La Soglia Oscura
Racconti

ALICE
(“Name of Horror”)
di Alberto Masoni

Non saprei dire quando tutto sia cominciato. Da qualche tempo le mie notti erano agitate, ma non da sogni… da suoni. Ogni sera, come un rituale crudele, sentivo il ticchettio di un pendolo provenire dal piano superiore. Un suono regolare, ossessivo, che iniziava sempre intorno alla mezzanotte e si spegneva verso le tre.

All’inizio pensai a una coincidenza, a un oggetto guasto, a un normale orologio da parete. Ma più lo ascoltavo, più capivo che non era normale. Il battito non misurava il tempo, lo tagliava. Come se scandisse qualcosa che io non riuscivo a vedere ma che si avvicinava a ogni rintocco. C’era un ritmo secco, chirurgico, come il colpo metallico di una lama che separa il prima dal dopo. Ogni tic risuonava nel silenzio come un’eco dentro una cattedrale vuota, e l’aria intorno sembrava farsi più densa, più pesante, come se il tempo stesso avesse smesso di scorrere e si fosse messo in ascolto. Avevo i brividi lungo la schiena, eppure non riuscivo a distogliere la mente da quel suono cupo e preciso. Era come se ogni battito fosse una chiamata, un segnale… un conto alla rovescia per qualcosa che non conoscevo ma che, in fondo, già temevo.

Passavo le notti vagando da una stanza all’altra, sperando che quel maledetto suono smettesse… la mia mente iniziava a vacillare lentamente… stavo forse impazzendo?

Dall’appartamento sopra il mio, ogni notte, allo scoccare della mezzanotte, il suono di quel pendolo si metteva in moto. Un tic-tac meccanico, ritmato, inesorabile. All’inizio lo trovavo curioso, quasi rassicurante. Poi iniziò a insinuarsi tra i miei pensieri come un ospite indesiderato.

Camminavo senza meta per casa, nella penombra, cercando di allontanarmi da quel suono. Chiudevo le porte, mettevo cuscini sotto le fessure, mi infilavo sotto le coperte con le mani sulle orecchie. Niente funzionava. Il pendolo mi seguiva, mi inseguiva. Ero convinta che non fosse reale… che fosse solo nella mia testa.

Cominciarono gli incubi. Sognavo orologi enormi, che pulsavano come cuori, e che scandivano il tempo non con numeri, ma con frammenti della mia sanità mentale. Nel silenzio più assoluto, il suono tornava, beffardo. Nessuno, nemmeno i vicini, sembrava sentirlo. Ero sola.

Una notte, stremata, salii le scale. Bussai. Nessuna risposta. Il corridoio era vuoto. Ma il tic-tac era lì, dietro la porta, più forte che mai. Posai l’orecchio sul legno. E all’improvviso… silenzio. Mi allontanai. E il suono ricominciò. Mi stava aspettando.

Tornai nel mio appartamento. Quel suono riprese e con esso, la mia insonnia. Passavo le notti seduta in salotto, occhi rossi dalla stanchezza, mente nebbiosa. A volte credevo di vedere ombre muoversi lungo i muri. Una notte giurai di aver visto una figura davanti al pendolo… ma non esisteva alcun pendolo nel mio appartamento…era una visione della mia mente. Poi accadde.

Attesi la sera, salii silenziosamente. La porta stavolta era aperta. All’interno, polvere, silenzio, ragnatele.

L’appartamento sembrava abbandonato da anni…eppure… lì, in mezzo al salotto, come un sovrano dimenticato, c’era lui… il pendolo.
Era maestoso e sinistro. Intarsi in argento annerito, simboli antichi scolpiti nella cassa. Non oscillava, ma la stanza sembrava pulsare.

Faticosamente lo portai con me e lo misi nel mio appartamento in salotto, credendo scioccamente di aver vinto. Quella notte dormii. A lungo, profondamente. Ma il giorno dopo iniziai a indagare. Qualcosa mi tormentava, quale era l’origine di quell’oggetto?

Iniziai a documentarmi tra i libri antichi trovati nella biblioteca Comunale. Scoprii che l’edificio era stato costruito alla fine del XIX secolo da un orologiaio svizzero, Jonas Virel, un uomo tanto geniale quanto disturbato e ossessionato dall’occulto. Aveva perso la moglie in circostanze misteriose e, si diceva, avesse cercato un modo per ritrovarla non nei ricordi, ma nel tempo stesso.

Creò quel pendolo. Non un orologio, ma un portale. Scolpì i simboli sulla cassa usando disegni trovati in manoscritti occultisti dell’abbazia di Cluny. Non sapeva che quei disegni erano dei rituali antichi e misteriosi. Il cuore del pendolo, il meccanismo, conteneva, secondo la leggenda, un frammento del suo sangue mescolato a mercurio e ad erbe particolari. Dicevano che oscillasse solo a mezzanotte e che non segnasse minuti… ma richiamasse presenze.

Jonas morì poco dopo in circostanze misteriose. Il pendolo scomparve. Fino ad oggi.

Quella notte lo osservai. E, puntuale, a mezzanotte, riprese a muoversi. Non oscillava, vibrava.

Ogni rintocco era come una campana in una cattedrale invisibile.
Intorno a me, la stanza cambiò. L’aria si fece densa, il tempo sembrò rallentare. Le pareti si gonfiavano come se respirassero. E poi… arrivarono.

Figure sinuose emersero dal buio. Volti familiari e sconosciuti, una bambina vestita di bianco, un uomo con occhi spenti, una donna d’altri tempi.

Il pendolo continuò a oscillare, tracciando nell’aria un arco di luce che tagliava il buio come una lama lenta. Ogni colpo faceva vibrare i contorni delle figure, la bambina in bianco avanzava senza fare rumore, i suoi capelli come fili di luna, l’uomo dagli occhi spenti sembrava attirare le ombra verso di sé, la donna d’altri tempi teneva tra le mani un fazzoletto ricamato che non si consumava mai. Tra loro, più nitida delle altre, emerse la sagoma di Jonas, con le mani ancora segnate dall’olio e dal metallo, il volto scavato da notti insonni e da un rimorso che non sapeva nascondere.

Jonas si fermò al centro della stanza come se il movimento del pendolo gli avesse restituito un respiro. Parlò senza muovere le labbra, e la sua voce arrivò come un sussurro che non apparteneva del tutto al presente: “Non è il tempo che ho fermato, ma il ricordo di chi non vuole essere dimenticato!” Le figure si avvicinarono, e con ogni passo i loro volti si sfumavano e ricomponevano, come pagine di un libro che si sovrappongono.

La bambina tese la mano verso Jonas, la sua pelle era fredda come la nebbia. Quando le dita si sfiorarono, un coro di voci antiche riempì la stanza, non di parole ma di sensazioni, perdono, accusa, nostalgia. Jonas chiuse gli occhi e per un attimo sembrò un uomo qualunque, stanco e piccolo davanti a ciò che aveva evocato con quell’oggetto costruito dalla disperazione. Poi, con un gesto lento, afferrò il pendolo alla base, il movimento si fece più ampio, più deciso, e le figure invece di dissolversi, cominciarono a danzare attorno a lui.

Il pendolo accelerò. Le figure si avvicinarono a me. Nessuna aggressione, nessuna violenza. Solo sguardi e un sussurro collettivo, che mi penetrava il cuore: “Non siamo il passato…siamo l’eterno…”

Rimasero lì, immobili, come in attesa di qualcosa. Fu allora che capii… il pendolo non evocava i morti, ma li rendeva visibili a chi possedeva una sensibilità acuta.

Ogni notte oscillava per impedirne lo svanire… e ora io, Alice, ne ero la custode.

Da quella notte, vivo nel buio. Nessuno è mai più venuto nel mio palazzo. Gli altri appartamenti sono disabitati. Ma non sono sola.

Ogni notte, il pendolo batte. Ogni notte, loro tornano.

E io scrivo queste righe, non per raccontare… ma per avvertire.

Se mai dovessi sentire un pendolo a mezzanotte… non salire…non bussare e non ascoltare, perché il tempo non è ciò che pensi…è ciò che ti cerca.