Una mano si muoveva pigramente,
dilettandosi sulla superficie setosa delle lenzuola.
Linda aprì entrambi gli occhi e si alzò. Il piede cercava di
individuare dov’erano le sue pantofole. Eccone una… E l’altra? Che
strano… Come indubbiamente era strano il sogno che aveva fatto quella
notte. Raccapricciante… Quelle tre creature… Gli occhi che si
scioglievano… Il terzo occhio che si apriva… Forse aveva letto qualcosa
sulle filosofie orientali e la sua mente aveva costruito quella storia
assurda… Il terzo occhio era legato alla percezione dell’altra realtà e
la sua apertura era connessa ai poteri paranormali.. Ma erano pensieri
da fare appena svegliata? Con un teatrale gesto della mano, Linda li
scacciò e si strinse nelle spalle. Il suo obiettivo era trovare quella
dannata pantofola! Almeno… L’obiettivo per i prossimi 5 minuti.
Ma quel sogno… Galleggiava ancora nel suo inconscio.
Decise di recarsi vicino alla biblioteca, per affrontarla alla luce del
giorno e rasserenarsi.
I suoi passi veloci echeggiavano per la casa, producendo una rapida
cacofonia.
“Ecco… - sussurrava tra sé e sé – Sono certa che sono solo una sciocca…”
Trovò la biblioteca e subito trasalì davanti allo spettacolo immondo
che la attendeva.
Le tre creature del sogno giacevano lì, disposte a raggiera, coi piedi
che si toccavano e le braccia distese a “T”. Una sorta di stella a tre
punte, una collezione di mostruose farfalle… Le braccia e gambe dei tre
esseri erano state diligentemente fissate al pavimento con chiodi
lunghi almeno 20 cm. Una sparachiodi giaceva li accanto, dimenticata.
Le casse toraciche erano aperte, con un taglio saggitale eseguito con
indubbia maestria. Le viscere erano disposte tutte attorno alle
grottesche figure, quasi una macabra cornice.
Con gli occhi sbarrati dall’orrore, Linda stava iperventilando i
polmoni, cercando di raccogliere con la mente tutte le immagini che
vedeva.
La cosa più incomprensibile era che le tre creature erano spirate
sorridendo. Un ghigno estatico snudava le loro zanne, come se fossero
state le vittime consapevoli e consenzienti di un sacrificio.
Linda vide poco distante un lungo coltello ricurvo, istoriato con
caratteri che non appartenevano a questo mondo, una lingua dimenticata…
Forse, la lingua degli dei. E lì vicino, intrisa da sangue denso e
vischioso, la sua pantofola…
Linda represse un conato di vomito ma cominciò a correre verso il bagno
sapendo che non sarebbe stata in grado di controllare il successivo.
Si sciacquò il viso con acqua gelida sperando di cancellare in qualche
modo l’orrenda realtà che sostava nel suo soggiorno.
“Mio Dio, ma cosa succede? Devo essere impazzita! Come la bisnonna
Clelia, rinchiusa in uno squallido manicomio e lasciata morire sola”
esclamò guardandosi allo specchio.
Si passò nervosamente una mano sulla fronte per controllare che non vi
fosse l’occhio che aveva percepito poco prima. Non c’era nulla e
sicuramente tornando in soggiorno non avrebbe notato altro che il
solito vecchio tappeto e la traboccante libreria.
Si avventurò nuovamente verso la stanza, questa volta con passo lento
ed esitante.
Scoppiò in un pianto angosciato quando dovette prendere atto che le tre
creature non erano sparite né si erano spostate. “La mia pantofola,
come ci è arrivata qui? Qualcuno…..c’è stato qualcuno che…” poi un
lacerante dubbio si impadronì della sua mente.
“Sono stata io? Potrei essere io la causa di tutto questo? No, non
avrei mai avuto il coraggio!”
D’un tratto lo specchio del soggiorno parve chiamarla attirando la sua
attenzione. Ciò che adesso vi scorgeva era la sua immagine riflessa ma
qualcosa, o meglio qualcuno intrappolato nel suo corpo sembrava tentare
di farsi strada prepotentemente.
Le due immagini erano sovrapposte ma ben distinte l’una dall’altra. Lo
strano essere che si agitava in lei era mostruoso, un solo occhio
compariva trionfale e vigile al centro della fronte, mentre la bocca
era più simile ad una profonda voragine buia e senza tempo. Linda si
sentì mancare e si aggrappò alla mensola vicina.
“LASCIAMI USCIRE!” gridò l’immagine distorta con un voce che pareva
provenire da sottosuolo.
“DEVO FINIRE CIO’ CHE HO INIZIATO! IL RITO NON PUO’ ESSERE INTERROTTO!!”
“Chi sei? Vattene! Cosa vuoi da me?” Linda sempre più confusa e
disorientata non riusciva a trovare che un filo di voce. Le domande
cominciarono a scaturire come pioggia scrosciante.
“Cosa è successo? Sei stato tu vero? Sei stato tu a fare tutto questo?
Perché?” chiese con veemenza.
“No mia caaaaraaa” abbassò il tono di quel suono che poco aveva a che
fare con una voce umana.
“Non sooonoooo stato iooooo” Pareva sibilare come un serpente velenoso.
Linda lo fissava ansiosa.
“SEI STATA TU! E AVRESTI DOVUTO COMPLETARE IL RITO, MALEDETTA!”
“Ma di cosa parli? Io non avrei mai fatto nulla del genere e non so
cosa sia questo rito.” Dichiarò con sguardo implorante.
“"Ciò che è andato può tornare,
Ciò che arriva non potrai ignorare,
Molthar sa, vede ed ascolta
celato nel tempo dall'oscura porta" biascicò lento Molthar.
Linda cominciò a ricordare il libro, la ridicola filastrocca e
rendendosi conto di aver messo in moto inconsapevolmente il
terrificante meccanismo, si sentì comunque responsabile per l’accaduto.
Maledisse se stessa per la pessima abitudine che aveva di parlare ad
alta voce.
“FORZA ORA PRENDI IL COLTELLO E FINISCI!” urlò Molthar fissandola con
sguardo volutamente ipnotico.
“Ma cosa devo fare?” chiese Linda sempre più stordita e confusa.
“Manchi solo tu… al compimento del rito…le tre creature le hai
sacrificate… oraaaa… tocca a teeee….” Le spiegò con la poca pazienza
rimasta.
“Avanti prendi il coltello con entrambe le mani, così avrai più forza…
e mi raccomandooooo… mira dritta al cuoooreeee…” ordinò con tono
persuasivo.
Linda, come guidata da una forza superiore, afferrò il coltello dalla
lunga lama e lo puntò contro se stessa esattamente all’altezza del
cuore come la creatura mostruosa le aveva subdolamente suggerito.
Molthar, nel contempo, cominciò a ripetere la formula accelerando
sempre più.
Lo squillo del telefono interruppe inevitabilmente il rito e destò
Linda che riacquistò velocemente la propria lucidità. Finse di essere
ancora sotto il controllo di Molthar e intanto valutò la situazione.
Cosa poteva fare? Come far scomparire l’essere che si agitava in lei?
Molthar percepì qualcosa, la mente di Linda non gli apparteneva più nè
era sotto il suo pieno controllo.
Notò la rapida occhiata che la donna aveva dato al libro di formule e
comprese troppo tardi le sue reali intenzioni.
Rapida prese l’accendino nella borsa , corse verso il libro e
l’afferrò, uscì sul portico, prese la tanica di benzina che si trovava
nei pressi e appiccò un fuoco potente ed intenso.
Il Libro cominciò a bruciare mentre Molthar urlava a squarcia gola
“NOOOOOO! NON PUOI FARMI QUESTO DI NUOVO!!!”
Linda osservava rapita le fiamme e solo dopo alcuni istanti si chiese
cosa intendesse Molthar.
“Perché di nuovo?” Si chiese mentre si lasciava cadere sulle dure assi
di legno del portico in uno stato molto simile alla trance.
Poi, come spinta da una forte ed innaturale sensazione, rientrò in casa
e si guardò allo specchio.
L’unica immagine visibile era quella del suo volto, stanco e segnato.
Spostò lo sguardo verso l’angolo della cornice e notò per la prima
volta una vecchia fotografia.
La raccolse e la osservò sicura di non averla mai vista prima. Era
un’immagine del volto rassicurante della bisnonna Clelia.