Il
buio… Irene temeva quel che poteva accadere in quella casa quando
l’interruttore si spegneva…
Aveva
udito sempre fin troppo chiaramente quei fruscii, quelle voci… Ed
era certa che quando la luce si spegneva tutto si acuiva e quei
rumori divenivano quasi assordanti, od almeno così sembravano alla
sua coscienza fanciullesca. Sentiva come una sottile scossa
attraversarle con veemenza l’anima, fino a sconquassarla.
Paura…
Era il termine più appropriato. Non ne avrebbe mai parlato a
nessuno, certamente… Era il suo piccolo ed innocente segreto. E
forse era proprio la sua mai doma fantasia a creare simili specchi
nei quali confrontarsi con le proprie ansietà. Probabilmente le voci
non esistevano, come non esistevano quelle sagome che aprivano e
chiudevano le porte… Proiezioni dei suoi timori… Certo, era
proprio così.
Pensò
a sua nonna, quell’anziana e gentile donna il cui volto era un
fitto intreccio di rughe, tragedie e ricordi. Le dava sempre serenità
farlo, ricordare le magnifiche favole che le venivano proposte
accanto al camino, quando un’immancabile pentola col coperchio nero
bolliva senza mai fermarsi.
La
nonna… Era il senso dell’unità familiare, di suo padre morto
troppo presto per serbarne un qualche ricordo, di sua madre sempre
impegnata a dimenticare. Era un delizioso antidoto che aveva storie
da raccontare, gioie da condividere, lacrime da smarrire.
E
poi Irene si ammalò… Il medico interpellato, lisciando i suoi
baffi impomatati, disse che la medicina convenzionale non avrebbe
potuto fare nulla mentre le sfiorava con un batuffolo di cotone
intinto nello iodio le purulente eruzioni cutanee sulla fronte.
Pensò
al volto corrucciato della nonna e poi alla madre che l’aveva
abbandonata da diverso tempo, perduta in un’avventura sentimentale
che l’avrebbe uccisa di crepacuore.
Si
ricordò con quanta cura l'anziana donna l’accudiva la notte. La
svegliava ogni 2 ore per somministrarle un decotto amaro… E di quel
gatto randagio che al crepuscolo saltava sul davanzale della finestra
e la osservava per diversi minuti, come se avesse squarciato il velo
del futuro. Aveva la sensazione che la donna riuscisse a comunicare
col felino in un linguaggio sconosciuto e talvolta le sembrava di
scorgere degli sguardi d'intesa tra i due.
Con
le forze che ormai l'avevano abbandonata, osservava ciò che la
circondava con l'avidità e rassegnazione di uno spettatore…
La
vita, uno spettacolo dal quale era stata momentaneamente esclusa, che
l'aveva rifiutata anche come comparsa. Non era altro che un fondo
sfumato di un dipinto, dove il mare incontra il cielo… Sottile
linea di demarcazione che rappresenta il Nulla.
E
si rammentò di quando sua nonna, appoggiandole un cuscino sul volto,
le bisbigliò: “Non spaventarti, piccola mia… E’ solo un
attimo. Ti sentirai subito meglio…”
Irene
rabbrividì ancora… La sua sagoma evanescente osservava l'anziana
donna che stava atterrando con la sua scopa nel campo di grano.
Era
tutto ciò che era riuscita a fare… Uccidere Irene per non farla
più soffrire e trattenere il suo spirito in questa dimensione per
sconfiggere la solitudine. Come aveva fatto con altre persone che le
stavano a cuore… come suo figlio Edmondo, il padre di Irene, oppure
sua cugina Maddalena. Ora erano ombre che lievi si trascinavano in
quella dimora addormentata ai piedi di una collina.