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Le Vampire Nude: il cinema “anemico” di Jean Rollin, tra avanguardia e genere – di Davide Rosso

Il cinema di Jean Rollin è intriso di umori novecenteschi che girano intorno alle esperienze artistiche e culturali della prima metà del ‘900. Sicuramente la matrice surrealista, che trova il modo di ibridarsi con le nuove istanze francesi della nouvelle vague e del free jazz. Rollin assorbe un surrealismo obliquo, non necessariamente quello che discende dal vate André Breton, bensì quello figurativo di un Clovis Trouille, o i collage di Max Ernst (La femme 100 tètes, Réve d’une petite fille qui voulut entrer au Carmel, Une Semaine de bonté ou les Sept éléments capitaux), riletti alla luce del decadentismo di Baudelaire e della foia di un De Sade. Altre fascinazioni si possono rintracciare nella decadenza di scrittori come Aubrey Beardsley o di un André Pyere De Mandiargues, scrittore a cui attingerà anche un altro irregolare come Walerian Borowczyk (a cui il regista francese sembrerà attingere in parte per il suo Fascination).

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Pezzi fantastici alla maniera del dottor Prodigio commerciante ambulante di marionette & automi – di Davide Rosso

Titolo: Pezzi fantastici alla maniera del dottor Prodigio commerciante ambulante di marionette & automi
Autore: Davide Rosso
Editore: Lulu
Prezzo: 5,50 euro

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Questi pezzi fantastici sono dei Cabaret di periferia, cupio dissolvi di voci, serraglio di congegni meccanici dominati dai fili delle parche o del fantomatico dottor Limbo o Prodigio se mai esiste o è esistito? Le parole sono fili recisi,...

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Dissipatio H(Orror) G. – di Davide Rosso

Cos’è estremo oggi, si chiedevano Roberto Curti e Tommaso La Selva nel commiato di un denso libro sui percorsi nel cinema estremo.
Cos’è estremo oggi? È ancora l’estremo a dover essere ricercato e indagato? La risposta non è molto importante, perché, come concludevano gli autori, per la sensibilità postmoderna ed alienata degli spettatori medi di oggi (adolescenti sempre più assuefatti e bombardati da un dominio digitale obbligatorio) nessuna bizzarria o eccentricità gore è veramente nuova. Tutto è già stato detto e fatto. Pochi altri generi come l’horror sembrano aver esaurito le proprie possibilità narrative e visive, passando dal gusto estetico e narrativo del XX secolo (e qui seguo il breve e seminale saggio di Giuseppe Lippi “Paure di oggi e di ieri” posto in calce al monumentale volume di racconti lovecraftiani ri-editato per Mondadori nel 2015) dei vari Machen, Blackwood, Leiber, Bloch, Lovecraft, Bradbury, Aickman, ai fermenti di uno sconfinamento corporale teorizzato su tutti da Clive Barker e inseguito da scrittori materici anni ’80 della corrente splatterpunk.

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À la recherche du fantastique – di Davide Rosso

Bilancio critico di un’Italia magica, notturna, fantastica (1946 – 2014)

Nel 2016 Le Monnier Università ha editato un volume mastodontico e indispensabile per chiunque si interessi di letteratura fantastica. Si tratta di Il fantastico italiano, bilancio critico e bibliografia commentata (dal 1980 a oggi), a cura di Stefano Lazzarin, Felice Italo Beneduce, Eleonora Conti, Fabrizio Foni, Rita Fresu e Claudia Zudini (insomma un team di docenti universitari e di Liceo). Il libro (di ben 986 pagine) è una summa critica su quanto si è scritto sulla letteratura fantastica italiana, in pratica una critica della critica. Tra i tanti meriti del volume vi è quello di tracciare una lineare e chiara storia delle teorie letterarie dedicate a questo genere. Nel leggere il bel saggio introduttivo di Stefano Lazzarin (a capo del progetto) “Trentacinque anni di teoria e critica del fantastico italiano (dal 1980 a oggi)” le sorprese non mancano: anzitutto il dibattito italiano sul fantastico ha origini recenti. La data precisa è il 1970, quando viene pubblicato Introduction à la littérature fantastique di Todorov, imprescindibile contributo che rinnoverà gli studi letterari sui generi. In Italia i primi dibattiti nascono sulla scia di questo lavoro e appaiono nel 1971, ma è ancora poca roba. Lo spartiacque sono due antologie letterarie, una curata da Calvino nel 1983 per Mondadori, intitolata Racconti fantastici dell’Ottocento, l’altra del 1984 a cura di Enrico Ghidetti & Leonardo Lattarulo, il Notturno italiano della Editori Riuniti.

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Haunted Buzzati, le segrete paure di Dino Buzzati – di Davide Rosso

Buzzati fantastiqueur, pasticheur di stili, dìablerìe alla Buzzati.

Nella nostra ricerca sul fantastico nella letteratura italiana, non può mancare un approfondimento su uno scrittore così ingombrante. Autore facile? Per bambini? Trascurato? Eccessivamente rivalutato? Buzzati è stato, dagli anni ’30 fino agli inizi degli anni ’70 l’autore che più di tutti ha indagato i topoi della tradizione fantastica. I suoi racconti, oggi, possono apparire dei pezzi d’antiquariato dove il perturbante veste i panni moderni dell’Italia del dopoguerra, in particolare quella investita dal Boom economico degli anni ’50.

In questo articolo vorrei indagare il Buzzati maggiormente di genere, quello horror o fantascientifico, basandomi prevalentemente sulla sua narrativa breve, a partire dalla prima raccolta del 1942, uscita in anni – come sottolinea bene Fausto Gianfranceschi nell’introduzione agli Oscar Mondadori – tra i più ideologizzati della cultura italiana, dominati da correnti neorealiste, strutturaliste.

In molti studi critici Buzzati è stato accostato a vari scrittori di genere, in particolare si sono fatti i nomi di Hoffmann, Poe, Nodier, James, Wilde, Bierce, Kafka, insistendo su quest’ultimo.

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Italia magica & necrofila – di Davide Rosso

Bilancio critico sui “capolavori” dei “Racconti di Dracula” (e il gotico italiano)

Torniamo a occuparci della collana “I racconti di Dracula”, sorta di Weird Tales all’amatriciana.

Cogliamo l’occasione per leggere alcuni dei primi romanzi della serie (oggi difficilmente reperibili se non attraverso le sorvegliate e limitate ristampe della Dagon press di Pietro Guariello con l’aiuto filologico del collezionista Sergio Bissoli) e cerchiamo di trarre un bilancio critico di questo peculiare fantastico italiano.

Brevemente diremo che “I racconti di Dracula” uscirono nelle edicole italiane nel 1959 e continuarono fino al 1981. L’editore, la ERP, apparteneva al barone Cantarella, nobile siciliano che prima aveva iniziato a muoversi nel cinema, poi era passato al boom della narrativa popolare, in quegli anni al culmine. Cantarella non editava solo i Dracula, bensì anche molte altre collane, offrendo storie di guerra, spionaggio, rifacimenti della narrativa hard boiled americana. Gli scrittori dei Dracula erano tutti italiani, celati sotto pseudonimi anglofoni, un po’ come i registi degli spaghetti western. Molti di questi erano alle prime armi e accettavano il compenso dell’editore (circa 50 mila lire dell’epoca in contanti e non era poco per un centinaio di cartelle!) per aumentare le entrate mensili: tra di loro abbiamo un giudice, un medico, uno psichiatra, un militare di carriera, un giornalista, gente senza troppe ambizioni letterarie. Quasi tutti si vergognavano di quei romanzetti (scritti velocemente ai margini della vita lavorativa e famigliare, senza riletture o scalette e tantomeno editing particolari) e, negli anni, hanno cercato di far perdere le loro tracce. Si trattava insomma di “negri” della macchina da scrivere, mercenari pronti a tutto pur di raggranellare un po’ di quattrini e non certo di fini intellettuali animati da propositi artistici.

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Il buco nero alla fine del Continuum: letteratura e cronaca nera – di Davide Rosso

Nonostante l’età d’oro della cronaca nera (in particolare quella legata agli omicidi seriali) trovi le sue radici negli anni ’80, dopo la lunga stagione del terrorismo stragista europeo, mai come in questi ultimi anni i media sembrano aver affinato le armi di una narrazione totale (penso in particolare ad una trasmissione artefatta come Quarto Grado, ripensata esteticamente da Gianluigi Nuzzi) capace di ibridare i linguaggi e mescolare tra di loro i differenti casi criminali, fino a formare una sorta di ipertesto dell’inquietudine e della morbosità, sorta di contraltare e deriva di questa società virtuale. Chi critica la cronaca nera lo fa dicendo che i crimini (ad esempio in Italia) sono molto diminuiti negli ultimi trent’anni e che non sono certo delitti mediatici come quelli di Avetrana, di Yara o Garlasco a spostarne la percentuale. Dunque? La cronaca nera è stato un termometro politico spesso utilizzato dai vari partiti per rinfocolare paure, razzismi e pregiudizi? Certo. Eppure la cronaca, con la sua abbondanza di particolari, psicologi, criminologi, esperti forensi e set televisivi ipertecnologici sembra smarcarsi dai dati della realtà per scivolare in un monologo accattivante e seducente che si rivolge un po’ a tutti e a nessuno, a destinatari dal basso profilo culturale, agli anziani, agli emarginati, a chiunque senta il bisogno di esorcizzare con la spettacolarizzazione il proprio dolore e quello del mondo.

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Cartoline immaginarie da Monte Magro (omaggio a H.P.Lovecraft e Thomas Ligotti) * 2° Parte – di Davide Rosso

Questa è la seconda parte dell’Album fotografico

Per visionare la prima parte e conoscere qualche dettaglio sul luogo e sulla realizzazione clicca qui: Cartoline Immaginarie da Monte Magro – 1° parte

(2° SET da 9 FOTOGRAFIE)


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Cartoline immaginarie da Monte Magro (omaggio a H.P.Lovecraft e Thomas Ligotti) * 1° Parte – di Davide Rosso

Ho fatto delle fotografie (e ricerche etnografiche) da un paese abbandonato (uno veramente abbandonato) del vercellese.
un posto inquietante che, negli anni ’70, ospitò una sorta di comune hippy di autocoscienza con strane idee sulla fine della razza umana.
Le foto sono delle polaroid digitalizzate, scattate su dei rullini scaduti comprati ai mercatini delle pulci, così da avere dei colori violenti e acquerellati.

(1° SET da 10 FOTOGRAFIE)


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Manichini & sonnambuli – di Davide Rosso

Scrivo qui nel santuario e non so da dove cominciare. Scrivo di qualunque cosa pur di non far calare le palpebre sugli occhi e scivolare nel sonno, quindi comincio da questo posto, da quel che so o che mi ricordo. Del santuario se ne conservano tracce già nel 1500. Una leggenda parla di un taglialegna eretico, che, nell’abbattere con l’ascia un castagno, sentì un lamento provenire dal tronco, poi, sulla cima dell’albero, apparve una Madonna con un bimbo in grembo. L’altare maggiore della chiesa custodisce ancora l’affresco della Madonna recante sul volto di Maria le tracce dipinte del sangue uscito dalle ferite procurate dall’ascia. All’altare si accede salendo un gradino che immette nel modesto vano che racchiude il tabernacolo col legno originale del castagno dell’apparizione. Ne rimane solo un ciocco annerito, il resto se lo sono portati via, negli anni, i vari pellegrini, che ne strappavano dei frammenti come preziosa reliquia. Il tabernacolo è in un muro pieno di ex voto lasciati in cambio della guarigione, messaggi scritti sui muri, scongiuri, riti penitenziali, fino all’offerta di cibarie: un bastone appeso da uno che ha avuto la grazia di non essere più zoppo, un fiocco celeste per la nascita di un bimbo, dei rosari, la foto di una bimba col violino in mano e la dedica alla Madonna perché la faccia diventare una brava musicista così da poterci poi sfamare il resto della famiglia. Prendo degli opuscoli (opuscoli che uso per scrivere con precisione storiografica questa pagina) e due santini. Poi esco. Mi affaccio da un balconcino di terra che precipita e si dissolve sulla piana frastagliata: il paese non esiste, diviso com’è in micro frazioni spezzate dal fiume, dagli argini, dai canali. Le ombre si rincorrono tra le muraglie arabescate dei germogli, grovigli morti di gemme congelate e luce affumata che indugia tra l’ossatura degli olmi centenari e i sassi di strada, scogli per legioni di larve…

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