Verso Fairy-Land
di Gabriele Luzzini
1
Il
monotono e metallico suono del treno che stava divorando le rotaie
accompagnava il giovane viaggiatore intento ad osservare con
attenzione l’interno di ogni scompartimento. Era poco più di un
ragazzo e stringeva fra le dita, nervosamente, una ventiquattr’ore
forse un po’ consunta agli angoli, ma ancora perfettamente
efficiente.
Appariva
quasi incredibile, ma su quel treno non c’era alcun passeggero
eccetto lui ed il suo bagaglio di sogni.
Decise
di accomodarsi nello scompartimento n° 16, rassegnato ad immergersi
in una tetra solitudine. Proprio non sopportava l’idea di non
condividere l’emozione e le ansietà che gli assalivano il cuore in
quell’istante. Una fortuita compagnia gli avrebbe di certo
allentato la tensione.
I
paesaggi bucolici sfrecciavano come scie di stelle cadenti al di là
del finestrino opaco ed il sole del meriggio era stato inghiottito da
un cielo d’avorio che preannunciava pioggia.
Quasi
non s’accorse che un nuovo passeggero stava dividendo con lui lo
squallore dello scompartimento, con quei sedili irrimediabilmente
danneggiati da inutili vandali. Si stava allentando il nodo della
cravatta color-della-notte, mentre sfogliava il contenuto d’una
cartelletta sgualcita.
Un
altro giovane entrò nello scompartimento ed osservò le due persone
già presenti con sguardo interessato, oltre le spesse lenti degli
occhiali che portava. Senza proferire alcuna parola si sedette e
cominciò a fissare distrattamente il finestrino. Il desiderio del
primo viaggiatore era stato esaudito.
“Perdoni
la mia curiosità, -esordì il primo viaggiatore- ma vedo che sta
controllando il testo di ciò che sembrerebbe un racconto...”.
Il
secondo viaggiatore lo osservò con attenzione, valutando
l’interlocutore, e rispose:”Sì, è un racconto...Lo presenterò
ad un simposio letterario...che, per inciso, è la mia attuale
meta...”.
“Non
ci posso credere...Anche lei sta andando al simposio di Fairy-land!”
esclamò sorpreso il primo giovane.
“Davvero
perspicace...Devo immaginare che anche lei sia diretto in quel
luogo...Nome davvero interessante come sede per un incontro
letterario...Una poesia di Edgar Allan Poe, mio mentore spirituale,
parla di Fairy-Land...Ovviamente non il medesimo posto, bensì
‘Nebbiose valli, rivi d’ombra e selve simili a nuvole...”
disse, con velato sarcasmo, il secondo passeggero.
“Le
cui forme nessuno più distingue per le lacrime che vi gocciolano
intorno...” concluse il terzo viaggiatore, che fissava con occhi
attenti i due viaggiatori, come se fosse stato scosso da un’atavica
accidia.
“Anche
lei stima le opere di Poe...” chiese affabimente il primo
passeggero.
“E
sono diretto a Fairy-Land per la vostra medesima ragione...A volte la
sorte decide assurde situazioni...” notò garbatamente il terzo
viaggiatore.
“O
forse perchè questo treno è l’unico diretto a Fairy-Land...”
ribattè caustico il secondo passeggero.
Un
breve istante di gelido contegno pervase la carrozza. La manifesta
ostilità rimarcata dalle ultime parole aveva gettato un’ombra di
diffidenza tra i tre passeggeri. Il secondo, quasi per mitigare ciò
che aveva appena detto con il suo atteggiamento affilato come la lama
di un rasoio, propose:”Perchè non iniziamo ora il Simposio? Ho
giusto tra le mani il racconto che intendo presentare...Avrò modo di
valutare le vostre reazioni e comprendere anticipatamente l’esito
del concorso...Resta inteso che, dopo di me, sarà il vostro
turno...”.
Il
sorriso benevolo degli altri due viaggatori incoraggiò il giovane,
che cominciò a leggere con voce stentorea...
2
ASPETTANDO
LEI (Fiaba metafisica)
Ancora
pochi minuti e lei sarebbe giunta. Ethan la stava aspettando da un
po’, davanti ad uno squallido locale dalle vetrate colorate che
lasciavano passare una tenue luce soffusa.
Il
ragazzo reggeva nelle mani un mazzo di aulenti rose, macchie d’amore
consumate dal gelo. L’appuntamento con lei era a mezzanotte, allo
scadere dell’anno ormai passato.
Non
si erano accordati con precisione, ma Ethan era assolutamente
convinto che quello sarebbe stato il momento migliore per
incontrarla, per farsi ghermire dal suo splendore e dalla sua
passione. Molti la detestavano ed il giovane non riusciva a
comprenderne il motivo...Lei era così dolce, così meravigliosamente
seducente, così gentile...
L’immensità,
gonfia di nubi e gravida di neve, lasciava scivolare verso il suolo
scuro alcuni fragili cristalli che volteggiavano leggiadri nell’aria.
Come
sarebbe stato romantico incontrarla sotto la candida cascata di
ghiaccio, sentirla fremere tra le proprie braccia, con un ardente
bacio che avrebbe suggellato un’eterna promessa d’amore.
Un
lontano canto improvvisato attirò l’attenzione del giovane...
Forse qualche ubriaco festeggiava in tal modo il nuovo anno ormai
prossimo. Scrutò nella notte e vide un’ombra venirgli incontro.
Aguzzò la vista... No, non era lei... Solo il bizzarro cantore a cui
un attimo prima aveva rivolto la mente.
“Ciao
amico...Che gelida notte!” esordì il vecchio vestito di cenci.
Ethan,
senza dir nulla, infilò una mano in tasca ed estrasse alcune
banconote, che fece scivolare nelle mani del reietto.
“Grazie
amico...Buon anno!” biascicò l’uomo e si portò una bottiglia
alla bocca, trangugiando avidamente l’alcolico contenuto. Subito
dopo s’allontanò e scomparve in un vicolo.
Il
ragazzo guardò l’ora...Ancora pochi istanti...
All’interno
del bar, intanto, una festa priva di gioia si stava sviluppando,
mentre il gestore stava colmando di spumante i calici dei rari
avventori.
Il
giovane si spostò dall’ingresso del locale... Tra poco lei sarebbe
arrivata... Solo questo importava.
Annusò
i fiori che stringeva nelle mani ed un sentimentale ricordo d’una
primavera troppo lontana s’impossessò del suo animo...
Eccola!
Finalmente era arrivata...Splendida, meravigliosa...Non poteva certo
esistere nulla di più incantevole, di più delicato.
Lei
lo vide e sorrise. S’avvicinò rapida, alternando velocemente i
suoi passi sulla neve fresca che aveva steso un sottile manto.
Il
cuore di Ethan batteva furioso e si sentì incredibilmente
impacciato. Era veramente molto bella... Una lieve malinconia
l’afferrò... L’aveva attesa per troppo tempo...
L’abbraccio
di lei fu intenso ed impetuoso come acqua sorgiva. Ogni cosa
vorticava e perdeva realtà, meschinità d’una quotidianità ormai
dimenticata. Quando Ethan incontrò le sue labbra tutto svanì...
Un
remoto orologio rintoccava la mezzanotte...
La
mattina del nuovo anno fu accolta da una sagoma indistinta, coperta
in parte dalla neve. Nessuno se ne accorse prima di mezzogiorno e
subito una folla curiosa circondò il corpo esanime.
L’autopsia
dichiarò che Ethan era spirato a causa di un male incurabile che da
mesi lo divorava. La fine dell’anno aveva coinciso con la fine di
un’esistenza...
Altrove,
Ethan stava ancora danzando con la sua dama. Il tempo ormai non aveva
più ragione d’esistere. Era iniziata l’era dell’Acquario, era
cominciata un’altra vita.
3
“Decisamente
malinconica e struggente...” fu il laconico commento del primo
viaggiatore.
“Narrativamente
è interessante, ma sono abbastanza disorientato... L’avevo
giudicata fondamentalmente un cinico ma questo racconto, così
intriso di decadente romanticismo mi dimostra quanto era scorretto il
mio pensiero nei suoi confronti” concluse il terzo.
“Indossiamo
maschere apotropaiche per scacciare gli spiriti malvagi, gli umori
nefasti e l’ipocrisia...E molte volte tali maschere appaiono come
il nostro vero volto...O forse divengono il nostro vero volto...
L’anima è stata frantumata da ingranaggi tetri ed inarrestabili.
Non ci resta che prenderne atto...e non farsi ingannare dalle
maschere...” terminò il secondo passeggero.
“Splendida
apologia...Ed un ottimo prologo per il mio racconto che ora vi
leggerò” sottolineò il terzo viaggiatore, mentre estraeva da una
cartelletta alcuni fogli. Si schiarì la voce con un colpo di tosse e
cominciò...
4
HARRY
“Certo
che in questa stagione la sera scende molto presto” rimuginava
Harry, mentre asciugava alcuni bicchieri, dietro il bancone del bar
che portava il suo nome.
Il
suo sguardo si posò sugli ultimi clienti, che in quell’ora
crepuscolare trascinavano i loro minuti dietro i grigi tavolini del
locale.
Il
vecchio Mike, come al solito, era vicino alla polverosa superficie
della vetrata che dava sulla strada, sempre con il quotidiano tra le
mani ed un maleodorante sigaro serrato tra le labbra, con i pensieri
che rincorrevano le dense ed ampie volute di fumo.
Peter,
invece, con l’impermeabile e col cappello dalla tesa larga calcato
sulla testa, stava centellinando l’ambrato contenuto di un
bicchiere di Whisky. Sembrava il protagonista di remoti polizieschi,
forse a causa del volto segnato dagli anni.
Frank,
il più giovane degli avventori, guardava con malcelato disinteresse
la partita dei Chicago Raiders, trasmessa dalla TV che si trovava in
un angolo.
E
poi c’era lui...Quello nuovo. Era entrato da diversi minuti e stava
osservando ciò che lo circondava, guardingo. Non aveva ancora
ordinato nulla e non aveva proferito alcuna parola. Semplicemente
esaminava.
Si
aggiustò per l’ennesima volta la cravatta, gesto che denotava un
certo imbarazzo, e sistemò le pieghe della giacca di tweed che
indossava.
Infine,
, con voce arrochita dal freddo ma che pareva artificiale, esordì
dicendo: ”Mi hanno detto che qui ci sia la miglior birra della
zona...Ne vorrei un boccale...”.
Superficialmente,
l’elemento che stonava nel locale era lo stesso Harry, un barista
nero in un bar frequentato esclusivamente da bianchi, ma un’analisi
più approfondita sottolineava la totale estraneità dell’individuo
che era entrato da poco e che pareva dominare faticosamente un oscuro
segreto che lo perseguitava.
L’attenzione
di Frank si era immediatamente catalizzata su di lui, appena aveva
varcato la soglia. Per questo non si era nemmeno accorto del termine
della partita dei Raiders, conclusasi con la loro sconfitta e sommo
scherno dei tifosi avversari.
Anche
gli occhi di Peter, estremamente vivaci e mobili, si erano posati
sull’uomo in tweed.
Mike,
invece, lo degnò di una fugace occhiata, per poi immergersi
nuovamente nell’articolo che aveva destato in lui una grande
attenzione.
Mentre
Harry serviva il misterioso cliente, Mike sventolò il quotidiano ed
esclamò:”Avete letto quest’articolo?...S’intitola 'LUCI NEL
CIELO'. Parla della nostra cittadina...Pare che siano state
avvistate in zona inspiegabili fonti luminose compiere evoluzioni
durante la notte scorsa...Le solite storie di dischi
volanti...Assurdità per turisti...”.
“Perchè,
lei non crede nell’esistenza di forme di vita aliene e di navi
spaziali che periodicamente solcano i cieli di questo pianeta?”
chiese l’uomo che aveva chiesto una birra, in modo diretto e con
quella voce così particolare.
“Perchè,
lei ci crede?...” s’intromise il giovane Frank.
“Ovviamente
sì, mi sembrerebbe assurdo il contrario, tanto più che il problema
connesso alle grandi distanze esistenti tra le stelle e quindi tra i
pianeti è stato parzialmente superato supponendo l’esistenza
dell’antimateria e la tridimensionalità dello spazio-tempo.”.
“Ehhhhh...Non
ho capito nulla di quello che ha detto...” sussultò Peter, alzando
leggermente la tesa del cappello per osservare meglio lo strano
individuo.
“Forse
ciò che ho detto è troppo complesso per voi...” disse lo
straniero, con velata arroganza.
“E
lei come fa a sapere queste cose?” incalzò Frank, stizzito dalla
boriosa affermazione.
“Diciamo
che purtroppo mi sono informato...” concluse laconico, sorseggiando
la birra che aveva davanti a sé.
Frank,
Mike, Peter ed Harry fissavano con estrema attenzione ogni singolo
movimento di quello nuovo che cominciò a manifestare un certo
disagio.
Forse
voleva sollevarsi da un immane peso che gravava sulla sua anima, o
più semplicemente l’alta gradazione della birra cominciò a fare
effetto, ma si schiarì la voce e cominciò a parlare...
“Il
mio nome non ha importanza...Vi basti sapere che, pur appartenendo ad
un’organizzazione governativa, sono solo un analista. Esamino fatti
per poi trarne conclusioni...Tra poco mi dovrò recare ad una
postazione militare mobile che è stata allestita fuori città, in
seguito all’avvistamento di ieri. E’ ferma intenzione del
governo, o chi per lui, comunicare con tale velivolo, se apparirà
ancora questa sera, per indurlo ad atterrare. Se non risponderà ai
segnali, verrà abbattuto con missili terra-aria. S’impadroniranno
della loro tecnologia. E’ fatto noto che in alcuni Hangar
dell’aeronautica militare vi siano rottami di dischi volanti. Ma
vogliono qualcosa di più utilizzabile...Ed io sarò complice di
questo orrendo crimine” concluse l’uomo con la giacca di tweed e
dagli occhi spiritati.
Ammutoliti,
gli altri uomini si guardarono tra loro, visibilmente perplessi.
Stavano dubitando della sanità di mente del bizzarro individuo che,
dopo aver finito l’ultimo sorso di birra, saldò il conto ed uscì
salutandoli, con una fosca ombra stampata sul volto.
Una
densa foschia che era scesa per le vie della cittadina l’inghiottì
dopo alcuni passi.
“Certo
che ce ne sono di tipi strani...” borbottò Mike, ripiegando il
giornale.
“Comunque,
se esistessero questi alieni, sarebbero ben diversi da noi...Sarebbe
impossibile comunicare...Troppo diversi...” continuò Harry.
Dopodiché,
anche gli altri cominciarono ad uscire...
Prima
Mike, atteso dalla moglie per cena, che, con disappunto, s’accorse
d’essere già in ritardo.
Chi
l’avrebbe sentita Margie...Avrebbe detto che era solo un
ubriacone...Lui e tutti i suoi amici.
Subito
lo seguì Frank, che quella sera sarebbe uscito con la nuova
fidanzata...Chissà quanto sarebbe durata...
Infine
Peter, che lentamente s’avviò verso una strada poco illuminata. Si
voltò e vide Harry abbassare la saracinesca del locale.
Alzarono
lo sguardo insieme e videro una sorta di sole notturno che si
avvicinava.
Peter
estrasse da una tasca dell’impermeabile uno strumento che sembrava
un telefono cellulare e, composta una sequenza numerica, cominciò a
parlare con un idioma sconosciuto.
Il
sole riprese quota e la serenità del cielo fu scossa dalla scia di
un missile che aveva mancato il suo bersaglio.
Peter
si tolse il cappello, mettendo in mostra un piccolo corno posto sulla
sommità del cranio e, guardando in direzione di Harry che stava
finendo di chiudere il locale, si trovò ad esclamare:”...Non siamo
poi troppo diversi...”.
5
“Sorprendente...La
vena fantastica è sempre capace di fornire emozioni... E poi
l’argomento trattato è di sicura attualità... Periodicamente
l’uomo ricerca altri Dei, più vicini e, chissà, più
affidabili...C’è stato il tempo degli angeli...Ora è il momento
degli extraterrestri” disquisì il secondo viaggiatore.
“La
sua creatività, caro amico, è certamente una carta affascinante per
questo simposio.” Giudicò il primo passeggero.
“A
proposito, che ore sono? C’è ancora tempo per ascoltare l’ultimo
racconto, vero?” chiese il giovane che aveva appena terminato di
leggere ad alta voce.
Il
primo guardò l’orologio e rassicurò il terzo passeggero:”Sì,
c’è ancora tempo...Ed è forse il tempo uno dei protagonisti di
ciò che sto per leggervi...”.
“Un
racconto sul tempo?” s’intromise incuriosito il secondo
passeggero.
“Non
proprio...Ma le implicazioni col tempo sono manifeste...” rispose
il primo e, dopo aver cercato tra i fogli che reggeva nelle mani la
sua opera, iniziò la lettura...
6
UN
RAGAZZO
Un
ragazzo, vestito con laceri abiti sbiaditi, era sdraiato in una dolce
e verde distesa, circondato da alcune macchie di fiori.
Pareva
fissare le nuvole che si rincorrevano senza sosta nell’immensità
che lo sovrastava mentre un piacevole vento caldo e leggero che
veniva da sud muoveva i suoi lunghi capelli scuri ed animava gli
esili fili d’erba che sembravano bisbigliare.
Refoli
più audaci tentavano di piegare i robusti steli di alcune rose
canine che orgogliose, si ergevano.
La
foresta delimitava il lieve declivio in cui si trovava il ragazzo,
con ombrose fronde e tronchi che celavano, non potendo raccontarli,
avvenimenti accaduti decenni prima.
Lontano,
alcuni piccoli roditori si contendevano alcune ghiande, levando alti
squittii.
Il
viso del giovane era tuttavia molto triste, oppresso da un’oscura
angoscia e tormentato da impalpabili pensieri che forse veleggiavano
nell’oceano delle sue passioni. Era il volto di un fanciullo
smarrito, in vane utopie o irrealizzabili necessità.
Ogni
cosa era scandita dall’armonico cinguettare di alcuni invisibili
volatili ed il noioso scorrere del tempo, arbitro implacabile d’ogni
esistenza, era fuori luogo in quella landa di sogni.
E
cos’era il tempo, se non una inutile convenzione dell’uomo,
tiranno e sovrano d’ogni chimera, sanguinario giustiziere di ogni
desiderio?
Ma
la memoria necessitava del tempo, poiché ogni ricordo è ad esso
subordinato...E l’uomo è dominato dal ricordo. Forse era da
ricercare in questo l’eterna, umana ossessione per il tempo.
Le
ghiande avevano avuto il loro vincitore, uno scoiattolo con una lunga
striatura bianca sulla coda che avidamente stava divorando il bottino
appena conquistato. Quante prevaricazioni anche in un microcosmo come
quello degli animali di piccola taglia dove, inevitabilmente, il più
arrogante ed il più forte prende il sopravvento. La vita stessa era
composta da amarezza e fiele, poiché la violenza è insita in ogni
specie.
Subitanee,
le nubi cominciarono ad addensarsi buie, sinistre...rabbiose.
Il
lucente astro diurno che pochi istanti prima accarezzava con il suo
calore la liscia pelle del ragazzo e la natura che lo circondava era
stato annichilito da cirri del color del nulla.
L’azzurro
splendore lasciò il posto ad un cielo plumbeo e da lì a poco
cominciò a scendere una pioggia torrenziale che mondava tutto,
tranne i cuori degli uomini.
Il
ragazzo era ancora sdraiato e non si muoveva. Attendeva che lo
venissero a prendere...Attendeva che i soldati governativi venissero
a prendere il cadavere di un altro ribelle appena fucilato.
7
Il
primo passeggero si guardò attorno...Era solo. Le proiezioni della
sua mente l’avevano lasciato...
Aveva
nelle mani i tre brevi racconti che aveva riletto poco prima, nella
vana speranza di scegliere definitivamente quello che avrebbe
presentato al simposio.
L’indecisione
era sempre stata una sua caratteristica, il lato oscuro con cui
confrontarsi .
Ma
del resto, non era la stessa vita una sottile trama d’indecisioni,
di angoli bui che limitavano gli impulsi creativi e la libera
affermazione dell’individuo?
Riguardò
i racconti...E guardò lo scompartimento vuoto. Se di sforzava
riusciva ancora ad intravedere le sagome sbiadite di se stesso...Il
cinico-romantico, con la sua struggente malinconia, il sognatore, con
la sua utopia aliena. E poi c’era lui, con la gelida, spietata
realtà, misero cronista di sangue e dolore. Erano ombre della stessa
mente.