La spettrale Dama del lago di Viverone

Alcune vicende appartenenti al folklore possono affondare le radici in questioni di fede, dotandole di un’aura particolare e rendendo le consuete analisi sull’origine più impervie.
Esiste una leggenda che racconta di un piccolo paese che sorgeva sul lago di Viverone (Piemonte) il cui nome era San Martino.
Secondo alcuni fonti agiografiche, San Martino attorno alla metà del IV secolo d.C. transitò nella cittadina di Ivrea, senza trovare ospitalità. Perciò, proseguì e raggiunse il lago di Viverone nei pressi di Anzasco dove fu accolto con favore da alcune persone che vivevano lì e con il loro aiuto fondò un borgo che portava il suo nome.

Ora però una piccola digressione sul santo, molto conosciuto e protagonista della vicenda del taglio del mantello. Come molti ricorderanno, Martino da Tours era un soldato romano che, nel corso di una ronda notturna ad Amiens (Gallia) in qualità di ‘Circitor’ della Guardia Imperiale, in una gelida notte autunnale del 335 s’imbatté in un mendicante infreddolito. Per aiutarlo, tagliò a metà il suo mantello affinché lo sventurato potesse coprirsi. In quel momento, la temperatura sembrò mitigarsi e il freddo diventò meno pungente (da qui ‘l’Estate di San Martino’, che corrisponde a un periodo autunnale in cui le temperature si rialzano, per poi scendere nuovamente in vista dell’inverno)
La notte seguente, sognò Gesù Cristo rivestito della metà del suo mantello e gli rivelò di essere il pover’uomo che aveva aiutato. Martino prese la decisione di battezzarsi anche se poi rimase almeno un paio di decenni nell’esercito romano, diventando ufficiale.
Infine, seguì la sua vocazione religiosa fino a diventare vescovo di Tours.
Gli vengono attribuiti diversi miracoli, tra cui tre resurrezioni: “Trium mortorum suscitator” (Colui che ha resuscitato tre defunti).
Da segnalare che, secondo una tradizione popolare, il santo raggiunse Anzasco ‘scivolando’ sulla Dora Baltea col suo incredibile mantello.

Tornando alla leggenda e considerando quanto indicato sopra, il borgo di San Martino era animato da persone devote e misericordiose. Ma col tempo, il futuro vescovo aveva ripreso il suo cammino lasciando l’insediamento che lui stesso aveva creato e le cose cambiarono.
Dio inviò un angelo, sotto le mentite spoglie di un derelitto, poiché voleva capire se gli insegnamenti del fondatore fossero ancora seguiti dagli abitanti. Molte persone lo allontanarono brutalmente e solo alcuni aiutarono il nuovo arrivato. L’angelo avvertì questi ultimi di allontanarsi dal paese e subito dopo la punizione divina scese sul borgo… Il lago s’ingrossò improvvisamente, inghiottendo le case e la maggior parte degli abitanti.
Due promessi sposi, che avrebbero dovuto convolare a nozze da lì a breve nella chiesa di San Martino, si trovarono ad affrontare la violenza improvvisa del lago.
Solo la fanciulla sopravvisse mentre il ragazzo svanì nelle acque agitate. Il lago, infine, si placò, lasciando solo rovine e corpi galleggianti.
La sposa mancata continuò a sperare, cercando la persona amata, ma senza risultato. Non era neppure tra i cadaveri che erano stati restituiti sulle rive.
Infine, si ammalò di consunzione e morì anche lei. Da allora, nel corso del tempo, è stata vista più volte la figura eterea e aggraziata di una giovane donna sulle rive del lago Viverone, come se stesse continuando la ricerca.

La storia è indubbiamente struggente, ma proviamo ad analizzarla e vediamo dove ci conduce una valutazione meno emotiva.
Innanzitutto, l’angelo che prova a sondare l’animo degli abitanti ricorda chiaramente quel che accadde a San Martino col mendicante e quindi è un manifesto eco agiografico.
Anche Dio, severo e punitore, è indubbiamente quello del Vecchio testamento e così pure la pena con la quale colpisce gli induriti abitanti di San Martino, con un evidente rimando al Diluvio Universale.
La storia di due innamorati divisi dal destino, invece, è un aspetto che ricorre spesso nel folklore, inasprendo lo struggimento con l’ineluttabilità della morte di uno dei due.
La leggenda, nel corso del tempo, si è arricchita di dettagli quali lo spettrale rintocco del campanile sommerso della chiesa di San Martino in certi periodi dell’anno, come monito ai rivieraschi.

Ora però è inevitabile una domanda… Esiste davvero un paese sul fondo del lago di Viverone?
Furono effettuate delle prime immersioni tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso che portarono all’identificazione di una serie di pali, oltre che cocci di vasellame, utensili, spade e molti altri oggetti, a testimonianza della presenza di un insediamento umano inghiottito dalle acque.
Successivamente, diversi studiosi cominciarono a interessarsi dei ritrovamenti e riuscirono a datarli in un periodo compreso tra il 1700 e il 1350 a.C. (quindi decisamente non coevo alla storia del borgo di San Martino).
Ubicata tra il comune di Azeglio e quello di Viverone, l’area “Vi1-Emissario”, oltre ad essere posto sotto la tutela dell’UNESCO, è inclusa tra i siti palafitticoli preistorici delle Alpi.
Quel che giace coperto da 3 metri d’acqua è un classico villaggio dell’Età del Bronzo coi consueti elementi distintivi come i sentieri in legno, di cui si intravedono i resti.
Ad Azeglio sono state ricostruite alcune palafitte, basandosi sugli elementi raccolti.

 

Indubbiamente il quadro si è completato. Esisteva un villaggio palafitticolo sommerso dal lago o magari semplicemente abbandonato. Nel corso degli anni, qualche reperto affiorava o giungeva a riva, alimentando così la credenza di un borgo distrutto dall’ira di Dio. Ricordiamoci che erano tempi bui e anche il rintocco fantasma della chiesa, narrato poco sopra ma privo di testimonianze dirette, per alcuni era un segnale di raccolta per le anime purganti di chi era perito nel lago.

Ma ora torniamo al tormentato spettro della fanciulla col quale è iniziata questa breve dissertazione…
È innegabile lo spunto derivante da situazioni comuni a coloro che vivono accanto al mare, al lago o al fiume, essendo una variante della tematica del mancato ritorno, come la moglie che attende invano lo sposo pescatore o capitano di un’imbarcazione. La volontà della fanciulla è più forte della morte stessa, in grado di infrangere le barriere del tempo. Prima o poi lui tornerà.

Se volessimo esprimere una valutazione in ambito psicologico, sarebbe quel disagio noto come ‘Sindrome di Penelope’, evocando la moglie di Ulisse che, come racconta l’Odissea, lo attese vent’anni (non invano). Corrisponde a una cristallizzazione dei ricordi del passato a seguito a un lutto o, più semplicemente, a una separazione. In sintesi, è una sorta di paralisi emotiva.
In questo caso specifico, il fantasma cade vittima di una reazione totalmente umana, non accettando la scomparsa dell’amato e proseguendo la ricerca compiuta in vita. Una simile forma di compulsività è riscontrata in numerose indagini parapsicologiche in cui le entità esaminate tendono a ripercorrere in una sorta di loop ciò che hanno fatto in vita, come se fossero riuscite a ‘imprimere’ l’azione sul tessuto spazio-temporale, rendendola permanente.

Le testimonianze relative all’ombra del lago di Viverone, però, potrebbero essere semplici giochi di luce causati dal riverbero del sole sullo specchio lacustre e anche la brezza gradevole che spira costantemente potrebbe ricordare a persone suggestionabili una carezza evanescente, non permettendo quindi di effettuare una valutazione definitiva.