Robert Bloch’s Psycho World – di Davide Rosso

contiene alcuni appunti sulle differenze e le somiglianze tra lo sventratore dello Yorkshire e il mostro di Firenze, di cui appunto ricorre il giubileo 1968 – 2018

Dopo anni di ricerche nei vari mercatini delle pulci piemontesi, sono finalmente riuscito a mettere le mani sul volume della biblioteca del giallo Mondadori, Psycho 1 & 2 di Robert Bloch, con le traduzioni di Bruno Tasso e Giuseppe Lippi. Il volume è assai interessante perché contiene l’unica edizione in italiano del seguito del più famoso romanzo di Bloch. La Mondadori, specialmente nella sfortunata collana Horror curata da Giuseppe Lippi, ha sdoganato parecchio materiale di questo autore, concentrandosi particolarmente sui romanzi thriller, o psycho thriller.


La casa editrice milanese aveva fatto uscire nei primi anni ’90 una traduzione del primo romanzo dell’autore, La sciarpa, anticipazione di molti temi presenti in altri romanzi. Il protagonista è uno scrittore/sceneggiatore psicopatico che strangola donne con l’ausilio della sua fedele sciarpa. L’ambientazione è quella della Hollywood degli anni ’40, ricca e vanesia, abbarbicata sulle colline di Los Angeles, chiusa nella propria torre d’avorio. Nonostante il soggetto apparentemente giallo, La sciarpa è ancora un romanzo di prova, forse più una satira del bel mondo cinematografico. Bloch comunque non abbandonerà più la sua vena thriller e scriverà numerose sceneggiature con protagonisti psicopatici (ricordo almeno i bellissimi La bambola di cera e 5 corpi senza testa), attratto da un tipo di giallo psicologico in cui l’elemento logico è secondario o addirittura inutile per la risoluzione dell’enigma, quasi sempre incentrato su un individuo, un uomo e non un mostro, prigioniero dei suoi labirinti mentali. La letteratura americana degli anni ’80 saprà trarre molti insegnamenti dalle opere di Bloch e mi riferisco particolarmente a Thomas Harris e i suoi figli. Sarà con la pubblicazione di Psycho nel 1959 che Bloch raggiungerà la sua piena maturità. La trama è risaputa e non si discosta molto (differisce solo nel plot, ossia nell’ordine delle scene) dal famosissimo film. La figura di Norman Bates, ispirata a famosi casi di mass murder dell’epoca, affonda nella psicologia del pazzo, quasi sempre un individuo comunissimo, anonimo, capace di mescolarsi tra la folla e rendersi invisibile. Bates, col suo cadavere impagliato in cantina, è il progenitore di tutti i maniaci dalla mano guantata del thriller italiano, figure di sociopatici e alienati, borghesi annegati dal peso di un trauma passato che ha rovinato la loro vita (penso soprattutto agli assassini dei film di Dario Argento, quasi degli anarcoidi, dei ribelli contro le regole della società e della famiglia, quasi sempre teatro di storture disumane e alienazione, quasi quanto le fabbriche post-fordiste del XX secolo; e non è curioso che una critica altrettanto radicale sorga proprio dalle correnti alternative dei ’70, basti pensare che anche la comunità del Forteto fiorentino nasca proprio in questo decennio, teorizzando un pensiero unico sulla separazione della cellula famigliare e l’incentivo dell’omosessualità femminile e maschile). Nel 1974, in pieno boom del thrilling italiano, Bloch scrive Night World, un thriller tesissimo alla Brian De Palma, incentrato su dei sociopatici in fuga da un manicomio. Ciò che colpisce di questo romanzo è il contesto realistico che fa da sfondo alla trama. La città americana (le città americane) è diventata una giungla di neon, cinema porno, puttane per le strade, perversioni e violenze diffuse e tollerate. La vita civile, sembra suggerirci Bloch, non è poi così civile e l’animo umano non ha mai perso la sua carica sociopatica. Norman Bates sembra aver trionfato in una (su una) società violenta e trasgressiva, dove il malaffare e l’opportunismo regnano sovrane. In Bloch la prospettiva è più ampia rispetto ai nostri thriller degli anni ’70, dove i maniaci dalla mano guantata non assurgono mai a vero demone del quotidiano e rimangono relegati nello sfondo, incastonati nel tran tran delle opulente e sonnacchiose cittadine della provincia, indaffarate nei loschi traffici della loro borghesia. I maniaci uccidono belle donne (spesso della borghesia locale, ninfomani e puttane che sguazzano in ogni genere di perversione) e fanno perdere il sonno a qualche commissario del Sud, ma la cosa finisce lì. Il resto della società italiana non sembra toccata o coinvolta dalle gesta del folle. Il tasso di terrore salirà con il riflusso degli anni ’80, quando casi reali di cronaca (il mostro di Firenze e gli echi di altre mattanze americane, ben ritratte negli horror di Craven e Hooper di fine anni ’70) denuderanno i fragili presupposti su cui sono fondate le nostre regole di convivenza: infatti in un film come Tenebre di Argento è l’intero corpo civile ad apparire malato e sovraccarico, schiacciato da un’apparenza falsamente perbenista, dentro la quale covano gli istinti predatori di un mondo razzista e insensibile, quasi automatizzato e distopico. Per tornare a Robert Bloch, già nel 1974 ai tempi di Night World, l’autore sembra aver previsto la deriva di violenza e fascinazione che avrebbe travolto il mondo dei mass media. Più che i maniaci, le pagine paiono affollate da figure professionali che con la follia traggono commercio (poliziotti, profiler, scientifica, detective, psicologi, medici, cliniche mentali, aziende farmaceutiche, agenti cinematografici interessati a sceneggiare in presa diretta qualunque omicidio) e che, senza di essa, non esisterebbero. Questo ampliamento delle patologie raggiunge lo zenith in Psycho 2, scritto nel 1982, a parecchi anni dal primo episodio.

Su Psycho 2 ci sono alcune cose da dire.

Anzitutto il romanzo di Bloch non c’entra nulla col bellissimo film di Richard Franklin, scritto da Tom Holland. Il soggetto cinematografico viaggia su binari suoi e non ho mai capito il perché. Meglio così. La trama del romanzo semmai sembra ispirare alcuni personaggi e snodi del terzo capitolo cinematografico, diretto dallo stesso Anthony Perkins (mi riferisco al personaggio della suora e a quello dell’autostoppista rockettaro, che nel libro del secondo romanzo sono poco più di due comparse), oppure si lascia influenzare dal boom dello slasher film, in particolare dall’opera di John Carpenter. In Psycho 2 romanzo Norman Bates fugge dal manicomio esattamente come Mychael Meyers e sulle sue tracce si mette lo psichiatra che lo ha tenuto in cura per anni. Bates/Meyers ritorna nella sua vecchia cittadina per vendicarsi di Sam Loomis e di Lila Loomis, personaggi già presenti nel primo romanzo e che sono responsabili della sua cattura. Ad un certo punto Norman ruba un’auto e quest’auto viene ritrovata carbonizzata, con dentro un corpo e questo spinge gli inquirenti a credere che il maniaco sia morto (un po’ come avveniva nella prima parte di Halloween 2, ancora con sceneggiatura di Carpenter). Credo che l’ondata di slasher abbia ispirato Bloch e l’abbia spinto a rimettersi dietro la macchina da scrivere per dare un degno seguito alle gesta del suo psicopatico. Tuttavia il mondo nel quale Norman si muove non è più quello del 1959, dove dietro le siepi brillanti e i sorrisi scintillanti delle persone sembrava non esserci nulla di male. Il mondo s’è oscurato, è diventato notturno, ha perso la bussola. Norman è un pazzo tra pazzi e i confini tra la realtà e la finzione sembrano perdersi, tanto che una troupe cinematografica ha intenzione di girare la storia del primo libro, esattamente nel momento in cui Norman fugge e riprende ad ammazzare. In Psycho 2 vi sono due Norman, quello della finzione cinematografica e quello del romanzo, ma non è difficile cogliere in sottofondo l’eco di altri pazzi che scorrazzano indisturbati nel sanitarium globale del pianeta terra. La violenza è scivolata sotto le nostre palpebre, facendoci abituare a spettacoli di quotidiana ferocia, rendendoci insensibili, autistici, soffocati dai troppi stimoli sessuali e repressivi del nostro mondo. Come Norman ognuno di noi cova le sue pazzie e cerca un modo per darvi sfogo, magari sublimandole, magari mascherandole sotto la ferocia competitiva dei manager aziendali, dei politici, della gente del cinema. Altri individui stanno diventando i protagonisti della Storia del XXI secolo, antieroi malvagi che risolvono ogni dilemma arrogandosi il diritto di vita e di morte sugli altri e non è un caso che numerosi studi abbiano rilevato le inquietanti analogie tra il ragionamento di uno psicopatico e di un uomo di potere. Oggi, ai turpi e ignoranti violentatori lombrosiani dell’800 si sono sostituiti i dilettanti del delitto, studenti, terroristi, ragazzini annoiati che si scatenano per strada e mirano ad un’unica cosa: ottenere successo, elevarsi sopra il prossimo, annientare chi li intralcia e diventare delle celebrità. Per questo, il finale di Psycho 2 (senza fare anticipazioni irritanti) gioca su un sottile filo pirandelliano, dove la maschera di Norman Bates si sdoppia, anzi si triplica, alimentata dalla finta messa in scena cinematografica immaginata da Robert Bloch. Alla fine Norman Bates, così come il mostro di Firenze, finisce per svanire nel frastuono quotidiano di una violenza virale, contagiosa, condivisa.

L’ombra smaterializzata di Norman Bates riappare anche nel passato, riavvolgendo la pellicola o il nastro della VHS nell’800: Jack lo squartatore di Robert Bloch, scritto nel 1984 è uno degli ultimi lavori del nostro. Non è difficile capire come mai l’argomento del libro sia un’ossessione antica per Bloch: lo scrittore americano aveva già affrontato l’argomento del killer di prostitute in due racconti, uno del 1943 e l’altro del 1967, prima di tornarci sopra con un romanzo vero e proprio, summa storicamente e psicologicamente accurata delle ossessioni vittoriane dello scrittore americano. Bloch ricostruisce con perizia lo sfondo della Londra del XIX secolo, florilegio di tutti i futuri psicopatici che infesteranno il mondo. La città che ci descrive è buia, sporca, intasata di corpi ammassati, denutriti, sfilacciati da una stanchezza fisica, da lavori opprimenti; venditori ambulanti, stradaioli, facchini, macellai e puttane, si, puttane dal miasma di tomba, sboccate e lunatiche, vomitate fuori da qualche pub postribolo da angiporto. Attorno una tenebra fitta, già molto psicologica, adibita ad anticamera dell’inferno. Un mostro con berretto da cacciatore e coltello estirpa uteri e smembra i corpi con sapienza medica, anticipando le gesta di altri mutilatori novecenteschi. Via via che ci si immerge nel limo delle pagine, Bloch ci presenta una sfilza di camici bianchi (è la professione medica ad essere la vera protagonista del romanzo) al lavoro su corpi gonfi appesi a tavole di legno e imbevuti di formaldeide. La psicologia dei corpi è ancora acerba, se ne discute più per vezzo che reale convincimento. Bloch regredisce all’Ottocento delle incisioni d’appendice, ricostruisce il Royal Lyceum Theatre dove s’inscena il Dottor Jekyll e Mister Hyde e lascia scorrere la libido sanguinis per le strade illuminate da lampioni a gas. Varney il vampiro, Sweeney Todd e altri Dracula da feuilleton non possono competere con la brutalità “moderna” dello squartatore; nella sua follia c’è qualcosa di nuovo, di differente e Bloch lo capisce bene, adottando una scrittura nervosa, breve, ritmata da dialoghi secchi, diretti, senza troppi giri di parole. Ne risulta una lettura affascinante e ricca di particolari storici che non rallentano minimamente. Bloch gioca le sue carte migliori nella seconda parte de libro, quando fa apparire alcune “guest” come Conan Doyle, Oscar Wilde, Robert Lees (il medium spiritualista della Regina Vittoria, uno che riesce a percepire l’aura del mostro e la fiuta come un cane con l’osso!) e John Merrick, ossia l’uomo elefante, preso di peso dal film di Lynch (e non è l’unica strizzatine al cinema; in qualche modo l’autore convoglia nella scrittura un certo ritmo, contratto forse scrivendo le tante sceneggiature per la Amicus, oppure ispirandosi a film inaspettati come Jack the ripper di Jess Franco con Klaus Kinski, dal quale sembra ispirarsi per la figura di un medico russo costretto, per indigenza, a lavorare part-time nel retrobottega di un barbiere). Bloch insomma gioca con la sua ossessione e con le nostre e costruisce un romanzo d’appendice del XX secolo, una storia che pesca nel passato ma ha il nervosismo d’uno psychotriller da anni ottanta e che non lesina sui particolari più crudi della vicenda. Alla fine Bloch saprà dare una degna conclusione alla vicenda, dopo aver giocato con le piste “storiche” già utilizzate da altri (il medico della Regina? Il principe Eddie? il pittore Sickert); il finale di Bloch darà un nome e un volto a Jack e sarà all’altezza del romanzo, regalando brividi da puro thrilling fino all’ultima, cruenta, pagina. Nel commiato, uno dei personaggi lascerà Londra per l’America, immaginando altri mostri in attesa nel buio, quasi una profezia di quello psycho mondo nel quale noi viviamo immersi!

Nel 1987 Tullio Pironti editò in italiano il bellissimo libro di David Yallop, Liberaci dal male, incentrato sulla vicenda dello sventratore dello Yorkshire. Il libro sarebbe piaciuto molto a Bloch, perché fin dalle prime pagine l’autore tiene a sottolineare come la vicenda di cronaca nera abbia inquinato la società inglese degli anni ’70 e ’80, divenendo un vero e proprio spauracchio metafisico, un’ombra dotata di poteri quasi straordinari. In realtà lo sventratore era un camionista di trent’anni, un uomo dall’aspetto piacente e mediterraneo, sposato con una bella moglie incapace di dargli dei figli. Questa cosa, unita a tendenze sadiche represse (l’uomo, da giovanissimo, aveva lavorato come becchino, sviluppando un’attrazione morbosa per i cadaveri) alimentò in Peter Sutcliffe, questo il vero nome dello sventratore, un odio cieco verso le donne, in primis le puttane. La vicenda inquietante dello sventratore presenta numerose analogie coi delitti del mostro di Firenze, avvenuti in epoche identiche a quelle dello sventratore. Il killer seriale inglese inizia con certezza ad ammazzare a martellate e poi sventrare con un coltello nel 1974 e viene preso nel 1981, quando il mostro fiorentino esce da un silenzio durato sette anni e riprende le sue mattanze. Anche il mostro nostrano aveva ucciso nel 1974, con un delitto in cui inizia a dimostrare una marcata attenzione per il corpo femminile e le parti intime della donna. Sulla vittima, Stefania Pettini, oltre a 96 coltellate inferte nella periferia delle zone erogene, l’assassino lascia un tralcio di vite infilato nella vagina (lo sventratore inglese lascerà in una delle prime vittime un pezzo di legno ficcato nella vagina). Spesso lo sventratore dello Yorkshire fruga nelle borsette delle vittime e si porta via qualcosa, lo stesso farà il mostro fiorentino, frugando nella borsetta di Stefania, ritrovata a trecento metri dal luogo del delitto; o ancora nel delitto del 6 giugno del 1981, quando rovescia il contenuto della borsetta di Carmela di Nuccio. Entrambi i mass murder hanno l’abitudine di manipolare i cadaveri delle loro vittime, componendoli in particolari posture: quello dello Yorkshire ha l’abitudine di slacciare i jeans, tirarli giù fino alle caviglie, tagliare le mutandine e sollevare il reggipetto sopra ai seni, infine di celare, rovesciando il corpo a bocconi, gli squarci prodotti sul ventre dalle numerose coltellate; il mostro di Firenze separa le vittime femminili da quelle maschili e le dispone per i suoi prelievi chirurgici. Entrambi hanno un’evidente ossessione per l’inguine femminile, laboratorio alchemico per la procreazione. Altre analogie sono rinvenibili nei luoghi che fanno da sfondo ai delitti. Lo sventratore lavora nei sobborghi e nelle periferie degradate di una contea post-industriale, fatta di fabbriche abbandonate, scuole pubbliche dismesse, discariche a cielo aperto, bidonville, pub fumosi, cinema porno e degrado sociale. Il mostro di Firenze lavora nelle isole boscose dei colli fiorentini, in una natura all’apparenza incontaminata, comunque squarciata dai fari delle vetture e dai rumori elettronici delle nuove discoteche, le stesse che producono la musica dance e punk che proviene dall’Inghilterra e dal resto del mondo. Tuttavia entrambi sfruttano le caratteristiche ambientali a loro vantaggio, camuffandosi nell’ambiente che ben conoscono. Lo sventratore depreda indifese prostitute, costrette a battere in strade male illuminate, seminascoste da cataste di immondizia; l’assassino fiorentino assale coppiette in amore, ragazzi e ragazze colti alla sprovvista e incapaci di qualunque reazione di difesa. In uno dei primi delitti dello sventratore, la prostituta viene attirata nei pressi di un desolato cimitero urbano, sorta di doppio con quello campagnolo e silenzioso di Lastra a Signa, dove il mostro di Firenze attinge la sua prima coppietta nel 1968. Sia nel caso inglese che in quello italiano, il mostro pare voler comunicare con gli inquirenti. Lo sventratore sembra mandare due lettere e una cassetta audio in cui registra la sua voce. Il mostro invierà una lettera con dentro il lembo di seno dell’ultima ragazza (1985). In realtà sia le lettere che la cassetta dello sventratore si riveleranno false, mai mandate dal vero assassino. La cosa sinistra è che l’autore delle lettere è a conoscenza di un delitto mai commesso dal vero sventratore, cosa che ha fatto pensare che qualcuno, ad un certo punto, si sia confuso all’assassino, appropriandosi in parte dei suoi delitti per divertirsi con gli inquirenti. In questo passaggio reale nella cronaca dello sventratore abbiamo quasi una mesa in pratica di quanto andava teorizzando Bloch fin dal suo romanzo Night world del 1974, ossia una sorta di contagio del male, in cui questi killer, seppure una minoranza, sono come gli autobus: quando uno è passato, ne arriva subito un altro (oggi, probabilmente, visto l’elevato tasso di tecnologie informatiche e occhi elettronici che ci circondano, sarà difficile commettere così tanti delitti e per così tanti anni senza essere scoperti; nel nostro quotidiano, più che il mass murder trionfa il raptus, ossia l’individuo fino a ieri mescolato nella massa, pronto, su mille sollecitazioni e stimoli alienanti, ad impazzire anche per pochi minuti e commettere qualche delitto, spesso di tipo familiare). Sia lo sventratore che il mostro sembrano aver seguito alcune vittime, averle in qualche modo scelte, idealizzando le loro morti (per lo sventratore mi riferisco alla morte della giovane studentessa Barbara Leach, massacrata appena fuori da un pub di Bradford nel 1979; nel caso fiorentino penso a Pia Rontini, probabilmente seguita dal mostro per tutto il pomeriggio del 29 luglio 1984, a poche ore dal delitto, come riporta un’importantissima testimonianza di Baldo Bardazzi, gestore di una tavola calda fra San Piero a Sieve e Borgo San Lorenzo). Interessante la scelta temporale de delitti. Sia quelli inglesi che quelli italiani si collocano nella tarda sera, in prevalenza nei fine settimana. Per ultimo voglio sottolineare una serie di delitti “oscuri” che gravitano attorno ai due casi: una serie di aggressioni e omicidi di prostitute mai direttamente collegate al caso dello sventratore, su tutti quello di Joan Harrison, alcolizzata martoriata nel 1975 con buona probabilità dall’autore ancora ignoto delle missive indirizzate alla polizia; in Italia sulle morti sospette collegate al mostro di Firenze ci si potrebbe scrivere un libro a parte: la morte nel 1982 della studentessa Elisabetta Ciabani, quella di Francesco Vinci, a lungo sospettato di essere lui il killer, e del suo servo, bruciati in auto nell’agosto del 1993; stessa fine toccherà alla compagna del Vinci, Milva Malatesta, bruciata col figlio di due anni; nel corso degli anni ’80 saranno molte le puttane fiorentine ammazzate con delle violente coltellate nelle parti basse.

Concludendo, ne esce la disamina di una società all’apparenza pacifica e progredita, infestata, a tratti, “da generazioni di mostri d’ogni sorta che hanno avuto modo di uscire dai loro laboratori di formazione tutte le volte che i rispettivi ideatori lo hanno ritenuto opportuno”, come scrive Carmelo Maria Carlizzi nell’introduzione del voluminoso testo Un caso di schola, il giubileo del mostro di Firenze 1968-2018, testamento letterario di sua moglie Gabriella Carlizzi.