di S. Agabiti Rosei
Venne la notte, ancora una
volta, come sempre, così fu e così sarà.
Nora desiderava dormire, rifugiarsi nella parentesi di incoscienza di
chi voglia fuggire dalla propria realtà e, perché no, sognare, magari
qualcosa di bello in cui immergersi, come chi resta sott’acqua con gli
occhi rivolti alla superficie e la gioia di sentire solo il sangue
pulsare dentro, lontano dal rumore.
Ma Nora non poteva. Provava il dolore di chi è costretto a risalire a
quella superficie per respirare, pur volendo continuare a fluttuare
nell’acqua e, più si imponeva di restare, più la necessità di uscire
cresceva. La mente in conflitto con il corpo, la volontà in guerra con
la contingenza.
Nora voleva assopirsi, ma i pensieri di cui era densa la tenevano
dolorosamente sveglia. Era lo stato in cui restare con gli occhi aperti
è un fastidio, chiuderli una costrizione.
E il tormento ebbe il sopravvento, imponendo al suo corpo stanco di
sollevarsi dal campo di quella battaglia interiore, forse con l’ingenua
speranza di fuggire, ignaro dell’inchiostro indelebile con cui vengono
scritte le ferite nell’anima.
Nora uscì dalla stanza, al buio, non curandosi degli ostacoli fisici
che poteva incontrare, lasciandosi inconsapevolmente guidare dai
pensieri, fantasmi evanescenti delle sue angosce, lembi di energia che
si confondevano con gli antichi abitanti di quella villa, assimilandone
la forza e la storia.
Attraversato il portone e presentandosi alla luna, Nora, simile alle
statue che contornavano il viale, guardiani di un remoto passato,
incapace di sentire la sua umanità, sfuggì a quegli occhi di pietra
entrando nel parco e scomparendo nel fitto della vegetazione.
I piedi nudi sprofondavano sotto il velluto dell’erba fresca, curata
come al tempo che fu, incerti se sollevarsi per ignorare la materia o
affondare in quella naturale e sicura tenerezza, mentre la brezza
leggera dell’estate le accarezzava la pelle e le sussurrava di essere
viva.
Il profumo degli ibiscus condusse lei e i suoi fantasmi sulla sponda
del laghetto, immerso nella radura, protetto dalla schiera degli
alberi, tutt’ intorno come antichi officianti in un rituale magico.
Lasciandosi cadere in ginocchio di fronte a quell’altare acqueo, sotto
il giudizio della notte e dei suoi maestri, Nora liberò i suoi spettri
e, come in attesa di benedizione, offrì il suo sguardo a quello
compassionevole della luna, che veglia sul piccolo Uomo con
l’indulgenza di una madre. La disperazione imprigionata dalla
razionalità venne prepotentemente fuori con un grido muto, quasi a
rispettare il religioso silenzio di quel luogo incantato, erompendo con
le sue richieste al Principio di tutto.
Nora era sopraffatta dalla sua devastante profondità, in cui c’era
troppa oscurità per poter scorgere il senso dell’ inutilità in cui
stava annegando, non accorgendosi che la mancanza di appigli era dovuta
alla vastità del suo mare interiore, in cui il fluttuare dei marosi è
tanto più spaventoso quanto più aumenta il livello dell’acqua. L’acqua
essenza dell’Anima Mundi e della vita stessa. E fu nell’acqua che
riconobbe la propria esistenza. Come un immortale Narciso ritrovò il
suo volto nello specchio del laghetto, accanto a quello dell’astro
madre, e diede voce ai suoi spettri. Pianse.
Le lacrime, mute parole dell’anima, precipitarono dall’altezza del
Pensiero per ricongiungersi alla loro origine, appagate da quel
connubio necessario e solo rimandato. E Nora comprese il suo senso di
appartenenza. Anche lei era.