ARISTOTELE, MANZONI E LUZZINI SCAVALCANO LA SOGLIA OSCURA
Recensione di Oscar
Perli
Partiamo
subito da una buona notizia.
Partiamo
dalla citazione colta che fa da incipit alla “Prefazione” di tal
Gordon Miles e che si rivela immediatamente come una buona notizia.
Facciamo
subito anche noi due citazioni colte che fanno sempre la loro bella
figura e che così poi ce le togliamo subito e facciamo vedere che
non siamo degli sprovveduti ma che la buona notizia sussiste sul
serio.
E
ci affidiamo a due capisaldi della cultura Occidentale: uno che è
addirittura il padre della lingua italiana con la sua “Lettre a
Monsieur Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragedié”
e l’altro nientepopodimenoche il “maestro di color che sanno”
come apostrofò Dante, e così tiriamo in mezzo anche lui e fanno
tre, Aristotele con la sua “Poetica” e le celeberrime unità di
tempo, di tema e di spazio.
Ebbene
la buona notizia arriva da un brano de “La filosofia della
composizione” di Poe, che, tra le altre cose, non può esser che il
miglior termine di paragone con Luzzini.
E
Edgar Allan viene tirato in ballo nella parte in cui sostiene
l’assoluta necessità di scrivere per far leggere “in una sola
seduta” il lettore, anche e soprattutto per non spezzare gli
incantesimi sottesi al testo, i canovacci del mistero, i pozzi e i
pendoli dell’ignoto che non renderebbero tutta la loro carica
onirica se “si interpongono le vicende del mondo”.
Ed
ecco appunto la buona notizia.
Finalmente
un libro che si vuole incuneare tra le vicende del mondo. Non le
vuole scalzare ma discretamente vuole sottrarre una manciata di tempo
al lettore tra i frastuoni della vita contemporanea in cui tutti
hanno da dirci qualcosa.
E
di qui la prima astuzia e quindi bravura, per quel che ci riguarda,
di Luzzini: come il mistero sfugge e scorre, si svela e si nasconde,
c’è e può non esserci, così anche il libro deve esser preso e
ripreso e preso e ripreso e preso e ripreso tra un racconto e
l’altro: ogni racconto si autoconclude ma la storia si dipana
strisciante in un fil rouge di cui solo alla fine ti accorgi di non
aver colto nemmeno il capo della matassa poiché sfilacciato in tanti
racconti.
Luzzini
ne fa, come è giusto che sia, un tema puramente stilistico ma noi
cogliamo dietro a questo anche la volontà discreta di farsi sentire
sottovoce come sottovoce si vanno a svelare i fatti aldilà della
soglia oscura.
Non
si urlano certo le cronache di un Oltre quando già di qui dall’Oltre
tutti urlano. E tra letterine e ballerine, troniste e tronisti,
opinioniste e opinionisti, signorine e Signorini, e la lunga lista
degli avvezzi all’uso scriteriato del giudizio onnicomprensivo
della nostra società salottiera, finalmente un libro che promette la
tanto cara e tanto dimenticata concisione.
Finalmente
un libro che svela il mistero dandosi sempre un’unità di luogo,
tema e spazio.
Finalmente
un libro che si contiene nel fluire del testo.
Finalmente
un libro sussurrato e non urlato.
Finalmente
un libro che dice quel che vuole dirci nel giusto tempo.
Finalmente
un libro che non si dipana in tomi fragorosi che non solo non stanno
in borsetta ma nemmeno ti sogneresti mai di portarti in un bagaglio a
mano ricordandoti che il peso massimo consentito si aggira attorno ai
sette chilogrammi.
E
da qui giù nel vortice che ti avviluppa una volta varcata la soglia
oscura.
Il
mistero si sussurra nelle pieghe del non detto e la sola scelta dei
titoli dei racconti solletica già l’attesa di un colpo di scena.
Lo
stile stupisce.
È
uno stile arcaico, ottocentesco, fatto di frasi brevi e dialoghi
stringati, essenziali, e che va a ripescare termini obsoleti che non
si sentono da anni, che si rivedono nella memoria di ciascuno con le
letture dei Classici al liceo, ma che si sa che stanno bene così,
che stanno bene insieme. E quindi: il portamento è fiero, il fumo fa
volute che sono ampie, il cammino degli innamorati è cieco, il
sapore del tabacco è aspro, le immagini si stampano, le ragnatele
albergano indisturbate, della bellezza ci si bea, le ragazze si
chiamano fanciulle, le auto macinano chilometri e via così.
È,
di nuovo, un Edgar Allan Poe con un taglio decisamente italico di
fine Ottocento.
Stile
di Luzzini o necessità narrativa? Comunque le storie scorrono, le
vite scorrono come fiumi in piena, scriverebbe il Nostro, e il
lettore si ritrova in un attimo all’ultimo racconto ambientato sul
Lungo Arno, dove appunto proprio il Manzoni ci era andato a
“sciacquare i panni” dello stile dopo aver scritto a Monsieur
Chauvet.
I
topoi narrativi del genere ci sono tutti.
C’è
il marinaio nella nebbia, vampiri, la sirena, il boia, talismani, il
prete che muore in sacrestia, la torta avvelenata, fate e regni
incantati, licantropi, quadri che prendono vita, l’anniversario di
morte e addirittura vere guest star Lucifero e la Morte in persona.
C’è
persino una capatina in Russia con l’Armata Rossa e nella Francia
del 1440.
Assolutamente
geniali “La risposta giusta” e “L’ultima sigaretta” che
toccano due temi molto rilevanti della nostra società dall’angolo
di visuale della soglia oscura e mai ce lo si sarebbe potuto
aspettare e “Gli occhi dell’altro” con una citazione
dell’accoppiata Dalì-Bonuel.
L’ultima
parte del libro “…E forse è già accaduto” è costituita da
quattro eventi su cui c’è già stata letteratura ovvero dei casi
che si sono verificati e di cui l’autore sostiene di avere una
sorta di prove, pur lasciando sempre alla fine della narrazione una
forte ombra di dubbio.
Tutti
e quattro i casi hanno in comune la bramosia del ricordo: i
protagonisti hanno alle spalle qualcuno che se ne è andato e che
attraverso oggetti e apparizioni vuole aiutare e comunicare con
l’Aldiquà.
Se
nella prima parte il mistero affascina, intriga e avvolge, la seconda
frena la curiosità fine a se stessa e insinua una sottilissima
malinconia, fragile come la parete che separa i due Mondi.
Non
sappiamo cosa ci sia realmente dietro la soglia oscura ma di una cosa
ne siamo certi: se dietro la soglia ci fosse Gabriele Luzzini di
sicuro varrebbe la pena varcarla.
Ci sono ombre più forti dove
la luce è più forte.
Wolfgang Goethe