Storia di Nessuno – di S. Agabiti Rosei

Tutto cominciò quella sera. Così inizierebbe un qualunque, banale romanzo di pappa rifritta. Ma cosa posso farci se, alla domanda “da dove mi metto a raccontare?”, l’unica risposta che mi sono saputo dare è: dall’inizio?!

In effetti la mia immaginazione, che tanto lavora da quando ero piccolo così, non sa dare un tono letterario a questo racconto, più che altro una confessione, tanto è rimasta impressionata e sconvolta dagli accadimenti di cui sto per dire. Dunque, tutto cominciò quella sera. Per la cronaca era una domenica sera. Una noiosissima (o almeno così credevo) domenica sera! Reduce da un sabato di stravizi, nel solito pub dietro l’università, con i soliti quattro scapestrati ben contenti di affogare nell’alcool gli ozi di una settimana, avevo ancora la testa flippata e dolorante. Dopo essermi svegliato alle sei del pomeriggio, la sensazione più forte era quella di nausea, ma con un retrogusto di inquietudine. Sì, proprio così, mi sentivo strano, c’era un non so che nell’aria, oltre all’odore di luppolo fermentato che emanava dalla mia bocca, che mi rendeva incerto, insicuro. Forse avevo combinato qualcosa, la sera prima, di meschino o illegale, che era fuggita dalla mia memoria insieme alla sbornia. O forse sotto sotto ero consapevole che un’altra così e avrei detto addio al mio fegato. Fatto sta che il mio umore era troppo raso terra per rinunciare ad accendere lo stereo e a imparanoiarmi con qualche canzone depression style da gruppo grunge. Ero appena sprofondato nella malinconia di Creep degli Stone Temple Pilots, quando squillò il telefono, tre metri dalla mia poltrona. Imprecando contro il rompiballe delle ore 19.00 mi alzai, percorsi la stanza e sollevai la cornetta: pronto? Niente. Pronto? Il nulla, silenzio assoluto. Clic. Stavo per lanciare un’imprecazione quando suonarono alla porta. Non so perché, ma quella scampanellata aveva un che di sinistro, la telefonata a vuoto mi aveva reso nervoso. Attraversai la stanza a ritroso e spalancai il portone. Nessuno. Nessuno?! Ma è uno scherzo? Non ricordavo di essere stato ingaggiato dai produttori di Scream per un remake alla bell’e meglio. Almeno l’ansia che stavo provando sarebbe stata giustificata oltre che retribuita. Oltre che finta, cazzo! Invece no. Ero là, sul pianerottolo di fronte al giardino incolto, al crepuscolo primaverile, balbettando “c’è nessuno?” all’aria o a qualche imbecille in vena di scherzi. Rientrai e richiusi la porta alle mie spalle. Non mi piaceva affatto tutta quella storia. Decisi di uscire da casa e di andare alla ricerca dei probabili buontemponi. Nelle immediate vicinanze c’erano case e alberi, potevano essersi nascosti ovunque. Cercare era inutile, meglio fare quattro passi. Lungo il viale alberato non c’era anima viva. Quella constatazione mi trafisse e mi percorse sotto forma di un lungo brivido. Anche le abitazioni sembravano deserte, non una luce filtrava dalle finestre. Mi soffermai a cercare un suono amico, magari proveniente da qualche animale. Nulla. Solo il lieve sibilo del vento. La cosa mi agghiacciò. Avevo accumulato troppa tensione, mi sembrava tutto così strano. A qualche centinaio di metri dalla mia casa abitava un’anziana donna che faceva le pulizie nella facoltà, c’ero piuttosto in confidenza. In una qualsiasi serata una tale idea non mi avrebbe neppure sfiorato la testa, ma in quel momento mi venne voglia di passare a farle un saluto. La sua abitazione mi parve vuota. Suonai. Bussai. Chiamai addirittura, la solitudine stava invadendo i miei organi vitali. Nessuno rispose. Evidentemente la donna non c’era, era una logica, razionale spiegazione. Ma non mi quadrava. Il tempo scorreva, pensai che fosse meglio mettere qualcosa dentro lo stomaco, anche se l’agitazione lo aveva assopito. Non volevo rientrare a casa. Non potevo. Proseguii per l’unico locale aperto la domenica sera, una bettola d’altri tempi vicino al ponte, piena di vecchi beoni puzzolenti. Senti da che pulpito! I miei amici e io tra cinquant’anni. Ma, guarda un po’, in lontananza non riuscivo a scorgere il lampione dell’entrata e, quando vi arrivai davanti, vidi che essa era chiusa. Per scrupolo bussai e sotto i miei colpi la porta si aprì cigolando, come nel migliore film horror di terza categoria. Buio completo. Questo è uno di quei casi in cui, se sei spettatore della pellicola, ti chiedi perché mai il protagonista dovrebbe entrare, sapendo che c’è un pericolo. Cosa feci? Entrai! A tastoni trovai un interruttore sulla parete e diedi luce a quella stanza in legno. Tutto in ordine, nessuno, ma che motivo c’era di lasciare aperta la porta? Il cuore mi batteva all’impazzata, a quel punto la mia sensazione era una mezza certezza. Avevo paura, paura di nessuno. Un telefono! Proprio sul bancone, vicino a una pila di bicchieri impolverati. Al primo numero che composi non rispose nessuno. Al secondo, manco a dirlo, neppure. Feci vari tentativi, come c’era da aspettarsi, ormai, a vuoto. Sudavo. Istintivamente con un braccio colpii i bicchieri, rabbiosamente, provocando un frastuono che mi scosse il sistema nervoso, fin troppo provato. Corsi di fuori. Da lì si potevano osservare gruppi di case, sulla collina a Est e a valle, che solitamente decoravano il paesaggio con le loro luci. Quella sera niente, potevo scorgere solo le loro sagome, appena illuminate dal chiarore della luna, tonda in un cielo ormai piuttosto scuro. Scena da romanzo d’appendice. Tremavo, intorno a me c’erano solo buio e solitudine. L’unica luce vivida e meno sinistra di quella lunare era alle mie spalle, nella bettola. Entrai. Con la porta spalancata mi sentii terribilmente insicuro. La chiusi. Peggio! Ora ero bloccato, qual era la via di fuga? Fuga da cosa, poi? Da una situazione surreale post-sbornia di cui, per uno strano caso, ero l’unico personaggio. All’angolo, il mobile pieno di bottiglie di liquori, raddoppiate dalla specchiera di dietro, mi invitò come non mai nella mia vita. Per un degno bis a grande richiesta, quella era la migliore occasione per sperimentare le proprietà obnubilanti dell’alcool. Mi avvicinai, presi in mano una bottiglia a caso. Per istinto guardai verso lo specchio, cercai il mio volto riflesso, ma… non lo trovai. Nessuno! Osservai meglio, mi spostai, non era possibile, eppure io non c’ero. Un altro frastuono di vetro infranto: la mia bottiglia caduta in terra. Cominciai a urlare, a piangere, mi precipitai alla porta, la spalancai e… sorpresa! Le luci delle case erano accese. Corsi fuori, mi guardai intorno, vidi delle persone che trangugiavano liquidi, giocavano a carte e bestemmiavano. L’oste, tanto per usare un termine letterario, mi venne incontro con la faccia sorridente e un bicchiere di vino rosso. I miei occhi sgranati e la bocca aperta dovevano sembrare assai ridicoli. “Tieni ragazzo, bevi, questa sera offre la casa”. “E perché?”. “Perché si festeggia. Oggi… è la festa… di Nessuno”.