La voce
di S. Agabiti Rosei
Era l'alba del ventunesimo giorno. La
vita si stava risvegliando alle tinte del mattino, carica della
vitalità di chi ha avuto il giusto riposo, finché il cielo si saturò di
luce.
Allora decidemmo di intraprendere il viaggio. Non era chiara
la meta, né il cammino, ma sapevamo che dovevamo andare e la guida era
la Voce, quella voce interiore che fin dal primo istante avevamo udito
tutti all'unisono e che stranamente ci aveva subito infuso fiducia.
Prima
di quel momento le nostre esistenze erano state legate solamente
all'Isola: lì eravamo nati e lì avremmo trascorso il nostro tempo,
nell'attesa che il Grande Spirito ci richiamasse a sé e ci portasse
nella Dimensione Suprema. Così i nostri giorni sembravano già
stabiliti, in una quotidianità ereditata dai predecessori, che gli
Anziani giudicavano necessaria e pertanto giusta, in nessun caso
suscettibile di cambiamento.
Ma ogni elemento del nostro corpo
gridava sete di conoscenza e desiderio di oltrepassare quei confini di
sempre, alla ricerca di ciò che doveva per forza esistere, perché
altrimenti nulla avrebbe avuto senso.
Ci riunimmo attorno alla
Pietra Rossa, in attesa che la saggezza ispirasse i nostri cuori, e fu
allora che udimmo tutti assieme la Voce. Indefinibile, essa incarnava
il maschile e il femminile, il suo tono deciso non ammetteva dissensi,
ma nello stesso tempo viaggiava su note di assoluto amore e in
quell'estasi sublime noi tutti capimmo che non potevamo più aspettare.
Fu
così che varcammo i confini, in una notte in cui la luna non riusciva a
illuminare neppure se stessa, e all'alba approdammo sulla Terra del
Sapere, bramando la luce delle nostre menti. Era il primo giorno.
Quello
che si presentava ai nostri sensi era uno spettacolo di una bellezza
inaudita: mai colori simili avevano rallegrato i nostri occhi, né tali
profumi avevano inebriato le nostre narici.
Presto ci accorgemmo che
di quelle piacevolezze potevamo anche nutrirci e i sapori che la nostra
bocca riusciva a elaborare erano immensamente carichi di soddisfazione,
tanto da non desiderare altro. Sembrava che da sempre avessimo aspirato
a quel luogo di incanto senza averne coscienza, senza che
l'immaginazione arrivasse a sfiorare, con le sue dita infinite, solo il
più piccolo degli oggetti lì presenti. Lo stupore riempiva i nostri
cuori e noi gioivamo, di una gioia nuova e di un totale appagamento.
E
così restammo a sollazzarci per venti giorni, in un'indolenza provocata
da quel gaudio certo, come in preda a un sogno da cui i nostri sensi
non volevano né potevano svegliarsi, ma da cui la ragione sopita
sarebbe volentieri fuggita, inquieta perché imprigionata da una volontà
superiore.
Allora tornò a parlarci la Voce e a infonderci il calore
della consapevolezza, per esortarci a riprendere il nostro viaggio,
quello verso la vera Conoscenza, perché fino a quel momento avevamo
sperimentato solo l'illusione dei sensi, i cui profumi, sapori e colori
sarebbero svaniti all'alba.
Fu così che riprendemmo il nostro
cammino e sentivamo un'energia nuova che ci guidava, che soffocava la
stanchezza e teneva sveglie e attente le nostre menti, pronte a captare
ogni insegnamento. Quando fossimo arrivati a destinazione ne avremmo
avuto la certezza.
E finalmente, dopo aver percorso la nostra
strada, giungemmo a un'altura, da cui si dominava l'Assoluto, nero,
bianco, trasparente, e la Voce ricominciò a parlare e proveniva da una
Luce accecante. Noi divenimmo leggeri, evanescenti, impalpabili, e la
Luce ci assimilò.
Avevamo smesso di desiderare, perché ora sapevamo,
e tutto quello che il nostro essere era in quel momento, da allora e
per sempre, si chiamava Amore.