gli rimbombava nella
mente e gli scuoteva il corpo ansante. Le labbra erano aride ed
avvertiva una spiacevole sensazione nella gola, come se avesse
inghiottito avidamente manciate di polvere.
Trattenne
uno spasmo e si piegò dal dolore. Il viso, imperlato di sudore, si
mescolava alle lacrime che gli rigavano le gote, come un affluente
viene assorbito da un fiume impetuoso.
Cercò
qualcosa con cui far giocare il suo pensiero, qualche futilità che
potesse momentaneamente distrarlo e fargli raggiungere una certa
lucidità.
Pensò
alla sua vecchia automobile, che lo attendeva fuori come un fedele
destriero.
Pensò
ad una giovane donna bionda che aveva visto due sere prima al
“Duncan’s Pub”: era davvero graziosa e forse, se fosse uscito
da lì, l’avrebbe incontrata nuovamente, chissà…
Pensò
che probabilmente non sarebbe stato così brutto spegnersi in
vecchiaia al sole delle Bahamas, cullato da una brezza e con lo
sciabordio delle onde come sottofondo; non poteva permettersi di
morire in quella dannata casa, accanto ad una squallida porta che
celava il nulla.
Si
alzò e caracollò verso il quarto uscio. La scala che scendeva verso
il basso non era ricomparsa e Jack cominciò a pensare di essersela
sognata. Ma, se non era reale, come era riuscito a salire nella zona
superiore della casa?
Strinse
la maniglia d’ottone dell’ultima porta e la tirò con forza
eccessiva. Subito dopo che lo fece, udì un cigolio alle sue spalle
ed un suono duro, quasi meccanico. Non riusciva più a sopportare
quel misterioso rumore e si precipitò all’interno dell’ultima
stanza.
Si
trovò davanti un corridoio lunghissimo, con le pareti ricoperte da
bizzarri bassorilievi.
Strizzò
gli occhi perché non poteva crederci: alla fine s’intravedeva una
rampa di scale che scendeva.
Affrettò
i suoi passi lungo il pavimento di alabastro, illuminato dal debole
chiarore di alcuni candelabri votivi alle pareti.
I
delicati bassorilievi parevano muoversi ai guizzi delle tremolanti
fiammelle delle candele, come se respirassero con la casa stessa.
Mentre
Jack fuggiva, una parte della sua mente, ormai smarrita al crepuscolo
della ragione, era ghermita dalla perizia con cui erano stati
realizzati.
Improvvisamente,
ancora quel suono secco.
Jack
si voltò con lentezza e vide che l’evanescente ombra che lo aveva
tormentato aveva acquisito nitidezza.
Una
creatura solo vagamente antropomorfa, con il corpo ricoperto da
scaglie bluastre, con una luce maligna e famelica negli occhi gialli,
dalle pupille verticali.
Il
muso pronunciato, nascondeva una dentatura irregolare e mostruosa.
Aprì
e richiuse la mandibola squamata: I suoi denti produssero il rumore
quasi metallico che ossessionava Jack.
L’uomo
ruotò maldestramente su se stesso e cominciò a correre verso la
scala. Lo separavano poche decine di metri.
Ebbe
la sensazione che l’incubo si muovesse lentamente alle sue spalle,
come se avesse voluto lasciarlo fuggire.
Improvvisamente,
la scala cominciò a perdere nitidezza ed assumere il colore
dell’argilla. Dopo alcuni, insignificanti secondi era diventata un
bassorilievo, opaca imitazione della realtà.
Un
improvviso dolore sotto la scapola destra lo ridestò dall’inebetito
torpore nel quale era sprofondato dopo la metamorfosi della rampa
delle scale.
Si
guardò il torace e vide che artigli d’argento lo avevano
trapassato da dietro. S’accascio sulle ginocchia, fardello svuotato
da ogni futura angoscia. Quasi non s’accorse quando la creatura gli
spiccò la testa dal busto con un colpo preciso, facendola rotolare
lungo le scale del bassorilievo che avevano riacquistato la realtà…
L’uomo
scese dal taxi, subito seguito dall’autista che estrasse dal
bagagliaio una grossa valigia grigia. Lasciò una generosa mancia e
si recò con passo deciso a ‘SouthDown
House’.
Inserì
una chiave in metallo scuro nella serratura del cancello e la fece
scattare.
Andò
verso il portone e guardò la targa bianca che ora non recava alcuna
scritta. L’aprì e trascinò dentro la valigia.
Guardò
l’enorme statua che distorceva le dimensioni del reale: il signor
Freeman era tornato a casa.
Salì
le scale velocemente, come attendendosi qualcosa che aveva intuito.
La
quarta porta del piano superiore era aperta e si precipitò al suo
interno.
In
un angolo un demone immondo stava rosicchiando quel che appariva come
un braccio umano.
Per
tutto il corridoio si trovavano brandelli di carne e copiosi schizzi
di sangue imbrattavano i minuziosi bassorilievi.
Il
signor Freeman guardò la creatura e disse bonario: “Hai fatto un
buon lavoro di sorveglianza, Rampoor! Ma, per favore, la prossima
volta evita di sporcare le pareti…Inoltre, ora dovrò fare un altro
viaggetto per far sparire tutto questo…Comunque, devo ammettere che
sei il miglior sistema di sicurezza che abbia mai avuto…”.
Con
tranquillità, aprì la valigia che rivelò essere sporca di sangue
al suo interno.
Borbottò
tra sé: “Quale vanità ostentano questi mortali…Non sei il
primo, piccolo malfattore, che finisce qui dentro…”. E con cura
ed attenzione cominciò a disporre ordinatamente i resti del ladro
sfortunato.