Mi
sono resa conto che era tutto finito quando hai smesso di sorridermi.
Non ho capito subito cos’era successo, perciò ho chiamato il tuo nome.
Ma tu non mi hai risposto. Non ti sei nemmeno voltato verso di me. E
io, che stringevo la tua mano, ti ho gridato di non lasciarmi.
Ancora, tu non mi hai risposto. Ho stretto più forte la tua mano, ti ho
scosso per costringerti a guardarmi. Il tuo viso era così risoluto,
anche se non riuscivo a vederlo chiaramente.
Pioveva, quel giorno. Pioveva a dirotto... e io piangevo.
Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Mi hai detto di avermi notata
subito, a scuola, ma hai aspettato due anni per farti avanti. Non te
l’ho mai detto perché mi vergognavo, ma sinceramente io non mi ero mai
accorta di te. Forse perché sei sempre stato un tipo tranquillo e poco
appariscente. Uno di quelli che bisogna per forza andare a scoprire. Mi
hai anche detto di non essere una persona troppo stravagante, e che non
avevi mai preso decisioni avventate.
Ma allora, perché adesso mi stavi lasciando?
Quella sera non era stata poi molto diversa dalle altre che avevamo
passato insieme: una birra con gli amici al pub irlandese che avevi
scoperto per caso, una passeggiata per le vie illuminate della città,
tante risate...
Poi...
Qualcuno del gruppo mi ha presa per le spalle e mi ha allontanata da
te. Diceva qualcosa, ma ero troppo confusa e sconvolta per riuscire a
capire. Perciò mi misi a gridare.
Ti ho gridato che ti odiavo. Ti ho gridato che eri un bastardo.
Qualcuno mi ha fatta sedere e mi ha preso la mano, stringendomela per
confortarmi, ma le mie dita avvertivano ancora il calore della tua
pelle, e quella di nient’altro.
Ti ho gridato, senza più voce, che ti amavo.
Ma tu eri già lontano.
Immobile sotto la pioggia, volevi che ti dicessi addio.
Come potevo farlo? Sapevo che mi amavi, lo sapevo, non facevo che
ripetermelo.
Qualcuno parlava, ma le parole erano coperte da un suono assordante che
mi faceva scoppiare la testa.
Perché l’avevi fatto? Perché mi stavi lasciando così? Non ero quello
che avevi immaginato mentre mi osservavi da lontano a scuola? Avevo
forse tradito la tua fiducia in qualche modo irreparabile? Non ero
stata capace di prendermi cura del cuore che mi avevi affidato quando
mi guardavi negli occhi e mi dicevi che ero tutto per te? Qual era il
motivo che ti aveva spinto a comportarti così, a condannarmi ad una
vita senza di te, sapendo che sarebbe stata una punizione peggiore
della morte? Tu eri stato vittima della mia insensibilità, e ora io
dovevo essere vittima del tuo egoismo?
No, non era ancora troppo tardi!
Lo gridai con tutta la voce che mi restava per superare il frastuono
che ci stava intorno e il rumore della pioggia. La pioggia... Dio, la
pioggia...
Ma era troppo tardi.
Qualcuno mi abbracciò e mi accarezzò i capelli, cercando di non farmi
vedere che tu te n’eri andato definitivamente. I singhiozzi mi scossero
violentemente, le lacrime e la pioggia, la maledetta pioggia,
scorrevano sulle mie guance.
Se solo non fosse piovuto, quella notte...
Se solo non avessimo deciso di correre per raggiungere il locale
dall’altra parte della strada per ripararci dalle sue gelide sferzate...
Se solo fossi stata più attenta...
Come ho fatto a non accorgermi della macchina?
Perché il conducente, intontito dall’alcol bevuto, non ha frenato? Le
ruote non avrebbero fatto presa sull’asfalto bagnato e ci avrebbe
travolto comunque, ma perché non ha nemmeno provato?
E perché... Perché mi hai spinta via?
Ora per te non c’è più pioggia, non c’è più gelo, non c’è più dolore...
Non c’è più nulla.
Il tuo corpo egoista riposa sotto l’edera che ho piantato sulla tua
tomba e rinasce con ogni nuova foglia.
La mia anima, invece, è rimasta su quella strada. Incapace di riposare,
insensibile ad ogni cosa, vaga senza meta nelle notti di pioggia,
gridando il tuo nome.