Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male:gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità.
(J.Conrad)

E' bene a volte lasciare uno spiraglio per una spiegazione razionale, ma, per così dire, lasciatelo tanto stretto che la spiegazione non sia praticabile.
(M. Rodhes James)

Il mistero della scrittura è che in essa non c'è alcun mistero.
(J. Saramago)

Il buio

di Gabriele Luzzini


Il buio… Irene temeva quel che poteva accadere in quella casa quando l’interruttore si spegneva…
Aveva udito sempre fin troppo chiaramente quei fruscii, quelle voci… Ed era certa che quando la luce si spegneva tutto si acuiva e quei rumori divenivano quasi assordanti, od almeno così sembravano alla sua coscienza fanciullesca. Sentiva come una sottile scossa attraversarle con veemenza l’anima, fino a sconquassarla.
Paura… Era il termine più appropriato. Non ne avrebbe mai parlato a nessuno, certamente… Era il suo piccolo ed innocente segreto. E forse era proprio la sua mai doma fantasia a creare simili specchi nei quali confrontarsi con le proprie ansietà. Probabilmente le voci non esistevano, come non esistevano quelle sagome che aprivano e chiudevano le porte… Proiezioni dei suoi timori… Certo, era proprio così.
Pensò a sua nonna, quell’anziana e gentile donna il cui volto era un fitto intreccio di rughe, tragedie e ricordi. Le dava sempre serenità farlo, ricordare le magnifiche favole che le venivano proposte accanto al camino, quando un’immancabile pentola col coperchio nero bolliva senza mai fermarsi.
La nonna… Era il senso dell’unità familiare, di suo padre morto troppo presto per serbarne un qualche ricordo, di sua madre sempre impegnata a dimenticare. Era un delizioso antidoto che aveva storie da raccontare, gioie da condividere, lacrime da smarrire.
E poi Irene si ammalò… Il medico interpellato, lisciando i suoi baffi impomatati, disse che la medicina convenzionale non avrebbe potuto fare nulla mentre le sfiorava con un batuffolo di cotone intinto nello iodio le purulente eruzioni cutanee sulla fronte.
Pensò al volto corrucciato della nonna e poi alla madre che l’aveva abbandonata da diverso tempo, perduta in un’avventura sentimentale che l’avrebbe uccisa di crepacuore.
Si ricordò con quanta cura l'anziana donna l’accudiva la notte. La svegliava ogni 2 ore per somministrarle un decotto amaro… E di quel gatto randagio che al crepuscolo saltava sul davanzale della finestra e la osservava per diversi minuti, come se avesse squarciato il velo del futuro. Aveva la sensazione che la donna riuscisse a comunicare col felino in un linguaggio sconosciuto e talvolta le sembrava di scorgere degli sguardi d'intesa tra i due.
Con le forze che ormai l'avevano abbandonata, osservava ciò che la circondava con l'avidità e rassegnazione di uno spettatore…
La vita, uno spettacolo dal quale era stata momentaneamente esclusa, che l'aveva rifiutata anche come comparsa. Non era altro che un fondo sfumato di un dipinto, dove il mare incontra il cielo… Sottile linea di demarcazione che rappresenta il Nulla.
E si rammentò di quando sua nonna, appoggiandole un cuscino sul volto, le bisbigliò: “Non spaventarti, piccola mia… E’ solo un attimo. Ti sentirai subito meglio…”
Irene rabbrividì ancora… La sua sagoma evanescente osservava l'anziana donna che stava atterrando con la sua scopa nel campo di grano.
Era tutto ciò che era riuscita a fare… Uccidere Irene per non farla più soffrire e trattenere il suo spirito in questa dimensione per sconfiggere la solitudine. Come aveva fatto con altre persone che le stavano a cuore… come suo figlio Edmondo, il padre di Irene, oppure sua cugina Maddalena. Ora erano ombre che lievi si trascinavano in quella dimora addormentata ai piedi di una collina.