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Il buco nero alla fine del Continuum: letteratura e cronaca nera – di Davide Rosso

Nonostante l’età d’oro della cronaca nera (in particolare quella legata agli omicidi seriali) trovi le sue radici negli anni ’80, dopo la lunga stagione del terrorismo stragista europeo, mai come in questi ultimi anni i media sembrano aver affinato le armi di una narrazione totale (penso in particolare ad una trasmissione artefatta come Quarto Grado, ripensata esteticamente da Gianluigi Nuzzi) capace di ibridare i linguaggi e mescolare tra di loro i differenti casi criminali, fino a formare una sorta di ipertesto dell’inquietudine e della morbosità, sorta di contraltare e deriva di questa società virtuale. Chi critica la cronaca nera lo fa dicendo che i crimini (ad esempio in Italia) sono molto diminuiti negli ultimi trent’anni e che non sono certo delitti mediatici come quelli di Avetrana, di Yara o Garlasco a spostarne la percentuale. Dunque? La cronaca nera è stato un termometro politico spesso utilizzato dai vari partiti per rinfocolare paure, razzismi e pregiudizi? Certo. Eppure la cronaca, con la sua abbondanza di particolari, psicologi, criminologi, esperti forensi e set televisivi ipertecnologici sembra smarcarsi dai dati della realtà per scivolare in un monologo accattivante e seducente che si rivolge un po’ a tutti e a nessuno, a destinatari dal basso profilo culturale, agli anziani, agli emarginati, a chiunque senta il bisogno di esorcizzare con la spettacolarizzazione il proprio dolore e quello del mondo.

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Cartoline immaginarie da Monte Magro (omaggio a H.P.Lovecraft e Thomas Ligotti) * 2° Parte – di Davide Rosso

Questa è la seconda parte dell’Album fotografico

Per visionare la prima parte e conoscere qualche dettaglio sul luogo e sulla realizzazione clicca qui: Cartoline Immaginarie da Monte Magro – 1° parte

(2° SET da 9 FOTOGRAFIE)


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Cartoline immaginarie da Monte Magro (omaggio a H.P.Lovecraft e Thomas Ligotti) * 1° Parte – di Davide Rosso

Ho fatto delle fotografie (e ricerche etnografiche) da un paese abbandonato (uno veramente abbandonato) del vercellese.
un posto inquietante che, negli anni ’70, ospitò una sorta di comune hippy di autocoscienza con strane idee sulla fine della razza umana.
Le foto sono delle polaroid digitalizzate, scattate su dei rullini scaduti comprati ai mercatini delle pulci, così da avere dei colori violenti e acquerellati.

(1° SET da 10 FOTOGRAFIE)


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Manichini & sonnambuli – di Davide Rosso

Scrivo qui nel santuario e non so da dove cominciare. Scrivo di qualunque cosa pur di non far calare le palpebre sugli occhi e scivolare nel sonno, quindi comincio da questo posto, da quel che so o che mi ricordo. Del santuario se ne conservano tracce già nel 1500. Una leggenda parla di un taglialegna eretico, che, nell’abbattere con l’ascia un castagno, sentì un lamento provenire dal tronco, poi, sulla cima dell’albero, apparve una Madonna con un bimbo in grembo. L’altare maggiore della chiesa custodisce ancora l’affresco della Madonna recante sul volto di Maria le tracce dipinte del sangue uscito dalle ferite procurate dall’ascia. All’altare si accede salendo un gradino che immette nel modesto vano che racchiude il tabernacolo col legno originale del castagno dell’apparizione. Ne rimane solo un ciocco annerito, il resto se lo sono portati via, negli anni, i vari pellegrini, che ne strappavano dei frammenti come preziosa reliquia. Il tabernacolo è in un muro pieno di ex voto lasciati in cambio della guarigione, messaggi scritti sui muri, scongiuri, riti penitenziali, fino all’offerta di cibarie: un bastone appeso da uno che ha avuto la grazia di non essere più zoppo, un fiocco celeste per la nascita di un bimbo, dei rosari, la foto di una bimba col violino in mano e la dedica alla Madonna perché la faccia diventare una brava musicista così da poterci poi sfamare il resto della famiglia. Prendo degli opuscoli (opuscoli che uso per scrivere con precisione storiografica questa pagina) e due santini. Poi esco. Mi affaccio da un balconcino di terra che precipita e si dissolve sulla piana frastagliata: il paese non esiste, diviso com’è in micro frazioni spezzate dal fiume, dagli argini, dai canali. Le ombre si rincorrono tra le muraglie arabescate dei germogli, grovigli morti di gemme congelate e luce affumata che indugia tra l’ossatura degli olmi centenari e i sassi di strada, scogli per legioni di larve…

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Appunti per una Letteratura dell’Orrore nel XXI secolo – di Davide Rosso

Potrebbe essere caduto in un circolo di reincarnazioni e forse non è la prima volta che si ritrova al proprio capezzale. Capisce che cosa gli è successo e già sa che cosa succederà a colui che gli sta davanti, quello che non è più lui, eppure lo è. Trelkovsky ha risolto il mistero, suo e di Moscarda: “in quale preciso istante un individuo cessa di essere la persona che egli – e chiunque altro – pensa di essere?”. Risposta: nel momento in cui si rende conto di essere stato intrappolato in un paradosso di identità e che per lui non c’è via d’uscita fintanto che crede di essere qualcosa che non è. Domandatelo a qualsiasi marionetta convinta di essere una persona.”

Sono queste lucidissime considerazioni di Thomas Ligotti (contenute nella parte finale del saggio filosofico nichilista La cospirazione contro la razza umana) a guidare le brevi e sconnesse considerazioni letterarie che seguiranno. Il paradosso che ci interessa è squisitamente culturale. Pirandello, Topor, Ligotti sono alcuni autori che si sono confrontati con queste tematiche. In Ligotti la questione è limpida: quale miglior paradosso identitario se non la confusione di una marionetta che si crede umana (Pinocchio del nostro Collodi) o di un essere umano che si crede una marionetta. Quasi tutta la letteratura breve dell’autore americano è una spirale su queste tematiche. Quando un individuo cessa di essere ciò che credeva di essere?

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Comunicato Novilunio Stampe Amatoriali – di Daniele Vacchino e Davide Rosso

Vi segnaliamo questa interessante iniziativa editoriale, direttamente con le parole di coloro che l’hanno sviluppata e cioè Daniele Vacchino e Davide Rosso.


Cari amici, stufi di farci spillare soldi da editori farlocchi e penosi, abbiamo deciso di sfruttare l’auto-pubblicazione e, per gioco, inventarci una nostra sigla editoriale...

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Approccio al problema della Maschera nella letteratura grottesca di Thomas Ligotti – di Davide Rosso

Thomas Ligotti è uno degli autori più originali del panorama letterario degli ultimi anni. Grazie all’opera meritoria di un editore come Ugo Malaguti e di un traduttore/curatore come Armando Corridore, l’opera di questo autore è stata diffusa anche in Italia.

Ligotti inizia a pubblicare racconti (arte alla quale si dedicherà in massima parte) agli inizi degli anni ’80 su riviste amatoriali, rimanendo un autore di nicchia fino a pochi anni fa.

Armando Corridore, nel saggio postfazione a I canti di un sognatore morto, scrive delle considerazioni importantissime per entrare nell’universo di questo scrittore di Detroit, refrattario e isolato. Nella sua prosa è possibile rinvenire tracce culturali molto varie, da Poe, Lovecraft, Chambers, fino a Leopardi, le dottrine esoteriche, alchemiche, i poeti simbolisti miscelati in racconti ancora (parlo dei Canti di un sognatore morto) abbastanza classici con personaggi e intrecci che via via divengono lacerti narrativi di un’introspezione velata, un incubo personale che riverbera un incubo universale, una visione onirica orientata a svelare le trame d’incubo dell’esistenza umana.

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Murder Obsession in the pornofumetto – di Davide Rosso

Avvertimento prima che cominci il concerto.
Parleremo di pornofumetti, insomma Barbieri & Cavedon, senza far troppa distinzione tra loro e altri licenziosi imitatori.
Parleremo, nello specifico, del pornofumetto dei ’70 e ’80 che ha assorbito, a modo suo, la partitura stridula del thrilling coi suoi nomi, pronomi, avverbi.
In quasi ogni collana d’allora è possibile rinvenire mani guantate infiorate d’ascia che sventrano  a passo di danza e uccidono con liturgie frenetiche e traumatiche.

Parleremo del thrilling nel pornofumetto.

Parleremo delle sue ascendenze cinefile.

Magari anche cinofile.

Parleremo ancora del mostro di Firenze.

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L’inghiottitoio – di Davide Rosso

Camminavo nella città medievale avvolta dalla nebbia, vedevo le stradine rimpicciolirsi davanti a me e le piazze aprirsi su pozzi e olmi pietrificati dal tempo. Sotto i palazzi settecenteschi del centro i radi passanti si ammassavano per scrutare i manichini oltre le vetrine luccicanti, oppure per riscaldarsi vicino al tripode fumante delle caldarroste. Era la sera dei morti e da qualche parte i campanari suonavano per commemorare i defunti, sgranocchiando castagne lessate e dando potenti strappi di corda. Con la mia candida giubba attillata, camminavo in una strada senza strepiti, più intima e tortuosa dei ghetti ebraici. I lampioni a gas erano accesi e proiettavano sotto i portici superbe figure del nostro passato, ombre carnevalesche lastricate di pupille morte e capricci malati. A un tratto fui attratto dalle reclàme di una vetrina che non avevo mai veduto prima. Pareva un ammasso confuso di libri, briciole di pagine ingiallite come schiuma luminosa su pozzanghere d’inchiostro. Attirato dall’idea di trovare qualche curiosità, mi sottrassi alla lucerna della strada ed entrai in quell’antro semibuio, appena schiarito da un cespuglio di candele accese su catafalchi di libri impilati ovunque come trappole pronte a scattare. Oltre la pupilla fosforescente della cera, intravidi una figurina che pareva uscita da qualche stampa del passato: era un omino di gesso, vecchissimo e macilento, magro e quasi senza denti, con le guance cadenti, gli occhi infossati nel cranio e pochi capelli argentati simili a lunghe bave di ragno. L’omino vestiva un giacchettino a coda e pantaloni sdruciti. Parve ridestarsi da un sonno lunghissimo e indecifrabile dentro al quale aveva consumato l’intera notte dell’esistenza. Non disse nulla e io non lo infastidii con frasi di circostanza, desideroso di vagabondare tra la carne sparpagliata di quei volumi, su cui nessuno pareva essersi mai soffermato.

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Robert Bloch’s Psycho World – di Davide Rosso

contiene alcuni appunti sulle differenze e le somiglianze tra lo sventratore dello Yorkshire e il mostro di Firenze, di cui appunto ricorre il giubileo 1968 – 2018

Dopo anni di ricerche nei vari mercatini delle pulci piemontesi, sono finalmente riuscito a mettere le mani sul volume della biblioteca del giallo Mondadori, Psycho 1 & 2 di Robert Bloch, con le traduzioni di Bruno Tasso e Giuseppe Lippi. Il volume è assai interessante perché contiene l’unica edizione in italiano del seguito del più famoso romanzo di Bloch. La Mondadori, specialmente nella sfortunata collana Horror curata da Giuseppe Lippi, ha sdoganato parecchio materiale di questo autore, concentrandosi particolarmente sui romanzi thriller, o psycho thriller.


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